14 gennaio 1988 – NATALE MONDO, il poliziotto ucciso due volte e non solo dalla mafia

 

Natale Mondo: il poliziotto infiltrato ucciso dalla mafia

Natale Mondo è stato un agente della Polizia di Stato che pagò con la vita il suo impegno nella lotta alla mafia. Era un poliziotto “scomodo” e coraggioso, che si infiltrò nelle cosche palermitane degli anni Ottanta e divenne bersaglio di Cosa Nostra. Fu assassinato il 14 gennaio 1988 a Palermo, a soli 35 anni, davanti al negozio di giocattoli di sua moglie, nel quartiere Arenella. La sua vicenda, segnata da eroismo, accuse infamanti e tragica morte, è emblematica della guerra tra Stato e mafia negli anni ’80e delle difficoltà affrontate da chi cercò di contrastare il potere mafioso. In questo dossier ripercorriamo la figura di Natale Mondo, il contesto sociale-mafioso in cui operò, la dinamica del suo omicidio, le indagini e i processi, le testimonianze dei protagonisti e l’impatto che la sua vicenda ha avuto sulla famiglia, sulle istituzioni e sulla società civile.

Un poliziotto in prima linea

Nato a Palermo il 21 ottobre 1952, Natale Mondo scelse la carriera in polizia nel 1972. Dopo aver prestato servizio in varie città (Roma, Siracusa, Trapani), conobbe il vicequestore Antonino “Ninni” Cassarà a Trapani e instaurò con lui un forte legame di stima e collaborazione. Quando Cassarà fu nominato capo della Squadra Mobile di Palermo nei primi anni ’80, volle al suo fianco proprio Mondo, che divenne il suo braccio destro e autista personale. Da quel momento Natale Mondo fece parte di un eccezionale nucleo investigativo della Mobile palermitana, partecipando a numerose operazioni antimafia e mettendo a frutto la profonda conoscenza maturata sul campo delle famiglie mafiose locali. In particolare, Mondo conosceva bene l’ambiente criminale del suo quartiere natale, l’Arenella, e lo mise a servizio delle indagini: ogni membro della sezione di Cassarà contribuiva con le proprie “conoscenze pregresse” del territorio mafioso. I colleghi lo descrivono come un poliziotto brillante e caparbio, “un bravissimo ragazzo siciliano”, onesto e altruista. Era consapevole dei rischi: continuava a svolgere il suo dovere “con la consapevolezza di poter essere ucciso in qualsiasi momento”, come tutti gli uomini della squadra di Cassarà.

Nel pomeriggio del 6 agosto 1985, Natale Mondo fu coinvolto in uno degli eventi più drammatici di quegli anni: l’agguato di via Croce Rossa a Palermo, in cui i killer mafiosi armati di kalashnikov aprirono il fuoco contro Cassarà e la sua scorta In quell’attacco rimasero uccisi il vicequestore Ninni Cassarà e il giovane agente Roberto Antiochia, mentre Mondo riuscì miracolosamente a salvarsi. Alla guida dell’auto di servizio, ebbe la prontezza di nascondersi dietro un muro e rispondere al fuoco, sfuggendo così ai proiettili La scena di Mondo illeso ma straziato dal dolore davanti ai corpi senza vita di Cassarà e Antiochia è rimasta indelebile: “il volto di Natale Mondo addolorato […] e gli occhi consapevoli di un destino già scritto” che si compirà pochi anni dopo. Questa immagine simbolica, ricordata dal sindaco di Palermo, testimonia la determinazione e insieme la tragedia personale di Mondo: sopravvisse all’eccidio, ma vide cadere i suoi amici e superiori, condividendo con loro la sorte di “cadaveri che camminano”, come Cassarà stesso aveva preconizzato sul luogo dell’omicidio del collega Beppe Montana.

