PIERO NAVA, un uomo chiamato coraggio

 

 IL PRIMO TESTIMONE DI GIUSTIZIA IN ITALIA

Piero Nava, il testimone che accusò i sicari del GIUDICE LIVATINO: «La mia vita in incognito»

In un libro – dall’eloquente titolo «Io sono nessuno» il racconto della sua vita a trent’anni dall’efferato omicidio del magistrato ucciso dalla mafia ad Agrigento, il 21 settembre 1990. «Mai ripensamenti, ho fatto il mio dovere»

Pietro Ivano Nava (Milano1950) ex agente di commercio, originario del lecchese, fu testimone oculare dell’omicidio del giudice Rosario Livatino. Nava rese subito testimonianza alla polizia di quanto avvenne il 21 settembre 1990 sulla superstrada CanicattìAgrigento. Le sue dichiarazioni furono fondamentali per individuare gli esecutori del delitto di mafia. Il personaggio diviene simbolo del dovere civico di denuncia del fenomeno mafioso e di lotta all’omertà. All’epoca non esisteva ancora in Italia alcun programma di protezione per i testimoni a rischio. Nava, rappresentante di porte blindate per una ditta di Asti, pagherà il suo gesto perdendo il lavoro e i propri affetti per colpa della mafia, e finendo nel più assoluto isolamento, costretto a cambiare più volte residenza e ad emigrare all’estero.

Alla sua vicenda è dedicato il film Testimone a rischio del 1997, con Fabrizio Bentivoglio, vincitore per l’interpretazione di un David di Donatello, e prima ancora il libro L’avventura di un uomo tranquillo, dove si mostra la forza morale del personaggio, la debole protezione dello Stato e come la vita di un onesto cittadino si trasformi in seguito alla testimonianza.

 

 

Piero Nava è un eroe dimenticato del nostro Paese. Un eroe senza volto, ma un eroe vero.  il 21 settembre 1990 percorre la strada tra Enna e Agrigento per raggiungere un cliente. Pur guidando una Lancia Thema fiammante, va piano per un problema a una ruota. È così che vede e registra nella memoria una strana scena. Prima due ragazzi su una moto da cross che lo superano sgommando, poi dietro la curva una Fiesta incidentata e come una rissa, un terzo individuo, pistole, l’uomo della macchina che fugge giù dalla scarpata, gli altri che lo inseguono. Nava pensa a una rapina e cerca subito qualcuno della Polizia. Non sa ancora, in quel momento, che la sua vita sta per cambiare per sempre. Poco dopo, in commissariato apprende che quello a cui ha testimoniato è il feroce omicidio di un giovane giudice coraggioso, Rosario Livatino, uno che “stava dando fastidio”. Siamo all’inizio dell’escalation che due anni dopo porterà agli attentati contro Falcone e Borsellino. E quel giorno è proprio Falcone a far intuire a Nava che lui e la sua famiglia si trovano in estremo pericolo, devono nascondersi, anzi meglio sparire, soprattutto se lui confermerà la sua preziosa testimonianza. Nava non ha dubbi: dire la verità è l’unica scelta possibile. E la sua verità porterà i killer all’ergastolo. Tutto ciò, però, ha un prezzo altissimo per lui e i suoi familiari, perdere la propria identità, il lavoro che stava garantendo loro agio e soddisfazioni, la casa, le amicizie, le relazioni. Ha inizio così la vita eroica e dedita alla Giustizia che Nava per la prima volta racconta in questo libro importante e denso di emozione, in un alternarsi di dramma e speranza, paura e orgoglio per aver fatto il proprio dovere. Una vera odissea umana, resa ancor più difficile da un buco legislativo che fino al 2018 omologava i pentiti ai veri testimoni di Giustizia come lui. Eroi “oscuri” ma esemplari per ogni cittadino.

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Speciale ROSARIO LIVATINO

 

 

COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SUL FENOMENO DELLE MAFIE E SULLE ALTRE ASSOCIAZIONI CRIMINALI, ANCHE STRANIERE  Seduta n. 171 di Mercoledì 21 settembre 2016 Audizione di Piero Ivano Nava, testimone di giustizia

Testo del resoconto stenografico 

PRESIDENTE ROSY BINDI L’ordine del giorno reca l’audizione del signor Piero Ivano Nava, testimone di giustizia, in occasione dell’anniversario, che ricorre oggi, dell’assassinio mafioso del giudice Rosario Livatino, avvenuto il 21 settembre 1990.

