Un dettaglio delle auto bruciate in via D’Amelio, dopo l’esplosione che uccise il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, è la fotografia scelta da L’Espresso per la copertina del 2 agosto 1992.
Un numero speciale in cui si cerca di capire “Come vincere” la guerra che la mafia ha dichiarato allo Stato italiano, come si legge nel titolo. Nell’editoriale il direttore Claudio Rinaldi parla di un Paese messo in ginocchio da Cosa Nostra che, se vuole davvero «rialzare la testa, deve fare i conti con una contraddizione amara, lacerante, apparentemente irrisolvibile».
La contraddizione fra il sentimento di solidarietà collettiva, di unità nazionale e la necessità di un’epurazione: «Da un lato, deve fare appello a tutte le energie disponibili per affrontare e battere il nemico. Dall’altro, deve allontanare con la massima rapidità possibile dai loro posti tutti coloro che sono in qualche modo responsabili, a Palermo come a Roma, di non aver saputo prevenire, ostacolare, impedire il trionfo di Cosa nostra».
Come scriveva il direttore, «dopo una Caporetto, i capi generali si cambiano». Eppure il coraggio per mostrare i primi cambiamenti l’Italia l’ha avuto, o è stata costretta a dimostrarlo, solo dopo l’eccidio in via D’Amelio, proseguiva Rinaldi.
Nonostante Giovanni Falcone fosse la figura di maggior rilievo nella lotta alla mafia, Rinaldi scriveva che lo Stato aveva aspettato fin troppo, fino al 19 luglio 1992, per cominciare a costruire concretamente la Direzione investigativa antimafia già istituita per legge. O per delineare le norme che avrebbero permesso di inquisire e processare i mafiosi più facilmente. L’Espresso, attraverso le parole del suo direttore, denunciava perciò «la putrefazione del sistema politico e, conseguentemente, la virtuale mancanza di un centro d’iniziativa legittimato a spronare gli apparati pubblici e il Paese alla guerra dichiarata da Cosa nostra».
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