Palermo negli anni ’80: mafia e isolamento

L’esperienza di Natale Mondo si inserisce nel drammatico contesto della Palermo anni Ottanta, segnato da una violenza mafiosa dilagante e da una risposta dello Stato spesso eroica ma anche insufficiente. Fu un decennio inaugurato dagli omicidi eccellenti dei primi anni ’80 e chiuso simbolicamente proprio dagli assassinii di Mondo e di un ex sindaco di Palermo, Giuseppe Insalaco, nel gennaio 1988 In quegli anni Cosa Nostra condusse una guerra spietata contro rappresentanti delle istituzioni e forze dell’ordine: furono assassinati, tra gli altri, il presidente della Regione Piersanti Mattarella (1980), il segretario regionale del PCI Pio La Torre(1982) e il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa (1982). La Squadra Mobile di Palermo pagò un prezzo altissimo: l’agente Calogero “Lillo” Zucchettofu ucciso nel 1982, il commissario Beppe Montana cadde nel luglio 1985, seguiti pochi giorni dopo da Cassarà e Antiochia nell’agosto 1985. L’omicidio di Natale Mondo nel 1988 rappresentò “l’ultimo capitolo di un attacco micidiale da parte della mafia al gruppo di investigatori tra i migliori che la città abbia mai avuto”.

Parallelamente, la società civile palermitana degli anni ’80 viveva tra paura e voglia di riscatto. Dopo ogni delitto eccellente vi erano reazioni popolari ancora timide, ma la coscienza antimafia iniziava lentamente a germogliare. Tuttavia, molti servitori dello Stato come Natale Mondo si sentirono soli e isolati nella loro battaglia. Le istituzioni mandarono segnali controversi: mentre magistrati coraggiosi come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino istruivano il Maxiprocesso, iniziato nel 1986, e ottenevano storiche condanne ai boss, altri apparati dello Stato si rivelarono opachi o collusi. Emblematico è il caso del procuratore Domenico Signorino, che all’epoca indagò su Mondo e anni dopo fu accusato di vicinanza alla mafia. Si tolse la vita nel 1992 dopo le rivelazioni del pentito Gaspare Mutolo. Queste contraddizioni contribuirono a creare un clima in cui gli eroi antimafia venivano talvolta delegittimati o abbandonati. Lo stesso Natale Mondo sperimentò questa condizione sulla propria pelle: fu “assassinato due volte”, come afferma l’ex collega Pippo Giordano, “la prima volta da un’infamante accusa di essere la talpa […] e la seconda volta dalla mafia”.

Dall’infiltrazione alle accuse ingiuste

Il paradosso più doloroso nella storia di Natale Mondo è che, dopo aver servito fedelmente lo Stato in prima linea, venne sospettato di tradimento. Proprio la sua sopravvivenza all’agguato del 1985 generò voci malevole: alcuni pensavano fosse rimasto vivo perché connivente con i killer. Nel 1985, sulla base delle dichiarazioni di un pentito e di un rapporto dei carabinieri, Mondo fu accusato di essere un poliziotto corrotto, “a libro paga” della mafia. Gli contestarono l’associazione mafiosa e perfino di aver passato informazioni a Cosa Nostra sugli spostamenti di Cassarà, facendo da talpa interna alla questura. Inoltre, vennero tirate in ballo sue frequentazioni nell’Arenella: risultò in contatto con un gruppo di narcotrafficanti legati al clan Fidanzati, attivo tra Sicilia e Lombardia. Nel clima infuocato del dopo-Cassarà, queste accuse pesarono enormemente. Nell’ottobre 1985 l’agente Mondo venne arrestato e incarcerato nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. Fu un colpo durissimo, umano e professionale: Mondo si proclamò innocente, ma si ritrovò additato come traditore e perfino coinvolto, sebbene indirettamente, nel brutale pestaggio mortale di un sospettato mafioso, Salvatore Marino, avvenuto in questura dopo l’omicidio Montana. Un collega racconta di averlo visto distrutto e in lacrime in quel periodo: l’idea di essere accusato di tradimento “aveva trafitto il suo cuore”, cancellando il sorriso e l’allegria del passato.