L’audizione odierna rientra nell’ambito dell’approfondimento che la Commissione ha svolto sin dal suo insediamento sui testimoni di giustizia e che ha portato all’approvazione unanime, nella seduta del 21 ottobre 2014, di una relazione sul sistema di protezione dei testimoni di giustizia, fatta propria anche dalle Assemblee di entrambe le Camere. Dalla relazione è poi scaturita una proposta di legge ad hoc, A.C. 3500 Bindi ed altri, sui testimoni di giustizia, anch’essa approvata all’unanimità da tutti i Gruppi parlamentari rappresentati in Commissione, che attualmente è in discussione in Commissione giustizia alla Camera dei deputati.
Il 21 settembre 1990 Piero Nava, all’epoca quarantenne, stava percorrendo per ragioni di lavoro la statale che da Caltanissetta conduce ad Agrigento, quando si trovò ad assistere come testimone oculare all’omicidio del giudice Livatino da parte della mafia detta «stidda». Denunciò immediatamente il fatto e successivamente riuscì a riconoscere i responsabili, che sono stati tutti condannati con sentenze passate in giudicato.
La figura di Piero Nava è una figura emblematica, un testimone di giustizia per così dire «puro» che, dopo aver assistito occasionalmente all’uccisione di una persona – non sapeva infatti che si trattasse di un magistrato – ha sentito immediatamente il dovere di denunciare il fatto alle autorità per disinteressato spirito di giustizia e di solidarietà sociale.
 Peraltro ciò avvenne in un’epoca in cui non era ancora entrata in vigore la legge per la protezione dei collaboratori di giustizia del 1991, men che meno quella per i testimoni di giustizia del 2001.
Sappiamo che quella scelta ha determinato per lei, signor Nava, un radicale cambiamento di vita, con gravissime rinunce a livello personale, e che vive tuttora, dopo ben ventisei anni, sotto protezione e con differenti generalità.
L’audizione odierna vuole rendere omaggio per la prima volta in Parlamento a quella sua scelta etica, insieme alla memoria del giudice Livatino, e per questo le chiediamo soprattutto di parlarci della sua decisione, di quel suo slancio civico e di come ha vissuto questi anni da testimone di giustizia, perché vorremmo che le sue parole rimanessero agli atti di questa Commissione e fossero conosciute dal Paese. La avverto che qualora lo ritenesse opportuno potremo passare in seduta segreta, ma ci teniamo molto che almeno una parte dell’audizione possa essere pubblica: consideriamo ciò che ci dirà sulla sua decisione e sulla sua esperienza come testimone di giustizia anche il modo migliore per ricordare la figura del giudice Livatino.
Anche per questo al termine della sua audizione la Commissione approverà una relazione per la pubblicazione delle sentenza relative all’assassinio del giudice Livatino e degli altri documenti progressivamente acquisiti dalla Commissione sulla figura dei giudice sia come magistrato antimafia, sia come vittima di mafia.Nel ringraziarla sentitamente per aver accettato il nostro invito, le cedo volentieri la parola.

PIERO IVANO NAVA testimone di giustizia. Buonasera. In fondo la mia storia è abbastanza semplice, perché io sono passato dalla strada di scorrimento veloce, stavo andando piano perché avevo una gomma forata, avevo i tubeless sulla mia macchina, me l’avevano rigonfiata, ero stanco, non avevo avuto voglia di fermarmi da un gommista lungo la strada tra Enna e Villaggio Mosè, ho fatto una curva e un rettifilo e ho visto quello che voi sapete.Non c’è da meravigliarsi se la mia memoria è fotografica e se ho riconosciuto tutti i particolari, perché io facevo il direttore commerciale e per fare il direttore commerciale, come mi avevano insegnato i miei imprenditori, a partire da Marcegaglia a scendere, bisogna capire immediatamente come è il cliente e «stamparsi» nella memoria tutto quello che fa: i movimenti delle mani, come tocca gli occhiali, tutto. (I lavori della Commissione proseguono in seduta segreta indi riprendono in seduta pubblica).

