
Giuseppe “Pippo” Fava: la storia del giornalista che sfidò la mafia a Catania
Il contesto storico: Catania e la mafia negli anni Ottanta
Negli anni Ottanta la città di Catania vive una stagione contraddittoria. Da un lato cresce l’economia (tanto da guadagnarsi il soprannome di “Milano del Sud”), dall’altro prospera nell’ombra la mafia catanese, potente ma spesso negata dalle stesse istituzioni. Nella vulgata del tempo, infatti, “la mafia era questione palermitana”, mentre Catania e la Sicilia orientale venivano considerate immuni dal fenomeno. Le autorità locali minimizzavano i segnali d’allarme: “Catania è una città che non ha la mafia. La mafia è a Palermo”, arriverà a dichiarare il sindaco Angelo Munzone all’indomani dell’omicidio Fava. In città si formano persino comitati per difenderne il “buon nome” e screditare chi parla di mafia.
Eppure la realtà è un’altra. Già nell’agosto 1982 il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto antimafia a Palermo, metteva in guardia: “Oggi la Mafia è forte anche a Catania, anzi da Catania viene alla conquista di Palermo”. Catania è diventata una roccaforte di una mafia moderna, affaristica e imprenditoriale, in cui il potere criminale si intreccia con quello economico. I boss storici come Benedetto “Nitto” Santapaola, alleati dei corleonesi, godono di coperture insospettabili: fino al 1982 lo stesso Santapaola veniva pubblicamente considerato un rispettabile imprenditore e frequentava ambienti dell’alta società catanese, prima di darsi alla latitanza dopo i primi mandati di cattura a suo carico.
A Catania la mafia “spara meno” rispetto ad altre province, ma investe capitali enormi e controlla l’economia, spesso col tacito assenso di una parte della classe dirigente. Emblematico è il potere dei cosiddetti “quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”: un termine coniato dallo stesso Fava per indicare un gruppo di influenti costruttori etnei, Mario Rendo, Giuseppe Costanzo, Gaetano Graci e Carmelo Finocchiaro, insigniti del titolo di Cavalieri del Lavoro. Queste maggiori imprese edili catanesi fanno affari d’oro anche fuori dalla Sicilia, e secondo Fava siedono al tavolo della grande mafia economica. Saranno proprio loro, scriverà il giornalista in un’inchiesta profetica del gennaio 1983, ad aver “impartito l’ordine di uccidere Dalla Chiesa” quando il generale osò mettere mano ai loro imperi. È un’accusa gravissima – mai provata in tribunale – ma che rivela il clima di complicità fra pezzi di imprenditoria, potere politico e criminalità organizzata nella Catania dell’epoca.
In questo contesto omertoso soltanto poche voci denunciano la presenza mafiosa. «A Catania, all’inizio degli anni ’80, la mafia […] la raccontava solo Giuseppe Fava e i giovani cronisti del mensile I Siciliani , ricorda il giornalista Antonio Roccuzzo, collega di Fava – eravamo soli a fare il nostro dovere di cronisti, come conferma la fine di Fava, ucciso con 5 colpi di pistola il 5 gennaio 1984». La stampa locale dominante negava o minimizzava. Il quotidiano La Sicilia di Mario Ciancio spesso taceva i nomi dei boss, definendoli eufemisticamente “insospettabili imprenditori”, mentre esponenti politici invocavano il silenzio. Nino Drago, leader democristiano catanese, il giorno dei funerali di Fava ammonì: “Basta parlare di mafia a Catania. Se no i cavalieri del lavoro andranno via con le loro imprese”. In altre parole, secondo alcuni notabili, erano le denunce antimafia a danneggiare la città, non la mafia stessa.
