Per circa quindici anni si era occupato come magistrato onorario di piccole cause locali, acquisendo la reputazione di uomo giusto e inflessibile. Colleghi, cittadini e giornalisti lo ricordano come un servitore dello Stato corretto e scrupoloso
È il 26 gennaio 1978 quando a Corleone, piccolo centro nell’entroterra siciliano, risuonano all’improvviso una serie di colpi d’arma da fuoco. L’avvocato Ugo Triolo, 58 anni, sta rincasando verso le 17:40, come ogni sera, accompagnato dal suo fedele cagnolino, dopo aver comprato delle sigarette in centro. Giunto davanti al portone di casa in via Cammarata n.49, preme il pulsante del citofono per farsi aprire dalla moglie. Proprio in quell’istante, dall’ombra di un vicolo adiacente, qualcuno lo chiama per nome: “Ugo, Ugo…”. Triolo si volta e si ritrova di fronte una pistola spianata a pochi passi da lui. Ha appena il tempo di alzare istintivamente le mani per ripararsi il viso, quando parte “un lugubre rosario di colpi”. Contro di lui vengono esplosi nove proiettili di pistola P38, in rapidissima successione: due vanno a vuoto, ma gli altri sette lo raggiungono al petto e alla testa, facendolo stramazzare al suolo. La moglie, dall’interno, ode terrorizzata gli spari e la voce del marito che si strozza; spalancando la porta si trova davanti il corpo del coniuge, rantolante e coperto di sangue, che le crolla addosso morente. In pochi minuti sopraggiungono i soccorsi: Triolo viene trasportato d’urgenza al vicino ospedale Bianchi, ma per lui non c’è più nulla da fare. Alle 18:05 i medici ne constatano il decesso.
Gli assassini si sono dileguati nel buio con fredda professionalità. Testimoni oculari praticamente non ce ne sono: come notò subito il cronista Mario Francese (inviato sul posto per il Giornale di Sicilia), nessuno vide i killer allontanarsi dalla scena del crimine. Tutto lascia pensare a un’esecuzione mafiosa premeditata: i colpi sono stati esplosi a bruciapelo, probabilmente da due armi diverse (segno della presenza di almeno due sicari). Il modo in cui il delitto è stato compiuto, in strada, davanti all’uscio di casa, con un profluvio di pallottole esplose in faccia alla vittima, appare subito come un chiaro messaggio intimidatorio della criminalità organizzata, una sfida plateale allo Stato. Ma chi poteva volere la morte di Ugo Triolo? Perché eliminare con tale ferocia “una persona perbene” come lui? Queste domande, destinate a restare a lungo senza risposta, iniziano drammaticamente a riecheggiare sin dalle ore successive all’omicidio.
Un magistrato integerrimo nel mirino dei boss
Ugo Triolo era molto conosciuto e stimato nella zona dell’alto Belice corleonese. Avvocato di professione, esercitava fin dal 1963 anche la funzione di vice pretore onorario presso il mandamento di Prizzi, a circa 20 km da Corleone. Per circa quindici anni si era occupato come magistrato onorario di piccole cause locali, acquisendo la reputazione di uomo giusto e inflessibile. Colleghi, cittadini e giornalisti lo ricordano come un servitore dello Stato corretto e scrupoloso: Pippo Fava – celebre cronista antimafia dell’epoca – lo descrisse come “un anziano signore distinto (…). Procuratore legale di buona stima nel territorio, […] non aveva mai avuto a che fare con interessi criminali, se non per doveri del suo ufficio”. In paese tutti lo consideravano semplicemente “una persona perbene”, un professionista onesto e al di sopra di ogni sospetto.
Figlio di una famiglia corleonese agiata, i Triolo erano “grossi possidenti e professionisti” in città, Ugo si era sempre tenuto lontano dai compromessi con i notabili locali legati alla mafia. Anzi, nel suo ruolo pubblico aveva spesso mostrato fermezza nel far rispettare la legge, anche a costo di inimicarsi personaggi potenti. Integerrimo e indipendente, Triolo era visto come “una personalità dotata di un prestigio autonomo e non direttamente controllabile dalla criminalità locale”, come scriverà molti anni dopo il GIP di Caltanissetta. Questa sua autorevolezza, unita alla determinazione a non piegarsi a nessun ricatto o intimidazione mafiosa, lo aveva forse esposto al rancore dei boss: dalle indagini successive emerse infatti che Triolo “non intendeva sottostare ad alcun ricatto”, men che meno a quelli provenienti dai mafiosi di Corleone.
Nel corso della sua carriera, Ugo Triolo si era trovato a maneggiare vicende delicate per gli interessi delle cosche. In passato, ad esempio, aveva ricoperto il ruolo di pubblico ministero in un procedimento penale (secondario ma simbolico) contro Luciano Liggio, il boss corleonese allora già detenuto: un impegno svolto con forse “troppo zelo” secondo alcuni, e che potrebbe non essere passato inosservato negli ambienti mafiosi. Nell’ultimo periodo di vita, inoltre, Triolo aveva ricevuto alcune avvisaglie inquietanti: confiderà il figlio Dario che il padre gli era parso stranamente teso, come se si sentisse seguito – “un giorno eravamo in macchina insieme e mio padre vide nello specchietto un uomo su una moto… lo vidi spaventato”, racconterà anni dopo Dario. Segnali, questi, che assumono un tragico significato retrospettivo: Ugo Triolo era entrato nel mirino di Cosa Nostra, diventando un bersaglio da eliminare.
