GIUSEPPE INSALACO: il sindaco dei cento giorni e la sfida al sistema. Di Roberto Greco

 

 

 

VIDEO – il ricordo della figlia e del Sindaco Orlando 

L’ORA DI PALERMO


Insalaco comprese rapidamente che il vero potere a Palermo non risiedeva nelle stanze del sindaco, ma in quelle del “comitato d’affari” presieduto da Vito Ciancimino e dal conte Arturo Cassina, quest’ultimo gestore storico della manutenzione stradale e dell’illuminazione pubblica

La sera del 12 gennaio 1988, il silenzio di via Alfredo Cesareo, una zona residenziale di Palermo situata tra la via Leopardi e Villa Sperlinga, fu squarciato da cinque colpi di pistola che avrebbero segnato la fine definitiva di un’epoca politica e l’inizio di una delle stagioni più tormentate della storia repubblicana. Giuseppe Insalaco, già sindaco di Palermo per soli cento giorni tra l’aprile e il luglio del 1984, giaceva senza vita all’interno della sua Fiat 132, colpito a bruciapelo mentre rientrava a casa. Quello che inizialmente apparve come l’ennesimo delitto eccellente in una città martoriata dalla guerra di mafia, si rivelò ben presto come l’esecuzione di una “mina vagante”, un uomo che aveva osato sollevare il velo su quel sistema di potere ibrido dove politica, imprenditoria e criminalità organizzata si fondevano in un unico “comitato d’affari”.

Il contesto storico: la genesi del Sacco di Palermo e il dominio del Comitato

Per interpretare le ragioni profonde che condussero all’eliminazione di Giuseppe Insalaco, è necessario analizzare il tessuto sociale e politico della Palermo degli anni Sessanta e Settanta, un periodo dominato da una crescita urbanistica selvaggia e parassitaria nota come il “Sacco di Palermo”. La trasformazione della città non fu un fenomeno accidentale, ma il risultato di una pianificazione scientifica volta a drenare risorse pubbliche verso le cosche mafiose e i loro referenti politici. In un solo mese, alla fine degli anni Cinquanta, oltre 3.000 licenze edilizie furono rilasciate a soli cinque personaggi, prestanome nullatenenti e pensionati che agivano per conto di costruttori legati ai clan.

L’architettura di questo potere poggiava su figure chiave come Vito Ciancimino, esponente di spicco della Democrazia Cristiana e già assessore ai Lavori Pubblici, il quale gestiva l’amministrazione comunale come un feudo personale. Sotto la sua egida, la Conca d’Oro, un tempo fertile distesa di agrumeti, fu devastata dalla speculazione edilizia: circa 3.000 ettari di terreno agricolo lasciarono il posto a quartieri dormitorio costruiti in difformità dai piani regolatori. Tra la prima e la seconda stesura del Piano Regolatore Generale furono approvate ben 667 varianti, spesso ratificate dal Consiglio Comunale senza discussione, limitandosi a confermare quanto già disposto dall’assessore Ciancimino.

La gestione degli appalti e l’infiltrazione mafiosa

Negli anni Ottanta, questo sistema si era evoluto in una struttura ancora più complessa. La Commissione Parlamentare Antimafia avrebbe successivamente evidenziato un “particolare disordine” nella gestione degli appalti pubblici, caratterizzato da standard di ribasso sospettosamente uniformi, intorno al 24%, per opere diverse come la manutenzione degli edifici scolastici. Questa regolarità indicava l’esistenza di un cartello di imprese che si spartivano i lavori sotto la supervisione di Cosa Nostra. Il Comune di Palermo arrivava a spendere tra i 20 e i 30 miliardi di lire all’anno per l’affitto e la manutenzione di immobili privati destinati a uffici e scuole, una manovra speculativa che avvantaggiava direttamente i personaggi legati alle organizzazioni mafiose.

Struttura del Potere Amministrativo a Palermo (Anni ’80) Funzione e Controllo Impatto Economico Stimato
Comitato d’Affari Coordinamento tra politica e imprenditoria mafiosa Gestione dei grandi appalti
Settore Edilizio Rilascio di licenze a prestanome e varianti al PRG 3000 licenze a 5 soggetti
Manutenzioni Stradali Monopolio di imprese legate al conte Arturo Cassina Flussi miliardari costanti
Edilizia Scolastica Affitti di immobili privati con ribassi d’asta fissi 20-30 miliardi di lire annui
Cosa Nostra Garante del sistema e beneficiario dei profitti Controllo del territorio

In questo panorama, nessuna decisione di rilievo poteva essere adottata senza il benestare di Vito Ciancimino, il quale, pur non ricoprendo sempre cariche ufficiali, esercitava un controllo ferreo attraverso consiglieri comunali a lui fedeli che si “disimpegnavano” o si assentavano strategicamente durante le votazioni cruciali. È in questo contesto di “ibridi connubi”, come li definì Giovanni Falcone, che si inserisce la parabola politica di Giuseppe Insalaco.