Le inchieste di Pippo Fava: mafia, politica e imprenditoria
Giuseppe Fava, nato nel 1925 a Palazzolo Acreide (Siracusa), è stato un giornalista d’inchiesta tenace e poliedrico. Dopo gli inizi nella cronaca siciliana degli anni ‘50, e varie collaborazioni nazionali, approda nel 1980 alla direzione del quotidiano Il Giornale del Sud. Sin da subito impone al giornale una linea “irriverente, senza ossequi”: vengono denunciati “i misfatti dei notabili, il sacco edilizio, l’arrembaggio dei mafiosi”, scoperchiando intrecci di potere e malaffare. Quell’esperienza dura poco. Le reazioni dei poteri locali sono feroci: prima censura e minacce, poi persino attentati intimidatori, infine la rimozione di Fava dalla direzione. Nel 1981 l’editore (vicino ai grandi costruttori) lo licenzia, e pochi mesi dopo il giornale chiude i battenti.
Fava non si arrende. Nell’autunno 1982 riunisce un gruppo di giovani redattori e fonda una cooperativa editoriale indipendente, battezzando un nuovo mensile: I Siciliani. La rivista, il cui primo numero esce nel gennaio 1983, si presenta subito come un giornale “di inchieste in tutti i campi della società […] un documento critico di una realtà meridionale che […] appartiene a tutti gli italiani”. In copertina campeggia un titolo destinato a fare scalpore: “I quattro cavalieri dell’Apocalisse mafiosa”, l’inchiesta di Fava sui potentati economici catanesi e i loro legami occulti. Nell’editoriale di esordio, il direttore spiega la missione del periodico: raccontare senza paura la verità su ciò che avvelena la Sicilia, dall’ambiente devastato, ai missili nucleari di Comiso, fino alla sfida della mafia, perché queste vicende riguardano l’intera nazione.
Le inchieste di Fava su I Siciliani portano per la prima volta la mafia etnea alla ribalta nazionale. Il mensile svela le connivenze tra Cosa Nostra e pezzi di politica e imprenditoria, indaga sugli appalti truccati, sul traffico di droga e sulla nuova borghesia mafiosa catanese. Fava e i suoi “carusi”, ossia ragazzi molti poco più che ventenni, scrivono di boss e affari, di delitti eccellenti e latitanti protetti. Denunciano ad esempio la presenza della mafia nei cantieri dell’autostrada Palermo-Messina, protetti dagli uomini di Santapaola a vantaggio dei quattro cavalieri. Puntano i riflettori sul monopolio economico di quei costruttori “rapaci” emersi negli ultimi decenni e sulla loro “agnostica” alleanza con la mafia: “noi facciamo i nostri affari, voi i vostri, però niente bombe nei cantieri né rapimenti dei nostri figli”, scrive Fava con amara ironia.
Queste coraggiose inchieste spezzano il muro di silenzio, ma isolare Favadiventa l’obiettivo di chi si sente minacciato. In città circolano voci maligne sul suo conto; e nessun grande inserzionista locale vuole comprare pubblicità sul suo giornale, nel tentativo di soffocarlo economicamente. Eppure I Siciliani vende migliaia di copie, e Fava continua imperterrito la sua opera di informazione civile. In un’intervista televisiva, l’ultima, rilasciata il 28 dicembre 1983 al programma Rai Film Story di Enzo Biagi, appena una settimana prima di morire, Fava lancia un monito chiarissimo: «Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, sono ai vertici della nazione. Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che ti impone una taglia sulla piccola attività commerciale… il fenomeno della mafia è ben più tragico e importante». Per Pippo Fava raccontare questa verità è un dovere inderogabile del giornalista. Celebre il suo motto, ripetuto ai colleghi e agli studenti: «A che serve essere vivi, se non si ha il coraggio di lottare?».
L’agguato del 5 gennaio 1984: la dinamica dell’omicidio
La sera del 5 gennaio 1984 Pippo Fava ha in programma di andare al Teatro Verga di Catania, dove recita sua nipote di 11 anni. Sono le 22 circa quando il giornalista parcheggia la sua auto, una Renault 5, in via dello Stadio, a pochi passi dal teatro. Ha lasciato da poco la redazione de I Siciliani e attende la nipotina Francesca, al termine della rappresentazione. Ma non farà in tempo ad incontrarla. Nell’ombra si sono appostati i sicariinviati da Cosa Nostra. Appena Fava arriva e accenna ad aprire lo sportello, un uomo si avvicina al finestrino della Renault e fa fuoco a colpo sicuro: cinque proiettili di pistola calibro 7,65 lo colpiscono alla testa e al collo. Il giornalista muore all’istante, accasciato sul sedile, con ancora nelle mani le chiavi dell’auto. L’esecuzione è rapida e “professionale”, come verrà descritta: un tipico agguato mafioso. I colpi sono tutti mirati alla nuca, per uccidere e insieme sfregiare la vittima, un segno infame che nel codice mafioso significa volontà di delegittimare anche la memoria del bersaglio.
