Beato don Pino Puglisi, il prete che combatteva la mafia con il sorriso

Questa foto di Don Puglisi è esposta nel Percorso della Legalità a Cermenate (CO)


E ricordate: non è da Cosa Nostra che potete aspettarvi un futuro migliore per il vostro quartiere. Non potranno mai darvi una scuola media per i vostri figli o un asilo nido dove lasciare i bambini quando andate a lavoro. PINO PUGLISI


15 settembre del 1993 – Giuseppe Puglisi, 56 anni, sacerdote. Salvatore Grigoli e Gaspare Spatuzza lo aspettano davanti casa. Spatuzza, avvicinandosi all’obiettivo, simula una rapina del portafogli, Don Pino lo guarda e sorride.

 

La tomba di Padre Puglisi a Palermo Cattedrale

 

Un futuro senza mafia: così il beato Puglisi parla agli ultimi del nostro tempo

di Corrado Lorefice  – La lettera dell’arcivescovo di Palermo alla vigilia dell’anniversario dell’assassinio

Don Pino Puglisi all’interno del cammino della Chiesa palermitana, negli anni Settanta-Novanta del secolo scorso, impegnata nella ricezione del Concilio Vaticano II, ha cercato sempre, sino alla fine, con le comunità e i giovani da lui accompagnati, di seguire le orme di Gesù, incontrato nella assidua frequentazione del Vangelo; egli non bazzicava la politica di potere e di favori, non ricercava nessun potere, nemmeno quello pseudoreligioso, ma il Vangelo. Contribuiva fattivamente al volto di una Chiesa libera, gioiosa di annunciare e testimoniare solamente il Vangelo. A Padre Pino Puglisi non interessavano altro che gli uomini e le donne affidati alle sue cure e il Vangelo.

Dal Vangelo aveva appreso ad essere dimentico di se stesso, a rinnegare l’io autoreferenziale e predatore codificato nel Dna 

umano tenendo dietro al suo Maestro, il Signore crocifisso, e a spendersi per gli altri, soprattutto se appesantiti o impediti nella loro dignità umana. Il suo ministero e la sua pastorale erano radicati nel territorio, abbracciavano le vite concrete, le vicissitudini delle case, i bisogni reali, le istanze vitali, i “corpi” delle donne e degli uomini che nel cuore “si aspettano invincibilmente che gli venga fatto del bene e non del male” (Simon Weil).

Poiché è dal Vangelo, dalla sua ispirazione, che avviene la trasformazione del cuore e della vita di quanti lo accolgono, ma anche della città umana dove i cristiani vivono con gli altri cittadini immettendovi tale forza di trasformazione, incrociando le migliori energie delle donne e degli uomini di buona volontà come quelle presenti anche in questo scorcio drammatico ma promettente del nostro tempo segnato dalla pandemia.

Il Vangelo accolto e vissuto ha sempre una ricaduta sociale per l’edificazione della città degli uomini. L’annuncio del Vangelo, infatti, sprigiona un’energia di bene che genera ed educa alla libertà, alla bellezza, alle cose buone, alle buone notizie, alla “buona carne”, alle relazioni gratuite e costruttive, libere e liberanti.

Il Vangelo ti chiede di stare dentro la vicenda umana, anche quella che conosce le conseguenze disumane del peccato sociale, del peccato strutturato; del potere mafioso. Il Vangelo chiede di incarnarsi, di assumere la cultura, ma rende anche liberi nei confronti della cultura, specie quella deviata, la cultura mafiosa che si struttura e si stratifica carsicamente come potere. Chi vive in Sicilia, e specialmente a Palermo, deve imparare a familiarizzare con i nomi della memoria ferita e della domanda di riscatto dalla mentalità mafiosa, dalla abitudine alla rassegnazione, alla sudditanza sociale e psicologica, al clientelismo politico. Giuseppe Puglisi è uno di essi.

I martiri della nostra Isola, i martiri come Puglisi e Livatino, reclamano un cristianesimo ecclesiale che contribuisca fattivamente alla crescita della giustizia, della legalità e della solidarietà fraterna nella città umana. Il compito pubblico della Chiesa è quello della carità sociale e della carità politica. Essere, rimanere sempre al fianco delle vittime, degli scartati, dei perseguitati, dei rifiutati. Senza mai tentennare e senza lasciarsi tentare dagli orpelli del potere e dalla menzogna delle collusioni. Senza se e senza ma. Memori che il Cristo, il mite Principe della pace, non scende a compromesso con il principe di questo mondo.

Il potere mafioso trova terreno fertile in un ambiente che ha carenze culturali e civiche. E ha tutto l’interesse che lo stato nelle sue istituzioni sia connivente o, meglio ancora, assente. Connivente o latitante. Il “padrino” e il potere mafioso sono icona e culto di una pedagogia che va definitivamente sconfitta e superata con la cultura della legalità e della corresponsabilità, dell’onestà e della coerenza morale, dell’incontro e del dialogo, della mitezza e del perdono, con l’impegno di tutti a costruire amicizia sociale e fratellanza universale; e questo Padre Pino lo ha colto pienamente a Brancaccio.

Del resto, fin da giovane, è stato un incisivo educatore e un valente formatore. Era veramente un pedagogo, aveva nel sangue una capacità maieutica: far crescere l’altro e condurlo alla vita adulta, alla piena statura dell’intrinseca e inalienabile dignità umana, alla libertà dei figli di Dio. Nei tre anni di parrocato nel suo quartiere d’origine, come già anche a Godrano, ha contribuito a suscitare una coscienza comunitaria consapevole che il Vangelo diventa lievito di trasformazione della storia, anche di un agglomerato come Brancaccio con le sue ferite e le sue speranze. Per questo si era battuto per avere scuole, centri per anziani e giovani, spazi aggregativi e di confronto, coinvolgimento delle istituzioni.

La logica mafiosa è performante. Fa testo. Istruisce. Forma. Ed è antievangelica. È un anti-vangelo. È contro il Vangelo che si incarna nella vita perseguendo la giustizia e il vero bene di tutti quale dimensione fondamentale della convivenza civile. Teme il Vangelo, come teme la giustizia e la legalità. Teme i testimoni (martiri) del Vangelo e della giustizia. Li uccide credendo di eliminarli. L’antimafia vera, non quella conclamata e ostentata, è quella della prassi quotidiana della legalità e della cittadinanza responsabile.

L’antimafia vera è quella di uomini e di donne che nella fedeltà agli impegni della loro vita personale, familiare e sociale, erodono il campo alla cultura e alla prassi mafiosa che arreca un grave pregiudizio allo sviluppo economico, sociale e culturale dei nostri territori. Invertono l’humus dell’illegalità. Contribuiscono alla formazione di una mentalità del diritto e della giustizia, fanno progredire prassi non violente e virtuose.

Solo se ribalteremo la logica atavica della prevaricazione e del “favore”, il clientelismo che crea illusioni e disaffezione al lavoro, dell’individualismo e dell’indifferenza, con quella della solidarietà fraterna e della corresponsabilità, potremo guardare a un futuro senza mafiaLA REREPUBBLICA

«Me l’aspettavo», le ultime parole sussurrate ai suoi assassini

Il racconto del collaboratore di giustizia Salvatore Grigoli, che ha esordito: «Io vorrei collaborare…con la giustizia, quindi definendomi collaboratore». «Però, per quanto riguarda questo processo, vorrei definirmi io più che altro un pentito, perché mi sono pentito realmente di aver commesso questo omicidio»

Per quel che riguarda il procedimento in esame, il predetto imputato, all’udienza del 7 luglio dello stesso anno 1997, rendeva spontanee dichiarazioni, riportate nella sentenza di primo grado e che appare opportuno qui trascrivere testualmente, nei passi più salienti, costituendo la sua collaborazione una svolta decisiva, la chiave di lettura dell’omicidio di Padre Puglisi, in quanto il predetto ha espressamente indicato causale, mandanti ed esecutori materiali dell’omicidio, primo fra tutti se stesso.

Il Grigoli ha così esordito: «Io vorrei collaborare….con la giustizia, quindi definendomi collaboratore».

«Però, per quanto riguarda questo processo, vorrei definirmi io più che altro un pentito, perché mi sono pentito realmente di aver commesso questo omicidio».

«Riguardo ….io cominciai già a pensare qualcosa del genere all’incirca, riguardo sul pentirmi, un sei mesi addietro a questa parte…. E mi ha dato modo di pensare questo il fatto che da un anno a questa parte io non ero più sostenuto da nessuno, né economicamente né ….cioè in poche parole io non ero più in condizioni di campare, come si suol dire la famiglia; mi sono dovuto persino impegnarmi dell’oro che avevo io per potere mandare dei soldi a casa….e fare….altre cose; addirittura farmi prestare dei soldi per potere tirare avanti i miei figli e questa cosa mi ha cominciato a fare pensare io con chi…per tutta…per gran parte della mia vita, con chi ho avuto a che fare, se è stato giusto le cose che ho commesso, i delitti….cioè questa cosa mi cominciò a far pensare se era stato giusto quello che avevo fatto io per conto di questa organizzazione. E da questo, ecco, che io ho deciso anche di collaborare con la giustizia».

«Adesso vorrei dire io cosa sono a conoscenza e le mie responsabilità riguardo il delitto di Padre Puglisi».