Fortunatamente, la verità emerse grazie alla solidarietà di chi lo conosceva davvero. Laura Iacovoni, vedova di Ninni Cassarà, insieme ad altri colleghi, intervenne con forza per difendere Mondo. Testimoniarono agli inquirenti che in realtà Natale era un agente infiltrato nelle cosche dell’Arenella su preciso ordine di Cassarà. Fin dai tempi di Trapani, Cassarà aveva intuito l’utilità di sfruttare le origini di Mondo per penetrare quel mondo criminale dall’interno. Così, con l’autorizzazione degli alti magistrati del pool antimafia, Falcone incluso, Mondo aveva coltivato contatti riservati con un confidente legato ai clan Fidanzati-Galatolo. Questo lavoro sotto copertura, noto solo a pochissimi fidati, aveva permesso di scoprire canali di traffico di eroina tra Sicilia e Lombardia e di identificare membri dell’organizzazione. “Nessuno, tranne gli stretti collaboratori di Cassarà, sapeva del lavoro di infiltrato di Mondo”, scrive Francesco Viviano all’epoca. Le accuse contro di lui dunque si rivelarono infondate. Dopo oltre due anni di sofferenze, Mondo fu prosciolto da ogni imputazione infamante Una volta riconosciuta “la sua assoluta innocenza” grazie alla testimonianza decisiva della signora Cassarà, Natale poté tornare in servizio nel 1987. Venne assegnato alla Questura di Trapani, forse per allontanarlo momentaneamente da Palermo e da quell’ombra di sospetto. Ma il prezzo della verità fu altissimo: rendere noto il suo ruolo segreto equivalse a firmare la sua condanna a morte. Così infatti commentò amaramente un collega: la fiducia e il sostegno della vedova Cassarà furono per Mondo la cosa più importante, ma una volta scagionato “la mafia non dimenticò”. Liberato dall’infamia, Natale Mondo era ormai esposto alla vendetta mafiosa.

L’agguato mortale del 14 gennaio 1988

Nel gennaio 1988 il clima a Palermo era di nuovo rovente. Pochi settimane prima si era concluso il Maxiprocesso di primo grado, dicembre 1987, con decine di ergastoli ai boss. Cosa Nostra, ferita dalle condanne, reagiva colpendo figure ritenute ostili. Il 12 gennaio 1988 fu assassinato l’ex sindaco Giuseppe Insalaco, che aveva denunciato connivenze mafia-politica al Comune. Due giorni dopo, il 14 gennaio, i killer tornarono a sparare. Natale Mondo aveva mantenuto l’abitudine di rientrare ogni giorno da Trapani a Palermo per stare con la famiglia all’Arenella. Nel primo pomeriggio del 14, come di consueto, si trovava davanti al negozio di giocattoli di sua moglie Rosalia in via Papa Sergio, nel cuore del quartiere. Fu lì che la mafia lo attese. Due sicari arrivarono e aprirono il fuoco, crivellandolo di colpi di pistola. Mondo, sempre armato per precauzione, non ebbe neanche il tempo di reagire. I killer infierirono sul suo corpo, dandogli il colpo di grazia in mezzo alla strada, davanti a tuttiL’esecuzione fu brutale e plateale, a mo’ di monito per il quartiere: la vendetta di Cosa Nostra veniva consumata alla luce del giorno. Una testimone innocente di quella scena fu la figlia più piccola di Natale: la bambina, sentiti gli spari, si affacciò al balcone e un’amichetta in strada le urlò: “Guarda che hanno appena ucciso tuo padre” In un attimo, la famiglia Mondo venne devastata per sempre.

Ma perché uccidere Mondo in quel momento? Il rapporto investigativoredatto pochi mesi dopo indicò diversi possibili moventi alla base dell’agguato. La spiegazione più immediata fu la vendetta mafiosa per il suo doppio gioco: dopo essere stato smascherato come infiltrato, Mondo era divenuto un traditore agli occhi della cosca dell’Arenella, legata al boss Gaetano Fidanzati. Proprio quella “famiglia” mafiosa aveva subìto pesanti colpi giudiziari, Fidanzati era stato condannato al Maxiprocesso, anche se poi scarcerato per decorrenza dei termini, e sanguinosi regolamenti di conti: tra la fine del 1987 e l’inizio del 1988 furono eliminati alcuni affiliati del clan, come i fratelli Rinella a Milano e Torino, Gaetano Carollo, e la sera stessa della sentenza del Maxi il fidato Antonino Ciulla. Gli inquirenti ipotizzarono che l’omicidio Mondo potesse inserirsi in questa strategia: forse i suoi stessi compaesani mafiosi vollero punirlo, oppure, ipotesi inquietante, furono clan rivali ad agire nell’Arenella per attribuire il delitto ai Fidanzati, “una strategia già ampiamente utilizzata durante la guerra di mafia”. Un’altra pista suggerita fu che Mondo sapesse troppi segreti sulle indagini di Cassarà: in qualità di braccio destro del “cervello” dell’antimafia investigativa, poteva detenere informazioni scottanti, e ucciderlo sarebbe stato un “delitto preventivo di alta mafia” mirato a zittire qualsiasi possibile rivelazione futura. Quale che fosse la causa scatenante, il risultato fu chiaro: la mafia completò il suo disegno di morte, eliminando l’ultimo superstite di quella straordinaria squadra investigativa. Palermo perse un altro servitore dello Stato proprio mentre cercava di rialzare la testa.