Corleone negli anni ’70: un territorio insanguinato dalla mafia
Per comprendere il contesto in cui maturò l’omicidio Triolo, occorre immergersi nella Corleone degli anni Settanta, cuore della Sicilia occidentale. In quegli anni, questa cittadina agricola divenne uno dei principali teatri della violenza mafiosa: era l’epoca dell’ascesa dei “corleonesi”, il feroce clan capeggiato da Totò Riina e Bernardo Provenzano (eredi del boss Liggio). Una sanguinosa guerra di mafia era in corso sia contro le cosche rivali, sia contro esponenti delle istituzioni ritenuti scomodi. Feroci omicidi si susseguivano a ritmo impressionante, lasciando una scia di sangue per le strade del circondario.
Nel luglio 1977 il giovane corleonese Rosario Cortimiglia fu massacrato. Poche settimane dopo scomparve nel nulla (lupara bianca) un altro compaesano, Onofrio Palazzo. Nell’autunno di quello stesso anno vennero ritrovati assassinati Giovanni Palazzo, cugino di Onofrio, e Salvatore La Gattuta, quest’ultimo boss mafioso di un vicino paese; erano vittime legate al racket dell’abigeato, il traffico di bestiame rubato che da generazioni funestava quelle campagne. Un crimine di portata ancora maggiore scosse poi l’opinione pubblica: il 16 agosto 1977, in località Ficuzza (poco fuori Corleone), un commando mafioso trucidò a colpi di lupara il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo e un suo amico, mentre passeggiavano in un bosco. Le indagini sveleranno che a sparare in quell’agguato fu Leoluca Bagarella, uno dei più spietati killer dei Corleonesi. Russo, ufficiale impegnato contro Cosa Nostra, pagò con la vita il suo lavoro investigativo: stava infatti indagando su possibili infiltrazioni mafiose nei grandi appalti pubblici della zona (in particolare la costruzione delle dighe Garcia e Piano del Campo).
È in questo clima di terrorismo mafioso diffuso che matura l’omicidio di Ugo Triolo. Corleone e i paesi vicini vivevano una stagione di piombo: i corleonesi di Riina-Provenzano, già ribattezzati “le belve” per la loro ferocia, stavano consolidando con il sangue il proprio dominio su Cosa Nostra, eliminando chiunque rappresentasse un ostacolo. La morte di Triolo si inserisce dunque in una catena di “delitti eccellenti” ordinati dalla cupola mafiosa per affermare il controllo sul territorio. Basti pensare che esattamente un anno dopo, il 26 gennaio 1979, Cosa Nostra colpirà un’altra figura simbolica legata a questa storia: il giornalista Mario Francese, che era stato tra i primi a intuire la pericolosità del clan corleonese indagando proprio sul caso Triolo. Non a caso, come sottolineerà l’ex sindaco di Corleone Pippo Cipriani, “la sera stessa dell’omicidio di Triolo, Francese capì subito l’importanza di quel delitto… tanto è vero che dopo Triolo, la mafia colpì a morte Francese”. Il destino di questi due uomini onesti, legati dallo stesso tragico anniversario, testimonia quanto fosse aggressiva e arrogante in quegli anni la violenza dei mafiosi “viddani” (contadini) di Corleone.
Le ipotesi dietro il delitto: terra, appalti e sfide alla mafia
Sin dall’inizio, le autorità brancolano nel buio circa il moventedell’assassinio di Triolo. Col passare del tempo, tuttavia, emergono diverse ipotesi che provano a spiegare perché la mafia volesse liberarsi di questo incorruttibile vicepretore. Nessuna di esse ha trovato conferma definitiva in tribunale – nessuno è mai stato formalmente condannato per il delitto – ma tutte convergono su un punto: Triolo sarebbe stato ucciso a causa della sua integrità, per aver detto “no” alle pressioni di Cosa Nostra. Ecco le principali piste investigative emerse:
La questione del terreno e della diga
Triolo possedeva un vasto appezzamento di terra in contrada Poggio San Calogero, nelle campagne di Corleone. Su quel terreno insistevano sorgenti d’acqua che la Regione voleva convogliare nella progettata diga di Piano del Campo. L’avvocato aveva ottenuto regolare concessione trentennale per derivare quelle acque a uso irriguo. Ma i boss avevano messo gli occhi su quell’area strategica: “i ‘viddani’ di Corleone” miravano a controllare l’affare della nuova diga. In particolare, Totò Riina voleva che la costruzione dell’invaso fosse affidata a imprese “amiche” (come la ditta Costanzo di Catania) anziché ad aziende esterne. Già nel 1978 il pentito Giuseppe Di Cristina rivelò che la mafia voleva quel terreno e collegò l’omicidio Triolo a quello del colonnello Russo, entrambi maturati sullo sfondo degli interessi illeciti legati alla diga. Triolo, rifiutandosi di cedere la sua proprietà e ostacolando questi piani, avrebbe fatto “un affronto” ai boss, pagato con la vita.