La dinamica dell’omicidio non lascia dubbi sulla matrice: siamo di fronte a un delitto di mafia. Eppure, nell’immediatezza, c’è chi prova a offuscare la verità. Poche ore dopo l’assassinio, esponenti delle istituzioni locali fanno dichiarazioni sconcertanti: “La mafia a Catania non esiste”, sostengono in pubblico le più alte cariche cittadine. Si avanzano ipotesi alternative: prima si parla di un possibile delitto passionale, poi di un movente economico legato a presunti debiti di Fava. Sono piste inventate di sana pianta, che mirano a distogliere l’attenzione dai veri mandanti. In città qualcuno arriva persino a diffondere voci calunniose sul conto di Fava, insinuazioni sulla sua moralità privata, allo scopo di delegittimarlo da morto. È quella che lo scrittore Roberto Saviano ha definito la “seconda morte” di Pippo Fava: dopo i colpi di pistola, il tentativo di ucciderne il ricordo con il fango.
Eppure gli amici, i colleghi e i familiari di Fava capiscono subito di chi siano le mani che hanno armato i killer. Il modus operandi è quello di Cosa Nostra, e troppo scomode erano le sue denunce per non sospettare un coinvolgimento di coloro che si sentivano minacciati dalle sue parole. Un segnale inquietante, del resto, era arrivato pochi giorni prima di Capodanno 1983: Pippo aveva ricevuto in “regalo” una strana consegna da parte di Gaetano Graci, uno dei cavalieri del lavoro da lui attaccati su I Siciliani. Quel dono consisteva in una “quantità smisurata di ricotta” e in “una cassa di champagne”. Nella simbologia mafiosa, spiegano gli investigatori, ricotta e champagne recapitati a un nemico significano: “ti ridurremo in poltiglia e brinderemo sulla tua bara”. Fava aveva scherzato amaramente sull’episodio, senza immaginare che di lì a poco quella macabra “promessa” sarebbe stata mantenuta.
Dalle indagini ai processi: verità giudiziaria e mandanti
L’omicidio Fava apre ufficialmente gli occhi sulla presenza della mafia a Catania, ma la ricerca della verità giudiziaria sarà lunga e tortuosa. Nei primi anni dopo il delitto le indagini stentano a decollare. Complici i depistaggi e le resistenze locali, prevale inizialmente la tesi (falsa) del movente personale. Bisognerà attendere oltre un decennio per una svolta. «Finalmente dopo 12 anni da quel 5 gennaio 1984, il pentito Maurizio Avola parla e si accusa dell’omicidio Fava: questo è il punto di svolta», racconta l’avvocata Adriana Laudani, legale della famiglia Fava. Siamo nel 1996: Avola, un ex sicario della cosca Santapaola, decide di collaborare con la giustizia e rivela nei dettagli la preparazione e l’esecuzionedell’agguato. Le sue dichiarazioni riaprono il caso e consentono finalmente alla magistratura catanese, nel frattempo rinnovata da una nuova generazione di giudici antimafia, di istruire un processo esemplare.
Le rivelazioni di Avola confermano che dietro l’omicidio c’è la cupola di Cosa Nostra catanese. Il mandante principale è il boss latitante Nitto Santapaola, capo indiscusso della mafia etnea. A sparare materialmente quella sera, secondo Avola, fu lui stesso assieme ad almeno un complice, su ordine diretto di Santapaola. Ma il pentito aggiunge un particolare significativo: quell’eliminazione fu decisa “per conto di alcuni imprenditori catanesi”. In altre parole Santapaola avrebbe fatto da braccio armato anche nell’interesse di potenti uomini d’affari locali, colpiti dalle denunce di Fava. Tra questi, nei racconti dei pentiti, spuntano i nomi dei cavalieri di Catania. Uno di loro, Gaetano Graci, era stato udito alcuni mesi prima, in un colloquio confidenziale, pronunciare parole agghiaccianti su Fava: «A quello ci dovrebbero strappare la testa…». Segno che nell’ambiente degli affari c’era chi auspicava la sua eliminazione. «Non può essere stato semplicemente un omicidio di mafia, ne sono certo – dirà infatti un altro collaboratore di giustizia, Angelo Siino – perché al di là degli articoli, Fava ai mafiosi faceva danno sì, ma non straordinario. Ne faceva molto di più all’imprenditoria coinvolta e ai politici». Fava, insomma, dava fastidio soprattutto ai cosiddetti “colletti bianchi” protetti dalla mafia.