PIERO IVANO NAVAtestimone di giustizia. Riconobbi la moto, riconobbi la macchina, poi nelle indagini il giorno stesso trovarono tutto bruciato nelle campagne di Favara e avevo ragione. Alla fine della testimonianza ho detto semplicemente: «Avete il numero di telefono, il documento, sapete dove sono, prendo le chiavi della mia macchina, quando avete bisogno di me mi cercate, perché io ho da fare, devo andare a lavorare, ho un impegno per pranzo a Sciacca e devo andarci». Chiaramente mi hanno detto: «Dove credi di andare?», ho risposto: «A lavorare», «Non ti puoi più muovere» mi disse un funzionario di polizia, un ispettore.
Da quel momento è cambiata la mia vita, da quel momento non sono stato più io, è stato difficile, si fa fatica a capire cosa ti succede. A un direttore commerciale suona il telefono tutto il giorno – agenti, rappresentanti, clienti – anche per le cose più stupide – manca una maniglia, non è arrivata o è arrivata rovinata – invece, il telefono viene bloccato, non ricevi neanche una telefonata. Io avevo un agente che mi chiamava tutte le mattine alle 6.20 per darmi il report, da Catania, ma il telefono non suona più. Non puoi più telefonare, non puoi più fare niente e non ti rendi neanche conto. Io dissi tre o quattro volte: «Voglio andare a lavorare, voglio andare a lavorare con la scorta», ma mi hanno detto di no, oggi dico giustamente, come fai a lavorare con la scorta? Non hai più la tua vita, l’hai persa.
Perché ho fatto questa scelta? È semplice: io ho avuto una famiglia che mi ha insegnato che devi avere senso di responsabilità, che quando tocca a te tocca a te, che non puoi alzarti la mattina, andarti a fare la barba e dirti le bugie
.
Mio nonno è stato capitano del «Savoia cavalleria» ed è morto nel 1916 – io non l’ho neanche conosciuto perché sono del 1949 – mio padre era nato nel 1908, era di un ceppo nobile, mi hanno insegnato certe cose e io non ho fatto altro che metterle in pratica.
Chiaramente non sapevo che era un giudice, ma non era questo l’importante: c’erano delle pistole, c’era qualcosa che non andava, poteva essere chiunque, in quel momento toccava a me, io non avrei più potuto né leggere un giornale, né guardarmi nello specchio se non mi fossi comportato così.
Vi chiedete se lo rifarei? Certo, perché devo avere rispetto di me stesso, il primo ad avere rispetto di me stesso devo essere io, non gli altri. È chiaro che è stato difficile, è stato molto difficile perché, come ha detto la presidente, non c’era il servizio di protezione. Io mi sono trovato con il questore Rotella al servizio di protezione, dove c’erano solo una scrivania e una seggiola. Bravissima persona, un padre, il questore Rotella, però mi disse: «Piero, cosa facciamo? Come la mettiamo?» e risposi: «Non lo so, se sei messo così e la tua organizzazione è questa, cosa vogliamo fare?».
Questa è stata anche la difficoltà, a parte che per me il cambio di generalità è stato traumatico, perché io ero famoso nel mio lavoro, mi pagavano un sacco di soldi per farlo, anche perché avevo vissuto al Sud, avevo diretto uno stabilimento al Sud ed ero stato il primo direttore del Nord ad andare al Sud a dirigere uno stabilimento nella storia dell’industria italiana. È così, non puoi fare niente, non sei più niente, fai difficoltà, non sei più nessuno, cambi le generalità e non sei nessuno. Con il mio nuovo nome chi ero?
A un certo punto non ce la facevo più e ho voluto tornare a lavorare, ho dovuto ricostruirmi la mia vita e 
sono partito come un ragazzo di diciotto anni con la borsettina, andavo alle riunioni delle ditte e sentivo dire delle stupidaggini in riunione, ogni tanto alzavo la mano e dicevo: «Non si fa mica così nel mercato, bisogna adoperare una strategia», ma mi guardavano e dicevano: «Ma tu che sei nuovo come fai a saperlo?». Avevo solo vent’anni di carriera alle spalle.
Piano piano negli ultimi anni sono riuscito, perché è il mio mondo, è la mia vita, a ricostruirmi un po’, non sono arrivato ai livelli di un tempo – perché probabilmente, se avessi continuato, sarei diventato amministratore delegato di qualche società o consigliere di amministrazione – ma sono arrivato quasi al mio livello di prima, con molta fatica, perché una cosa è farlo quando hai quarant’anni, altra cosa quando ne hai cinquantacinque, la forza dei quaranta non è la forza dei cinquantacinque, è inutile negarlo.
Cosa si deve fare? Prima di tutto una persona ha bisogno di essere reinserita immediatamente e in questo c’è una difficoltà, perché in un lavoro come il mio era difficile e io sapevo fare solo quello, l’ho fatto per tanti anni, ho venduto funi, serrature, nastro d’acciaio, nastro laminato, porte, porte blindate, finestre, è il mio mondo. Trovare un’occupazione per fare direzione commerciale in un’altra ditta è difficile. Però non sono tutti come me e la cosa importante è che uno venga reinserito immediatamente nel contesto lavorativo, che non debba sentirsi uno «scomodo», perché io mi sono sentito uno scomodo per tanto tempo, mi sono sentito rispondere: «Ma io non guadagno i soldi che guadagni tu» e ho semplicemente risposto: «Hai scelto di fare il questore? Hai fatto bene, io ho scelto di fare il direttore commerciale e ho fatto bene. Dovevi farlo tu il direttore commerciale, che risposta mi dai?», perché mica era colpa mia se guadagnavo dei soldi.
L’altra cosa importante è che ci vuole uno psicologo per la famiglia, perché io ho avuto la fortuna che la mia famiglia ha compreso il gesto. La mia compagna vide in televisione il telegiornale delle 13, era a tavola con i miei figli e, per caso, con il mio socio di Napoli, diedero la notizia: «Omicidio del giudice Livatino, c’è un testimone» e lei, che sapeva che percorrevo quella strada, disse: «Questo è lui, solo lui può essere andato». Il mio socio telefonò in questura ad Agrigento e stupidamente mi passarono la telefonata, ma lasciamo perdere perché c’è anche chi professionalmente ha dei difetti, ma è comprensibile perché, come in un’azienda, ci sono i vari livelli, non è importante. Serve uno psicologo per la famiglia.
 Io ho fatto un errore: quando sono tornato con un’altra macchina sotto casa alle 5.30 del mattino, ormai albeggiava, io vidi lo sguardo che la mia compagna mi fece dalla finestra del bagno, che è entrato in me. Lì ho fatto un’idiozia – per questo dico che ci vuole uno psicologo – perché sono entrato in casa e ho detto: «Adesso vado a dormire, sono stanco», mi ha chiesto: «Ma cos’è successo?» e ho risposto: «Non è un problema tuo, è una cosa che ho fatto io», invece no, perché tu fai un gesto di grande responsabilità e coinvolgi gli altri, non c’è niente da fare, tu hai fatto il gesto, dovrai fare degli atti e portarlo avanti, tocca a te, ma tutto il contorno è della famiglia.
Lì io ho sbagliato, non è questo che ha leso i rapporti, ma chiaramente poi il rapporto si è rotto, pur rimanendo una stima grandissima da ambo le parti, perché io la mia ex compagna la devo ringraziare, mi è stata molto vicina e non mi ha mai fatto osservazioni. Abbiamo un rapporto bellissimo anche se a un certo punto diventi fratello e sorella perché le priorità sono altre, quindi perdi certe cose, ti siedi a tavola e ti chiedi sempre: «Cosa facciamo? Cosa andiamo a dire? Siamo convocati, come la mettiamo? Ci vogliono dare nuove generalità, cosa decidiamo?» e a un certo punto non è più un rapporto.
Siamo stati insieme per quattordici anni, ma al dodicesimo anno un giorno me l’ha ricordato: «Io sono rimasta male – te lo dico dodici anni dopo – quando tu sei entrato in casa e mi hai risposto così. Io ci sono rimasta male, non hai capito che eravamo tutti coinvolti».
Non sapeva neanche la polizia che ero rientrato, perché furbamente non avvertirono nessuno nella tratta, poi mi arrivò il finimondo in casa, potete immaginarvi. Avevo una casa a quattro piani ed erano persino sul tetto con i mitragliatori, però li capisco, ognuno fa il suo lavoro e ha la sua responsabilità.
Ci vuole uno psicologo e ci vuole il reinserimento nel lavoro subito, perché uno non deve sentirsi defraudato di qualcosa – questa secondo me è la parte più difficile – e deve mantenere il suo livello, anche con i suoi vizi, come fumare, deve poterlo fare perché ti manca qualcosa. Per anni ci è mancato qualcosa.
(I lavori della Commissione proseguono in seduta segreta indi riprendono in seduta pubblica).

