CARLA DEL PONTE

 

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Magistrato svizzero (n. Lugano 1947). Dopo aver studiato diritto a Ginevra, ha iniziato ad esercitare la professione di avvocato a Lugano, dove nel 1981 è stata nominata giudice istruttore. È quindi stata procuratore del Canton Ticino (1985) e procuratore generale della Svizzera (1994). Nel 1999 è diventata procuratore del Tribunale penale internazionale per l’ex Iugoslavia (ICTY) e del Tribunale penale internazionale per il Ruanda (ICTR). Durante il suo mandato, il primo ministro serbo Z. Djindjić ha consegnato l’ex presidente della Iugoslavia S. Milošević all’ICTY aprendo la lunga fase del processo per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio per le guerre in Bosnia, Croazia e Kosovo. Nel sett. 2003 le è stato rinnovato il mandato di procuratore dell’ICTY. La morte di Milošević, sopraggiunta nel marzo 2006 per cause naturali, ha portato all’estinzione dell’azione penale, chiudendo di fatto il processo senza una vera sentenza. TRECCANI


Carla Del Ponte: “Cene e cinema, solo qui a Lugano si sentiva libero”

 

“Lo ripeteva spesso, “la mafia, e non solo la mafia, mi ucciderà”. Ma non aveva paura”. L’ex procuratore svizzero Carla Del Ponte ricorda così Giovanni Falcone.

Quando ha visto il giudice per la prima volta?
“Io ero appena entrata in magistratura a Lugano, avevo 27 anni, arrivarono delle rogatorie da Palermo di un certo giudice Falcone. Eravamo nell’84. Le affidarono a me, perché ero la più giovane e nessuno voleva occuparsi di inchieste straniere. La novità assoluta era che Falcone venne in procura di persona per assistere alla procedura”.

E che impressione le fece?
“Mi colpì che per la prima volta un magistrato straniero sapesse leggere la nostra documentazione bancaria. Era un profondo conoscitore della mafia, si vedeva subito. Tutto quello che oggi so di Cosa nostra l’ho imparato da lui. E da Falcone ho “copiato” anche il metodo per fare gli interrogatori, perché il suo era del tutto particolare “.

E sarebbe?
“Si sedeva davanti al teste, lo studiava per tre, quattro minuti, per capire chi aveva di fronte e quale sarebbe stata la via migliore per ottenere il massimo delle informazioni. Poi partiva un fiume di domande poste però con un tono sempre sereno”.

Ma non s’arrabbiava mai?
“Raramente. Io ho assistito a tantissimi interrogatori, ma l’ho visto in collera solo due volte. Ma quando succedeva si arrabbiava proprio di brutto”.

Ci può dire con chi è successo?
“Purtroppo sono ancora legata al segreto istruttorio, posso solo dire che, nel caso di un imputato, lo vidi sbiancare in faccia, certamente si spaventò, ma tenne duro e non riuscimmo ad ottenere quello che avremmo voluto. Ancora oggi penso che quella persona potrebbe aver avuto un ruolo nella sua morte “.

Quanto è durata, da quel 1984, la vostra collaborazione?
“Fino alla sua morte. Falcone veniva spesso a Lugano perché seguiva personalmente le fasi delle nostre verifiche bancarie. Poi interrogava i testi e da qui nascevano ulteriori sviluppi. Io, a mia volta, bloccavo i conti, ma per poterli confiscare, dovevo anche interrogare i titolari, tutti mafiosi ovviamente. Ma lui più volte mi ha chiesto di rimandare i miei viaggi per questioni di sicurezza e perché circolavano brutte lettere anonime. Preferiva venire a Lugano dove riusciva anche ad avere dei momenti di libertà rispetto alla vita già blindata che faceva in Sicilia”.

Com’erano quelle serate?
“Falcone non era mai solo, veniva con i suoi collaboratori, mi ricordo per esempio di Ninni Cassarà e di Antonio Manganelli. Quelle serate diventavano anche una piccola festa. Andavamo a cena. Falcone era un’appassionato di cinema e a Lugano, in quegli anni, dopo le dieci di sera, c’erano solo dei film molto commerciali, ma lui ci voleva andare lo stesso. Qui in Svizzera poteva vivere una vita normale che ormai a Palermo gli era preclusa”.