Nel 1998 si giunge finalmente a una sentenza. Il processo, denominato “Orsa Maggiore 3”, si conclude con la condanna all’ergastolo dei principali responsabili dell’omicidio. Benedetto Santapaola viene riconosciuto come mandante; Aldo Ercolano (suo nipote e luogotenente) e Maurizio Avola come esecutori materiali. Altri membri del clan, come Marcello D’Agata e Francesco Giammuso, vengono condannati in primo grado quali organizzatori e complici dell’agguato. Avola, avendo collaborato, ottiene uno sconto di pena e si vede infliggere 7 anni di reclusione mediante patteggiamento. Per Santapaola ed Ercolano, invece, la pena è il carcere a vita, confermato anche nei successivi gradi di giudizio: nel 2003 la Corte di Cassazione rende definitive le condanne all’ergastolo per entrambi. Si chiude così, sul piano giudiziario, la vicenda dell’assassinio di Pippo Fava
Rimane però insoluto l’interrogativo sui mandanti occulti. Le dichiarazioni dei pentiti avevano gettato ombre su alcuni insospettabili esponenti della borghesia catanese, ma la giustizia non è riuscita a fare piena luce su questi retroscena. La Procura di Catania aprì un’inchiesta sul conto di Gaetano Graci, ipotizzando un suo ruolo di istigatore, ma il procedimento si è chiuso prematuramente a causa della morte dell’imputato. Un altro noto costruttore, Carmelo Costanzo, venne accostato all’affaire solo dopo il suo decesso: gli elementi emersi postumi non hanno potuto tradursi in un processo. In definitiva, nessun rappresentante dei cosiddetti “cavalieri” è stato formalmente condannato come mandante dell’omicidio Fava. Restano però agli atti del processo le parole pronunciate durante la pianificazione del delitto, testimoniate dai collaboratori: «Questo noi dobbiamo farlo non soltanto per noi. Lo dobbiamo ai cavalieri del lavoro, perché se questo continua a parlare e a scrivere come fa, per i cavalieri è finita. Per loro e per noi». In queste frasi – attribuite a un membro della cosca mentre si decideva la sorte di Fava – c’è tutta la verità scomoda di quel delitto: la mafia uccise per proteggere i potenti alleati, legati a doppio filo ai suoi interessi.
Testimonianze e memoria di Giuseppe Fava
All’indomani dell’assassinio, mentre una parte di Catania cercava di infangarne la memoria, chi gli voleva bene si strinse attorno ai suoi ideali. I familiari di Pippo Fava reagirono con dignità e coraggio. «Quando una persona muore in questa maniera non appartiene solo alla famiglia, ma appartiene a tutti», afferma la figlia Elena Fava, spiegando come i suoi cari abbiano scelto di non mostrarsi solo come vittime, ma di trasformare il dolore in impegno civile. Suo fratello Claudio Fava, anche lui giornalista e scrittore, pochi giorni dopo la morte del padre ne descrisse con penna amara i funerali, sottolineando l’ipocrisia di certe presenze “ufficiali” accanto alla bara. «C’era il sindaco, fasciato nel tricolore come un pugile… C’era un mesto silenzio in chiesa ed ognuno inseguiva i propri pensieri tenendo lo sguardo sulla bara di mogano: “Chissà perché…”, “Se l’è cercata lui!”, “E adesso a chi tocca?”», scrive Claudio, immaginando i commenti a mezza voce di alcuni notabili durante le esequie. Parole intrise di dolore e sarcasmo, che mostrano quanta solitudine circondasse Pippo Fava anche nel momento dell’ultimo saluto.