Le denunce sugli abusi edilizi
In qualità di vice pretore, Triolo si era occupato anche di reati urbanistici e abusi edilizi nel territorio di Prizzi. Secondo la testimonianza del pentito Francesco Di Carlo, in un’occasione un notabile mafioso di Prizzi, tale Giovanni Vallone, si lamentò con Bernardo Provenzano per l’intransigenza di Triolo su certe vicende edilizie. Vallone chiese letteralmente di “eliminare Triolo, perché lo aveva ostacolato” nel loro giro di affari illegali. Il commento riportato dal pentito è assai rivelatore della mentalità mafiosa: “Lui è avvocato, dovrebbe fare quello che dice il paesano e non quello che dice la legge”. In altre parole, ai loro occhi Triolo aveva osato anteporre la legge ai “padrini” del luogo. Una colpa imperdonabile, che potrebbe aver decretato la sua condanna a morte.
Il “delitto preventivo” e il caso Puccio
Dodici giorni prima di Triolo, sempre a Corleone, era stato ucciso il giovane Marco Puccio – noto con il soprannome “Mercurifava” – coinvolto nel racket del bestiame rubato (abigeato). Emerge che Puccio era un cliente dell’avvocato Triolo: Ugo lo assisteva legalmente in quei frangenti. Gli inquirenti avanzarono il sospetto che il mafiosi avessero deciso di eliminare il vicepretore preventivamente, temendo che Puccio potesse aver confidato al suo avvocato informazioni scottanti. Se il giovane allevatore aveva rivelato dettagli sulle faide di abigeato o su mandanti mafiosi al suo legale, Triolo sarebbe potuto diventare un testimone pericoloso. Uccidendolo subito dopo Puccio, la cosca si sarebbe cautelata da possibili fughe di notizie: un’ipotesi suggestiva, definita appunto delitto “preventivo”, ma che non ha trovato riscontri probatori.
L’azione penale contro i boss locali
Un’ultima ipotesi riguarda l’attività giudiziaria di Triolo. Come accennato, tempo prima l’avvocato aveva svolto con scrupolo il ruolo di pubblico ministero in un processo minore contro il boss Luciano Liggio. Inoltre, in generale Triolo era noto per la sua “determinazione nel mantenere le sue posizioni” anche di fronte a imputati eccellenti. È possibile che i mafiosi locali abbiano interpretato la sua integerrimità come una sfida personale. Qualcuno, nella Corleone omertosa di quegli anni, arrivò persino a mettere in giro voci calunniose su Triolo dopo la morte, nel tentativo di sporcarne la memoria: c’era chi malignava di inesistenti “delitti passionali” o tradimenti interni alla mafia, gettando fango su quella vittima. Queste maldicenze orchestrate ad arte confermano quanto Triolo desse fastidio: la mafia non solo gli tolse la vita, ma provò pure a distruggerne la reputazione.
Nessuna di queste ipotesi è mai stata dimostrata al di là di ogni dubbio. Il vero movente dell’omicidio di Ugo Triolo resta dunque formalmente avvolto nel mistero, come sottolineato più volte dagli inquirenti e dalla stampa. Tuttavia, dal mosaico investigativo emerso negli anni si può trarre un quadro coerente: Triolo era un uomo che si opponeva ai soprusi di Cosa Nostra – fosse per un terreno strategico, per l’applicazione rigorosa delle norme o per semplice dirittura morale – e per questo i boss di Corleone lo condannarono a morte. La sua unica “colpa”, ha scritto il giudice Tona, fu “l’essere una persona perbene” in un contesto dominato dalla prepotenza mafiosa.
Indagini e processi: una verità giudiziaria a metà
L’omicidio Triolo rappresentò da subito un rompicapo per gli investigatori. Nel 1978 l’autorità giudiziaria competente, per legge, nei casi di delitti contro magistrati scattò la competenza della Procura di Caltanissetta, avviò le indagini, ma senza risultati tangibili per molto tempo. Per oltre un ventennio calò il silenzio su questo caso: “per oltre vent’anni di Ugo Triolo a Corleone nessuno parlò più”, scrive amaramente Dino Paternostro, e addirittura non vi era certezza ufficiale che fosse una vittima di mafia. Il fascicolo rimase irrisolto e archiviato provvisoriamente, mentre i riflettori mediatici si spegnevano.
Eppure, già nei primi anni ’80, alcuni collaboratori di giustizia avevano fornito indicazioni preziose. Nel 1984 il “pentito” Giuseppe Di Cristina, interrogato dai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fece mettere a verbale che i responsabili dell’omicidio Triolo erano i corleonesi Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Falcone e Borsellino inserirono questa notizia nell’ordinanza-sentenza del Maxiprocesso di Palermo (1986-87), riconoscendo implicitamente la matrice mafiosa dell’agguato. Qualche anno dopo, durante le maxi-indagini dei primi anni ’90, emersero altre conferme: i pentiti Francesco Di Carlo e Giovanni Brusca indicarono nuovamente in Riina e Provenzano i mandanti del delitto, e fecero i nomi del gruppo di fuoco che eseguì l’agguato, composto dai killer di fiducia dei boss corleonesi: Leoluca Bagarella, Antonino Marchese e Giovanni Vallone. In pratica, le dichiarazioni incrociate dei collaboratori delineavano lo scenariodel crimine: un omicidio ordinato dalla Cupola di Cosa Nostra, all’epoca saldamente in mano a Riina e Provenzano, ed eseguito materialmente dai loro uomini più spietati.