Il sindaco dei cento giorni e la sua sfida al sistema

Nato a San Giuseppe Jato nel 1941, Giuseppe Insalaco era un uomo interno alla Democrazia Cristiana, un politico che conosceva profondamente i meccanismi del partito. Tuttavia, la sua nomina a sindaco il 17 aprile 1984 segnò un punto di rottura inaspettato. Insalaco succedeva a Elda Pucci, la prima donna sindaco di una grande città italiana, che aveva già manifestato segnali di insofferenza verso le logiche mafiose costituendo il Comune parte civile in un processo di mafia.

Il mandato di Insalaco durò solo tre mesi, un periodo brevissimo che gli valse l’appellativo di “sindaco dei cento giorni”. Nonostante la durata effimera, la sua azione fu caratterizzata da un tentativo sistematico di moralizzare l’amministrazione comunale. Egli si trovò immediatamente a scontrarsi con la realtà quotidiana di un Comune dove la posta ordinaria era spesso mescolata a mandati di pagamento per decine di miliardi, messi sulla sua scrivania affinché venissero firmati senza controlli approfonditi.

La denuncia del comitato d’affari

Insalaco comprese rapidamente che il vero potere a Palermo non risiedeva nelle stanze del sindaco, ma in quelle del “comitato d’affari” presieduto da Vito Ciancimino e dal conte Arturo Cassina, quest’ultimo gestore storico della manutenzione stradale e dell’illuminazione pubblica. Il sindaco iniziò a denunciare pubblicamente queste collusioni, indicando Ciancimino come il regista occulto degli appalti comunali gestiti per conto della mafia.

La sua resistenza non fu solo verbale. Insalaco tentò di cambiare le procedure di assegnazione dei lavori, entrando in rotta di collisione con i vertici del suo stesso partito, in particolare con la corrente legata a Salvo Lima, che gli aveva suggerito di incontrare Ciancimino per “concordare” le decisioni amministrative. Il rifiuto di Insalaco di piegarsi a queste logiche determinò il suo isolamento politico. Il Consiglio Comunale divenne un terreno ostile: i consiglieri vicini a Ciancimino e all’avvocato Midolo iniziarono a boicottare le sedute, rendendo impossibile l’azione di governo.

Sentendosi accerchiato, Giuseppe Insalaco rassegnò le dimissioni il 13 luglio 1984. Ma il suo allontanamento da Palazzo delle Aquile non fu sufficiente a placare le forze che aveva sfidato. Da quel momento, iniziò per lui una parabola discendente fatta di delegittimazione, attacchi giudiziari e minacce fisiche.

L’isolamento e la persecuzione: il “cadavere ambulante”

Dopo le dimissioni, Insalaco divenne quello che i cronisti dell’epoca definirono un “cadavere ambulante”. La strategia per neutralizzarlo non fu inizialmente violenta, ma passò attraverso la sistematica distruzione della sua reputazione. Nel febbraio 1985, fu arrestato con l’accusa di interesse privato in atti d’ufficio e truffa, sulla base di esposti anonimi che erano giunti in Procura quasi in concomitanza con le sue denunce antimafia.

Insalaco decise di non fuggire e si consegnò direttamente ai giudici del pool antimafia, Antonino Caponnetto e Giovanni Falcone, ai quali rivelò nuovamente i dettagli del sistema degli appalti e il ruolo centrale di Ciancimino. Sebbene avesse ottenuto la libertà provvisoria nell’agosto dello stesso anno, il peso delle accuse e il sospetto di collusione che i suoi nemici avevano gettato su di lui lo avevano politicamente finito.

L’avvertimento e la solitudine

Il primo segnale inequivocabile del pericolo arrivò il 19 ottobre 1984, quando ignoti diedero fuoco alla sua automobile, pochi giorni dopo una sua audizione davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia. Nonostante l’evidente rischio, Insalaco fu lasciato solo dallo Stato e dal suo partito. Elda Pucci, ricordando quel periodo, osservò come l’uomo fosse invecchiato precocemente sotto il peso di una solitudine atroce: “L’hanno lasciato solo. Non ho mai visto un uomo invecchiare così in tre mesi”.

