La deposizione odierna di Valter Lavitola davanti ai giudici del Riesame aggiunge un nuovo strato a una vicenda già complessa, dove cronaca giudiziaria, rapporti personali e narrazioni mediatiche si intrecciano fino a diventare quasi indistinguibili. Secondo i suoi avvocati, Lavitola avrebbe sostenuto di aver agito per proteggere Ranucci da un presunto attentato di cui era venuto a conoscenza, arrivando perfino a sollecitare un rafforzamento della scorta del giornalista.
Lavitola non si presenta come un uomo che trama, ma come un uomo che avverte un pericolo e cerca di evitarlo. Questa auto-rappresentazione ha due effetti immediati: sposta l’attenzione dal movente politico — che la Procura ritiene plausibile — a un movente personale e quasi altruistico; costruisce una narrativa dove l’imputato non è un soggetto che minaccia, ma un soggetto che salva.
È una strategia difensiva nota: trasformare l’azione contestata in un gesto di tutela, ribaltando la logica dell’accusa. Ma resta una domanda inevitabile: perché un uomo come Lavitola avrebbe dovuto farsi carico della sicurezza di un giornalista?
La risposta arriva dallo stesso Lavitola: “Con Ranucci c’era un grande rapporto di amicizia e speravo che questo rapporto potesse riabilitare anche la mia figura con un riscatto sociale per me”.
Qui la vicenda giudiziaria si intreccia con un elemento umano e, insieme, profondamente mediatico: il bisogno di riabilitazione pubblica.
Lavitola sembra descrivere Ranucci come una sorta di “ponte” verso una nuova legittimazione sociale. Non un alleato politico, non un complice, ma un simbolo: il giornalista d’inchiesta rispettato, il volto televisivo credibile, l’uomo che — nella percezione di Lavitola — avrebbe potuto contribuire a ripulire la sua immagine.
È un meccanismo frequente nella comunicazione contemporanea: quando la reputazione è compromessa, ci si aggrappa a figure pubbliche percepite come “moralmente forti” per tentare una risalita.
Gli avvocati insistono: Ranucci non ha mai voluto entrare in politica; non c’era alcun progetto politico comune; il movente politico sarebbe “insussistente”.
Se questo fosse confermato, la ricostruzione della Procura perderebbe uno dei suoi pilastri. Ma il punto non è solo giudiziario: è narrativo.
La versione di Lavitola, però, presenta un rischio evidente: trasformare una vicenda potenzialmente grave in una storia di amicizia, protezione e riscatto.
È una narrazione che può risultare seducente, ma che non deve oscurare la dimensione giudiziaria. Un conto è il racconto di un uomo che dice di voler proteggere un amico; un altro conto sono i fatti, le prove, le dinamiche che la magistratura sta cercando di ricostruire.
Lavitola offre una versione che punta a smontare il movente politico e a costruire un’immagine di sé come protettore, non come minaccia. È una strategia che parla tanto ai giudici quanto all’opinione pubblica, perché in Italia — più che altrove — la battaglia giudiziaria è sempre anche una battaglia narrativa.
La verità processuale la stabiliranno i tribunali. La verità narrativa, invece, è già in movimento: e la deposizione di Lavitola aggiunge un nuovo capitolo a una storia che continua a oscillare tra cronaca, reputazione e simboli mediatici.