«Vorrei premettere un’altra cosa, che io….tengo a precisare che non è assolutamente vero il fatto che io mi sia vantato, dopo aver commesso questo omicidio, perché non ne trovavo le ragioni, non me ne vantavo per altri omicidi….figuriamoci di questo che già….anche perché, dopo averlo commesso, ci pensavo spesso a questo omicidio e non vedevo la ragione per cui è stato fatto….anche se i motivi ne sono a conoscenza, ma non mi sembravano motivi validi per uccidere un prete».

IL RACCONTO DI GRIGOLI. «Prima….volevo precisare un’altra cosa, prima dell’omicidio, ho commesso un altro reato, lo dico perché secondo me è attinente a questo omicidio. Fummo incaricati io, Spatuzza e Guido Federico di bruciare tre porte di tre famiglie di uno stabile di via Azolino Hazon, nei dintorni di questa via…perché queste persone erano vicine a padre Puglisi».

«I fatti che io conosco, le responsabilità dell’omicidio sono quelli che un giorno…non ricordo se fu lo Spatuzza o Nino Mangano che un giorno mi disse che dovevamo commettere questo omicidio, che deve essere stato lo Spatuzza anche perché la persona che conosceva il padre. Già aveva parlato con Giuseppe Graviano e si doveva commettere questo omicidio, sicuramente ne parlai anche con Nino Mangano, perché io non facevo niente se non ne parlassi con lui».

«Quindi una sera….cercammo di vedere i movimenti, gli spostamenti del padre e lo incontrammo a Brancaccio, in un telefono pubblico. Non mi ricordo se già ero armato o dopo averlo visto…ci recammo per armarci, anche se poi l’unico a essere armato ero io e lo attendemmo nei pressi di casa».«Così fu, eravamo io, lo Spatuzza, Giacalone Luigi e Lo Nigro Cosimo. Eravamo comunque…non avevamo né macchine rubate, né motociclette, niente di tutto questo, eravamo con le macchine….una era di disponibilità del Giacalone, un BMW e una Renault 5 di proprietà del Cosimo Lo Nigro. Scese Spatuzza dalla macchina del Lo Nigro, perché Spatuzza era con Lo Nigro ed io ero con Giacalone. Il primo ad arrivare fu lo Spatuzza, ricordo che il padre si stava accingendo ad aprire il portone di casa, ….lo Spatuzza si ci affiancò, perché il padre aveva un borsello, gli mise la mano nel borsello e gli disse: padre questa è una rapina».

«Allorchè il padre neanche si era accorto di me….e il padre, fu una cosa questa qui che non posso dimenticare, perché ogni volta che penso a questo episodio mi viene in mente questa visione del padre che sorrise, non capii se fu un sorriso ironico o sorrise….sorrise e gli disse allo Spatuzza “me l’aspettavo”. Allorchè io gli sparai un colpo alla nuca e il padre morì sul colpo senza neanche accorgersene di essere stato ucciso».

«Dopo di ciò chiaramente il borsello fu portato via dallo Spatuzza… Dopo di ciò ci recammo in uno stabilimento della zona industriale cosiddetto Valtras, uno stabilimento di export-import…una specie di spedizionieri erano e lì fu controllato il borsello. Ricordo bene che c’era una patente, lo ricordo bene perché lo Spatuzza aveva la mania, perché lui all’epoca già era latitante, di togliere le marche da bollo che potevano servire per eventuali documenti falsi e tutti i documenti e tolse le marche da bollo».

«Tra le altre cose ricordo che c’era una lettera…non ricordo se è stata inviata al padre o….c’era una busta con un foglio, una lettera di una persona che gli aveva scritto che, se non ricordo male, gli facesse gli auguri non so di cosa, all’incirca trecento mila lire e poi altri pezzettini di carta…».

«Vorrei premettere che il borsello fu portato via, perché si voleva far credere che l’omicidio….cioè l’omicidio dovevano pensare gli inquirenti che era stato fatto da qualche tossicodipendente o da qualche rapinatore, ecco perché fu utilizzata la 7,65, non è un’arma consueta agli omicidi di mafia”. “Questo è quello che io sono a conoscenza….».

Al termine di dette dichiarazioni spontanee il Pubblico Ministero chiedeva l’esame di Grigoli Salvatore, che la Corte di Assise ammetteva e che veniva espletato all’udienza del 28 ottobre 1997, nel corso del quale sono stati approfonditi, nel contraddittorio fra le parti, i temi già spontaneamente enunciati dal predetto imputato. A richiesta della difesa di Graviano Filippo, poi, venivano acquisiti i verbali delle dichiarazioni rese dal Grigoli il 24 giugno 1997 al Procuratore della Repubblica di Firenze ed al Procuratore della Repubblica di Palermo il 26 giugno successivo. Frattanto l’istruzione dibattimentale proseguiva con l’esame dei testi addotti dalla difesa degli imputati Graviano Giuseppe e Graviano Filippo.

Il processo di primo grado subiva una battuta d’arresto a causa di una prolungata assenza per malattia del Presidente nonché per il trasferimento ad altro ufficio del giudice a latere di quella Corte. Quest’ultima circostanza rendeva necessaria la rinnovazione del dibattimento disposta con ordinanza del 21 settembre 1998 a seguito della quale quella Corte, nella nuova composizione, dichiarava utilizzabili gli atti dell’attività istruttoria fino ad allora compiuta, disponendo solo un nuovo esame dell’imputato Grigoli Salvatore che veniva espletato all’udienza del 27 ottobre 1998. Esaurita l’assunzione delle prove si svolgeva la discussione finale, nel corso della quale il Pubblico Ministero e successivamente i Difensori delle parti civili e degli imputati formulavano ed illustravano le rispettive conclusioni. Ultimata la discussione, orale, il presidente dichiarava chiuso il dibattimento e subito dopo la Corte si ritirava in camera di consiglio per la deliberazione. A CURA DELL’ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA 12 settembre 2021 


Capitoli della sentenza processo per l’omicidio di Don Pino

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UCCISO A PALERMO PARROCO DI BRANCACCIO. (ANSA) – PALERMO, 15 SETTEMBRE 1993 – Padre Giuseppe Puglisi, 56 anni, parroco della Chiesa di San Gaetano nel quartiere di Brancaccio a Palermo, e’ stato assassinato con un colpo di pistola alla nuca. L’ omicidio e’ avvenuto intorno alle 21.30 davanti all’ abitazione del religioso in via Anita Garibaldi e non avrebbe avuto testimoni. L’ allarme e’ stato dato da alcuni vicini che hanno sentito i gemiti del prete e hanno chiamato l’ambulanza del pronto soccorso dell’ ospedale Buccheri La Ferla. Padre Puglisi e’ morto subito dopo il ricovero. Sono in corso accertamenti per stabilire l’ esatta dinamica dell’agguato.

CHI ERA  Giuseppe (detto Pino) Puglisi nasce il 15 settembre del 1937 a Palermo, nel quartiere periferico di Brancaccio, in una famiglia di umili condizioni: la madre, Giuseppa Fana, è una sarta, mentre il padre, Carmelo Puglisi, lavora come calzolaio. Nel 1953, a sedici anni, Pino entra in seminario: viene ordinato prete nella chiesa santuario della Madonna dei Rimedi il 2 luglio del 1960 dal cardinale Ernesto Ruffini.

L’attività pastorale Divenuto nel frattempo amico di Davide Denensi (fino al trasferimento di quest’ultimo in Svizzera) e di Carlo Pelliccetti, che lo sostengono e lo supportano quotidianamente, nel 1961 Pino Puglisi viene nominato vicario cooperatore nella parrocchia del Santissimo Salvatore nella borgata palermitana di Settecannoli, non distante da Brancaccio. Dopo essere stato scelto come rettore della chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi e come confessore delle suore brasiliane Figlie di Santa Macrina nell’istituto omonimo, viene nominato – nel 1963 – cappellano all’orfanotrofio “Roosevelt” all’Addaura e presta servizio come vicario alla parrocchia Maria Santissima Assunta nella borgata marinara di Valdesi.

Don Puglisi educatore In questo periodo, è vicerettore del seminario arcivescovile minorile e prende parte a una missione a Montevago, paese colpito dal terremoto; intanto, si appassiona all’educazione dei ragazzi (insegna all’istituto professionale “Einaudi” e alla scuola media “Archimede”), mantenendo tale vocazione anche quando, il 1° ottobre del 1970, viene nominato parroco di Godrano, un piccolo paese della provincia di Palermo costretto, in quegli anni, a far fronte agli scontri feroci in corso tra due famiglie mafiose: famiglie che, anche grazie all’opera di evangelizzazione di Don Puglisi, si riconciliano. Continua a insegnare fino al 1972 alla scuola media “Archimede”, e nel frattempo è docente anche alla scuola media di Villafrati. Nel 1975 è professore alla sezione di Godrano della scuola media di Villafrati, e dall’anno successivo anche all’istituto magistrale “Santa Macrina”. Dal 1978, anno in cui comincia a insegnare al liceo classico “Vittorio Emanuele II”, lascia la parrocchia di Godrano e diventa pro-rettore del seminario minore di Palermo; successivamente assume l’incarico di direttore del Centro diocesano vocazioni, per poi accettare il ruolo di responsabile del Centro regionale vocazioni.