Per proteggere la propria famiglia, Insalaco prese la dolorosa decisione di mandare i figli, Ernesta e Luca, fuori dalla Sicilia. Egli stesso iniziò a vivere come un recluso, rifugiandosi spesso in un appartamento segreto nel quartiere del Papireto, dove iniziò a scrivere le sue memorie, conscio che la sua vita era ormai segnata. In quelle pagine, descrisse la sua situazione con lucida disperazione: sentiva che i potentati si muovevano per farlo fuori e che il cerchio si stava stringendo attorno a lui.

L’esecuzione in Via Cesareo

Il 12 gennaio 1988, il destino di Giuseppe Insalaco si compì. Intorno alle ore 20:00, l’ex sindaco si trovava all’interno della sua Fiat 132 in via Alfredo Cesareo. Due sicari a bordo di una Vespa Piaggio si affiancarono al veicolo. Uno dei killer scese dal mezzo e fece fuoco ripetutamente con una pistola 357 Magnum. Insalaco fu raggiunto da cinque colpi di pistola, cadendo in avanti sul volante; la macchina, rimasta senza controllo, scivolò lentamente fino a urtare una Opel parcheggiata.

L’omicidio non fu solo brutale nella sua esecuzione, ma ricco di elementi simbolici e investigativi che avrebbero richiesto anni per essere decifrati. Sul luogo del delitto i killer abbandonarono non solo l’arma e un casco, ma lasciarono tracce insolite che avrebbero guidato le indagini del pool antimafia.

I rilievi della scientifica: le tracce del “pollaio”

Durante i sopralluoghi, la Polizia Scientifica rinvenne sulla pedana della Vespa, risultata rubata nel 1984, residui di sterco di gallina, piume, fieno e trucioli di legno. Questi indizi, che sembravano suggerire un’origine quasi “rurale” degli assassini, portarono gli inquirenti a sospettare che i killer provenissero dalle borgate periferiche di Palermo, zone dove le famiglie mafiose controllavano ancora piccole stalle e magazzini.

L’arma del delitto, una Smith & Wesson calibro 357 Magnum, risultò essere un revolver di rara potenza, già utilizzato cinque anni prima per l’assassinio del capitano dei Carabinieri Mario D’Aleo. Questo dettaglio confermava che l’omicidio Insalaco non era un fatto isolato, ma rientrava nella strategia stragista dei Corleonesi volta a eliminare chiunque minacciasse il loro sistema di potere, sia esso un militare o un politico “traditore” delle vecchie alleanze.

Cronologia degli Eventi Chiave Data Evento Significativo
Elezione a Sindaco 17 Aprile 1984 Insediamento a Palazzo delle Aquile
Dimissioni 13 Luglio 1984 Fine dei “cento giorni” per boicottaggio politico
Primo Avvertimento 19 Ottobre 1984 Incendio dell’auto dopo audizione Antimafia
Arresto e Detenzione Febbraio 1985 Incarcerazione sulla base di esposti anonimi
L’Omicidio 12 Gennaio 1988 Esecuzione mafiosa in Via Cesareo
Sentenza Cassazione 17 Dicembre 2001 Condanna definitiva degli esecutori

L’iter processuale: la ricerca della verità tra depistaggi e pentiti

L’inchiesta sulla morte di Giuseppe Insalaco fu inizialmente assegnata ai sostituti procuratori Domenico Ayala e Alberto Di Pisa, ma per i primi due anni non produsse risultati significativi. Il clima di veleni che avvolgeva Palermo in quegli anni non risparmiò le indagini: in un’occasione, il sospetto che un magistrato avesse bruciato un’operazione di sequestro di documenti al Comune di Palermo rese ancora più complicata la ricerca della verità.

Una svolta macabra si ebbe nel novembre 1989, quando furono riesumati tre cadaveri di giovani uccisi in un mercato, sospettati di essere i killer di Insalaco. Tuttavia, le analisi della scientifica smentirono tale ipotesi, indicando invece che l’assassino dei tre ragazzi era un professionista appartenente a una cosca potente. Solo quando le carte arrivarono nelle mani di Giovanni Falcone e il fenomeno del pentitismo iniziò a scardinare il muro di omertà di Cosa Nostra, il quadro si fece più nitido.

La condanna dei killer e dei mandanti

Grazie alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia Calogero Ganci, Francesco Paolo Anzelmo e Antonino Galliano, fu possibile ricostruire la catena di comando dell’omicidio. Calogero Ganci indicò il proprio fratello, Domenico Ganci, come l’esecutore materiale che aveva sparato a Insalaco. Insieme a lui agì Domenico Guglielmini, un killer della famiglia di Altarello noto come “u siccu”, che pur avendo tre figli e una vita apparentemente normale come operaio comunale, era un sicario esperto al servizio della fazione corleonese.