PIERO IVANO NAVAtestimone di giustizia. Dipende dall’educazione, è molto importante cosa succede nelle famiglie, l’educazione in casa e la scuola. Mi pare che non ci sia più la lezione di educazione civica, no?

PRESIDENTE. Teoricamente sarebbe stata reintrodotta.

PIERO IVANO NAVAtestimone di giustizia. Molto teoricamente. Dipende da quello, è appena successo sulla metro a Roma, l’ho letto sul giornale, hanno picchiato uno perché ha detto che non si può fumare, si è alzato qualcuno a dire qualcosa? Questo è il mondo brutto nel quale viviamo, ma perché? Perché non c’è un’educazione, perché uno non si sa prendere le responsabilità oppure ha paura di prendersi delle responsabilità perché non si sente tutelato.
Anch’io non mi sono sentito tutelato, però avevo la forza in me. Quante volte hanno cercato di impormi qualcosa, ma ho detto: «No, sono sulla sponda buona, decido io se lo voglio fare o no, non decidi tu per me, io sono dalla parte giusta, faccio parte dei buoni, tira la riga». Non tutti però hanno questa forza, probabilmente altri testimoni non l’hanno avuta, forse non avevano una famiglia come l’avevo io, non avevano la cultura che avevo io, non avevano la storia che avevo io, ma il problema è tutto lì: va inserito immediatamente, non si deve sentire uno scomodo, e io mi sono sentito scomodo tante volte. Me l’avevano detto, non faccio nomi ma me lo dissero una settimana dopo: «sarai scomodissimo per tutti!» e mi sono sentito uno scomodo, perché non sapevano cosa fare, basta dire che i poliziotti scommettevano sull’elicottero perché non nessuno credeva che c’era un testimone. Detto questo ho detto tutto. Il testimone c’era.  (I lavori della Commissione proseguono in seduta segreta indi riprendono in seduta pubblica).

PIERO IVANO NAVA,testimone di giustizia. Non massacrate una persona che ha fatto questo, non lo massacrate, perché ha già subìto uno shock e ci vuole veramente una grande forza interiore per resistere. E poi dategli veramente una mano, fategli sentire che gli siete vicini, quando gli mandate qualcosa che deve studiare, su cui deve rispondere o viene convocato, scrivete normalmente, non con quel gergo difficile. L’ultima è stata anche per me un’interpretazione difficile, in un primo momento mi sono arrabbiato, poi a casa ho riletto e ho detto: «No, forse voleva dire questo, proviamo a capire». Tutto deve essere più normale, più logico, più semplice, più umano, forse ho trovato il termine giusto, «umano». Se avete domande, vi rispondo senza alcun problema.