Le indagini e il processo

L’uccisione di Natale Mondo non rimase impunita, almeno per quanto riguarda gli esecutori materiali, anche se rimangono zone d’ombra su mandanti e movente ultimo. Le indagini coordinate dal sostituto procuratore Alberto Di Pisa si avvalsero delle dichiarazioni di collaboratori di giustizia emersi sul finire degli anni ’80. In particolare, la svolta arrivò con le rivelazioni di alcuni pentiti che accusarono noti killer di Cosa Nostra. Alla fine, la Corte di Cassazione ha confermato quanto emerso nei gradi precedenti di giudizio: ad assassinare Natale Mondo furono Salvino Madonia (figlio del boss Francesco Madonia, esponente della corrente corleonese) e Agostino Marino Mannoia, poi entrambi condannati all’ergastolo. Un terzo sicario, la cui identità non è stata accertata, avrebbe partecipato all’agguato; costui è scomparso da tempo, “probabilmente ucciso col metodo della lupara bianca”, sorte toccata anche allo stesso Mannoia, eliminato nell’ambito delle vendette trasversali quando suo fratello decise di collaborare con la giustizia. Va sottolineato che il movente e gli eventuali mandanti occulti dell’omicidio Mondo restano ufficialmente insoluti. Nessun boss è stato specificamente chiamato a rispondere per aver ordinato il delitto: né Gaetano Fidanzati, morto latitante negli anni successivi, né altri capimafia di rango. L’omicidio di un poliziotto infiltrato poteva far comodo a più di un potente, dentro e fuori Cosa Nostra, lasciando aperto l’interrogativo se dietro i killer vi fosse solo la vendetta locale o anche un “sospiro di sollievo” di certa dirigenza corrotta dello Stato.

La morte di Natale Mondo ebbe immediate conseguenze all’interno della Questura di Palermo. L’opinione pubblica scoprì con sgomento che Mondo non era protetto a sufficienza nonostante i rischi noti: nei mesi precedenti alcuni agenti facevano appostamenti frequentando il suo negozio per sorvegliarlo, ma così facendo avrebbero attirato l’attenzione mafiosa. Scoppiò dunque una bufera polemica che investì i vertici della Mobile palermitana. Il capo della Squadra Mobile, Antonino Nicchi, rassegnò le proprie dimissioni nell’estate 1988, sfogandosi con amarezza: “Qui non si può lavorare e io non ce la faccio più”, avrebbe dichiarato al momento di lasciare l’incarico. Parallelamente venne incriminato il funzionario Saverio Montalbano, commissario della sezione investigativa, accusato di negligenza per non aver impedito ai suoi uomini di farsi notareall’Arenella. Secondo l’ipotesi d’accusa, quegli appostamenti maldestri rivelarono ai mafiosi il doppio gioco di Mondo, condannandolo a morte. Il “caso Montalbano” approdò in tribunale: dopo un iter giudiziario tormentato, il commissario fu processato e infine prosciolto definitivamente da ogni accusa di responsabilità. Resta però la scomoda lezione di quella vicenda: probabilmente Mondo fu lasciato solo, senza adeguata copertura, in una situazione ormai bruciata. Uno dei suoi colleghi più vicini, l’ispettore Pippo Giordano, sostiene che all’epoca “lo Stato voltò le spalle” a quegli investigatori e che omicidi come quello di Natale avvennero “nella totale indifferenza di uno Stato che li aveva abbandonati”. In definitiva, solo nel 1999 lo Stato ha reso ufficialmente onore a Natale Mondo, concedendogli postuma la promozione a Assistente Capo e la Medaglia d’oro al Valor Civile alla memoria. Un riconoscimento tardivo per un poliziotto che aveva servito con fedeltà assoluta.