Il 17 dicembre 2001, la Cassazione ha confermato gli ergastoli per Domenico Ganci e Domenico Guglielmini, riconoscendoli responsabili dell’agguato. La sentenza ha sancito che Insalaco fu ucciso perché le sue denunce e la sua conoscenza dei segreti degli appalti rappresentavano una minaccia mortale per gli interessi economici e politici della mafia. Tuttavia, si può ritenere che i mandanti “politici” citati nel memoriale di Insalaco siano rimasti in gran parte impuniti, protetti dalle nebbie di un sistema che ha saputo auto-rigenerarsi.

Il Memoriale: i segreti dei “due volti di Palermo”

Il contributo più significativo di Giuseppe Insalaco alla lotta contro la mafia non fu solo la sua azione amministrativa, ma il corpus di documenti che lasciò dopo la sua morte. Durante la perquisizione del suo rifugio al Papireto, gli inquirenti trovarono migliaia di fogli scritti a mano, un diario e un’auto-intervista mai pubblicata. In questi scritti, Insalaco operava una lucida e spietata analisi della Democrazia Cristiana siciliana, descrivendola come un partito ostaggio di figure oscure.

La lista dei 27 nomi

L’elemento più drammatico del memoriale è la celebre lista di 27 nomi che Insalaco divise idealmente in due colonne, definendoli “I due volti di Palermo”. Da una parte c’erano i servitori dello Stato e le vittime, uomini che avevano cercato di difendere la legalità pagando con la vita; dall’altra i potenti del “comitato d’affari” e i loro referenti.

  • I Caduti e i Giusti: Carlo Alberto dalla Chiesa, Pio La Torre, Piersanti Mattarella, Cesare Terranova. Uomini che Insalaco ammirava e con cui sentiva di condividere lo stesso tragico destino.
  • Il Potere e le Ombre: Giulio Andreotti, Salvo Lima, Vito Ciancimino, i cugini Salvo, il conte Arturo Cassina. Coloro che, secondo Insalaco, governavano la città attraverso il controllo dei flussi finanziari e il ricatto politico.

Insalaco descrisse con minuzia come i grandi imprenditori venissero favoriti e come la corruzione fosse diventata “fisica, tangibile ed estetica” a Palermo. Egli predisse che tutti i citati si sarebbero affrettati a smentire le sue parole, cosa che puntualmente accadde dopo la pubblicazione postuma di alcuni brani del memoriale.

Le testimonianze dei familiari: il peso della memoria

Per anni, la famiglia Insalaco ha combattuto contro l’oblio e l’isolamento che avevano circondato il sindaco anche dopo la morte. I figli, Ernesta e Luca, sono diventati custodi di una memoria scomoda, ricordando costantemente che il padre fu “eliminato perché tentò di cambiare l’amministrazione comunale svelandone i rapporti con la mafia”.

La voce di Ernesta e Luca Insalaco

Ernesta Insalaco ha più volte sottolineato come il padre si sentisse abbandonato non solo dallo Stato, ma soprattutto dal suo partito, che avrebbe dovuto sostenerlo nelle sue battaglie di legalità e che invece lo aveva dato in pasto ai suoi nemici. Ella descrive il padre come un uomo retto, incapace di tacere di fronte alle ingiustizie, il cui unico errore fu quello di credere che si potesse ripulire il sistema dall’interno.

Luca Insalaco, in occasione delle commemorazioni ufficiali, ha espresso la fierezza di vedere finalmente il sacrificio del padre riconosciuto dalle istituzioni e dalla città. Ha ricordato come la scelta coraggiosa di rottura operata da Giuseppe Insalaco abbia consentito di “aprire gli occhi a tanta parte di questa città che teneva gli occhi chiusi di fronte a un sistema di potere politico-mafioso”. Ella vede nel lavoro delle associazioni e nel supporto del Comune un segnale che il percorso iniziato dal padre non si è interrotto con la sua morte.

Implicazioni sulla società e sulla politica: dal sangue alla Primavera

L’omicidio di Giuseppe Insalaco non fu un delitto vano. Esso agì come un acceleratore dei processi politici che avrebbero portato alla cosiddetta “Primavera di Palermo”. La consapevolezza che nemmeno un sindaco della Democrazia Cristiana fosse al sicuro se osava sfidare i Corleonesi portò a una profonda crisi interna al partito cattolico in Sicilia.