A cavallo tra anni ’80 e anni ’90  Nel frattempo, è membro del Consiglio nazionale e contribuisce alle attività della Fuci e dell’Azione Cattolica. A partire dal mese di maggio del 1990 svolge il proprio ministero sacerdotale anche a Boccadifalco, alla Casa Madonna dell’Accoglienza dell’Opera Pia Cardinale Ruffini, aiutando ragazze madri e giovani donne in situazioni di difficoltà. Il 29 settembre dello stesso anno Don Pino Puglisi viene nominato parroco a San Gaetano, tornando quindi a Brancaccio, il suo quartiere di origine: un quartiere gestito dalla mafia – e in particolare dai fratelli Gaviano, boss strettamente legati alla famiglia di Leoluca Bagarella.

Contro la mafia e contro la mentalità mafiosaIn questo periodo, quindi, comincia la lotta di Don Puglisi contro la criminalità organizzata: non tanto cercando di riportare sulla retta via chi è già mafioso, ma provando a evitare che si facciano coinvolgere dalla criminalità i bambini che vivono per le strade e che ritengono che i mafiosi siano delle autorità e delle persone degne di rispetto. Nel corso delle sue omelie, comunque, Don Pino si rivolge frequentemente ai mafiosi, dimostrando di non temere (almeno pubblicamente) eventuali conseguenze. Grazie alla sua attività e ai giochi che organizza, il parroco siciliano toglie dalla strada numerosi bambini e ragazzi che, senza la sua presenza, sarebbero stati sfruttati per spacciare o per compiere rapine, coinvolti in maniera irreparabile nella vita criminale. Per questa sua attività, a Don Puglisi vengono rivolte e recapitate numerose minacce di morte da parte di boss mafiosi, di cui tuttavia non parla mai a nessuno. Nel 1992 riceve l’incarico di direttore spirituale del seminario arcivescovile di Palermo, e pochi mesi più tardi inaugura il centro Padre Nostro a Brancaccio, finalizzato all’evangelizzazione e alla promozione umana.

L’assassinio Il 15 settembre del 1993, in occasione del suo cinquantaseiesimo compleanno, Don Pino Puglisi viene ucciso poco prima delle undici di sera in piazza Anita Garibaldi, davanti al portone di casa sua, nella zona orientale di Palermo. Dopo essere sceso dalla sua auto, una Fiat Uno, viene avvicinato al portone da un uomo che gli spara contro alcuni colpi diretti alla nuca. Le ultime parole di Don Pino sono “Me lo aspettavo“, accompagnate da un tragico sorriso. L’assassino – verrà accertato dalle indagini e dai processi successivi – è Salvatore Grigoli (autore di più di quaranta omicidi, come egli stesso confesserà), presente insieme con Gaspare Spatuzza e altre tre persone: un vero e proprio commando composto anche da Luigi Giacalone, Cosimo Lo Nigro e Nino Mangano. I mandanti dell’omicidio sono, invece, i capimafia Giuseppe e Filippo Gaviano (che per l’assassinio verranno condannati all’ergastolo nel 1999). I funerali del parroco si svolgono il 17 settembre: il suo corpo viene sepolto nel cimitero palermitano di Sant’Orsola, e sulla tomba saranno riportate le parole “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici“, tratte dal Vangelo di Giovanni.

Il film “Alla luce del sole” Nel 2005, il regista Roberto Faenza dirige il film “Alla luce del sole“, in cui Don Pino Puglisi è interpretato da Luca Zingaretti: la pellicola è ambientata nella Palermo del 1991, e racconta la storia del sacerdote e del suo impegno per allontanare i bambini del luogo dagli artigli della malavita


“Don Puglisi minaccia per Cosa nostra”  Il prete, con le use iniziative che puntavano a sottrarre i ragazzi del quartiere dalle mire di Cosa nostra, rappresentava una minaccia troppo pericolosa per i boss. E per questo – ammette il pentito – “abbiamo deciso di ucciderlo”. Uno dei testimoni chiave del dibattimento torna a descrivere i retroscena di quel delitto e racconta di aver prima “pensato di simulare un incidente” e poi di aver deciso “di ucciderlo in quel modo” (padre Puglisi venne assassinato in piazza, ndr). L’ex soldato dei Graviano sviscera davanti ai giudici della Corte d’Assise di Palermo i dettagli per pianificare l’agguato. “Abbiamo iniziato delle osservazioni – prosegue Spatuzza – poi abbiamo infiltrato nell’associazione di don Puglisi una persona, io certo non potevo farlo perché in Chiesa non ci andavo e la mia presenza poteva dare sospetti”. di RQuotidiano | 13 MARZO 2014

Sentenza Corte d’Assise 14.4.1998 


 Don Pino Puglisi per dire no alla mafia«Vedo l’Europa come una grande prateria in cui le mafie vanno a pascolare». Non ha certo usato mezzi termini il giudice Nicola Gratteri quando un paio d’anni fa, nel corso di un convegno, ha riacceso i riflettori sulla capacità delle cosche di mutar pelle, espandersi, diffondersi. Le mafie, non v’è dubbio, sono una questione non più solo italiana, ma viene da chiedersi se, in un’Europa e in un mondo uniti dalla globalizzazione e tuttavia ancor divisi dagli interessi economici e dalle leggi, sia possibile una efficace risposta al fenomeno mafioso, capace di andare oltre i confini – pure mentali e culturali – come fa “Cosa Nostra” nel proprio àmbito.

La sfida non si vince più solo con le investigazioni, la caccia ai patrimoni, la certezza e la severità della pena, l’introduzione a livello comunitario (auspicata e non ancora realizzata) del reato di associazione mafiosa. È necessario, anche un modello di impegno civile di testimonianza cristiana. Quello di don Pino Puglisi, ad esempio, proclamato beato esattamente un anno fa, il 25 maggio 2013. Per capire quanto universale sia il messaggio di questo sacerdote palermitano basta far riferimento proprio al nostro continente: dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza e rispetto dei diritti umani sono i princìpi condivisi dalle genti d’Europa. Sono valori cristiani, che il Vaticano II ha ribadito e rilanciato per tutta la cattolicità, e che infine sono stati trasfusi nella Carta dei diritti fondamentali (adottata nel 2000 e divenuta vincolante per i Paesi Ue dal 2009), i cui capisaldi sono, appunto la difesa dei diritti civili, politici, economici, sociali e culturali; la promozione dei diritti delle donne, dei bambini, delle minoranze e degli sfollati, senza patria; la condanna della pena di morte, della tortura, della tratta di esseri umani e di ogni discriminazione. 
Valori la cui pratica collide con le forze palesi o occulte che invece perseguono la via della sopraffazione, in quelle situazioni di emarginazione sociale e carenza di opportunità lavorative dove la criminalità organizzata attecchisce e miete vittime. Vittime come Falcone e Borsellino, e come il parroco di Brancaccio a Palermo.
Il 15 settembre del 1993 chi lo uccide alle spalle usa una calibro 7.65, solitamente non utilizzata dai mafiosi per i loro delitti. I sicari portano via il borsello della vittima: vogliono far passare l’omicidio come un tentativo di rapina finito tragicamente. Non ci riusciranno. E tutti, esecutori e mandanti, questi ultimi identificati nei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, verranno assicurati alla giustizia. Ma perché Cosa Nostra uccide un ministro di Dio? Quell’omicidio è stato, semplicemente, la conseguenza non ricercata di un’umile volontà di quotidiana fedeltà al Signore, anche di fronte alla eventualità di una morte violenta inflitta da uomini dediti al male. Prospettiva che don Pulisi non era ignota, al punto da affermare: «Il discepolo di Cristo è un testimone. La testimonianza cristiana va incontro a difficoltà, può diventare martirio». 
Fu ucciso dalla mafia in odium fidei, per odio alla fede cristiana incarnata ed esercitata. Tale odio non solo ebbe per oggetto le verità da credere, ma anche le virtù richieste dalla fede. Egli subì il martirio per amore di Cristo e della Chiesa, per aver incitato la gente a preferire valori umani e cristiani, quali la difesa dei deboli, l’educazione della gioventù, il rispetto della giustizia e della legalità, l’acquisizione dei diritti che la mafia negava. Insomma, per aver invitato i suoi parrocchiani a conformarsi a quei princìpi che costituiscono anche le basi dell’Europa unita.
Oggi quel prete viene additato dalla Chiesa come emblema del modo straordinariamente ordinario di essere cristiano e di essere prete e, per ciò stesso, inevitabilmente voce critica di ogni comportamento contrastante col diritto alla vita e coi diritti fondamentali dell’uomo. Per questo, a pieno titolo, come già lo è stato per Palermo e la Sicilia, Puglisi può essere pure per le genti del Vecchio Continente – che in queste ore stanno eleggendo il nuovo Europarlamento – un punto di riferimento per una resistenza attiva, svolta in nome del Vangelo, alle varie forme di criminalità organizzata in un’Europa che tale linea proclama solennemente sin dal 2007, anche se poi, proprio in questi giorni, incredibilmente decide di considerare parte della “ricchezza” che nella Ue si produce ogni anno (il famoso Pil) pure i proventi delle attività criminali.
La figura del Beato deve perciò essere non solo un modello da imitare da parte dei credenti, ma da presentare, da far conoscere a tutti i cittadini d’Europa. Il parroco di Brancaccio, col suo sacrificio, ricorda ai cristiani e a tutti gli uomini retti, che contro le mafie non basta denunciare, prevenire, punire, ma occorre un impegno civile e un annuncio del Vangelo da testimoniare con coerenza, con convinzione. «Un cristiano – ricordava qualche tempo fa Papa Francesco – se non è rivoluzionario, non è un cristiano. Non capisco le comunità cristiane che sono chiuse in parrocchia. Uscire per annunziare il Vangelo. A noi cristiani il Signore ci vuole pastori e non pettinatori di pecorelle». Proprio come don Pino Puglisi: Prete, semplicemente prete. 
AVVENIRE. 26.5.2014  Vincenzo Bertolone – arcivescovo di Catanzaro e postulatore della causa di beatificazione di don Puglisi