L’impatto sulla famiglia e la memoria

L’omicidio di Natale Mondo lasciò nella disperazione la sua famiglia. La moglie Rosalia, rimasta vedova a poco più di 30 anni, dovette crescere da sola le figlie in un quartiere ancora controllato dai clan. Le due bambinepersero il padre in modo traumatico – una di loro, come detto, fu presente al momento dell’assassinio, esperienza che la segnò profondamente Come spesso accade per le vittime di mafia “scomode”, anche i familiari di Mondo vissero anni di dolore e isolamento. Da un lato dovettero lottare con il lutto e la paura, dall’altro subirono l’ingiustizia delle calunnie che avevano colpito Natale. Per molto tempo rimasero in silenzio, soffrendo lontano dai riflettori: partecipavano solo alle commemorazioni ufficiali in Questura, ma evitavano esposizioni mediatiche C’era forse anche amarezza per come lo Stato aveva gestito la vicenda del loro caro, prima e dopo la morte.

Col passare degli anni, tuttavia, la figura di Natale Mondo è stata riscattata nella memoria collettiva. Oggi la sua storia viene raccontata come esempio di coraggio e lealtà. Diversi eventi e testimonianze hanno contribuito a mantenerne vivo il ricordo. Già negli anni immediatamente successivi, i suoi colleghi più fidati, come Pippo Giordano, iniziarono a condividere ricordi, sottolineando l’integrità di Mondo e denunciando le ombre rimaste. Ma è soprattutto nell’ultimo decennio che la famiglia Mondo ha visto riconosciuto pubblicamente il sacrificio di Natale. Nel 2018, in occasione del trentennale, la Polizia di Stato gli ha reso omaggio con una cerimonia solenne: una messa, la deposizione di una corona d’alloro presso la lapide dei caduti della Mobile e persino uno spettacolo speciale dei Pupi Siciliani in chiave antimafia dedicato alla sua vicenda. Angelo Sicilia, fondatore della Marionettistica Popolare, raccontò che fu proprio la famiglia Mondo a chiedergli di realizzare uno spettacolo sulla storia di Natale, per dare finalmente risalto alla sua figura e impedire che venisse dimenticata Il risultato fu una rappresentazione toccante, che mise in luce “la crudeltà infinita” di quel delitto e l’eroismo di un uomo rimasto per troppo tempo nell’ombra.

Numerose altre iniziative hanno onorato la memoria di Natale Mondo. Nel 2022, durante la commemorazione del 34° anniversario, è stato presentato un brano musicale intitolato “Il mondo dei balocchi”, dal nome del negozio, scritto dalla cantautrice Claudia Sala e patrocinato dal Comune di Palermo. In quell’occasione le massime autorità civili hanno pronunciato parole significative. L’allora Presidente della Regione, Nello Musumeci, ha definito Mondo “un poliziotto brillante e caparbio, che ha pagato due volte la sua volontà di servire lo Stato”, riferendosi sia al sospetto infamante sia alla morte per mano mafiosa. Il sindaco Leoluca Orlando ha ricordato “la forza, la serietà, la coerenza di un poliziotto” che affrontò “difficoltà enormi, isolato e osteggiato da alcuni pezzi dello Stato”. Orlando ha sottolineato come sia “indimenticabile l’immagine di quel 6 agosto 1985”con Mondo sopravvissuto dietro un muro e i suoi compagni uccisi, e come il destino di Natale fosse segnato dalla mafia che “completò il suo disegno di morte” nel 1988. Il sindaco ha parlato di un “atto d’amore e di ammirazione” nei confronti di Natale e della sua famiglia, dopo “anni di dolori, incomprensioni e isolamento” sofferti dai suoi cari. Queste testimonianze tardive ma sentite hanno un alto valore riparatore: rinnovare la memoria di quel 14 gennaio 1988 è un dovere civile – ha detto Orlando – verso un uomo che diede il proprio contributo per liberare Palermo dalla cultura di omertà e di morte.