Il legame con Leoluca Orlando e la nascita de “La Rete”

Leoluca Orlando, che era stato assessore al decentramento proprio nelle giunte guidate da Elda Pucci e Giuseppe Insalaco, raccolse l’eredità di quel tentativo di rinnovamento morale. L’esperienza della Primavera palermitana nacque proprio dal trauma e dalla consapevolezza maturata durante quei cento giorni tormentati. Orlando comprese che per battere la mafia era necessaria una “discriminante antimafiosa” totale, trasformando la macchina pubblica in un meccanismo trasparente che non lasciasse spazi di manovra ai clan.

Il fallimento del tentativo di “ripulire” la DC dall’interno, suggellato tragicamente dal sangue di Insalaco, portò Orlando alla convinzione che il partito fosse ormai irriformabile. Questo scollamento definitivo portò, all’inizio del 1991, alla nascita del movimento “La Rete”, fondato proprio sui temi della lotta alla corruzione e della questione morale come priorità assoluta. Il sacrificio di Insalaco divenne così uno dei semi da cui germogliò una nuova coscienza civica a Palermo, una città che iniziava a rifiutare il ruolo di spettatrice muta del proprio declino.

L’eredità di un sindaco coraggioso

A distanza di decenni, la figura di Giuseppe Insalaco rimane un punto di riferimento per chiunque analizzi le dinamiche del potere in Italia. La sua storia insegna che la mafia non si combatte solo con le manette, ma con la corretta amministrazione della cosa pubblica, con la trasparenza negli appalti e con il coraggio individuale di chi non accetta il compromesso.

L’omicidio Insalaco costituisce ancora oggi “l’eloquente conferma che gli antichi ibridi connubi tra la criminalità mafiosa e occulti centri di potere costituiscono tuttora nodi irrisolti”, come disse Giovanni Falcone. Tuttavia, il fatto che oggi Palermo ricordi ufficialmente il suo “sindaco dei cento giorni”, intitolandogli presidi sanitari e onorandone la memoria in via Cesareo, dimostra che il sistema che lo ha ucciso ha perso la sua battaglia culturale. Giuseppe Insalaco non è stato solo una vittima della mafia, ma un uomo che ha scelto di cadere “bene”, lasciando dietro di sé una scia di verità che continua a scavare nelle coscienze di chi crede in una società libera dall’oppressione criminale.

12/01/2026 L’ALTROPARLANTE di ROBERTO GRECO


Giuseppe Insalaco (San Giuseppe Jato, 12 ottobre 1941 – Palermo, 12 gennaio 1988) ucciso dalla mafia.  Fu sindaco,L di Palermo per tre mesi dal 17 aprile al 13 luglio del 1984. Aveva denunciato a più riprese le collusioni tra politica e mafia. Fu ascoltato dalla commissione antimafia il 3 ottobre 1984 – insieme all’allora sindaco in carica Nello Martellucci – sulle ingerenze della mafia nella politica palermitana Iniziò dicendo:  
Non sono un democristiano pentito, ma sono venuto qui per dire quello che penso della DC palermitana, degli affari, dei grandi appalti, di Ciancimino, dei perversi giochi che mi hanno costretto alle dimissioni dopo appena tre mesi»     Denunciò dunque le pressioni subite da Vito Ciancimino e dal suo entourage, che indicò come i gestori dei grandi appalti al comune di Palermo per conto della mafia, aggiungendo anche:  «Mi facevano trovare ogni mattina i mandati di pagamento sulla scrivania, confusi insieme alla posta ordinaria. Speravano che non me ne accorgessi, che firmassi quelle delibere insieme alle ricevute. Ogni delibera valeva decine di miliardi»  Due settimane dopo aver fatto queste dichiarazioni, l’automobile di Insalaco fu bruciata davanti alla sua abitazione.  L’assassinio  Fu assassinato a colpi di pistola mentre si trovava in auto il 12 gennaio 1988  In conseguenza di ciò è stato dichiarat“Vittima della Mafia“. Dopo la sua morte fu trovato un memoriale in cui Insalaco accusava diversi esponenti della DC palermitana, e il sistema di gestione degli appalti e del potere cittadino. È sepolto nel cimitero di Santa Maria di Gesù. 
Il 17 dicembre 2001 sono stati confermati in Cassazione gli ergastoli per Domenico Ganci e Domenico Guglielmini, riconosciuti responsabili dell’omicidio di Giuseppe Insalaco.Giuseppe Insalaco è ricordato ogni anno il 21 marzo nella Giornata della Memoria e dell’Impegno di Libera, la rete di associazioni contro le mafie, che in questa data legge il lungo elenco dei nomi delle vittime di mafia e fenomeni mafiosi.