A Palermo, come in altre località belle e disperate contaminate dagli uomini del disonore, si muore con preavviso. Una lunga e grave malattia può far prevedere la stagione della morte del malato, come una minaccia costante. Ma se uno sta bene e sprizza salute, lavora, mangia e prega, gioca al pallone, viaggia, si riposa, guarda il mare, non si aspetta di morire, a meno che qualcuno lo minacci. E lo avverta di morte. Pino Puglisi, sacerdote, l’avevano avvertito. I fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, vivevano la loro dorata carriera criminale a Brancaccio, tra Ficarazzi, Ficarazzelli, Bagheria, Villabate e la città, senza paura. Amici di Riina e Provenzano, dei Lo Piccolo e di molti imprenditori senza paura e senza dignità, i due consanguinei facevano scorrere arterie di droga e di soldi ovunque, ma tutto l’organismo mafioso partiva e tornava sempre a Brancaccio. Oggi come allora, se si viaggia in auto, sulla litoranea, poco prima di giungere a Brancaccio, si attraversa una località segnata con la vernice scolorita sulla facciata di una casa cantoniera: Palermo Bandita. La Bandita è sempre stata una località di mare, fino agli anni Sessanta piena di lidi balneari, con le cabine in legno su palafitte. La gente del popolo e della grana ci andava a fare il bagno. Poi gli anni Ottanta, le “bionde”, il traffico di sigarette e la grande riffa della droga, con Gaetano Fidanzati sodale dei giovanissimi Graviano. A Brancaccio, a pochi minuti dalla Bandita, dal bagnasciuga, nacque Giuseppe, Pino. La madre sarta e il padre calzolaio. Nacque in una Palermo e crebbe in un’altra. A Palermo, quando Pino era giovane, le cose non andavano benissimo, ma un barbiere era contento di fare il barbiere, un cuoco di fare il cuoco, il poliziotto il suo mestiere e così via. Poi, dopo il fiume di soldi della droga e del cemento speculativo, molti volevano essere altro, o almeno apparire. Allora Puglisi portò a Brancaccio la parola della verità del Vangelo, di strada, per ragazzi. E il Vangelo passava – e passa – anche tra i due sassi di una porta da calcio immaginaria. Nei condomini di periferia Pino portava il Vangelo, la solidarietà e l’indipendenza dei diritti sociali. Nelle strade, in parrocchia, in quell’oratorio così raro in una città con le chiese sigillate per decenni ai giovani e agli ultimi. Un mostro bellissimo, un arcangelo dei piccoli passi contro il business dei Graviano. Prete testardo, pericoloso, minaccia costante di illuminazione dei manovali spacciatori, taglieggiatori, rapinatori, tutti giovani e sue possibili prede. Quel giorno di vendemmia, lo stesso della sua nascita, Spatuzza mimò la rapina, camuffando se stesso vigliacco nei panni di uomo da niente. Pino Puglisi si voltò e sorrise, pronunciando al contempo una frase tutta nostra, siciliana, di fronte alla morte: «me l’aspettavo». Salvatore Grigoli, da dietro, osservando la scena, mirò alla nuca del sacerdote, tese il braccio, quasi poggiò la canna ai capelli, e sparò.


L’HO UCCISO CON UN COLPO ALLA NUCA

                PADRE PUGLISI PARLA SALVATORE GRIGOLI, IL SUO ASSASSINO

 Salvatore Grigoli, collaboratore dell’Arma dei Carabinieri, ex mafioso al soldo dei fratelli Graviano. Vissuto fra i quartieri di Cosa Nostra, con 46 omicidi alle spalle risulta uno dei più spietati killer, presenziando inoltre alle stragi di Firenze e a vari attentati a Roma, nonché a un attentato ai danni di Maurizio Costanzo. I fratelli Graviano, assieme a un altro mafioso, Gaspare Spatuzza, lo incaricarono dell’omicidio ai danni di don Giuseppe Puglisi, che con il centro “Padre Nostro” toglieva tanti giovani ragazzi a Cosa Nostra. L’omicidio si svolse il giorno del compleanno del parroco di Brancaccio, allora uno dei cuori della mafia a Palermo. Stando ai racconti di Grigoli, Spatuzza si affiancò a un tranquillo don Puglisi dicendo: “Padre, questa è una rapina”. Il prete avrebbe ribattuto, con un sorriso: “Me l’aspettavo”. Dopo aver sparato un colpo alla nuca, sempre stando ai racconti del pentito, la morte di Puglisi sembrò una maledizione, dati i continui fallimenti a cui andavano incontro. Stanco della vita mafiosa, arrestato, confessò tutti i delitti e cominciò una collaborazione, che lo portò ad essere sotto scorta e a vivere con continui spostamenti per evitare vendette da parte della mafia. WIKIPEDIA


Tratto dal verbale dell’udienza del 7 luglio del 1997, rendeva spontanee dichiarazioni, riportate nella sentenza di primo grado “Io vorrei collaborare….con la giustizia, quindi definendomi collaboratore”. “Però, per quanto riguarda questo processo, vorrei definirmi io più che altro un pentito, perché mi sono pentito realmente di aver commesso questo omicidio”.“Riguardo ….io cominciai già a pensare qualcosa del genere all’incirca, riguardo sul pentirmi, un sei mesi addietro a questa parte…. E mi ha dato modo di pensare questo il fatto che da un anno a questa parte io non ero più sostenuto da nessuno, né economicamente né ….cioè in poche parole io non ero più in condizioni di campare, come si suol dire la famiglia; mi sono dovuto persino impegnarmi dell’oro che avevo io per potere mandare dei soldi a casa….e fare….altre cose; addirittura farmi prestare dei soldi per potere tirare avanti i miei figli e questa cosa mi ha cominciato a fare pensare io con chi…per tutta…per gran parte della mia vita, con chi ho avuto a che fare, se è stato giusto le cose che ho commesso, i delitti….cioè questa cosa mi cominciò a far pensare se era stato giusto quello che avevo fatto io per conto di questa organizzazione. E da questo, ecco, che io ho deciso anche di collaborare con la giustizia”. “Adesso vorrei dire io cosa sono a conoscenza e le mie responsabilità riguardo il delitto di Padre Puglisi”. “Vorrei premettere un’altra cosa, che io….tengo a precisare che non è assolutamente vero il fatto che io mi sia vantato, dopo aver commesso questo omicidio, perché non ne trovavo le ragioni, non me ne vantavo per altri omicidi….figuriamoci di questo che già….anche perché, dopo averlo commesso, ci pensavo spesso a questo omicidio e non vedevo la ragione per cui è stato fatto….anche se i motivi ne sono a conoscenza, ma non mi sembravano motivi validi per uccidere un prete”. “Prima….volevo precisare un’altra cosa, prima dell’omicidio, ho commesso un altro reato, lo dico perché secondo me è attinente a questo omicidio. Fummo incaricati io, Spatuzza e Guido Federico di bruciare tre porte di tre famiglie di uno stabile di via Azolino Hazon, nei dintorni di questa via…perché queste persone erano vicine a padre Puglisi”. “I fatti che io conosco, le responsabilità dell’omicidio sono quelli che un giorno…non ricordo se fu lo Spatuzza o Nino Mangano che un giorno mi disse che dovevamo commettere questo omicidio, che deve essere stato lo Spatuzza anche perché la persona che conosceva il padre. Già aveva parlato con Giuseppe Graviano e si doveva commettere questo omicidio, sicuramente ne parlai anche con Nino Mangano, perché io non facevo niente se non ne parlassi con lui”. “Quindi una sera….cercammo di vedere i movimenti, gli spostamenti del padre e lo incontrammo a Brancaccio, in un telefono pubblico. Non mi ricordo se già ero armato o dopo averlo visto…ci recammo per armarci, anche se poi l’unico a essere armato ero io e lo attendemmo nei pressi di casa”. “Così fu, eravamo io, lo Spatuzza, Giacalone Luigi e Lo Nigro Cosimo. Eravamo comunque…non avevamo né macchine rubate, né motociclette, niente di tutto questo, eravamo con le macchine….una era di disponibilità del Giacalone, un BMW e una Renault 5 di proprietà del Cosimo Lo Nigro. Scese Spatuzza dalla macchina del Lo Nigro, perché Spatuzza era con Lo Nigro ed io ero con Giacalone. Il primo ad arrivare fu lo Spatuzza, ricordo che il padre si stava accingendo ad aprire il portone di casa, ….lo Spatuzza si ci affiancò, perché il padre aveva un borsello, gli mise la mano nel borsello e gli disse: padre questa è una rapina”. “Allorchè il padre neanche si era accorto di me….e il padre, fu una cosa questa qui che non posso dimenticare, perché ogni volta che penso a questo episodio mi viene in mente questa visione del padre che sorrise, non capii se fu un sorriso ironico o sorrise….sorrise e gli disse allo Spatuzza “me l’aspettavo”. Allorchè io gli sparai un colpo alla nuca e il padre morì sul colpo senza neanche accorgersene di essere stato ucciso”. “Dopo di ciò chiaramente il borsello fu portato via dallo Spatuzza… Dopo di ciò ci recammo in uno stabilimento della zona industriale cosiddetto Valtras, uno stabilimento di export-import…una specie di spedizionieri erano e lì fu controllato il borsello. Ricordo bene che c’era una patente, lo ricordo bene perché lo Spatuzza aveva la mania, perché lui all’epoca già era latitante, di togliere le marche da bollo che potevano servire per eventuali documenti falsi e tutti i documenti e tolse le marche da bollo”. “Tra le altre cose ricordo che c’era una lettera…non ricordo se è stata inviata al padre o….c’era una busta con un foglio, una lettera di una persona che gli aveva scritto che, se non ricordo male, gli facesse gli auguri non so di cosa, all’incirca trecento mila lire e poi altri pezzettini di carta…” “Vorrei premettere che il borsello fu portato via, perché si voleva far credere che l’omicidio….cioè l’omicidio dovevano pensare gli inquirenti che era stato fatto da qualche tossicodipendente o da qualche rapinatore, ecco perché fu utilizzata la 7,65, non è un’arma consueta agli omicidi di mafia”. “Questo è quello che io sono a conoscenza….”.