Nonostante tali elementi, non fu immediatamente possibile imbastire un processo. Si dovrà attendere la fine degli anni ’90 perché la vicenda Triolo torni all’attenzione della magistratura grazie anche alla pressione dell’opinione pubblica locale. Nel 2000, infatti, l’allora sindaco di Corleone Giuseppe “Pippo” Cipriani organizzò una cerimonia per intitolare una strada a Ugo Triolo e lanciò un appello affinché si riaprisse l’inchiesta su quel delitto dimenticato. A quella manifestazione parteciparono alte cariche istituzionali e fu un momento importante perché “riaccese i riflettori su un caso dimenticato”. Sull’onda di questa rinnovata attenzione, la Procura di Caltanissetta riprese le indagini e nel giro di pochi anni arrivò a una conclusione.
Nel 2003 il giudice istruttore Giovanbattista Tona firmò il provvedimento conclusivo: l’inchiesta sull’omicidio Triolo venne archiviata (in quanto i principali indagati erano tutti già deceduti o ergastolani per altri fatti), ma contestualmente il GIP sancì in modo chiaro la verità storica emersa. In quella ordinanza, Ugo Triolo veniva formalmente riconosciuto “vittima della mafia” a tutti gli effetti. Il giudice Tona mise nero su bianco i nomi dei presunti colpevoli, Riina, Provenzano, Bagarella, Marchese e Vallone, spiegando che le prove raccolte, sebbene non sufficienti a celebrare un processo (mancavano riscontri oggettivi oltre alle parole dei pentiti), delineavano un quadro univoco. “Il vice pretore onorario viene eliminato nel periodo in cui più sfrenata e arrogante si era fatta la violenza dei ‘liggiani’ (gli uomini di Liggio) per affermare la supremazia sul territorio”, scrisse Tona. In altri passaggi dell’ordinanza il GIP sottolineò come Triolo, figura di prestigio locale e uomo di legge stimato, costituisse per i boss un elemento non controllabile, che non cedeva ai loro ricatti. Il movente esatto del delitto, ammise Tona, resta difficile da individuare con certezza assoluta, “nessuna ipotesi è stata provata” in sede giudiziaria. Ma il fatto incontestabile emerso dall’indagine è che la causa scatenante fu il rifiuto di Triolo di piegarsi ai voleri mafiosi: “le indagini […] hanno chiarito che Triolo non intendeva sottostare ad alcun ricatto”, specialmente da parte dei corleonesi di Liggio-Riina che all’epoca spadroneggiavano.
Quell’archiviazione giudiziaria del 2003, pur non portando in tribunale i responsabili, rappresentò dunque una sorta di giustizia morale postuma. “Non è più un morto di nessuno, è una vittima della mafia”, annunciò il quotidiano La Repubblica commentando la decisione. Lo stesso ex sindaco Cipriani, che tanto si era speso per ottenere verità, salutò il provvedimento come un atto doveroso che “restituisce a Corleone un pezzo della sua storia” e “ridà giustizia a un uomo e alla sua famiglia”. Da allora, infatti, Ugo Triolo è entrato ufficialmente nell’elenco delle vittime innocenti di Cosa Nostra, con tutto il carico di memoria e riconoscimenti che ne consegue. La famiglia ha ottenuto lo status previsto dalla legge per i familiari delle vittime: lo stesso Dario Triolo è stato assunto presso la Regione Siciliana in quanto congiunto di vittima di mafia, un piccolo segnale di risarcimento morale e materiale per quel sacrificio. Solo qualche anno falo Stato italiano ha dunque riconosciuto a pieno titolo che Ugo Triolo fu ucciso per mano mafiosa. Nessun mafioso, va ribadito, ha scontato una pena specifica per questo omicidio – i vari Riina, Provenzano e complici stavano già scontando ergastoli per decine di altri delitti – ma almeno la verità è stata accertata e la dignità dello “smemorato” Triolo è stata restaurata agli occhi della collettività.
Memoria privata e impegno civile: la testimonianza che resta
La sera del 26 gennaio 1978 ha segnato indelebilmente la vita della famiglia Triolo. Dario, il figlio primogenito, allora diciottenne, visse in diretta quell’orrore. «Quella sera non la dimenticherò mai…», racconta con voce rotta. «Mi trovavo da una zia, in piazza San Domenico, e aspettavo che, come ogni sera, mio padre passasse per riaccompagnarmi a casa. Ma non lo vidi passare. Sentii invece dei colpi di pistola e mi precipitai fuori. Corsi verso casa e vidi mio padre insanguinato per terra, che ormai non respirava più…». In pochi attimi Dario perse un padre e un modello. «È stata un’esperienza traumatica, di quelle che ti lasciano il segno», confessa. «In questi trent’anni non sono ancora riuscito a capire perché hanno ucciso mio padre, perché sono stato privato di una figura per me così importante…». Parole che esprimono tutto il dolore di un figlio e l’assurdità di una perdita senza spiegazioni pienamente soddisfacenti. Per lungo tempo i familiari di Ugo Triolo hanno convissuto con questo vuoto e con l’amarezza di una verità negata. La vedova, la signora Lea Tamburello, rimase chiusa in un riserbo carico di sofferenza. In casa Triolo dell’omicidio si parlava a stento, come di una ferita impossibile da rimarginare. Solo molti anni dopo, grazie anche alle iniziative in memoria del vicepretore, quella ferita ha iniziato a rimarginarsi con la consolazione della verità storica.