La vostra collaborazione è passata alla storia delle indagini italiane per l’aspetto economico. Che poi tornerà prepotente con Mani pulite. Ma qual è stata l’intuizione di Falcone in questo campo?
“C’erano due aspetti importantissimi. Il primo probatorio, perché con i soldi di provenienza illecita c’era la prova del reato. E poi quegli stessi soldi venivano confiscati e quindi sottratti alla mafia e a un successivo investimento in altre attività sporche”.

Come mai in quel giugno dell’89 lei andò a Palermo e sarebbe dovuta andare a fare il bagno nella casa al mare di Falcone all’Addaura?
“Questo è sicuramente il capitolo più noto dei miei rapporti con Falcone, anche perché sono stata sentita più volte nel processo. Sono scampata all’attentato solo perché non ero mai stata a Palermo, era la prima volta e volevo visitare la città. Lo dissi a Giovanni: “Ti dispiace se anziché venire da te a fare il bagno vado a farmi un giro?”. Mi disse di sì, e solo per questo adesso sono ancora viva”.

Cosa le disse Falcone?
“Sono passati 28 ma ricordo ancora nitidamente che mi vennero a prelevare dell’albergo di prima mattina. Ebbi pochi minuti per fare i bagagli e subito mi portarono in tribunale. Nel bunker mi aspettava Giovanni, era molto preoccupato, mi disse che dovevo lasciare subito la Sicilia e che questo attentato non era solo frutto della mafia”.

Negli anni seguenti parlò ancora con lui dell’Addaura?
“Sì certo, molte volte. E ogni volta mi ripeteva che dietro quella bomba c’erano menti raffinatissime che volevano colpirlo”.

Ebbe mai l’impressione che Falcone avesse paura di morire?
“No, mai. La sua preoccupazione era che potesse morire chi si fosse trovato con lui in quel momento, perché, come ripeteva assai spesso, la mafia, e non solo la mafia, avrebbe cercato ancora di ucciderlo”.

Lei però ha continuato a vederlo anche quando si era trasferito a Roma…
“Sì, certo. Io non ero più a Lugano, ero diventata procuratore generale a Berna, e avevamo un rapporto diretto per la collaborazione tra Italia e Svizzera in materia di indagini bancarie e rogatorie. Sono venuta a Roma molte volte. Anche se non avevo questioni particolari da discutere con lui, comunque passavo a salutarlo. Uscivamo insieme a cena e negli ultimi tempi voleva a tutti i costi guidare. Mi sedevo accanto a lui e devo confessare che era davvero un pessimo guidatore, ormai era fuori esercizio, non rispettava i segnali e più volte abbiamo rischiato di andare a sbattere. Al punto che, una volta, gli dissi ridendo: “Altro che la mafia, qui sei tu che stai rischiando di uccidermi…” “.


16.10.2011 «La mia vita, la rifarei tutta quanta!»

Carla del Ponte, già procuratrice capo del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ed ex ambasciatrice svizzera in Argentina, è sempre sulla cresta dell’onda. In un incontro con swissinfo.ch, la ticinese parla della sua nuova vita di “giovane pensionata”, lontana dalle luci della ribalta.

 

Gemma d’Urso, Lugano, swissinfo.ch 2011

«A dir il vero avevo in mente di migliorare il mio handicap a golf, ma non ne ho ancora avuto il tempo. Sono molto occupata a girare le università, dove mi chiamano come esperta dell’applicazione del diritto penale internazionale. Intervengo soprattutto negli atenei europei e posso rendere i giovani studenti in giurisprudenza partecipi della mia esperienza in materia».

Ci risponde così Carla del Ponte, incontrata a Lugano in occasione della Giornata cantonale della persona anziana (6 ottobre), alla domanda su come passa le sue giornate da quando è entrata ufficialmente in pensione, all’inizio di quest’anno.

Molto applaudita al termine della sua relazione “I tribunali internazionali: giustizia per le vittime e contributo di pace e riconciliazione” tenuta al Palazzo dei Congressi di Lugano davanti a oltre 600 persone, Carla del Ponte in gran forma, sorridente ed abbronzata non si è sottratta al bagno di folla. Tantissimi i suoi ammiratori, in questo caso quasi tutti anziani, membri dell’Associazione ticinese della terza età che non le hanno risparmiato i complimenti, spesso anche in dialetto: «Brava Carla, avanti così, il tuo coraggio ci fa onore!»