PRESIDENTE. Davvero grazie, penso che non potevamo scegliere modo migliore per ricordare oggi la figura del giudice Livatino. Proprio per questo volevo chiederle, visto che lei giustamente ha detto «Ho testimoniato perché ho visto uccidere una persona, non sapevo chi fosse» e questo rende ancora più forte la sua scelta, però avrà avuto modo poi di sapere chi era la vittima e magari di avere dei rapporti con la famiglia…

PIERO IVANO NAVAtestimone di giustizia. La famiglia una volta mi ha cercato.

PRESIDENTE. Vorremmo sapere che idea si sia fatto lei di Livatino.

PIERO IVANO NAVA,testimone di giustizia. Io ho letto qualcosa di Livatino, poi, sono molto credente anche io. Ho letto che vogliono farlo beato, che era molto credente. Da quanto ho letto di lui era una persona semplice, uno che faceva il suo dovere, punto e basta, era un uomo talmente semplice, mi è dispiaciuto.
È chiaro che l’ho saputo subito, quando sono passato dal Villaggio Mosè in questura avevano lì la camicia e mi hanno detto: «Hanno ammazzato un giudice» spiegandomi chi era. Io non lo conoscevo perché non ero dell’ambiente, poi mi hanno spiegato cosa stava andando a fare.
Penso che fosse una persona a posto, che faceva il suo dovere senza chiedere o pretendere niente. Da quello che ho letto – non so dove sia la verità perché non l’ho mai chiesto – credo che fosse anche un po’ inviso ai suoi colleghi. Conoscevo per lavoro l’ambiente agrigentino, che è un ambiente molto particolare in Sicilia, forse più particolare di altre province, un po’ ostico. Da quanto ho letto penso fosse una bravissima persona.

PRESIDENTE. Si è incontrato con la famiglia?

PIERO IVANO NAVAtestimone di giustizia. La famiglia ha chiesto di incontrarmi, mi hanno mandato i ringraziamenti, oltretutto aveva un papà e una mamma molto anziani, che avevano aiutato questo ragazzo a diventare magistrato.
Mi hanno mandato i ringraziamenti tramite la polizia perché la mia protezione non ha voluto che mi recassi da loro, anche giustamente. Ho parlato una volta due minuti al telefono con il papà, che piangeva, poverino, quindi ci siamo detti tre o quattro parole che onestamente non ricordo, ma mi ha detto «Grazie» tante volte. Non c’è da dire grazie, era un crimine, è molto semplice.
Era un giudice, ma se fosse stato un pastore sarebbe stato uguale: era un crimine, una cosa che non funzionava, che non doveva essere fatta, non andava bene, mi ha urtato, mi ha proprio urtato. Io ho avuto proprio un urto. Stranamente poi ho avuto la sensazione che stesse capitando qualcosa lungo la strada, mi sorpassarono con la moto con la targa coperta, c’era qualcosa che non andava, poi faccio la curva e… Poi provo a telefonare (come sempre l’Italia è un pochino in ritardo sulla tecnologia) perché avevo già il cellulare in macchina che mi era stato dato appena uscito, però in Sicilia non funzionava, quindi non ho potuto chiamare, altrimenti avrei telefonato immediatamente. D’altronde andavo piano, è stata una serie di cose, non potevo non vedere, e per me stesso non potevo non andarlo a dire, non c’è niente da fare. Non è che uno fa una scelta, non hai scelta, ti tocca, hai visto un crimine e vai a dirlo, punto e basta. Poi quello che succede si vedrà.
Io non mi rendevo neanche conto, non sapevo neanche che mi avrebbero aiutato, ho preso le mie chiavi e ho detto: «Signori, avete tutto, mi potete trovare quando volete, me ne devo andare», quindi io non immaginavo poi l’inferno. Purtroppo è stato un inferno, perché allora non c’erano regole, è stato un inferno perché era difficile, è stato un inferno perché ero un personaggio scomodo. 
(I lavori della Commissione proseguono in seduta segreta indi riprendono in seduta pubblica).

PIERO IVANO NAVA,testimone di giustizia. Quello che dovete fare è cercare di ricostruire il senso civico. Questo manca, due giorni fa si è verificato questo episodio a Roma e nessuno ha parlato, perché la gente non si sente tutelata, è questa la campagna che va fatta, anche se è difficile. Capisco che è di una difficoltà estrema, però, se posso dirlo, su questo c’è stato un po’ di abbandono, quindi io ho avuto la fortuna di avere una famiglia che me l’ha fatto sentire, altri sicuramente ce l’hanno come la mia o migliore della mia, però non credo che oggi sia tanto così. Le persone hanno questa impressione e non si sentono cittadini, non sentono di far parte dello Stato, è una sensazione strana, l’ho avuta anch’io tante volte, è una brutta sensazione perché lo Stato sono anche io, partecipo per una piccolissima parte, ma lo Stato sono anche io. Ma stranamente senti che non ne fai parte, è una sensazione a pelle che non riesci a definire e a chiudere in un quadro, però la senti, da cosa deriva non lo so, però c’è. Questo è il consiglio che vi posso dare: lavoro e uno psicologo subito. So che non è semplice affiancarsi e andare a sentire i pareri dei vari enti, non lasciare all’inventiva, perché i funzionari sono bravissimi ragazzi, però magari sono ignoranti in materia e quindi inventano e possono far bene o sbagliare, mentre se vado dal direttore dell’INPS e gli chiedo come sistemare la pensione a una persona – senza consulenti, in Italia ne abbiamo troppi – lui me lo spiega e il funzionario lo applica, non che magari inventa e poi sbaglia. Manca un po’ di semplicità, di…

PRESIDENTE. Di cose normali.