 

 


GIUSEPPE INSALACO IL SINDACO CHE ALZÒ IL VELO SU PALERMO “Il sindaco dei 100 giorni” fu ucciso il 12 gennaio 1988. Fu eliminato perchè tentò di cambiare l’amministrazione comunale svelandone i rapporti con la mafia Giuseppe Insalaco, sindaco di Palermo dal 17 aprile al 13 luglio del 1984, fu assassinato il 12 gennaio 1988.
Mentre si trovava imbottigliato nel traffico con la sua automobile, fu avvicinato da due ragazzi su una vespa che spararono cinque colpi di pistola, quattro dei quali andarono a segno. Da sindaco cercò subito il rinnovamento nella politica e decise di fare a modo suo: alla prima occasione (l’anniversario dell’omicidio di Pio La Torre e Rosario Di Salvo) si presentò sul luogo dell’eccidio con la fascia tricolore e fece tappezzare la città con manifesti dell’amministrazione comunale, denunciando l’escalation sanguinaria, in cui per la prima volta compariva la parola “mafia”.
Poco dopo, il 5 maggio 1984, andò a Roma per una manifestazione contro la mafia e la camorra. In municipio il nuovo sindaco ci tenne subito a far capire che per gli appalti l’aria era cambiata, non firmando i mandati di pagamento per l’impresa Lesca che da sempre si occupava della manutenzione di strade e fogne in città, così come per l’Icem che curava l’illuminazione pubblica.
Depose davanti alla commissione antimafia e davanti al giudice Falcone, raccontando le collusioni mafiose al comune e le mille pressioni a cui era sottoposto. Due settimane dopo la sua deposizione qualcuno rubò e appiccò fuoco alla sua auto, poi fu oggetto di un esposto anonimo con l’accusa di corruzione e per questo arrestato.  Non si diede per vinto neanche quando fu costretto a dimettersi perchè attaccato personalmente.
Prima di essere ucciso, “il sindaco dei cento giorni” lasciò in eredità una ricca documentazione e materiale scottante, poi pubblicato su giornali nazionali. In quel carteggio, Insalaco accusava duramente noti personaggi e diversi esponenti della DC palermitana, il sistema di gestione degli appalti e del potere cittadino. 
I suoi assassini, Nino Galliano e Domenico Guglielmini, insieme a Domenico Ganci furono identificati e condannati quali componenti del commando. Lo Stato ha onorato il suo sacrificio con il riconoscimento concesso a favore dei suoi familiari, costituitisi parte

civile nel processo, dal Comitato di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso di cui alla legge n. 512/99. Sabato 12 Gennaio 2019 MINISTERO DELL’INTERNO