Un ritorno alle origini dopo tanto girovagare

Chiusa la carriera professionale ufficiale con una parentesi diplomatica in un’esistenza tutta consacrata alla carriera di magistrato – «sono e rimango una procuratrice nell’anima» – come ambasciatrice svizzera a Buenos Aires, la valmaggese di nascita Carla del Ponte ha fatto rientro in Ticino, «dove si sta molto bene» sottolinea.

Un ritorno alle proprie radici mai dimenticate, agli affetti di famiglia, agli amici dopo tanto girovagare per il mondo: «Ora posso anche permettermi di invitare mio figlio a pranzo a casa mia, anche se non sono mai stata una buona cuoca», scherza. Mario, suo figlio unico ha ormai 34 anni. La sua carriera universitaria lo ha portato verso altri lidi, quelli cinematografici e lavora alle dipendenze del Festival internazionale del film di Locarno.

Parliamone di quella parentesi diplomatica intrapresa nel 2007 dopo la non rielezione a procuratore capo del Tribunale per i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia (TPI) e in Ruanda – «ed è proprio il fatto di aver anche voluto perseguire penalmente chi in Ruanda è adesso al potere che mi è costato il posto», ha detto l’ex-procuratrice durante il suo intervento.

«È vero», ammette Carla del Ponte, «che per insediarmi come ambasciatrice in Argentina ho dovuto sottopormi ad un apprendimento totale della diplomazia. Sono però stata aiutata dalla conoscenza delle ambasciate, maturata durante gli anni trascorsi come capo del TPI all’Aia».

Indipendentemente dai piccoli malintesi sorti con il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) in merito alla pubblicazione del suo libro autobiografico «La caccia – Io e i criminali di guerra», l’ex ambasciatrice parla con entusiasmo del suo impegno in Argentina. «Ho così potuto imparare lo spagnolo, una lingua che non conoscevo e ho scoperto un paese meraviglioso».

Tornando al libro, scritto in inglese con la collaborazione del giornalista americano Chuck Sudetic e la cui promozione mentre era in carica a Buenos Aires le era valsa un ammonimento, è stato tradotto in molte lingue e continua ad essere venduto in tutto il mondo. «Ciò mi rende molto felice in quanto i diritti d’autore sono interamente versati alla Fondazione Giovanni Falcone», precisa la sua autrice.

Una fondazione costituita da Maria Falcone, sorella del procuratore siciliano assassinato dalla mafia nel maggio 1992 e di cui Carla del Ponte è membro. «Si occupa di tenere vivo il ricordo di Giovanni con seminari organizzati annualmente a Palermo e di sostenere i giovani», spiega quella che fu non soltanto collega, ma anche amica e «allieva», come dice lei, del «giudice Falcone».

«Rifarei tutto, senza nessuna esitazione»

«La mia collaborazione con lui, quando lavoravo come procuratrice a Lugano, è stata una scuola d’insegnamento e di vita, sono stati anni intensi e molto belli che non scorderò mai», racconta la ticinese che, accanto al magistrato siciliano, aveva rischiato la morte nel 1989 sulla costa dell’Addaura vicino a Palermo dove una bomba piazzata nei pressi della casa di mare di Falcone era stata disinnescata giusto in tempo dagli artificieri.

Carla del Ponte ha quindi apprezzato tutte le tappe della sua ricchissima vita professionale: dopo Lugano, la nomina a procuratrice della Confederazione le ha permesso di confrontarsi con il mondo politico: «A Berna ho imparato tanto e ho maturato un’esperienza che mi è stata poi molto utile all’Aia».

Nessun rimpianto quindi, rifarebbe tutto da capo? «Eccome, rifarei tutto quanto, dall’inizio alla fine, senza nessuna esitazione!». Si congeda su quest’ultima battuta, impronta all’ottimismo e alla determinazione che l’hanno sempre caratterizzata.


