Expo: i controlli «dimenticano» l’anticorruzione

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Di Lionello Mancini

 

 Dopo una contesa squinternata e a tratti violenta, è finita la lunga corsa dei partiti ai 73 seggi europei e alle oltre 4mila giunte locali. Nemmeno questa tornata elettorale – crisi o non crisi, scandali o non scandali – ci ha risparmiato le consuete performance: candidati impresentabili, sospetti sull’azione delle procure, promesse mirabolanti, epiteti sanguinosi. Fino al vuoto di senso che avrà spinto tanti italiani a non votare o a usare la scheda come una clava. Lo scrutinio dirà cos’è accaduto e il Paese può girare pagina per aprire anche quella dedicata – si spera – alla selezione del personale da affiancare a Raffaele Cantone nell’Authority anticorruzione, rendendola così operativa. Come dovrebbe essere varato il decreto per consentire allo stesso Cantone (finora assai cauto) di vigilare sull’Expo 2105, barcollante per la nota sequela di arresti. Mentre prosegue silenzioso il lavoro degli inquirenti, fioriscono le domande su come sia stato possibile sporcare un oggetto sotto i riflettori fin dalla gestazione, nel 2008. Una domanda tra tutte: cosa non ha funzionato nella prevenzione? Sulla carta, la Expo2015 Spa conta su due dozzine di livelli di controllo: cinque organismi interni (il magistrato della Corte dei conti, il collegio sindacale e quello dei revisori contabili, l’Audit, l’Organismo di vigilanza previsto ex legge 231) e ben 18 esterni, sei dei quali istituzionali, sette costituiti ad hoc e cinque direttamente operativi (Arpa, Asl, Gicex, Polizia locale, Direzione territoriale del lavoro). A questi si aggiungerà la struttura guidata da Cantone. Expo2015 è inoltre dotata di un dettagliato Modello organizzativo di 38 pagine e ha firmato protocolli di legalità e sicurezza di ogni genere, senza contare i minuziosi obblighi previsti, per esempio, dalle white list.
Eppure colpisce come gli occhi di commissari, ispettori e vigilanti di ogni grado e specializzazione fossero tutti e solo puntati sul rischio esterno dell’infiltrazione mafiosa, ma che non ci fosse un responsabile anticorruzione, previsto dalla legge 190. Perché? Eppure proprio questa linea è stata appena adottata anche dal Comune di Milano, cioè uno dei soci. Era possibile fare di più o dobbiamo rassegnarci al fatto che ogni grande occasione di futuro scivoli verso i pantani del passato? Che fine hanno fatto le banche dati che dovevano garantire una tracciabilità totale del megaprogetto? Non c’è dubbio che la banda di mestatori scoperta dalla Procura abbia potuto contare sui consueti vantaggi: norme ingarbugliate, nate da parti difficili e poi inapplicate; disordine e poca credibilità delle procedure preventive; scarsi controlli a valle; fulmineo scaricabarile tra i responsabili formali; nomine maneggiate dalla politica (e, al solito, non si è ancora visto all’Expo né altrove, un politico “nominante” dimettersi per l’arresto del “suo” prescelto).
E allora, se i vertici si dimostrano perennemente incapaci di svolgere il loro lavoro, mettano almeno a disposizione dei sottoposti un fischietto (nei Paesi che odiano la corruzione si chiama whistleblowing) per lanciare l’allarme sulle manovre sotterranee cui si trovano certamente ad assistere, spesso impotenti.

Sole 24 Ore 26.5.2014