1988: la mafia uccide Giuseppe Insalaco, ex sindaco della città di Palermo Il 12 gennaio 1988 a Palermo venne ucciso Giuseppe Insalaco da numerosi colpi di pistola mentre si trovava in macchina, sotto casa sua. Giuseppe Insalaco era stato sindaco di Palermo per soli 3 mesi: dall’aprile al luglio 1984. Poi, rimase sempre più solo: continuava infatti a denunciare le indebite ingerenze di Cosa nostra nella vita politica cittadina. Il 3 ottobre del 1984, fu ascoltato dalla commissione antimafia: precisò di non essere un democristiano pentito ma di avere il dovere di parlare «dei perversi giochi che mi hanno costretto alle dimissioni dopo appena tre mesi». Dopo la sua morte fu trovato un memoriale in cui Insalaco accusava diversi esponenti della DC palermitana e il sistema di gestione degli appalti e del potere cittadino. Il 17 dicembre 2001 sono stati confermati in Cassazione gli ergastoli per Domenico Ganci e Domenico Guglielmini, riconosciuti responsabili dell’omicidio di Giuseppe Insalaco. Chi conobbe Insalaco parla di un uomo retto, che non era capace di tacere di fronte alle ingiustizie. Schierarsi contro il malaffare può costare caro. E ad Insalaco costò la vita.
Le denunce e le dichiarazioni Aveva denunciato a più riprese le collusioni tra politica e mafia. Fu ascoltato dalla commissione antimafia il 3 ottobre 1984 insieme all’allora sindaco in carica Nello Martellucci sulle ingerenze della mafia nella politica palermitana. Iniziò dicendo: «Non sono un democristiano pentito, ma sono venuto qui per dire quello che penso della DC palermitana, degli affari, dei grandi appalti, di Ciancimino, dei perversi giochi che mi hanno costretto alle dimissioni dopo appena tre mesi». Denunciò dunque le pressioni subite da Vito Ciancimino e dal suo entourage, che indicò come i gestori dei grandi appalti al comune di Palermo per conto della mafia, aggiungendo anche: «Mi facevano trovare ogni mattina i mandati di pagamento sulla scrivania, confusi insieme alla posta ordinaria. Speravano che non me ne accorgessi, che firmassi quelle delibere insieme alle ricevute. Ogni delibera valeva decine di miliardi».
La morte Due settimane dopo aver fatto queste dichiarazioni, l’automobile di Insalaco fu bruciata davanti alla sua abitazione. Fu assassinato a colpi di pistola in macchina il 12 gennaio 1988. In conseguenza di ciò è stato dichiarato Vittima della Mafia. Dopo la sua morte fu trovato un memoriale in cui Insalaco accusava diversi esponenti della DC palermitana, e il sistema di gestione degli appalti e del potere cittadino. Il 17 dicembre 2001 sono stati confermati in Cassazione gli ergastoli per Domenico Ganci e Domenico Guglielmini, riconosciuti responsabili dell’omicidio di Giuseppe Insalaco. 12.1.2018
Giuseppe Insalaco,figlio di carabiniere, nacque a San Giuseppe Jato in provincia di Palermo. Cresciuto negli ambienti della Democrazia Cristiana siciliana, si distinse per un forte carattere che lo portò a tentare un rinnovamento sia all’interno del partito sia, più tardi, nel Comune di Palermo. Peppuccio, come lo chiamavano le persone a lui più vicine, era noto in particolare per il suo coraggio e la sua forza nel non cedere ai compromessi. Sposato, era padre di due figli, Ernesta e Luca.  
Le elezioni del 1980 Le elezioni amministrative del 1980 vennero vinte dalla Democrazia Cristiana che, provvista di una maggioranza enorme in Consiglio comunale, avrebbe potuto governare con tranquillità. Invece non andò così, perché da una parte vi era il progetto di rinnovamento di Insalaco, dall’altra la cordata di Vito Ciancimino, legato a Cosa Nostra. La legislatura iniziò con la nomina a sindaco di Nello Martellucci, a cui succedette Elda Pucci (prima sindaco donna di una grande città italiana, che costituì parte civile in un processo di mafia il Comune di Palermo), a cui poi subentrò Peppuccio Insalaco.
Il Sindaco dei 100 giorni Alla sua prima uscita pubblica da sindaco, nell’anniversario dell’omicidio di Pio La Torre e Rosario Di Salvo, fece tappezzare gran parte della città con manifesti dell’amministrazione comunale, in cui venivano denunciati gli omicidi per mano mafiosa. Fu la prima volta in cui comparvero dei manifesti con la parola mafia commissionati dal Comune di Palermo. Nel progetto di rottura col passato, Giuseppe Insalaco si concentrò soprattutto sul sistema degli appalti. Egli voleva che non ci fossero più trattative private in base alle quali assegnare gli appalti, bensì gare pubbliche aperte a tutti. Il 6 luglio 1984 venne ratificata questa decisione, durante il Consiglio comunale. Gli atti vennero poi trasferiti dallo stesso sindaco alla Procura della Repubblica ed alla Commissione antimafia [2]. In un’intervista rilasciata a Saverio Lodato, Giuseppe Insalaco disse: “Ci sono gruppi economici e affaristici i cui interessi spesso coincidono con quelli della pubblica amministrazione. Per il loro peso e i loro intrecci riescono spesso a condizionare scelte che in situazioni normali dovrebbero essere di competenza della classe politica”. Inevitabilmente, Giuseppe Insalaco cominciò ad essere un problema per le famiglie mafiose di Palermo e chi faceva affari con loro. Così, nel tentativo di isolarlo, vennero gettati su di lui sospetti di collusione e, inoltre, venne accusato di interesse privato in atti d’ufficio. A quel punto, Giuseppe Insalaco si dimise dalla carica di sindaco.