 

Carla Del Ponte: “Quando a Ginevra mi ‘processarono’ i bancheri. Ma difendo le banche e sono contro lo scambio automatico. E Sull’ISIS? È un anno e mezzo che lo diciamo”

 

BESSO – Da ragazza, a Bignasco, il suo paese, andava a caccia di vipere con i fratelli. Poi ha deciso di andare a caccia di criminali. In casa ha puntato i piedi e ha preteso di fare anche lei l’università, come i suoi fratelli. Inizialmente pensava di seguire le loro orme, iscrivendosi a medicina. Poi ha optato per diritto, “perché durava solo quattro anni”.
E per studiare, Carla Del Ponte ha scelto Ginevra, perché era più “divertente di Berna”. Sul Lemano ha trovato un professore che le ha fatto amare il diritto penale, ha detto giovedì, raccontandosi a Besso durante una serata organizzata dalla Corsi nell’ambito del ciclo ‘donne e media’.
Quando è tornata in Ticino Carla Del Ponte ha iniziato a fare l’avvocato – “e ho anche fatto un paio di rogiti notarli” -, ma il suo sogno era diventare magistrato. E così fu. Prima giudice istruttore, poi procuratore pubblico del Sottoceneri, perché allora il Ministero era diviso in due “giurisdizioni”.
Aveva già un figlio piccolo, allora. E quando si presentò di fronte alla Commissione che vagliava gli aspiranti magistrati una commissaria (non dice chi) le chiese: “Signora Del Ponte, ma lei fa conto di avere altri figli?”. Come dire: se risponde di sì la scartiamo… Altro che quote rosa!
Quando ha indossato la “toga” di pubblico accusatore si è fatta subito notare. Si è specializzata in criminalità finanziaria e, negli anni, ha stretto legami con diversi magistrati italiani, Giovanni Falcone e il pool antimafia prima, Ilda Boccassini e il pool di Mani Pulite in seguito. A un certo punto è spuntato un soprannome: Carlina La Peste. “Fu Giuliano Bignasca ad affibbiarmelo – ricorda -. Una volta lo avevo arrestato, per pochi giorni soltanto. Quando fu rimesso in libertà venne da me e mi disse: ‘Signora la ringrazio perché mi ha fatto fare quattro giorni di vacanza’. Alla fine avevamo un buon rapporto”.

Le indagini di Carla Del Ponte, i suoi rapporti diretti con i magistrati italiani, non erano ben visti da tutti. “Quando ero procuratrice in Ticino non mi sono mai sentita sotto pressione da parte del mondo economico o di una certa parte di esso – ha raccontato -. Ma dopo che sono diventata procuratrice generale della Confederazione i banchieri di Ginevra mi hanno convocata. Ricordo che erano diciassette direttori di banche e mi dissero: ‘Lei, Del Ponte, sta rovinando l’economia svizzera, perché l’80% dei soldi che gestiamo qui a Ginevra sono provento di evasione fiscale.Sbagliate, ho detto loro e adesso abbiamo la prova che avevo ragione. Io difendo le banche, perché sono un pilastro della nostra economia, e sono contraria allo scambio automatico di informazioni, ma bisognava reagire allora per evitare che le cose precipitassero com’è poi avvenuto”.
“La corruzione è come l’ebola: intacca il tessuto dell’economia. Ho proposto di inserirlo tra i crimini da perseguire a livello internazionale, perché quando corrotti sono i governi i singoli stati non hanno gli strumenti per combattere il fenomeno”.
Carla Del Ponte ha parlato della sua azione come procuratrice generale del Tribunale dell’Aja per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia. Di quando, nelle strade di Belgrado si trovò “accolta” da una miriade di “Karla puttana” scritta a spray sui muri e sui manifesti pubblicitari. Se in Olanda fu Kofi Annan a chiamarla, prima, a Berna, era stato Arnold Koller.
“Entrambi mi diedero solo una settimana di tempo per decidere”.
Adesso continua a lavorare nella Commissione indipendente dell’ONU che si occupa dei crimini commessi in Siria. “Mi dissero che era un impegno di pochi mesi, quando accettai l’incarico. Sono passati tre anni… Comunque, in vita mia non ho mai visto cose così terribili come le ho viste in Siria, o nell’ospedale che ho visitato in Giordania dove sono ricoverati i ragazzini che sono stati mandati a combattere. Bambini, quasi, mutilati… E poi le torture… Là ti uccidono torturandoti fino alla morte…”.
E poi c’è l’ISIS, un nuovo mostruoso soggetto che si è affacciato in Medioriente. “Già nel maggio dell’anno scorso avevamo segnalato nei nostri rapporti che sarebbe divenuto un grave problema sul fronte del terrorismo”. di MB 18 OTTOBRE 2014 LIBERATV.CH


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