Ventisei anni fa la mafia uccideva don Puglisi. Giuseppe Carini: “Esiste una parte di verità storica che non conosciamo” Don Pino Puglisi era un tremendo ritardatario, “l’appuntamento è alle nove, se alle dieci non mi vedi arrivare aspetti fino alle undici e alle dodici te ne vai”. «Accanto al ricordo doloroso, quello della sua morte, io non posso che ricordare i piccoli dettagli che facevano di lui un uomo speciale. Mi porto anche questo dentro: la sua ironia e la capacità di affidarsi alla Provvidenza. Ci provo anche io, a distanza di ventisei anni». Giuseppe Carini ha un tono di voce spezzato dalla commozione nel ricordare il suo don Puglisi, il sacerdote di Brancaccio che salvava le anime dalla realtà mafiosa. Quella realtà dalla quale Carini era sedotto. «Ero un ragazzo letteralmente affascinato e succube di quella cultura e mentalità mafiosa, desideravo diventare un uomo d’onore. Poi l’incontro con padre Puglisi è stato miracoloso: ho capito chi ero e cosa volevo davvero. Ho così rifiutato la cultura della morte».

Oggi Giuseppe Carini è un testimone di giustizia che vive in località protetta con una nuova identità, ma legato alla sua Palermo. «A Brancaccio è sicuramente cambiata la percezione che la gente ha della mafia e si percepisce il sostegno a chi ha dato un contributo alla giustizia rinunciando alla malavita. Cosa nostra ha subito certamente duri colpi da parte delle autorità giudiziarie, ma è ben lontana dall’essere sconfitta. Rimangono ancora le domande fondamentali sulle stragi Falcone – Borsellino, su quegli anni in cui l’Italia era travolta dagli attentati e sui rapporti tra Cosa nostra e i mandanti occulti che avevano interesse a destabilizzare il nostro Paese. Inoltre molti dei servizi che mancavano nel mio quartiere adesso sono finalmente presenti, come il distretto socio sanitario, una struttura per anziani, punti di riferimento per i giovani, attività ludiche. Ma se mi chiede a Brancaccio, Cosa nostra che fine ha fatto, la risposta è la stessa: i capi mandamento del quartiere Brancaccio – Ciaculli, dopo un quarto di secolo sono sempre i fratelli Giuseppe e Fillippo Graviano. Con loro rimangono immutati i quesiti legati alla vicenda di don Puglisi. È chiaro: esiste una parte di verità storica che non conosciamo, credo che alla base dell’omicidio ci sia stata una decisione ad alti livelli. E aggiunge, non dimentichiamo che nel corso delle indagini è emerso che Leoluca Bagarella si prendeva beffa dei fratelli Graviano rispetto alla loro incapacità di controllare il territorio lasciando a piede libero questo sacerdote per tutto il quartiere. C’è qualcosa di più importante che oggi, dopo ventisei anni, ancora non conosciamo».

Era il 15 settembre 1993 quando la mafia uccideva don Pino Puglisi, nel giorno del suo compleanno. Brutalmente assassinato davanti al portone della propria abitazione. Il suo era un impegno costante, profondo e incessante, una vocazione dell’anima: insegnare ai ragazzi l’amore e il rispetto per loro stessi e gli altri, senza la necessità di essere dei criminali, dei capi.

«Io sono un testimone di giustizia, non un collaboratore – spiega Carini – le mie dichiarazioni sono diventate un contributo esterno alle organizzazioni criminali. Non facevo parte di Cosa nostra. Non ho mai commesso alcun reato. Ero schiavo di quella cultura che aveva fatto dell’uomo d’onore un eroe, un cavaliere, ma questo pesa più a me che ad altri. All’inizio si è tentato da parte di Cosa nostra di confondere le idee indirizzando le indagini verso una rapina andata male e non a un delitto mafioso. Questo pericolo è stato scampato perché ci sono state persone, insieme a me, che hanno testimoniato indirizzando le indagini nella pista naturale: verso Cosa nostra».

Inizia così il suo incubo, quello del testimone di giustizia. Del suo programma speciale di protezione, «sono stato trasferito in località protetta con una nuova identità, condannato a vivere una esistenza fatta di oblio. Non potevo raccontare a nessuno della mia vera identità e nulla mi era dato per tornare alla vita normale. Così, insieme a Ignazio Cutrò e Piera Aiello abbiamo lottato affinché lo Stato riconoscesse il valore degli onesti, fondando così l’associazione nazionale testimoni di giustizia».

Una associazione nata per sollecitare una serie di norme corrispondenti alle esigenze di chi sceglie di contrastare la mafia, un punto di riferimento che diventa il fulcro del sostegno, cercando di far comprendere allo Stato che l’emarginazione non può diventare il risultato di una scelta coraggiosa, giusta, legale.

«Un percorso lungo e difficile, in parte abbiamo raggiunto i nostri obiettivi ma c’è molto da fare: abbattere le resistenze ancora presenti che vorrebbero vederci in un limbo e dimenticati da tutti. Perché allo Stato – come disse un autorevole componente della Commissione Centrale anni fa – servono uomini con mani sporche di sangue, collaboratori di giustizia  e non i testimoni. I nostri diritti e doveri non iniziano e finiscono in un’aula di tribunale nell’ambito del processo in cui abbiamo testimoniato. Non siamo fantasmi, ma uomini con un’identità da difendere».

Giuseppe Carini conduce una doppia vita, come la definisce lui: fuori casa è il signor “non posso raccontarvi chi sono realmente”, mentre con la sua famiglia è sempre quel ragazzo nato a Palermo, «godo di un beneficio che è il frutto di tante estenuanti sollecitazioni da parte dell’associazione: la legge approvata dell’allora governo Crocetta relativa all’assunzione dei testimoni di giustizia nella pubblica amministrazione. Una grande vittoria, ma a chi ha i poteri e la possibilità di fare qualcosa nel nostro Sud dico di investire tantissimo nell’istruzione, creando nuove opportunità di lavoro perché questo è possibile e non è stato ancora fatto».

La povertà, la miseria e l’assenza di cultura rafforzano il potere di Cosa nostra, la carenza di servizi e i disagi in cui riversano i nostri quartieri alimentano lo sconforto, «lo Stato deve puntare sulla scolarizzazione, creare dei punti alternativi rendendo possibile una società libera dalla mafia. Non serve solo dialogare con i ragazzi raccontando le realtà che andrebbero evitate, alle istituzioni dico che è arrivato il momento di investire di più, non ci sono più alibi. Abbiamo esempi concreti di persone che hanno avuto il coraggio di denunciare, imprenditori, commercianti che hanno detto no alla mafia rifiutando di pagare il pizzo. Oggi abbiamo bisogno di uno Stato che faccia pienamente la sua parte, non solo sul versante repressivo ma preventivo. Serve l’antimafia del giorno prima, non quella del giorno dopo».

Don Pino Puglisi credeva nei giovani, vedeva in loro il futuro di una società, li accoglieva e li aiutava a intraprendere quel difficile percorso verso il cambiamento. Ventisei anni fa veniva ucciso ma resta un’eredità preziosa che vive e non si esaurisce. Un esempio concreto che sollecita le nostre coscienze a non cedere, a denunciare, a non piegarsi dinanzi ai loro ricatti. «Don Pino Puglisi mi ha insegnato a camminare a testa alta e a sapere rispondere alla domanda chi sono io? – si commuove e continua “oggi Giuseppe Carini è un uomo che ha saputo fare lezione, ammenda di quella che è stata la sua vita a Brancaccio. Oggi posso guardarmi allo specchio e non provare nessuna repulsione nel vedere quell’immagine riflessa».  15 Settembre 2019 at 16:07 di Katya Maugeri SICILIANETWORK


IL TAVOLO “DON PINO”   11.9.2013 – DESIGN ANTIMAFIE – I GIOVANI E STUDENTI DELL’ISTITUTO D’ARTE FAUSTO MELOTTI HANNO PROGETTATO ALCUNI MODELLI DI TAVOLI DA CONFERENZE il progetto vincente è stato realizzato ed ora è utilizzato dal PSF presso la sua sede nazionale di Cermenate

 
 
 

