La Fiat Croma del capo scorta GASPARE CERVELLO su cui viaggiava insieme ai colleghi PAOLO CAPUZZA e ANGELO CORBO – Foto Polstrada
C’è una verità scomoda che attraversa trent’anni di memoria pubblica: la versione secondo cui Antonio Montinaro sarebbe stato il caposcorta di Giovanni Falcone non nasce dai fatti, né dagli atti operativi, né dalle testimonianze tecniche degli agenti sopravvissuti. Nasce altrove. E lì è rimasta, protetta, ripetuta, amplificata fino a diventare “ufficiale” senza mai esserlo davvero.
La storia di questa narrazione è la storia di come, in Italia, la memoria collettiva spesso prevalga sulla precisione, il simbolo sulla ricostruzione, l’emozione sulla verità.
Per decenni, cerimonie istituzionali, targhe commemorative, articoli di giornale e iniziative civiche hanno presentato Montinaro come caposcorta del giudice Falcone. Non per dolo, ma per inerzia. Perché quella definizione, nata nei giorni concitati dopo la strage, era semplice, immediata, emotivamente potente. E nessuno l’ha mai corretta.
La vedova, Tina Montinaro, è diventata una delle voci più ascoltate nella memoria delle stragi. Le sue testimonianze, sempre accolte con rispetto e amplificate dai media, hanno consolidato ulteriormente quella definizione. Così, anno dopo anno, la ripetizione ha fatto il resto: ciò che si ripete diventa vero, o almeno sembra vero.
Il Ministero dell’Interno e la Polizia di Stato non hanno mai pubblicato una rettifica. Mai un documento, mai una nota ufficiale che chiarisse la struttura reale del dispositivo di tutela di Falcone. Mai un atto che spiegasse che il servizio del 23 maggio 1992 era coordinato da Gaspare Cervello e che il vero caposcorta era Giuseppe Sammarco.
L’assenza di una correzione istituzionale ha trasformato un errore iniziale in una verità sedimentata. E quando una narrazione si cristallizza, scardinarla diventa quasi impossibile.
Antonio Montinaro muore sull’auto che apre il corteo, la QURTO SAVONA 15 bis insieme a Schifani e Dicillo. Muore per primo, muore davanti a tutti, muore in modo che il Paese non potrà mai dimenticare. La sua morte, così violenta e così esposta, lo trasforma in un simbolo nazionale della lotta alla mafia.
E i simboli, si sa, non amano le sfumature. Il simbolo pretende semplicità, immediatezza, riconoscibilità. Il simbolo non ha bisogno di gerarchie operative: ha bisogno di un volto, di un nome, di un ruolo che parli da solo.
Gli agenti sopravvissuti hanno iniziato a parlare molti anni dopo. Luciano Tirindelli, ad esempio, ha recentemente spiegato pubblicamente che: il caposcorta era generalmente Giuseppe Sammarco, e che quel 23 maggio era Gaspare Cervello.
Ma quando queste testimonianze sono emerse, la narrazione dominante era già diventata un blocco di cemento. I media generalisti hanno continuato a ripetere la versione Montinaro senza verificare gli atti. La verità operativa non ha mai avuto lo stesso spazio della memoria emotiva.
La somma di questi fattori – commemorazioni, assenza di rettifiche, forza simbolica, ritardo delle testimonianze tecniche, inerzia mediatica – ha prodotto un risultato inevitabile: la versione Montinaro è diventata la versione, punto.
Non perché fosse vera, ma perché nessuno l’ha mai messa in discussione quando avrebbe dovuto.
Riconoscere oggi questa distorsione non significa sminuire Montinaro. Al contrario: significa restituire dignità a tutti, anche a chi ha avuto ruoli diversi ma non meno importanti. Significa affermare che la memoria non può sostituire la verità, e che la verità non può essere sacrificata sull’altare della semplificazione.
Perché la lotta alla mafia non si fa solo con i simboli. Si fa con la precisione, con il rigore, con il rispetto dei fatti. E con il coraggio – oggi raro – di correggere ciò che per troppo tempo è stato dato per scontato.
TIRINDELLI: il capo scorta di Falcone non era Montinaro. Azione legale per ristabilire la verità.