Oggi il nome di Natale Mondo compare nell’elenco ufficiale delle vittime innocenti di mafia, accanto a quelli di tanti colleghi caduti. Associazioni come Libera e Addiopizzo ne raccontano la storia ai giovani perché sia di esempio. Rimane però l’amarezza per ciò che la sua famiglia ha dovuto patire. Mondo fu riconosciuto vittima dello Stato soltanto post mortem, e i suoi cari hanno avuto giustizia morale molto tempo dopo i fatti. Eppure, grazie alla resilienza della memoria, la figura di Natale Mondo è emersa dall’ingiusto oblio: oggi è celebrato come un servitore dello Stato onesto e leale, “ucciso due volte” ma alla fine riabilitato dalla storia.

Implicazioni politiche e istituzionali

La vicenda di Natale Mondo solleva anche interrogativi inquietanti sul funzionamento delle istituzioni in quegli anni bui. Il fatto che un poliziotto integerrimo venisse accusato, seppur ingiustamente, di collusione con la mafia evidenzia spaccature interne allo Stato. Da un lato c’era chi, come Cassarà e il pool antimafia, sosteneva e impiegava agenti come Mondo per colpire Cosa Nostra; dall’altro si manifestarono sacche di diffidenza o addirittura di corruzione nelle forze dell’ordine e nella magistratura. Paolo Borrometi, giornalista e autore del libro “Traditori” (2023), dedica un capitolo al caso Mondo parlando di “qualcuno che è stato tradito prima di tutto dallo Stato”. Egli allude a componenti deviate della macchina statale che “non lo hanno protetto e forse hanno tirato un sospiro di sollievo” quando la mafia lo eliminò. Questa affermazione chiama in causa l’ipotesi di un doppiogiochismo istituzionale: Mondo potrebbe essere stato visto come una figura scomoda non solo dalla mafia, ma anche da chi avrebbe dovuto difenderlo. Del resto, è storicamente documentato che in quegli anni alcuni dirigenti o investigatori infedeli passarono informazioni ai boss, vanificando operazioni. Il caso più clamoroso fu il fallito attentato all’Addaura nel 1989, quando si insinuò perfino che Falcone avesse orchestrato un falso attentato contro di sé. Mondo stesso fu vittima di un cortocircuito simile: l’aver osato infiltrarsi in un sistema di potere mafia-affari-politica a Palermo lo espose al fuoco nemico, e lo Stato non fece abbastanza per tutelarlo. Anzi, inizialmente ne abbracciò i sospetti, incarcerandolo e isolandolo.

Politicamente, l’omicidio Mondo e quello coevo di Insalaco segnalarono la persistenza di collusioni mafia-politica nella Palermo di metà anni ’80. Insalaco, sindaco per pochi mesi, aveva denunciato i “comitati d’affari”legati a Vito Ciancimino e Salvo Lima, ed è opinione diffusa che il suo silenzio venne imposto col piombo. La morte di Mondo, avvenuta 48 ore dopo, fu vista come un messaggio intimidatorio alle istituzioni: la mafia dimostrava di poter colpire sia il politico onesto sia il poliziotto coraggioso nel giro di due giorni. Il duplice delitto scosse le autorità nazionali e locali, ma non generò purtroppo una risposta immediata risolutiva. Ci vollero ancora alcuni anni e purtroppo altre tragedie, lele stragi del 1992, perché lo Stato intraprendesse una reazione vigorosa contro Cosa Nostra. Nel frattempo, figure come Natale Mondo rimasero simbolo di un sacrificio isolato, eroi senza il pieno sostegno dei vertici. Il sistema di protezione dei testimoni e degli infiltrati all’epoca era carente: il suo caso evidenziò la necessità di procedure più sicure per gli agenti sotto copertura. Inoltre, l’imbarazzo seguito alle polemiche su Nicchi e Montalbano mostrò che anche all’interno della Polizia di Stato c’era bisogno di maggior coordinamento e fiducia reciproca. In definitiva, il “caso Mondo”rappresenta un monito su come la lotta alla mafia richieda unità dello Stato: ogni esitazione, divisione, o peggio tradimento interno, può costare la vita ai servitori più esposti.