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XV   EDIZIONE PREMIO INTERNAZIONALE BEATO PADRE PINO PUGLISI 2019

XIV  EDIZIONE PREMIO INTERNAZIONALE BEATO PADRE PINO PUGLISI 2018

 XIII EDIZIONE PREMIO INTERNAZIONALE BEATO PADRE PINO  PUGLISI  2017

XII  EDIZIONE PREMIO INTERNAZIONALE BEATO PADRE PINO  PUGLISI  2016

XI    EDIZIONE PREMIO INTERNAZIONALE BEATO PADRE PINO  PUGLISI  2015

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    Mons. Corrado Lorefice e Padre Antonio Garau

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    Premio beato Padre Pino Puglisi, l’edizione 2018 è dedicata ad Amal e a tutti i bambini Yemeniti che soffrono
    Premio beato padre Pino Puglisi, l’edizione 2018 dedicata ai bimbi Yemeniti che soffrono   A venticinque anni dalla morte del beato Pino Puglisi, ucciso dalla mafia il 15 settembre del 1993, e pochi mesi dopo la visita di Papa Francesco a Palermo, anche nei luoghi del ministero del sacerdote di Brancaccio, la diocesi palermitana si muove in prima persona nell’organizzazione e definizione del “Premio Internazionale Beato Padre Pino Puglisi”. Da quest’anno infatti, è proprio l’arcivescovo di Palermo, Monsignor Corrado Lorefice, a presiedere la giuria del premio giunto alla quattordicesima edizione.Il progetto, ideato originariamente da padre Antonio Garau, sacerdote sempre impegnato nel sociale, è cresciuto con l’attenzione per i temi legati alla pace e alla legalità, fino ad affermarsi anche al di là dei confini nazionali. Questa edizione è dedicata a tutti i bambini yemeniti che soffrono e in particolare ad Amal, la piccola morta per fame, a sette anni, qualche settimana fa, la cui foto era finita sul New York Times per sensibilizzare l’opinione pubblica a proposito di un conflitto dimenticato da molti. Difficile trovare un tema migliore e più attuale per ricordare il Beato Padre Pino Puglisi, che ha dedicato la sua vita ai giovani più emarginati, quelli che vivevano sulla strada, giovani che in lui hanno trovato un padre. È stato ucciso perché dava fastidio alla mafia, impedendo concretamente la formazione di giovani mafiosi.  Stavolta proprio l’Arcidiocesi, in collaborazione con l’associazione “Giovani 2017 3P”, organizza il premio internazionale: la serata con la consegna dei riconoscimenti, presentata dai giornalisti Roberto Gueli e Antonella Rizzuto, si svolgerà lunedì 3 dicembre, dalle ore 21, al teatro Politeama di Palermo. Saranno premiati in sette, fra quanti si sono spesi a favore dei più deboli in attività sociali e di beneficenza.  Il premio, nel corso del tempo, è cresciuto esponenzialmente, raccogliendo consensi diffusi e attenzione da parte delle istituzioni e dei media. Da quattro anni la direzione artistica e di produzione è affidata a Francesco Panasci di Panastudio Gruppo Editoriale, che ha contribuito a rendere questo appuntamento annuale più appetibile dal punto di vista mediatico, anche grazie al coinvolgimento di personalità del mondo dello spettacolo, della musica, dell’arte e della cultura.  Grazie alla diretta streaming sulla pagina Facebook sarà possibile seguire l’evento con qualsiasi strumento mediatico e senza limiti territoriali. “Abbiamo vissuto questa edizione con più responsabilità, spiega padre Antonio Garau, proprio perché incaricati direttamente dall’arcivescovo, sia io come suo delegato, che Gemma Ocello, in quanto presidente dell’associazione ‘Giovani 2017 3P’. Il nostro impegno mira sempre a ricordare il Beato Puglisi come sacerdote che ha lottato contro la mafia e la cui morte non ha comunque interrotto il suo messaggio di semplicità, legalità e pace”. Gli ospiti che intratterranno il pubblico del teatro Politeama saranno: l’attore Sergio Vespertino con la sua versatilità e la sua comicità; la cantante Daria Biancardi, voce per eccellenza della soul music siciliana; il duo jaz Joe e Marianna Costantino che si esibiranno con due brani, uno cantato e uno strumentale, entrambi dedicati a padre Pino Puglisi; l’Accademia internazionale del Musical di Palermo. 

     

    Ansa 28.6.2012 PAPA: SARA’ BEATO DON PINO PUGLISI, VITTIMA MAFIABenedetto XVI ha infatti autorizzato la Congregazione per le Cause dei santi a promulgare il decreto relativo al martirio di Puglisi perché ucciso “in odio alla fede”.Il riconoscimento del martirio, che il Papa ha decretato oggi nell’udienza al prefetto per le Cause dei santi card. Angelo Amato, indica che la causa di beatificazione si e’ conclusa positivamente e che presto don Puglisi sara’ elevato all’onore degli altari. A motivo del suo costante impegno evangelico e sociale nel quartire Brancaccio di Palermo, controllato dalla criminalita’ organizzata, il 15 settembre 1993, nel giorno del suo 56/o compleanno, il sacerdote venne ucciso dalla mafia, davanti al portone di casa, intorno alle 20.45, in piazza Anita Garibaldi. Dopo le indagini, mandanti dell’omicidio furono riconosciuti i capimafia Filippo e Giuseppe Graviano. Quest’ultimo fu condannato all’ergastolo per l’uccisione di don Puglisi il 5 ottobre 1999, mentre il fratello Filippo, dopo l’assoluzione in primo grado, fu condannato in appello all’ergastolo il 19 febbraio 2001. Condannati all’ergastolo dalla Corte d’assise di Palermo anche Gaspare Spatuzza, Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Luigi Giacalone, gli altri componenti del commando che aspetto’ sotto casa il prete.Disse prima di morire: ”Me l’aspettavo”. Furono le ultime parole pronunciate da Padre Pino Puglisi, soprannominato 3P, parrocco di Brancaccio, davanti alla pistola impugnata dal boss Giuseppe Grigoli. Adesso il sacerdote sara’ beato, Benedetto XVI ha infatti autorizzato la Congregazione per le Cause dei santi a promulgare il decreto relativo al martirio di Puglisi perche’ ucciso ”in odio alla fede”. Era la sera del 15 settembre 1993. Fu ammazzato nel giorno in cui compiva 56 anni. I killer erano attesi dal sacerdote che era consapevole del pericolo al quale si era esposto con la sua azione di recupero dei giovani del quartiere sottratti al dominio del clan dei Graviano. Nel 1999 fu il cardinale Salvatore De Giorgi ad aprire la causa di beatificazione proclamando padre Puglisi ”servo di Dio”. La prima fase del processo di beatificazione si e’ conclusa nel 2001. Padre Puglisi era stato nominato parroco della chiesa di San Gaetano, a Brancaccio, il 29 settembre 1990. Nel gennaio 1993 aveva aperto il centro ”Padre Nostro”, diventato in breve tempo punto di riferimento per i giovani e le famiglie del quartiere. La sua attivita’ pastorale – come e’ stato ricostruito anche dalle inchieste giudiziarie – ha costituito il movente dell’omicidio. Gli esecutori e i mandanti mafiosi, legati alla cosca mafiosa di Filippo e Giuseppe Graviano, sono stati condannati con sentenze definitive: ergastolo per i Graviano, Gaspare Spatuzza (che spalleggiava il killer e poi ha raccontato i retroscena del delitto), Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Luigi Giacalone. Oltre a Spatuzza anche Grigoli e’ diventato collaboratore giustizia: la sua scelta, che ha preceduto quella di Spatuzza, gli e’ valsa una condanna a 16 anni. ”Tre coordinate hanno caratterizzato il ministero di padre Pino – ha sostenuto l’arcivescovo di Palermo Paolo Romeo in occasione dell’ultimo anniversario del delitto -: educatore dei giovani, accompagnatore e formatore di coscienze, sacerdote in ascolto delle loro esigenze e dei loro interrogativi”  DON PINO PRETE VERO   https://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/donpinopretevero.aspx#