Oggi Dario Triolo conserva con orgoglio il ricordo di suo padre. Ha voluto chiamare Ugo suo figlio, nato anni dopo, per trasmettere alle nuove generazioni l’esempio di integrità morale del nonno. «Sono orgoglioso della figura di mio padre», afferma Dario, «e mi auguro che mio figlio Ugo lo pensi sempre come un esempio di dirittura morale. Solo pensandolo così in tutti questi anni sono riuscito a colmare un po’ il vuoto che mi ha lasciato la sua assenza…». In queste parole c’è tutto il senso di una memoria familiare tenace, che non vuole disperdere l’eredità di valori lasciata da Ugo Triolo.
Anche la comunità civile e le istituzioni, seppur tardivamente, hanno reso omaggio a questo eroe silenzioso. A Corleone, dove un tempo regnava la paura, da qualche anno si cerca di voltare pagina e onorare chi ha pagato con la vita la fedeltà allo Stato. Già nel 2000, come visto, una via del paese era stata intitolata a Triolo; nel 2018, a quarant’anni esatti dal delitto, il Comune, allora commissariato per infiltrazioni mafiose, gli ha dedicato l’Auditorium della ex chiesa di Sant’Andrea, in pieno quartiere dei Riina. Proprio lì, nel gennaio 2018, si è svolta una sentita cerimonia in ricordo di Triolo e di Mario Francese, alla presenza di numerosi cittadini, studenti e autorità. In quell’occasione Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, ha partecipato alla nascita di una nuova associazione dei familiari delle vittime innocenti di mafia di Corleone. Un segnale importante: nella città simbolo dei boss, germoglia finalmente un impegno collettivo per la legalità e la memoria. Dal canto suo, ogni 21 marzo, Giornata nazionale della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie, il nome di Ugo Triolo viene solennemente letto assieme a quello di altre centinaia di caduti innocenti, affinchè il suo sacrificio non sia dimenticato.
Ugo Triolo era, in vita, un uomo schivo che “ha combattuto il cancro della mafia facendo semplicemente il proprio mestiere, senza clamore”. La sua storia, per anni poco nota fuori dal circuito locale, oggi viene finalmente raccontata come merita. Triolo appartiene a quella schiera di servitori dello Stato, magistrati, avvocati, amministratori, che hanno detto “no” alla mafia in tempi e luoghi in cui farlo poteva costare caro. Il suo esempio dimostra che persino nella Corleone che fu culla dei boss, vi sono stati corleonesi onesti che hanno tenuto la schiena dritta fino alla fine. La morte atroce che gli è stata inflitta non è riuscita nel proposito di farlo cadere nell’oblio: al contrario, col tempo la figura di Ugo Triolo brilla come quella di un uomo perbene e di un autentico servitore della giustizia, il cui ricordo continuerà a ispirare la società civile nella lotta contro la mafia.
Roberto Greco
26 Gennaio 1978 Corleone (PA). Ucciso Ugo Triolo, Vicepretore onorario di Prizzi.
Ugo Triolo, vice pretore onorario di Prizzi fu ucciso a Corleone il 26 gennaio del 1978 mentre stava rincasando. Furono nove i colpi di P38 sparati contro di lui. Solo due andarono a vuoto, gli altri sette lo colpirono al petto e alla testa, uccidendolo. Furono fatte tante ipotesi sulle motivazioni di questo assassinio, ma nessuna è stata mai provata. Si disse, per esempio, che l’avvocato era proprietario di un vasto appezzamento di terra in contrada «San Calogero», che interessava i mafiosi, ma che lui non voleva assolutamente vendere. Un pentito rivelò di aver sentito qualcuno chiedere a Bernardo Provenzano di eliminare Triolo perché lo aveva ostacolato in alcune vicende collegate a reati edilizi, da lui valutati nella veste di vice pretore « … Lui è avvocato, dovrebbe fare quello che dice il paesano e no quello che dice la legge». Un delitto, comunque, voluto direttamente dalla “cupola” di Cosa Nostra, saldamente in pugno ai “corleonesi” Riina e Provenzano ed eseguito dai killer più feroci di cui disponevano.
Articolo da La Sicilia del 20 Gennaio 2008
Ugo Triolo, un uomo perbene
di Dino Paternostro
L’avvocato era vicepretore onorario a Prizzi e fu ammazzato a Corleone il 26 gennaio del 1978. Solo qualche anno fa è stato riconosciuto che è una vittima di mafia, ma non si è mai riusciti a comprendere il vero movente dell’atroce delitto.