L’eroe silenzioso

Natale Mondo fu, in definitiva, un eroe silenzioso della lotta alla mafia. La sua storia incarna gli ideali e le contraddizioni di un’intera epoca: il coraggio solitario di chi combatte la criminalità organizzata, la ferocia di Cosa Nostra nel sopprimere ogni opposizione, ma anche le omissioni e i tradimenti di parti dello Stato. Mondo diede tutto per la giustizia, infiltrandosi nelle cosche, rischiando la vita al fianco di Cassarà, tornando al lavoro nonostante le infamie, e alla fine perse la vita in modo barbaro. Eppure, grazie alla testimonianza di vedove, colleghi e cittadini onesti, la verità su di lui è emersa. Oggi Natale Mondo è ricordato come un servitore dello Stato leale sino all’ultimo e come vittima di quella violenza mafiosa che insanguinò gli anni ’80. La sua famiglia, dopo un calvario durato decenni, ha visto il suo nome ripulito e onorato, sebbene nulla possa cancellare il dolore di quel 14 gennaio 1988. La società civile, attraverso commemorazioni, libri e perfino spettacoli teatrali, si è riappropriata della sua figura, sottraendola all’oblio.

La lezione che rimane è duplice: mai dimenticare chi ha combattuto la mafia e al contempo pretendere verità e supporto dalle istituzioni per chi lo fa oggi. Come ha detto il Presidente Musumeci, ricordare Natale Mondo “è doveroso quanto necessario. Con lui ricordiamo tutte le donne e gli uomini delle Forze dell’ordine che […] continuano a combattere per liberare la Sicilia dalla morsa di Cosa Nostra”. La storia di Natale Mondo ci richiama all’importanza dell’unità dello Stato nella lotta alla mafia: ogni divisione o calunnia interna non fa che servire gli interessi criminali. La sua memoria sia dunque da monito e da ispirazione affinchè nessun altro poliziotto debba più essere abbandonato nella trincea come lo fu Natale, e perché il sacrificio di chi cade per la legalità trovi sempre onore, giustizia e gratitudine da parte di tutti noi.

Roberto Greco


 14 gennaio 1988 Cosa nostra uccide Natale Mondo

L’agente della Squadra mobile di Palermo viene raggiunto dai colpi d’arma da fuoco il 14 gennaio del 1988. Ma era stato già “ammazzato” il 6 agosto 1985

Immediatamente dopo l’arresto di Natale Mondo chiesi al mio vecchio ufficio, di essere convocato dal PM Domenico Signorino che conduceva le indagini, ma non fui mai convocato. Avrei testimoniato sull’onestà e fedeltà di Natale nei confronti del vice questore Ninni Cassarà
Domani ricorre l’anniversario della morte violenta di Natale Mondo, poliziotto della Sezione investigativa della Squadra mobile di Palermo, diretta dal vicequestore Ninni Cassarà. Si, Natale fu attinto da colpi d’arma da fuoco il 14 gennaio del 1988 esplosi davanti al negozio di giocattoli della moglie Rosalia. Ma Natale, invero, era stato ammazzato il 6 agosto 1985, allorquando in via Croce Rossa a Palermo, furono uccisi Ninni Cassarà e Roberto Antiochia. Natale Mondo si salvò, riparandosi dietro l’auto di servizio, con la quale tutti e tre erano giunti innanzi l’abitazione di Ninni.
Immediatamente dopo l’agguato a Cassarà, Natale Mondo fu additato come la talpa che diede le informazioni ai killer di Cassarà e Antiochia. E fu per questi motivi, che Cosa Nostra avrebbe risparmiato la vita a Natale, così dissero i bastardi di turno. Falso, tremendamente falso. Non era vero! Natale, era legato a Ninni Cassarà da amore fraterno. Natale in via Croce Rossa, fu ucciso nell’anima e nella mente. Io non ero più a Palermo, c’eravamo incontrati, qualche mese prima dell’agguato di via Croce Rossa, quando io e Natale accompagnammo Ninni a casa sua. Natale poi venne arrestato, anche per problemi di droga. Sia l’accusa di “traditore” che quella relativa alla droga, risultarono essere infondate. Natale fu scagionato.
Immediatamente dopo l’arresto di Natale chiesi al mio vecchio ufficio, di essere convocato dal PM Domenico Signorino che conduceva le indagini, ma non fui mai convocato.
Avrei testimoniato sull’onestà e fedeltà di Natale nei confronti di Cassarà e chiarire i rapporti di Natale con un certo personaggio dell’Arenella, che conoscevo personalmente. Purtuttavia, nonostante fosse agli arresti domiciliari, mi recai a Palermo per far visita a Natale. Nell’occorso, dimostrai la mia totale e incondizionate fiducia. Natale pianse molto quel giorno. Quelle lacrime di verità mi colpirono molto, causando in me tanto dolore: io e Natale eravamo legati da intensa e sincera amicizia.
A distanza di anni, caro Natale, nutro forti dubbi che la falsa affermazione di “talpa” sia stata originata da uomini di Cosa nostra. Come l’altra falsa “voce” secondo la quale il movente dell’uccisione del collega Lillo Zucchetto, era da ricercare su questioni di “fimmini”. Ho seri dubbi su tante cose e più passa il tempo e più i dubbi aumentano. Amico mio, che dirti ancora? Che sei sempre nel mio cuore, caro Natale.13.1.2019. LA VOCE DI NEW YORK di Pippo Giordano