L’incontro con Giovanni Falcone Tutte le accuse su Giuseppe Insalaco arrivarono in forma anonima in due esposti. Insalaco venne arrestato per una vicenda legata alla cessione di terreni di un istituto del quale era commissario ed iniziò un processo che non ebbe mai una conclusione. Il 3 ottobre 1984, in una deposizione davanti alla Commissione parlamentare antimafia, Insalaco disse: “Non sono un democristiano pentito, ma sono venuto qui per dire quello che penso della DC palermitana, degli affari, dei grandi appalti, di Ciancimino, dei perversi giochi che mi hanno costretto alle dimissioni dopo appena tre mesi”. Giuseppe Insalaco andò 5 volte da Giovanni Falcone per denunciare legami e situazioni che non lo convincevano. Dopo la sua morte, Giovanni Falcone, durante un Convegno all’inizio degli anni Novanta disse queste parole: “L’omicidio Insalaco costituisce l’eloquente conferma che gli antichi ibridi connubi fra la criminalità mafiosa e occulti centri di potere costituiscono tuttora nodi irrisolti con la conseguenza che, fino a quando non sarà fatta piena luce su moventi e mandanti dei nuovi come dei vecchi omicidi eccellenti, non si potranno fare molti passi avanti” .
L’avvertimento Dopo la deposizione in Commissione antimafia, mentre Giuseppe Insalaco si stava recando a Roma per un’intervista in Rai la sua auto, parcheggiata sotto casa (nello stesso palazzo di Giovanni Falcone), venne rubata e data alle fiamme.L’arresto Nel febbraio 1985 Giuseppe Insalaco venne arrestato e, dopo aver rilasciato molte deposizioni al Consigliere Antonino Caponnetto ed al Giudice istruttore Giovanni Falcone, ad agosto ottenne la libertà provvisorio. L’omicidio Dopo essere stato lasciato solo per molto tempo, il 12 gennaio 1988 Giuseppe Insalaco venne assassinato. Due ragazzi, a bordo di una vespa, si avvicinarono alla sua auto parcheggiata in Via Cesareo a Palermo e spararono cinque colpi di pistola]. Il processo L’indagine per l’omicidio di Giuseppe Insalaco venne avviata a carico di ignoti. Ci furono due anni di indagini senza ottenere nulla. I primi ad occuparsi del caso furono i Pm Ayala e Di Pisa. Poi, finalmente, le carte arrivano a Giovanni Falcone. I killer lasciarono numerose tracce: la pistola abbandonata sul luogo del delitto (una 357 Magnum), un casco, un ciuffo di capelli e tracce di sterco di gallina. Per quattro mesi la polizia scientifica lavorò alle tracce. Poi, una mattina del novembre 1989, vennero riesumati tre cadaveri appartenenti a tre ragazzi uccisi in un mercato qualche settimana prima. Le ricerche della polizia dissero, però, che quei ragazzi non c’entravano niente con la morte di Insalaco. Tuttavia, successivamente si scoprì che il killer dei tre ragazzi era un professionista appartenente ad una cosca potentissima. L’inchiesta ripartì, a quel punto, da zero. Gli esecutori dell’omicidio di Giuseppe Insalaco vennero identificati in Nino Galliani e Domenico Guglielmini che, insieme a Domenico Ganci, vennero considerati i componenti del commando[10]. Cassazione Il 17 dicembre 2001 vennero confermati gli ergastoli, chiesti precedentemente, per Domenico Ganci e Domenico Guglielmini. L’eredità di Giuseppe Insalaco viene ricordato come “il sindaco dei cento giorni”, lasciò in eredità alla sua città molte carte e documenti che fecero tremare Palermo. Il materiale venne pubblicato da Saverio Lodato per L’Unità e da Attilio Bolzoni per La Repubblica. In quelle carte, Insalaco faceva i nomi di personaggi noti ed esponenti della DC palermitana, denunciando il sistema di gestione degli appalti. Tra i nomi più importanti contenuti in quei documenti vi erano quelli dell’eurodeputato Salvo Lima, dei finanzieri Nino e Ignazio Salvo, del funzionario del Sisde Bruno Contrada, di Vito Ciancimino, di Giulio Andreotti, del ministro per gli Affari regionali Aristide Gunnella, dei giudici Salvatore Palazzolo e Carmelo Carrara, e di Arturo Cassina signore degli appalti comunali e cavaliere del Santo Sepolcro. Nel suo memoriale scrisse: “Ho paura, me la faranno pagare”  Il 21 marzo 2016, a San Giuseppe Jato in piazza della Libertà, è stata scoperta una targa in memoria di Giuseppe Insalaco. A scoprire la targa i figli Ernesta e Luca, il fratello Mimmo e la moglie Piera Salamone. L’iniziativa è stata organizzata in collaborazione con l’istituto comprensivo “Riccobono”. La targa è stata donata da una fabbrica di marmi di Piana degli Albanesi  L’11 ottobre 2016, in Via Cesareo a Palermo, sul luogo dell’omicidio, è stata scoperta una targa in memoria di Giuseppe Insalaco. wikimafia