Era un freddo pomeriggio d’inverno. A Corleone, l’avvocato Ugo Triolo «aveva da qualche minuto comprato due pacchetti di sigarette nel centrale tabaccaio di piazza Garibaldi», avrebbe scritto un giornalista di razza come Mario Francese sul «Giornale di Sicilia» del giorno dopo. «Con al guinzaglio il suo affezionato barboncino nero – proseguiva l’articolo – il professionista, da circa quindici anni vicepretore onorario di Prizzi, ma nato e residente a Corleone, si era avviato lentamente per la via Roma, una strada in salita dove sono ubicati la pretura e il magistrale. Trecento metri percorsi spensieratamente fumando e giocando col suo Bull. Quindi, piazza San Domenico e poi il vicolo Triolo, coperto da un tetto ad arco che sbocca in via Cammarata. Proprio uscendo dal vicolo, al numero 49 di via Cammarata, è la casa dell’avvocato Triolo (…). Il professionista ha avuto il tempo di premere sul bottone del citofono. Ha risposto la moglie. Quindi, all’angolo della strada, a non più di due metri e mezzo, dove si apre la via Rua del Piano (in cui abita il luogotenente di Luciano Liggio, il latitante Totò Riina) qualcuno l’ha chiamato. “Ugo, Ugo…”. Il professionista si è voltato, avrà visto qualcuno dinnanzi a lui con una pistola in pugno. Ha avuto il tempo di alzare le mani, come per proteggersi il viso. In quel momento un lugubre rosario di colpi…».Furono nove i colpi di P38 sparati contro l’avvocato Triolo. Solo due andarono a vuoto, gli altri sette lo colpirono al petto e alla testa, uccidendolo. Erano le 17.40 del 26 gennaio 1978. Quando la moglie, col cuore in gola, aprì il portone di casa, il suo corpo rantolante quasi le cadde addosso, facendola urlare dal dolore.
Chi poteva avere interesse ad assassinare – e per giunta in maniera così plateale, con nove colpi di pistola sparatigli in faccia – una persona perbene come l’avvocato Ugo Triolo? Uno che, secondo un altro giornalista di razza come Pippo Fava, «non aveva mai avuto a che fare con interessi criminali, se non per doveri del suo ufficio». Un aiuto per rispondere a questi interrogativi lo diedero i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che, nell’ordinanza sentenza del maxi-processo, trascrissero la dichiarazione di un collaboratore di giustizia ante-litteram, Giuseppe Di Cristina. «Riina Salvatore e Provenzano Bernardo, soprannominati per la loro ferocia “le belve” – dettò a verbale il “pentito” – sono gli elementi più pericolosi di cui dispone Luciano Liggio. Essi, responsabili ciascuno di non meno di quaranta omicidi, sono gli assassini del vice-pretore onorario di Prizzi». A questa si aggiunsero anche le dichiarazioni dei pentiti Francesco Di Carlo e Giovanni Brusca, che indicarono in Riina e Provenzano i mandanti dell’omicidio e in Leoluca Bagarella, Antonino Marchese e Giovanni Vallone il “gruppo di fuoco” che gli tese l’agguato la sera del 26 gennaio 1978. Un delitto, dunque, voluto direttamente dalla “cupola” di Cosa Nostra, saldamente in pugno ai “corleonesi” Riina e Provenzano ed eseguito dai killer più feroci di cui disponevano, in primo luogo quel “Luchino” Bagarella, che di Riina era il cognato. Furono fatte tante ipotesi, ma nessuna è stata mai provata. Si disse, per esempio, che l’avvocato era proprietario di un vasto appezzamento di terra in contrada «San Calogero», che interessava i mafiosi, ma che lui non voleva assolutamente vendere.
Il pentito Di Carlo, invece, ha svelato che negli uffici di una società di trasporti di via Leonardo da Vinci a Palermo, un certo Vallone di Prizzi «chiese a Bernardo Provenzano di eliminare Triolo, perché lo aveva ostacolato in alcune vicende collegate a reati edilizi, da lui valutati nella veste di vice pretore (…).
Lui è avvocato, dovrebbe fare quello che dice il paesano e no quello che dice la legge». L’ avvocato Triolo – è un’altra ipotesi – fu ucciso 12 giorni dopo Marco Puccio, un suo cliente accusato di abigeato. Forse, è un’ ipotesi degli inquirenti, la vittima si era confidata con il legale? Infine, si disse pure che Triolo aveva svolto con “troppo zelo” il ruolo di pubblico ministero in un processo minore contro Luciano Liggio. Comunque, per oltre vent’anni di Ugo Triolo a Corleone nessuno parlò più. E non c’era nemmeno la certezza che fosse una vittima innocente di mafia.