Diverso fu l’atteggiamento della società civile e di tanti colleghi giovani. Il giorno seguente l’omicidio, la redazione de I Siciliani si ritrovò compatta attorno al tavolo, decisa a non far morire il giornale del loro direttore. Come se nulla fosse successo, misero insieme un numero speciale in formato quotidiano, intitolato emblematicamente “Un uomo” (7 gennaio 1984), dedicato alla figura di Pippo. In quell’articolo collettivo, firmato dall’intera redazione, i giovani cronisti scrissero: «Forse mezzo milione, forse di più: il tizio [il killer, ndr] era là ad aspettare e ha sparato. […] Certo, in una villa di Catania s’è brindato, quella notte. […] Adesso dobbiamo ricominciare a lavorare, c’è ancora un sacco di lavoro da fare. Mica possiamo tirarci indietro con la scusa che è morto uno di noi». Con questo spirito, I Sicilianicontinuerà le pubblicazioni per altri tre anni dopo la scomparsa del fondatore, rimanendo “sempre in prima linea contro la mafia e la corruzione politica”. Molti altri giovani, ispirati dal sacrificio di Fava, chiesero di collaborare al giornale. Quella piccola redazione cresciuta alla sua scuola divenne la nuova generazione di cronisti antimafia, destinati a portarne avanti l’eredità.
Fondamentale fu anche il contributo di magistrati e forze dell’ordine finalmente determinati a fare chiarezza. Uomini come il giudice istruttore Giovanni Falcone, che già nel 1982 aveva inserito Santapaola tra gli accusati per l’omicidio Dalla Chiesa, smascherando il falso volto da “imprenditore” del boss, e come i giudici catanesi che negli anni ’90 riaprirono il caso Fava, hanno reso possibile l’accertamento della verità. Ma fino ad allora, denuncia Roberto Saviano, “non c’era alcuna volontà di indagare sugli assassini, e lo si capisce subito dal giorno stesso del funerale”, quando le autorità negarono l’evidenza mafiosa. Solo la perseveranza di pochi onesti riuscì a scardinare i silenzi iniziali e a far emergere i nomi dei colpevoli.
Oggi Giuseppe Fava è riconosciuto come un martire del giornalismo e un simbolo della lotta alla mafia. In sua memoria sono nate iniziative importanti: dal Premio nazionale Giuseppe Fava (istituito nel 2007 per premiare le migliori inchieste giornalistiche), alla Fondazione Fava creata dalla famiglia nel 2002 per diffonderne l’esempio e sostenere i giovani cronisti. Innumerevoli libri, spettacoli teatrali e perfino film ne hanno raccontato la vicenda (come la recente fiction “Prima che la notte”). Nando dalla Chiesa, figlio del generale e sociologo antimafia, ha scritto: “Credo davvero che si faccia un torto a Giuseppe Fava classificandolo tra i ‘giornalisti uccisi dalla mafia’. Con Fava è stato ucciso un intellettuale, uno specifico modo di intendere la funzione dell’intellettuale nella Sicilia degli anni Ottanta”. Pippo Fava infatti fu molto più che un cronista coraggioso: fu una coscienza critica collettiva, un intellettuale libero che usò la penna come un’arma contro l’ingiustizia.
Nel gennaio 2024, in occasione del quarantesimo anniversario della morte, Catania lo ha commemorato pubblicamente. Un tributo impensabile ai tempi in cui “parlare di mafia” lì era un tabù. Segno che qualcosa, anche grazie al suo sacrificio, è cambiato. Resta però indelebile il monito consegnato ai posteri dalle sue parole e dal suo esempio. A chi gli chiedeva perché lo facesse, perché rischiasse tanto con le sue inchieste, Pippo Fava aveva risposto con la disarmante semplicità dei giusti: «A che serve vivere, se non c’è il coraggio di lottare?». Roberto Greco L’ALTROPARLANTE 5.1.2026
l’assassinio di Pippo Fava, giornalista antimafia ucciso da Cosa Nostra
(biografieonline.it) Giuseppe Fava, detto Pippo, nasce il 15 settembre 1925 a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, figlio di Elena e Giuseppe, maestri in una scuola elementare. Trasferitosi a Catania nel 1943, si laurea in Giurisprudenza e diventa giornalista professionista: collabora con diverse testate, sia locali che nazionali, tra cui il “Tempo illustrato di Milano, “Tuttosport”, “La Domenica del Corriere” e “Sport Sud”.