Natale Mondo (Palermo, 21 ottobre 1952 – Palermo, 14 gennaio 1988)   agente della Polizia di Stato ucciso dalla mafia nel 1988, a Palermo, all’ingresso del negozio della moglie. Al momento della sua scomparsa si trovava in forza da pochi mesi presso la questura di Trapani.
Mondo si era arruolato in Polizia nel 1972, prestando servizio presso il reparto autonomo del ministero dell’interno e la questura di Roma, Siracusa e Trapani dove conobbe Ninni Cassarà, che ne auspicò il trasferimento alla squadra mobile di Palermo, da lui diretta. Da allora fu per anni autista e braccio destro di Cassarà, partecipando a molte operazioni. Sfuggì miracolosamente all’attentato del 6 agosto 1985, costato la vita allo stesso Cassarà e all’agente di scorta Roberto Antiochia, ma venne accusato da un pentito di essere corrotto, accuse che lo resero sospettato di avere fornito alla mafia le informazione sugli spostamenti del vicequestore, e per le quali fu arrestato ed incarcerato.
Mondo fu scagionato in seguito all’intervento della vedova Cassarà e di altri colleghi, che testimoniarono a suo favore che egli si era infiltrato nelle cosche mafiose del quartiere Arenella, ove era nato e risiedeva, dietro ordine dello stesso Cassarà. Ciò, di fatto, lo espose alla vendetta della mafia, che lo uccise proprio davanti al negozio di giocattoli della moglie, Il mondo dei balocchi, sito nella stessa borgata, crivellandolo di colpi. La corte di cassazione sentenzierà poi che ad uccidere Mondo furono Salvino Madonia e Agostino Marino Mannoia, condannandoli all’ergastolo. Sia Mannoia che un terzo killer (la cui identità non è stata accertata) scomparvero anch’essi, probabilmente uccisi col metodo della lupara bianca. Movente e mandanti dell’omicidio rimangono tuttora insoluti.  Gli fu conferita, postuma, per merito assoluto, la qualifica di assistente capo.


Natale Mondo, morì crivellato di colpi davanti al negozio della moglie, a Palermo

 

Mondo era un poliziotto, aveva soltanto 35 anni e per tanto tempo fu il braccio destro di Ninni Cassarà. Sfuggì miracolosamente all’attentato del 6 agosto 1985, costato la vita a Cassarà ed a Roberto Antiochia, ma venne accusato di essere corrotto. Fu addirittura arrestato. Si avete capito bene.
Fango su fango.
Mondo fu totalmente scagionato in seguito all’intervento della vedova di Cassarà e di altri colleghi che testimoniarono a suo favore spiegando che si fosse infiltrato nelle cosche mafiose del quartiere Arenella, dove era nato e risiedeva, dietro ordine dello stesso Cassarà. E questa sua attività permise di scoprire i segreti di cosa nostra.
Ma quando la mafia lo seppe, si volle vendicare.
Prima lo uccise con il fango delle false accuse, poi lo freddò davanti alla moglie.
Servitori e traditori con confini apparentemente intrecciati che, noi giornalisti, abbiamo il dovere di spiegare bene.
Per ricordare Mondo, per denunciare i traditori. Per chi vorrà leggere  PAOLO BORROMETI  13.8.2023