Articolo pubblicato da La Repubblica del 19 Luglio 2000
Quell’omicidio non risolto di 22 anni fa
di Giuseppe Francese (Figlio di Mario Francese)
È un freddo pomeriggio del 26 gennaio 1978. L’avvocato Ugo Triolo sta per rincasare nella sua abitazione di via Cammarata, a Corleone. Ha appena premuto il bottone del citofono di casa quando, da dietro, qualcuno lo chiama. Il professionista si volta: due killer lo freddano con nove colpi di P 38. Moriva così Ugo Triolo, per quindici anni vice pretore onorario di Prizzi, uomo integerrimo che non aveva mai avuto nessun riguardo per i boss. Da quel lontano 26 gennaio 1978 non si sa più nulla di questo omicidio: dimenticato. Rimane uno dei pochi delitti eccellenti mai menzionati dai collaboratori di giustizia, con una sola eccezione. Il 16 aprile 1978 Giuseppe Di Cristina, mafioso di Riesi, faceva alcune rivelazioni al capitano dei carabinieri Pettinato: attribuì ai «corleonesi» il duplice agguato di Ficuzza in cui persero la vita il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo e il suo amico Filippo Costa. E poi anche l’uccisione di Ugo Triolo: sarebbe stato assassinato perché non aveva voluto cedere ai mafiosi un suo terreno. Per il duplice omicidio di Ficuzza si è giunti, dopo tante vicissitudini giudiziarie e clamorosi depistaggi, alla sentenza del 25 gennaio 1995. Per l’omicidio di Ugo Triolo è ancora buio fitto nelle indagini, che sono di competenza della Procura di Caltanissetta. Proviamo allora a svelare un mistero lungo più di vent’anni. Chi e perché voleva la cessione del fondo e soprattutto di quale fondo si tratta? Ugo Triolo era proprietario di un vasto appezzamento di terra sito nel vallone Poggio San Calogero. Aveva chiesto e ottenuto la concessione trentennale, a partire dal 29 ottobre 1974, per la deviazione dell’acqua da due sorgenti della zona. Ma era arrivata l’opposizione del Consorzio di Bonifica Alto e Medio Belice. Le acque di quel terreno avrebbero dovuto alimentare la diga di Piano Campo, progettata sin dagli anni Settanta, ma poi, mai realizzata. E anche la diga Garcia usufruiva di quell’acqua. Di recente, i pentiti hanno svelato ai magistrati di Palermo quali interessi della mafia si celavano dietro il progetto per Piano Campo. Secondo Angelo Siino, l’ex ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra, «il movente dell’omicidio del colonnello Russo è da ricercare nelle indagini che l’alto ufficiale aveva svolto nella costruzione della diga Garcia e nel suo interessamento per far aggiudicare i lavori della costruzione della diga Piano Campo alla impresa Saibeb. Era sembrato quasi un affronto, una vera e propria onta per Riina e il clan dei corleonesi». Balduccio Di Maggio ha aggiunto: «Riina stesso mi disse che dato che nella nostra zona non c’erano imprese in grado di concorrere a una tale opera, l’unica soluzione possibile era quella di farla aggiudicare alla ditta Costanzo di Catania». E Giovanni Brusca: «Per volontà di Riina, era stato stabilito che l’appalto andasse a Costanzo e Lodigiani». A questo punto qualche domanda è d’obbligo: perché per la mafia era così importante quel terreno da non esitare a uccidere l’avvocato Ugo Triolo? Quel no alla mafia quali subdoli affari andava a contrastare? Che cosa si cela dietro quel terreno? Tanti interrogativi. Nessuna risposta: da ventidue anni soltanto mortificanti silenzi e sono silenzi che fanno male. Forse adesso il mistero dell’uccisione di Ugo Triolo e della mancata costruzione della diga di Piano Campo potrebbero essere svelati. Esattamente un anno dopo la morte del vice pretore onorario di Prizzi, il 26 gennaio del ’79, veniva assassinato il giornalista Mario Francese, che con i suoi articoli e le sue inchieste aveva denunciato quali affari la mafia faceva nella valle del Belice.
Articolo di La Repubblica del 24 Settembre 2003
‘Triolo assassinato dalla mafia’
di Salvo Palazzolo
Sono dieci, forse più, ma nessuno ricorda il loro nome. Non c’ è una lapide, una strada che dica: «Ecco i morti di Corleone, gente perbene uccisa dalla mafia». Sono diventate vittime di serie B, senza memoria né giustizia: l’ imprenditore, l’ avvocato, il comandante delle guardie campestri, l’ agricoltore. La precedente amministrazione comunale di Corleone, retta da Giuseppe Cipriani, aveva chiesto alla magistratura di tornare ad indagare. E adesso è arrivata una prima risposta: l’ avvocato Ugo Triolo, il vicepretore onorario di Prizzi assassinato il 26 gennaio 1978, non è più un morto di nessuno. è una vittima della mafia, ha scritto il gip di Caltanissetta Giovanbattista Tona. Il provvedimento firmato dal magistrato è di archiviazione per i presunti killer e i mandanti, Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, Antonino Marchese e Giovanni Vallone: le dichiarazioni dei pentiti Francesco Di Carlo e Giovanni Brusca non sono bastate. Ma è un’ archiviazione che questa volta vale tanto: «Restituisce a Corleone un pezzo della sua storia – dice l’ ex sindaco Cipriani – e soprattutto ridà giustizia a un uomo e alla sua famiglia». «Il vice pretore onorario viene eliminato – così scrive il giudice Tona nel suo provvedimento – nel periodo in cui più sfrenata e arrogante si era fatta la violenza dei “liggiani” per affermare la supremazia sul territorio». Triolo aveva la colpa di essere una persona perbene: «Era di un certo prestigio a Corleone – è ancora il gip di Caltanissetta che illustra le sue conclusioni – era un proprietario terriero, apparteneva