Nel 1956 viene assunto dall’”Espresso sera”: nominato caporedattore, scrive di calcio e cinema, ma anche di cronaca e politica, intervistando boss di Cosa Nostra come Giuseppe Genco Russo e Calogero Vizzini. Nel frattempo, comincia a scrivere per il teatro: dopo l’inedito “Vortice” e “La qualcosa” (ideato a quattro mani con Pippo Baudo), nel 1966 crea “Cronaca di un uomo”, che si aggiudica il Premio Vallecorsi, mentre quattro anni più tardi “La violenza”, dopo aver vinto il Premio IDI, viene portato in tournée in tutta Italia (con debutto al Teatro Stabile di Catania).
Pippo Fava si dedica anche alla saggistica (nel 1967 pubblica per Ites “Processo alla Sicilia”) e alla narrativa (“Pagine”, sempre con la stessa casa editrice) prima di dare vita, nel 1972, a “Il proboviro. Opera buffa sugli italiani”. In seguito, si avvicina al cinema, visto che Florestano Vancini dirige “La violenza: Quinto potere”, trasposizione cinematografica del primo dramma di Fava. Mentre Luigi Zampa porta sul grande schermo “Gente di rispetto”, il suo primo romanzo, Pippo Fava continua a lasciarsi ispirare dalla sua vena creativa: scrive per Bompiani “Gente di rispetto” e “Prima che vi uccidano”, senza rinunciare alla passione per il teatro con “Bello, bellissimo”, “Delirio” e “Opera buffa”; quindi lascia l’”Espresso sera” e si trasferisce a Roma, dove per Radiorai conduce la trasmissione radiofonica “Voi e io”.Mentre prosegue le collaborazioni con il Corriere della Sera e Il Tempo, scrive “Sinfonia d’amore”, “Foemina ridens” e la sceneggiatura del film di Werner Schroeter “Palermo or Wofsburg”, tratto dal suo libro “Passione di Michele”: la pellicola conquista l’Orso d’Oro al Festival di Berlino nel 1980. Nello stesso anno, il giornalista e scrittore siciliano diventa direttore del “Giornale del Sud”: accolto con un certo scetticismo nei primi tempi, progressivamente dà vita a una redazione giovane che comprende, tra gli altri, Rosario Lanza, Antonio Roccuzzo, Michele Gambino, Riccardo Orioles e suo figlio Claudio Fava.
Sotto la sua direzione, il quotidiano cambia rotta, e tra l’altro denuncia gli interessi di Cosa Nostra nel traffico di droga a Catania. L’esperienza al “Giornale del Sud”, tuttavia, finisce nel giro di poco tempo: sia per l’avversione di Pippo Fava nei confronti della realizzazione di una base missilistica a Comiso, sia per il sostegno all’arresto del boss Alfio Ferlito, sia per il passaggio del quotidiano a una cordata di imprenditori (Giuseppe Aleppo, Gaetano Graci, Salvatore Costa e Salvatore Lo Turco, quest’ultimo in contatto con il boss Nitto Santapaola) dai profili non molto trasparenti.
Fava, all’inizio degli anni Ottanta, scampa a un attentato messo in pratica con una bomba realizzata con un chilo di tritolo; poco dopo il giornale viene censurato prima della stampa di una prima pagina dedicata alle attività illecite di Ferlito. Pippo, quindi, viene definitivamente licenziato, nonostante l’opposizione dei suoi colleghi (che occupano la redazione per una settimana, ricevendo ben poche attestazioni di solidarietà), e rimane senza lavoro.