PIERO IVANO NAVAtestimone di giustizia. Sì, di cose normali, manca un po’ di normalità.

PRESIDENTE. L’onorevole Mattiello è il coordinatore del comitato sui testimoni di giustizia e anche il relatore per la nuova legge sui testimoni e voleva rivolgerle una domanda. Dopo di lui l’onorevole D’Uva, che è anche lui un attivo componente di quel comitato e si è adoperato molto perché anche il disegno di legge fosse presentato con voto unanime.

DAVIDE MATTIELLO. Grazie, presidente, mi associo al ringraziamento e sono personalmente contento di poterla conoscere in questo contesto. Come la presidente evidenziava, con il collega D’Uva abbiamo ascoltato molte storie di testimoni di giustizia. Ogni storia ha il suo valore, ogni percorso va rispettato, ma casi come il suo ancora oggi ce ne sono proprio pochi nel nostro Paese…

PIERO IVANO NAVA,testimone di giustizia. Ed è lì il male.

DAVIDE MATTIELLO. Quindi tanto più hanno valore le considerazioni culturali che stava facendo. Il lavoro che noi abbiamo fatto fin qui, che la presidente Bindi ha richiamato e che adesso stiamo facendo in Commissione giustizia lavorando su questa proposta di riforma sembra cogliere molti degli aspetti che lei ha esplicitato a partire dalla sua esperienza. Mi sono appuntato il riferimento allo psicologo, il riferimento all’inserimento lavorativo, il bisogno che non ci sia più confusione tra testimone e collaboratore. Il senso di questa proposta di legge è proprio questo, avere finalmente nel nostro ordinamento una legge dedicata ai testimoni, in modo da compiere un passo ulteriore per non confondere. Mi sono segnato anche l’importanza dell’incidente probatorio, le difficoltà del cambio di generalità. Le chiedo quindi se, oltre a questi punti sui quali stiamo lavorando, ve ne siano altri. Un’ultima considerazione: da tutta la sua storia mi pare ancor più confermato il bisogno di fondo che il testimone sia sovraesposto il meno possibile nel processo come fonte di prova. Noi dobbiamo fare tutto il possibile per migliorare la vita di chi, in ragione della denuncia fatta, si espone a un rischio tale che la sua vita deve essere modificata radicalmente.

Ma il problema è l’esposizione a tale rischio. Lei lo ha fatto nel 1990 e già aveva un cellulare in macchina – anche se non funzionava in Sicilia – oggi siamo nel 2016, l’incidente probatorio è il minimo sindacale per non sovraesporre un testimone oculare facendolo diventare testimone di giustizia a norma di legge, cioè una persona così esposta al rischio della vita da rendere inadeguate le ordinarie misure di protezione. È necessario – ne ero già convinto e la sua storia me l’ha confermato perché, per quanto poi si lavori con psicologi, inserimento lavorativo, cambi di generalità, la vita è stravolta, indietro non si torna – che con investigatori e magistrati si operi al meglio per evitare che la testimonianza al processo sia così decisiva. Oggi, infatti, la tecnologia consente altre strategie investigative, che pure partano dal valore della testimonianza oculare. Concludo, rivolgendomi alla presidente. Considero molto importante che, per quanto possibile, quanto sta avvenendo qui oggi sia trasmesso alla Commissione giustizia della Camera, credo che sia un contributo molto importante e che nell’attuale fase di raccolta dei materiali giovi a tutti poter leggere direttamente la testimonianza del signor Nava. Rinnovo infine, sempre rivolgendomi alla presidente Bindi, l’auspicio che in Commissione possa essere audito quanto prima il Viceministro Bubbico, per fare il punto su alcune novità di legge già operanti, su cui è bene avere un bilancio, in particolare sull’inserimento lavorativo dei testimoni di giustizia a oltre due anni dall’approvazione di quelle norme.

FRANCESCO D’UVA. Mi sono iscritto dopo il collega Mattiello perché mi sembrava il minimo permettere al coordinatore del comitato di parlare per primo. Abbiamo fatto questo lavoro e devo dire, signor Nava, che la stimo in maniera particolare, perché abbiamo avuto tante audizioni di testimoni di giustizia, non molti testimoni oculari, spesso imprenditori che denunciavano, con tutte altre questioni, e lei è sicuramente un esempio per tutti. Speriamo di poter fare in modo che una storia del genere che risale al 1990 possa non essere dimenticata dalle nuove generazioni. Le volevo chiedere se ha avuto modo di leggere la proposta di legge, per avere una sua opinione al riguardo.