    Don Pino Puglisi per dire no alla mafia «Vedo l’Europa come una grande prateria in cui le mafie vanno a pascolare». Non ha certo usato mezzi termini il giudice Nicola Gratteri quando un paio d’anni fa, nel corso di un convegno, ha riacceso i riflettori sulla capacità delle cosche di mutar pelle, espandersi, diffondersi. Le mafie, non v’è dubbio, sono una questione non più solo italiana, ma viene da chiedersi se, in un’Europa e in un mondo uniti dalla globalizzazione e tuttavia ancor divisi dagli interessi economici e dalle leggi, sia possibile una efficace risposta al fenomeno mafioso, capace di andare oltre i confini – pure mentali e culturali – come fa “Cosa Nostra” nel proprio àmbito. La sfida non si vince più solo con le investigazioni, la caccia ai patrimoni, la certezza e la severità della pena, l’introduzione a livello comunitario (auspicata e non ancora realizzata) del reato di associazione mafiosa. È necessario, anche un modello di impegno civile di testimonianza cristiana. Quello di don Pino Puglisi, ad esempio, proclamato beato esattamente un anno fa, il 25 maggio 2013. Per capire quanto universale sia il messaggio di questo sacerdote palermitano basta far riferimento proprio al nostro continente: dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza e rispetto dei diritti umani sono i princìpi condivisi dalle genti d’Europa. Sono valori cristiani, che il Vaticano II ha ribadito e rilanciato per tutta la cattolicità, e che infine sono stati trasfusi nella Carta dei diritti fondamentali (adottata nel 2000 e divenuta vincolante per i Paesi Ue dal 2009), i cui capisaldi sono, appunto la difesa dei diritti civili, politici, economici, sociali e culturali; la promozione dei diritti delle donne, dei bambini, delle minoranze e degli sfollati, senza patria; la condanna della pena di morte, della tortura, della tratta di esseri umani e di ogni discriminazione. 
    Valori la cui pratica collide con le forze palesi o occulte che invece perseguono la via della sopraffazione, in quelle situazioni di emarginazione sociale e carenza di opportunità lavorative dove la criminalità organizzata attecchisce e miete vittime. Vittime come Falcone e Borsellino, e come il parroco di Brancaccio a Palermo.
    Il 15 settembre del 1993 chi lo uccide alle spalle usa una calibro 7.65, solitamente non utilizzata dai mafiosi per i loro delitti. I sicari portano via il borsello della vittima: vogliono far passare l’omicidio come un tentativo di rapina finito tragicamente. Non ci riusciranno. E tutti, esecutori e mandanti, questi ultimi identificati nei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, verranno assicurati alla giustizia. Ma perché Cosa Nostra uccide un ministro di Dio? Quell’omicidio è stato, semplicemente, la conseguenza non ricercata di un’umile volontà di quotidiana fedeltà al Signore, anche di fronte alla eventualità di una morte violenta inflitta da uomini dediti al male. Prospettiva che don Pulisi non era ignota, al punto da affermare: «Il discepolo di Cristo è un testimone. La testimonianza cristiana va incontro a difficoltà, può diventare martirio». 
    Fu ucciso dalla mafia in odium fidei, per odio alla fede cristiana incarnata ed esercitata. Tale odio non solo ebbe per oggetto le verità da credere, ma anche le virtù richieste dalla fede. Egli subì il martirio per amore di Cristo e della Chiesa, per aver incitato la gente a preferire valori umani e cristiani, quali la difesa dei deboli, l’educazione della gioventù, il rispetto della giustizia e della legalità, l’acquisizione dei diritti che la mafia negava. Insomma, per aver invitato i suoi parrocchiani a conformarsi a quei princìpi che costituiscono anche le basi dell’Europa unita.
    Oggi quel prete viene additato dalla Chiesa come emblema del modo straordinariamente ordinario di essere cristiano e di essere prete e, per ciò stesso, inevitabilmente voce critica di ogni comportamento contrastante col diritto alla vita e coi diritti fondamentali dell’uomo. Per questo, a pieno titolo, come già lo è stato per Palermo e la Sicilia, Puglisi può essere pure per le genti del Vecchio Continente – che in queste ore stanno eleggendo il nuovo Europarlamento – un punto di riferimento per una resistenza attiva, svolta in nome del Vangelo, alle varie forme di criminalità organizzata in un’Europa che tale linea proclama solennemente sin dal 2007, anche se poi, proprio in questi giorni, incredibilmente decide di considerare parte della “ricchezza” che nella Ue si produce ogni anno (il famoso Pil) pure i proventi delle attività criminali.
    La figura del Beato deve perciò essere non solo un modello da imitare da parte dei credenti, ma da presentare, da far conoscere a tutti i cittadini d’Europa. Il parroco di Brancaccio, col suo sacrificio, ricorda ai cristiani e a tutti gli uomini retti, che contro le mafie non basta denunciare, prevenire, punire, ma occorre un impegno civile e un annuncio del Vangelo da testimoniare con coerenza, con convinzione. «Un cristiano – ricordava qualche tempo fa Papa Francesco – se non è rivoluzionario, non è un cristiano. Non capisco le comunità cristiane che sono chiuse in parrocchia. Uscire per annunziare il Vangelo. A noi cristiani il Signore ci vuole pastori e non pettinatori di pecorelle». Proprio come don Pino Puglisi: Prete, semplicemente prete.  
    AVVENIRE. 26.5.2014  Vincenzo Bertolone – arcivescovo di Catanzaro e postulatore della causa di beatificazione di don Puglisi

    La tomba di Padre Puglisi a Palermo Cattedrale

     

PIGNATONE: IL SACRIFICIO DI DON PUGLISI HA CAMBIATO LA SICILIA  21 settembre 2018  Affollata platea alla Sala del Tempio di Adriano a Roma per la presentazione del volume “Se ognuno fa qualcosa si può fare molto” (Bur-Rizzoli) del giornalista Francesco Deliziosi, organizzata dalla Regione Lazio. L’autore ha ripercorso i suoi 15 anni di amicizia con il sacerdote-martire di cui il Papa ha voluto commemorare i 25 anni dal martirio. Ricordi personali, dai banchi di scuola agli anni di Brancaccio, per ricostruire uno stile pedagogico originale, in tre fasi (l’ascolto, la vita comunitaria, la scelta della vocazione). Un metodo che, trasferito in un quartiere sotto il tallone della mafia, stava trasformando e liberando i cuori dal giogo dell’oppressione. Per questo la mafia ebbe paura e lo eliminò. Oggi, a 25 anni dalla morte, – ha sottolineato Deliziosi – dobbiamo analizzare la concretezza di don Pino, i suoi atti profetici eredità preziosa per tutta la chiesa (basti ricordare che cambiò il percorso delle processioni per evitare inchini sotto certi balconi e che sbarrò la strada ai politici collusi del quartiere).  Mons. Corrado Lorefice ha collegato la visita del Papa a tutta una serie di omaggi che Bergoglio sta tributando a sacerdoti scomodi ma che hanno indicato alla Chiesa italiana una strada ben precisa: Lorenzo Milani, Primo Mazzolari, Zeno Saltini, Tonino Bello. E poi ha collegato l’azione di Pino Puglisi al vento del Concilio che egli seppe accogliere in pieno. Il volume di Deliziosi – ha sottolineato Lorefice – è un lavoro prezioso di raccolta di documenti e testimonianze che permette di entrare in contatto direttamente col pensiero del Beato. Commosso l’intervento del procuratore Giuseppe Pignatone che ha ricordato gli anni di piombo vissuti a Palermo durante la guerra di mafia con centinaia di morti.  Il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha tributato un omaggio alla memoria e al coraggio di don Pino, ricordando una serie di attività per la legalità poste in essere dalla sua amministrazione in collaborazione con l’Osservatorio presieduto da Giampiero Cioffredi. Da ultimo ha annunciato l’intitolazione a don Puglisi di una struttura sportiva con un campo nella zona di Montespaccato. Ecco l’intervento integrale del procuratore di Roma Giuseppe Pignatone.

 di Giuseppe Pignatone  Procuratore della Repubblica di Roma  Ringrazio dell’invito che mi ha spinto a leggere il libro di Francesco Deliziosi e, in questo modo, a conoscere meglio Padre Puglisi, 3P come affettuosamente veniva chiamato e come viene ricordato. Naturalmente il cuore del libro, che è la vita e il pensiero di un prete cattolico proclamato Beato, verrà trattato dagli altri relatori Io vi parlerò di una serie di ricordi, di pensieri, emozioni che il libro ha suscitato in me che in quegli anni, dalla fine degli anni ‘70 al 15 settembre 1993, data dell’omicidio, vivevo e lavoravo a Palermo. La prima sensazione che la lettura ha fatto rivivere è l’oppressione, (ed è ancora un eufemismo), in cui si viveva a Palermo. La cifra di più di 1000 morti e l’elenco infinito di vittime estranee alle cosche mafiose, appartenenti a tutte le categorie della società civile, e in primo luogo dei servitori dello Stato e degli esponenti delle Istituzioni, quelli che noi riassumiamo – con involontaria ingiustizia per difetto – nei nomi di Falcone e Borsellino, non è sufficiente per far sì che chi per sua fortuna non c’era capisca che cosa fosse Palermo in quegli anni. La storia della vita e della morte di padre Puglisi, riassunta nelle prime 170 pagine del libro, rende un’idea, dal microcosmo di Godrano prima e di Brancaccio poi, di questa violenza incombente e senza limiti, di questa offesa continua alla dignità umana che a padre Puglisi fanno dire “Chi usa la violenza non è un uomo,si degrada da solo al rango di animale” (pag. 503). Con una definizione che sembra voler aggiungere qualcosa di più concreto, di più immediatamente percepibile, al concetto di scomunica. (Pag. 154). E di questa minaccia imminente, di questo rischio della vita tanti erano consapevoli: persone comuni e persone più esposte per il lavoro che facevano o il ruolo che ricoprivano. Lo erano Falcone e Borsellino, lo erano Piersanti Mattarella e Pio La Torre, lo era Padre Puglisi, che si preoccupò di non esporre a pericolo i suoi amici, quelli che gli erano stati affidati dal Padre (Gv. 17,8). Deliziosi ricorda le parole di p. Puglisi dopo le minacce “Si, è giusto fare e dire queste cose. Ma ora lasciatele dire e fare a me. Io non ho moglie e figli. Non intromettetevi”. E di quei rischi eravamo consapevoli tanti altri che, per un caso o – per chi crede – per un disegno della Provvidenza, non siamo stati colpiti dalla violenza mafiosa. Nel libro ho trovato una definizione felice di questo stato di cose assurdo, che ha investito per più di venti anni la vita di milioni di persone in tutta la Sicilia. Francesco Deliziosi parla, a proposito  degli ultimi mesi a Brancaccio prima dell’omicidio, di “due realtà parallele”: da un lato l’escalation delle minacce e degli atti di violenza, dall’altro i giovani e i tanti parrocchiani “che quasi volevano scacciare il clima di intimidazione, impegnandoci nelle tante iniziative e portando avanti una normalità ormai impossibile” (pag.160). Ecco io, riandando con il pensiero a quegli anni, penso che tanti, tantissimi, hanno cercato di portare avanti, a Palermo e in Sicilia, una ‘normalità impossibile’. Proprio perché la situazione era questa io credo che sia giusto ripetere in ogni occasione che noi, cioè lo Stato italiano, ha sconfitto quella mafia, la Cosa nostra corleonese, la mafia delle stragi, la mafia che aveva sfidato lo Stato pretendendo di trattare da una posizione di superioritàUna sfida che è durata troppo a lungo, che è costata troppe vittime e troppi sacrifici, ma che è stata vinta senza leggi eccezionali, nel rispetto della Costituzione e dei codici. Anzi l’omicidio di padre Puglisi, il 15 settembre 1993, è, credo, l’ultimo dei delitti eccellenti, termine orrendo che uso solo per esigenze di sintesi.