Con i suoi collaboratori, dunque, decide di dare vita a una cooperativa, denominata “Radar”, che si propone di finanziare un progetto editoriale nuovo: il gruppo pubblica il primo numero di una nuova rivista, intitolata “I Siciliani”, nel novembre del 1982, pur non avendo mezzi operativi (due sole rotative Roland usate, comprate con cambiali). La rivista, con cadenza mensile, diventa un punto di riferimento per la lotta alla mafia, e le inchieste che vi vengono pubblicate attirano l’attenzione dei media di tutta Italia: non solo storie di delinquenza ordinaria, ma anche la denuncia delle infiltrazioni mafiose e l’opposizione alle basi missilistiche sull’isola.
Il primo articolo firmato da Pippo Fava si chiama “I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa“, ed è una circostanziata denuncia delle attività illegali di quattro imprenditori catanesi, cavalieri del lavoro: Francesco Finocchiaro, Mario Rendo, Gaetano Graci e Carmelo Costanzo avrebbero legami diretti con il clan di Nitto Santapaola. Proprio due di loro, Graci e Rendo, nel 1983 tentano di comprare il giornale (insieme con Salvo Andò) per cercare di controllarlo: le loro richieste, però, vanno a vuoto. Il 28 dicembre del 1983 Fava rilascia un’intervista a Enzo Biagi per il programma “Filmstory” in onda su Raiuno, in cui rivela la presenza di mafiosi in Parlamento, al governo, nelle banche.
E’ quello il suo ultimo intervento pubblico prima del suo assassinio che va in scena il 5 gennaio 1984: è il secondo intellettuale, dopo Giuseppe Impastato, a essere ucciso da Cosa Nostra. Alle nove e mezza di sera, il giornalista si trova in via dello Stadio a Catania, e si sta dirigendo al Teatro Verga per andare a prendere la nipote, impegnata a recitare in “Pensaci, Giacomino!”: viene freddato da cinque colpi, proiettili calibro 7,65, che lo colpiscono alla nuca.
In principio la polizia e la stampa parlano di un delitto passionale, evidenziando che la pistola impiegata per l’omicidio non è tra quelle usate di norma negli eccidi mafiosi. Il sindaco Angelo Munzone, invece, sostiene l’ipotesi di motivi economici alla base dell’omicidio: anche per questo motivo evita l’organizzazione di cerimonie pubbliche.
Il funerale di Pippo Fava si tiene nella chiesa di Santa Maria della Guardia in Ognina, alla presenza di poche persone: la bara viene accompagnata soprattutto da operai e giovani, e le uniche autorità presenti sono il questore Agostino Conigliaro (uno dei pochi a credere alla pista del delitto di mafia), il presidente della Regione Sicilia Santi Nicita e alcuni membri del Partito Comunista Italiano. La rivista “I Siciliani” continuerà a uscire anche dopo la morte del fondatore.
Il processo Orsa Maggiore 3, conclusosi nel 1998, individuerà come organizzatori dell’assassinio di Giuseppe Fava, Marcello D’Agata e Francesco Giammauso, come mandante il boss Nitto Santapaola e come esecutori Maurizio Avola e Aldo Ercolano.
In questa società comanda soprattutto chi ha la possibilità di convincere. Convincere a fare le cose: acquistare un auto invece di un altra, un vestito, un cibo, un profumo, fumare o non fumare, votare per un partito, comperare e leggere quei libri. Comanda soprattutto chi ha la capacita’ di convincere le persone ad avere quei tali pensieri sul mondo e quelle tali idee sulla vita. In questa società il padrone è colui il quale ha nelle mani i mass media, chi possiede o può utilizzare gli strumenti dell’informazione, la televisione, la radio, i giornali, poiché tu racconti una cosa e cinquantamila, cinquecentomila o cinque milioni di persone ti ascoltano, e alla fine tu avrai cominciato a modificare i pensieri di costoro, e così modificando i pensieri della gente, giorno dopo giorno, mese dopo mese, tu vai creando la pubblica opinione la quale rimugina, si commuove, s’incazza, si ribella, modifica se stessa e fatalmente modifica la società entro la quale vive. Nel meglio o nel peggio”.
(Giuseppe Fava) (da “Un anno”, raccolta di scritti per la rivista i Siciliani, Fondazione Giuseppe Fava, 1983)