PIERO IVANO NAVA,testimone di giustizia. Se mi date una copia, vi posso mandare le mie osservazioni.

FRANCESCO D’UVA. C’è anche la relazione, che sicuramente non è scritta in quel gergo a cui faceva riferimento. Sarebbe interessante avere la sua opinione al riguardo. Sul cambio di generalità mi chiedevo come sia avvenuto. Ha avuto una nuova carta di identità?

PIERO IVANO NAVA,testimone di giustizia. Sì, ho avuto tutto.

FRANCESCO D’UVA. Un’ultima domanda: come sono stati i suoi rapporti con la commissione centrale del Ministero dell’interno? Abbiamo avuto varie testimonianze e vorremmo raccogliere anche la sua.

PIERO IVANO NAVAtestimone di giustizia. A proposito dell’incidente probatorio, lei ha mai fatto un incidente probatorio?

DAVIDE MATTIELLO. No.

PIERO IVANO NAVA,testimone di giustizia. Vuole sapere come è stato il mio? Al carcere di Sollicciano, in una stanzetta, io seduto qua, il GIP davanti, l’avvocato difensore vicino e i due assassini dietro di me, che mi potevano toccare così, senza neanche stendere il braccio. Il funzionario di polizia, il dottor Cecere, che era il responsabile dello SCO di Firenze, ha chiesto di poter entrare e non poteva entrare. Per carità, gli è stato pure offerto il caffè, però questo è l’incidente probatorio, per una persona normale avere i due assassini dietro che, se fanno così, lo toccano…Questo è da evitare, non si fa un incidente probatorio così a uno che viene da un altro mondo, dalla strada, una persona normale. Capisco la prassi, capisco che il funzionario di polizia non possa stare dentro, ma sono cose che si cambiano: il funzionario di polizia è garanzia di sicurezza, se questi mi davano una botta, una botta più o una botta meno, comunque l’ergastolo sapevano di prenderlo. Erano qui tutti e due. È uno stato shock(I lavori della Commissione proseguono in seduta segreta indi riprendono in seduta pubblica).

PRESIDENTE. Quando ci siamo incontrati prima dell’audizione ho detto al signor Nava che è stato un testimone prezioso non solo per il coraggio ma, come ci ha raccontato, perché ha visto tante cose, se le è ricordate e non ne ha sbagliata una, dimostrandosi quindi all’altezza della professionalità di Livatino. Le vostre due figure sono state veramente scritte nello stesso libro, visto che lei è credente mi pare che possiamo dirlo…

PIERO IVANO NAVA,testimone di giustizia. Certo, anzi ci tengo.

PRESIDENTE. Siete stati scritti nello stesso libro della vita, vi ha unito la sua morte ma siete stati scritti nello stesso libro della vita. Mi auguro che gli attuali incidenti probatori non si svolgano come lei ci ha raccontato. Credo che lei abbia fatto da pioniere come testimone. Non che dopo la legislazione del 1991 e del 2001 i problemi siano stati risolti, no e noi ci stiamo impegnando per migliorare il sistema. Le consegno la relazione e la proposta di legge sul sistema di protezione dei testimoni di giustizia. Ci promette che avremo un’interlocuzione?

PIERO IVANO NAVAtestimone di giustizia. Certo, vi mando una relazione. Preparatevi, che magari su qualcosa non sono d’accordo.

PRESIDENTE. Magari.

FRANCESCO D’UVA.C’è tempo per emendare.

PRESIDENTE. Siamo in tempo per emendare, il percorso inizia ora e la ringraziamo davvero di cuore, penso che sia stata una delle audizioni più importanti e più interessanti che abbiamo fatto in questa Commissione, anche più utili, oltre che più toccanti e più motivanti. Grazie per essere stato qui con noi, grazie per tutta la sua vita, per quello che ha fatto e anche per avercelo comunicato come una cosa normale, perché non poteva che essere così. Noi siamo convinti che per combattere la mafia non ci sia bisogno di persone straordinarie, ma ci sia bisogno di cittadini normali, quindi grazie davvero. Vorrei farle un’altra domanda: lei ha mai avuto un riconoscimento?

PIERO IVANO NAVAtestimone di giustizia. Io ho ricevuto la medaglia d’oro al valor civile da parte di un comune, sono sul gonfalone – che logicamente non ho mai ricevuto perché non sanno dove sono – la cittadinanza onoraria del comune di Canicattì con relativa medaglia d’oro, poi il comune di Palma di Montechiaro, da cui arrivavano, ha intestato il comune a me e alla mia ex compagna, così non si dimentica nessuno, infatti, il comune è intestato a Piero e Franca Nava. Questi sono i riconoscimenti che ho avuto, dallo Stato non ne ho avuti.

PRESIDENTE. Un’ultima cosa che volevo chiederle anche prima: il suo rapporto con Falcone come è stato?

PIERO IVANO NAVA,testimone di giustizia. All’inizio è stato di contrapposizione.

PRESIDENTE. Eravate entrambi persone di carattere.

