RANUCCI, la fedeltà… e la replica…

 

 

6 agosto 2026

 
Definire una collega o una collaborattrice “𝗺𝗼𝗹𝘁𝗼 𝗳𝗲𝗱𝗲𝗹𝗲”introduce un elemento che nel giornalismo dovrebbe essere maneggiato con cautela.
Il giornalismo, infatti, dovrebbe basarsi su indipendenza professionale, non su fedeltà a una persona, a un capo, a una linea identitaria.
Questa dichiarazione di Ranucci sposta l’attenzione dal merito alla lealtà. Rivela una struttura quasi “militante” — dove la coesione interna è presentata come valore primario. Alimenta la percezione di un “cerchio magico” — un gruppo ristretto che si protegge reciprocamente. Rende più difficile distinguere critica e attacco — perché se la fedeltà è un valore, chi critica diventa automaticamente “infedele”.
Questo non significa che De Pasquale non sia una professionista valida — significa che la categoria usata da Ranucci è politicamente e mediaticamente delicata.
La frase arriva in un momento in cui Ranucci è al centro di polemiche e difese molto accese. Dire che qualcuno è “molto fedele” può essere letto come: un modo per ricompattare il fronte interno, un messaggio ai sostenitori, un segnale verso chi critica: “noi siamo un blocco”.
In un sistema mediatico sano, però, la fedeltà dovrebbe essere verso i fatti, non verso le persone.
 

7 agosto 2026

 

Claudia Di Pasquale, lei è un’inviata di Report dal 2011 con 55 inchieste su economia, migranti, consumatori, carceri, olimpiadi invernali ma anche politica. Sigfrido Ranucci ha commentato la sua nomina a co-conduttrice della trasmissione dicendo che lei «gli è molto fedele». Si riconosce in questa definizione?
«Con Sigfrido ho sempre avuto un buon rapporto e ho lavorato 15 anni con la massima autonomia, ma io sono fedele a Report: alla sua squadra, a un’idea di giornalismo libero, indipendente e rigoroso».

Dopo la vicenda Lavitola-RanucciReport vuole e deve voltare pagina?
«Sì, non vogliamo più essere la notizia, ma fare notizie. Oggi la nostra priorità è tutelare il programma, la sua storia e la sua squadra. E impedirne la normalizzazione».

Il marchio della trasmissione esce molto ammaccato da questa inchiesta: come pensa di risollevarlo?
«Veniamo da una campagna martellante con l’intento di togliere autorevolezza a Report: non sarà facile, ma ne usciremo ancora più forti. Parleranno le nostre inchieste».

La campagna martellante di cui parla è frutto di un peccato originale: l’«amicizia fraterna» tra Ranucci e Lavitola, ciò che ne è scaturito e i dubbi su una certa doppia morale. Anche lei, come i suoi colleghi, considera quel rapporto inopportuno?
«Comprendo benissimo che quel rapporto possa avere sollevato dei dubbi, ma una certa campagna mirava a distruggere il programma. Lavitola non ha mai condizionato le nostre inchieste. E anticipo la sua domanda: io non l’ho mai conosciuto, non ho mai frequentato il suo ristorante e per me, che sono di Palermo, Cefalù è una amena cittadina dominata da un bellissimo Duomo».

Da dove si noterà la discontinuità con il passato?
«Discontinuità è una parola che non mi piace molto. Di sicuro valorizzeremo ancora di più la squadra storica per rendere il programma più forte e rigoroso. Puntando di nuovo sulle grandi inchieste di sistema con studi più asciutti».

Modello Milena Gabanelli?
«Esatto: ho iniziato con lei e per me resta un mostro sacro del giornalismo nonché un modello».

La direzione Approfondimenti Rai in maniera legittima aveva nominato due conduttori, Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, la redazione si è opposta a questa scelta, ha minacciato di andarsene in blocco, poi c’è stata una trattativa e alla fine avete raggiunto una mediazione, imponendo, o quasi, la vostra linea all’editore pubblico. E lei ha preso il posto di Presutti. Davvero pensa che la Rai, che lei frequenta da 15 anni, sia Tele Meloni?
«Noi non consentiremo mai che Report diventi Tele Meloni».

L’altro co-conduttore Daniele Piervincenzi ha detto che il nuovo Reportnon avrà i personalismi del passato: concorda?
«Concordo. Non sono una prima donna. Uso poco i social. Non ho mai coltivato l’ambizione di condurre la trasmissione e chi mi conosce sa che non ho alcuna vanità. Credo e spero che il mio nome abbia unito e non diviso. E a proposito di discontinuità: penso che sia un elemento interessante la nomina, per la prima volta, di due co-autori di esperienza e qualità come Bernardo Iovene e Giulio Valesini, inviati storici che avranno un ruolo fondamentale».

La stagione che inizierà il prossimo 8 novembre accompagnerà l’anno elettorale. Dobbiamo aspettarci solo inchieste unidirezionali sul centrodestra e sul governo e buio totale sul centrosinistra che si candida alla guida del Paese?
«No. Faremo inchieste su destra e sinistra, come sempre. Io stessa ho ricevuto insulti bipartisan. D’Alema mi disse che facevo domande cretine, La Russa mi chiese se fossi stupida. Lo avrebbero mai fatto con un uomo?».

Da quanto non sente Ranucci?
«Da poco. Abbiamo parlato di una bega giudiziaria legata a una vecchia inchiesta».

Si parla di una candidatura di Ranucci con il campo largo: glielo consiglia?
«No, non glielo consiglio: non conosco le sue ambizioni, ma io da giornalista non mi candiderei».