E il delitto di Brancaccio, giustamente sottolinea Deliziosi, insieme alle bombe piazzate proprio dai mafiosi agli ordini dei Graviano a San Giovanni (“cuore della Roma cristiana”, secondo la definizione del cardinale Ruini) e a San Giorgio al Velabro il 27 luglio 1993, rappresentano una intimidazione a tutta la Chiesa e una risposta alle parole pronunziate da Giovanni Paolo II ad Agrigento poche settimane prima, il 9 maggio (pagg.43-44). Queste parole che Deliziosi riporta (pag. 28) colpirono profondamente i mafiosi perché denunziavano direttamente una delle ipocrisie chiave nella falsa rappresentazione che le mafie danno di sé: quella di essere una vera religione, coerente e compatibile con quella cattolica, ancora così importante nelle nostre regioni. E alle parole di papa Wojtyla seguiranno quelle dei vescovi siciliani nel 1994 “Mafia e Vangelo sono incompatibili … … la mafia appartiene al regno del peccato” (Pag. 45), e  poi molte altre prese di posizione fino alla formale scomunica da parte di Papa Francesco nella piana di Sibari. E quelle parole i mafiosi le ricordavano ancora 12 anni dopo. Appena due giorni dopo la morte di Giovanni Paolo II, uno dei grandi boss di Cosa Nostra diceva (c’è l’intercettazione) “Poverino che era. A parte quella ‘sbrasata’ (sparata, n.d.r.) che ha fatto quando è venuto qua. Una sbrasata un pochettino pesante per i siciliani in generale”. Neanche la morte aveva placato il risentimento dei ‘padrini’ Naturalmente la vittoria processuale, se così si può dire, sulla mafia corleonese è frutto anche di una battaglia culturale che è e che sarà decisiva per la vittoria su tutte le mafie. E su questo punto cruciale l’esempio di padre Puglisi rimane di assoluta attualità. Intanto come egli lucidamente diceva “Dobbiamo aiutare il bambino, il preadolescente, anche l’adolescente, perché forse lì ci dobbiamo fermare, perché con l’adulto è molto difficile … Aiutarli ad avere senso della propria dignità, a capire qual è il senso della propria vita … non facendo discorsi filosofici … ma vedendo i gesti normali della vita che si vanno facendo con un altro stile, con garbo e rispetto reciproco. Vedere che nel gioco ci sono regole da seguire, che non è giusto barare e chi bara perde la stima degli altri”. E aggiungeva “Io ci credo a tutte quelle forme di studio, di protesta, di corsi perché questa è la diffusione di una cultura diversa, perché la mafiosità si nutre di tutta un’altra cultura, la cultura dell’illegalità” (pag. 63). E ancora. “Non dobbiamo tacere, bisogna andare avanti. Ciò che è un diritto non si deve chiedere come fosse un favore”. Parole ancora attuali, e non solo a Palermo. E a questo proposito mi tornano in mente le parole di Paolo Borsellino che invitava a parlare comunque, in ogni occasione, della mafia perché la mafia cerca il silenzio, il nascondimento, la disinformazione, come dimostra in ogni parte d’Italia l’esperienza attuale. E infatti Deliziosi ricorda che uno dei fratelli Graviano, i padrini/padroni all’apice della loro potenza, autori in prima persona delle strage di via d’Amelio e di quelle del 93, dopo un’omelia di padre Puglisi, avvicina il viceparroco chiedendogli “C’è la mafia a Brancaccio? Ma dov’è ‘sta mafia? Voi l’avete vista mai? Chi sono questi mafiosi?” E io ricordo le analoghe parole di un grande boss calabrese “Ma che è la mafia? Cosa che si mangia?”. E molti altri si potrebbero citare! Quelle di P. Puglisi non  erano solo parole vane, ma  parole che generavano effetti inaccettabili per i mafiosi. Lo confermano i collaboratori di giustizia con dichiarazioni che spiegano le ragioni dell’omicidio. “Il prete era una spina nel fianco. Predicava, predicava, prendeva i ragazzini e li toglieva dalla strada” (Giovanni Drago, pag. 38). “I picciotti seguivano questo prete e non venivano a seguire i discorsi di Cosa nostra” (Salvatore Cancemi, pag. 38). E lo stesso diceva Bagarella “Predica tutto il giorno … Prende i ragazzi e gli dice di non mettersi con i mafiosi” (pag. 51). Naturalmente padre Puglisi non era un illuso. E la sua frase più famosa, quella che dà il titolo al libro, “se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto”, segue l’affermazione piena di realismo con cui mette in guardia i suoi amici “le nostre iniziative devono essere un segno. Non è qualcosa che può trasformare Brancaccio. Questa è un’illusione che non possiamo permetterci”. A queste parole di Padre Puglisi io vorrei affiancare quelle di due altri grandi siciliani. Andando a ritroso: Giovanni Falcone: “Si può sempre fare qualcosa” dovrebbe essere scritto sullo scranno di ogni magistrato e di ogni poliziotto. Piersanti Mattarella, in un discorso ai giovani: “Non vi lamentate se il personale politico della Dc siciliana è mediocre e impresentabile, perché la responsabilità più grande e più grave è quella degli onesti e dei capaci che se ne lavano le mani e non si impegnano per cambiare le cose”. Aggiungendo poi che per potere chiedere agli altri la politica, che Paolo VI  -è bene ricordarlo- ha definito la più alta forma di carità, deve avere “le carte in regola”. E ancora padre Puglisi. “Ciò che importa è incontrare Cristo, vivere come lui, annunciare il suo amore. Portare speranza e non dimenticare che tutti, ciascuno al proprio posto, anche pagando di persona, siamo i costruttori di un mondo nuovo” (pag.22). Come dice lo storico Andrea Riccardi, “Mattarella e Puglisi rappresentano due storie diverse, combattono la mafia con strumenti differenti, in quadranti diversificati. Ma c’è una forza di speranza nella loro azione che germina dal terreno cristiano. Entrambi manifestano la speranza che si può cambiare il mondo, pur quando sembra impossibile. Ma per cambiarlo, non insegnano ad altri e partono da sè: da una vita intensa, profonda, dedicata, che non pone limiti al servizio, nemmeno quello della salvezza della propria esistenza”[1]E a questo punto Riccardi, che ricorda anche le parole di Giovanni Paolo II al corpo diplomatico, nel 2003, di fronte alla guerra in Iraq, “Tutto può cambiare. Dipende da ognuno di noi. Ognuno può sviluppare in se stesso il proprio potenziale di fede…E’ dunque possibile cambiare il corso degli eventi…”, si chiede se non si tratti di mera utopia, se alla fine per Mattarella come per Puglisi non si possa dire che si tratta di vite sprecate per realizzare sogni impossibili. Al di là della risposta della fede, che riguarda la coscienza di ognuno e che si basa sulla parabola, cara a padre Puglisi (pag. 532), del chicco di grano che se non cade e marcisce non da frutto, anche in una logica laica gli esempi di Piersanti Mattarella e di padre Puglisi, uniti a tanti altri, hanno portato frutto. Non solo per quella che ho definito la sconfitta processuale della mafia corleonese, e credo che nessuno dubiti che le condizioni di oggi di Palermo e della Sicilia siano oggi ben diverse, e migliori, di quelle di allora, ma anche sul piano – decisivo – della crescita culturale. Cito questa volta uno studioso non cattolico, Isaia Sales, che ha messo in rilievo che oggi è cambiata la percezione della mafia nella pubblica opinione, specie nella società civile meridionale. Fino a non molto tempo fa ‘mafia’ non coincideva affatto con ‘criminalità’; si poteva essere mafiosi senza sentirsi né essere considerati delinquenti. Oggi non è più così. Nessuno più oserebbe parlare di una ‘mafia buona’ o definire la mafia ‘un normale modo di comportarsi’. Ecco, io – che ho vissuto quei tempi in cui tutto questo avveniva – credo che si tratti di un cambiamento di fondamentale importanza, determinato  certo dalle stragi e dalle migliaia di vittime, ma anche dall’esempio positivo di tanti, a cominciare naturalmente da quello, eroico fino al martirio, di padre Pino Puglisi.


Don Pino Puglisi, “U parrinu chi cavusi” – il prete con i pantaloni, chiamato così per la sua abitudine di non indossare l’abito talare per le strade di Brancaccio.

a cura di Claudio Ramaccini  Direttore Centro Studi Sociali contro la mafia – Progetto San Francesco