PIERO IVANO NAVA,testimone di giustizia. Io non sapevo chi fosse, mi hanno detto dopo che era Falcone, ma vengo comunque da un mondo dove Falcone o Marcegaglia sono comunque come me, con due gambe, due occhi, un naso. È chiaro che lui si era meravigliato, non faceva parte dei magistrati d’inchiesta perché veniva da Palermo, la stanza era piccola, io ero seduto qua, il funzionario di polizia importante qui, il magistrato qua. La dovizia di particolari l’aveva meravigliato, quindi abbiamo avuto uno scontro sulla moto, perché io ho dichiarato che c’era una Uno verde e che la moto era un Tenerè, lui mi guarda e mi fa: «Come fai a dire che è un Teneré?», e io gli rispondo: «Scusi, io non so chi è lei, ma io ho due motociclette, oltre a cinque automobili, un California Guzzi che si guida in una certa posizione e un Convert 1000 Guzzi che si guida in un’altra. Il Teneré si guida così: non c’è niente da fare, sul Teneré devi stare così. Era un Teneré». In quel momento entra il colonnello dei Carabinieri dicendo che avevano trovato macchina e moto bruciate e le armi, e dice che la moto era un Teneré! Allora Falcone mi ha detto: «Mi scusi» e ho risposto: «Niente, sono qua e vi dico quello che ho visto, quello che non ho visto vi dico che non l’ho visto». È chiaro che erano meravigliati perché uno che si ricordava i colori dalla camicia, che mancavano le cinghiette degli stivali, che era mancino, le Timberland, il maglione rovinato da una parte, il casco, le posizioni eccetera. Me ne hanno messi tre per tre volte a Sollicciano con il casco, alti uguali e vestiti uguali e ho sempre detto: «È quello lì», la terza volta mi hanno chiesto come facessi, ma tutti abbiamo una postura e anche quello aveva una certa postura. Mica è colpa mia se ho questa capacità e tutto quello che hanno riscontrato era vero, che ci devo fare? Per questo ho preso le mie chiavi e ho detto «Sapete tutto e me ne devo andare», perché per me era una cosa normale e la reputo ancora tale. L’ha detto lei, per sconfiggerli, se si va nella normalità, sono subito perdenti, perché loro si fanno le elucubrazioni mentali e tu vai avanti con la normalità, quindi sono perdenti, è semplice.

PRESIDENTE. Come sapete, questa audizione non è stata trasmessa sugli impianti audiovisivi a circuito chiuso per ovvie ragioni di sicurezza, ma daremo la notizia di aver audito il signor Nava non appena avrà lasciato Palazzo San Macuto.
Davvero grazie, ci ricorderemo di lei e anche lei non si dimentichi della Commissione.

PIERO IVANO NAVA,testimone di giustizia. Vi ricordo, vi ho guardato.

PRESIDENTE. Immagino non le sia sfuggito niente. La ringraziamo nuovamente. Dichiaro conclusa l’audizione.

PRESIDENTE. Nella seduta odierna, la Commissione è chiamata ad esaminare una proposta di «relazione per la memoria di Rosario Livatino. Pubblicazione di atti e documenti». Si tratta della pubblicazione delle sentenze dei processi relativi all’omicidio del giudice Livatino e alla raccolta degli atti e dei documenti relativi alla sua figura di magistrato antimafia e vittima di mafia. Ricordo peraltro che è in corso anche la causa di beatificazione. Questi atti saranno raccolti presso l’archivio della Commissione, e poi versati all’archivio storico della Camera, a disposizione di tutti coloro che vorranno consultarli.
Credo sia un modo normale per la nostra Commissione di ricordare Livatino, perché mettiamo a disposizione le cose più preziose che abbiamo, ossia tutta la nostra documentazione. Non ci ha lasciato molte relazioni, però dalle poche cose a disposizione traspare una personalità molto ricca, oltre che un magistrato molto competente e integerrimo, come ebbe a dire Papa Giovanni Paolo II ricordandolo, un giovane con una grandissima maturità e un grandissimo equilibrio, caratteristiche che si addicono a un magistrato. In questo modo la Commissione rende ragione a una persona che, facendo semplicemente il magistrato, ha combattuto la mafia e per questo è stato ucciso. Ha chiesto la parola il senatore Molinari.

FRANCESCO MOLINARI. Non sono credente, ma trovo eccezionale che queste due persone siano state unite in questo modo, quindi proporrei di allegare anche l’audizione di oggi alla documentazione che pubblichiamo.

PRESIDENTE. Credo che nelle sentenze sia già contenuta anche la testimonianza del signor Nava. Il resoconto stenografico dell’audizione di oggi sarà pubblicato nei nostri atti, però, se non vi sono obiezioni, potremmo inserirlo nella parte introduttiva della relazione

Pongo ora in votazione la proposta di «relazione per la memoria di Rosario Livatino. Pubblicazione di atti e documenti». (È approvata all’unanimità).


 

 

PENTITI, TESTIMONI E COLLABORANTI…

 

 a cura di Claudio Ramaccini  Direttore Centro Studi Sociali contro la mafia – Progetto San Francesco