ad una famiglia di grossi possidenti e di professionisti, svolgeva il ruolo di magistrato onorario e come avvocato poteva essere nel paese il destinatario di richieste di consigli, anche non solo legali». Le indagini non hanno accertato con esattezza il movente del delitto. Hanno però chiarito che Triolo non intendeva sottostare ad alcun ricatto. Soprattutto quelli degli uomini di Liggio, che dopo aver fatto fuori la cosca di Michele Navarra, erano i nuovi padroni. Il pentito Di Carlo ha svelato: «Ero presente, negli uffici della società di trasporti di via Leonardo da Vinci, quando Vallone chiese a Bernardo Provenzano di eliminare Triolo, perché lo aveva ostacolato in alcune vicende collegate a reati edilizi, da lui valutati nella veste di vice pretore». Provenzano e Vallone discutevano animatamente del caso, almeno così racconta il pentito: «Lui è avvocato, dovrebbe fare quello che dice il paesano e no quello che dice la legge». I magistrati hanno fatto i loro riscontri, le accuse di Francesco Di Carlo richiamavano quelle di un altro pentito, Giuseppe Di Cristina, che a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino parlò delle due «belve» di Corleone, Riina e Provenzano: «Sono gli assassini di Triolo», disse. Le accuse dei pentiti non sono bastate per imbastire un processo. I magistrati di Caltanissetta hanno scavato nel passato, alla ricerca di un movente, hanno ripreso in mano anche gli articoli di Mario Francese, il cronista del “Giornale di Sicilia” che fu ucciso esattamente un anno dopo Triolo, il 26 gennaio ’79. Le sentenze hanno condannato Riina e Provenzano per l’ omicidio del giornalista. I carabinieri non hanno smesso di cercare. Gli avvocati dell’ amministrazione comunale, Mario Milone e Carmelo Franco, hanno seguito passo passo le nuove indagini. L’ avvocato Triolo fu ucciso dodici giorni dopo Marco Puccio, un suo cliente accusato di abigeato: forse, è un’ ipotesi degli inquirenti, la vittima si era confidata con il legale. Ogni testimone sentito in questi vent’ anni dai giudici ha parlato della «determinazione» del vicepretore «nel mantenere le sue posizioni»: «Una personalità – ha scritto il gip – dotata di un prestigio autonomo e non direttamente controllabile dalla criminalità locale». «Adesso Corleone deve chiedere verità per tutte le altre vittime – dice Cipriani – la mafia di Corleone, impersonata da Provenzano, latitante da 40 anni, è ancora un’ ipoteca per la nostra democrazia».
Fonte: palermotoday.it
Articolo del 26 gennaio 2018
La raffica di proiettili, una morte nell’oscurità: 40 anni fa l’omicidio dell’avvocato Ugo Triolo
Fu ucciso dalla mafia, era il 26 gennaio 1978: tra i primi ad arrivare sul posto fu Mario Francese, eliminato da Cosa nostra a un anno esatto di distanza. Le indagini non hanno accertato con esattezza il movente del delitto ma hanno chiarito che Triolo non intendeva sottostare ad alcun ricatto.
Quaranta anni fa la mafia uccideva l’avvocato Ugo Triolo. Era il 26 gennaio 1978. L’omicidio avvenne in via Cammarata, a Corleone. Triolo, vice pretore onorario di Prizzi ha appena premuto il bottone del citofono di casa quando, da dietro, qualcuno lo chiama. Il professionista si volta: due killer lo freddano con nove colpi di P 38. Moriva così Ugo Triolo, uomo integerrimo che non aveva mai avuto nessun riguardo per i boss. Da quel lontano 26 gennaio 1978 non si sa più nulla di questo omicidio: dimenticato.
Le indagini non hanno accertato con esattezza il movente del delitto. Hanno però chiarito che Triolo – che a Corleone era considerato il simbolo della giustizia – non intendeva sottostare ad alcun ricatto. Qualcuno in passato ha ipotizzato che l’avvocato era stato assassinato perché non aveva voluto cedere ai mafiosi un suo terreno. Triolo era proprietario di un vasto appezzamento di terra nel vallone Poggio San Calogero, le cui acque avrebbero dovuto alimentare la diga di Piano Campo, sui quali aveva messo gli occhi la mafia corleonese. Ma a distanza di 40 anni la morte di Triolo è rimasta nell’oscurità. Ciò che è sicuro è che è una vittima della mafia, come ha scritto il gip di Caltanissetta.
Tra i primi ad indagare sull’omicidio fu il cronista del Giornale di Sicilia Mario Francese, ucciso dai Corleonesi esattamente un anno dopo, il 26 gennaio del 1979. Per ricordare entrambe le figure i Comuni di Corleone e Palermo ed il comitato “26 gennaio” organizzano oggi alle 10.30 un incontro nella chiesa di Sant’Andrea in via Cammarata con il commissario straordinario Giovanna Termini, il prefetto Antonella De Miro, don Luigi Ciotti, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il giornalista Francesco Viviano, già procuratore aggiunto Leonardo Agueci, Dario e Fabrizia Triolo (figli del pretore ucciso), Giulio Francese (figlio di Mario, nonché presidente dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia), il docente Girolamo Lo Verso e Pippo Cipriani. Nel 2001 proprio Cipriani – allora sindaco di Corleone – chiese alla magistratura di riaprire il caso.
All’iniziativa hanno aderito l’Università di Palermo, Libera, l’Ordine dei giornalisti, il Consorzio Sviluppo e legalità, la Cgil, l’Unione magistrati onorari, il Cidma, il Rotary club Corleone, l’associazione Laboratorio della legalità, il Centro culturale “Il Germoglio”, il consiglio dell’Ordine degli avvocati di Termini Imerese, Legambiente Corleone e gli istituti scolastici “Don Calogero Di Vincenti” di Bisacquino e “Don Colletto” di Corleone.
