GERLANDO ALBERTI, U Paccarè

 

 

Gerlando Alberti, detto “U Paccarè“, (Palermo, 18 settembre 1927 – Palermo, 1° febbraio 2012)  boss di Cosa Nostra, affiliato alla Famiglia di Porta Nuova.

L’apprendistato criminale Nato in una spelonca del degradato quartiere palermitano Danisinni, Alberti si distinse già dall’età di 12 anni per una lunga serie di piccoli furti e violenze nei vicoli della zona, controllata dall’allora potentissimo capomafia Gaetano Filippone (detto zu’ Tano). Interessato a far carriera, l’intraprendente futuro boss sfidò il potere di Don Tano, rubando una forma di caciocavallo in un negozio posto sotto tutela. Denunciato alla polizia, la “spia” venne pestata a sangue, mentre il giovane Alberti venne convocato da Don Tano che, impressionato da quella prova di coraggio, lo arruolò tra i suoi picciotti anziché punirlo con la morte: fu proprio il boss ad affibbiargli il soprannome che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita “U Paccarè“, cioè “l’imperturbabile”. Il primo incarico che gli venne commissionato fu l’omicidio di un gestore di un bar del centro della città.

Da giovane killer, Alberti fece presto conoscenza delle celle del carcere dell’Ucciardone, a Palermo, dove divenne capo riconosciuto dei detenuti, per essere poi rilasciato per insufficienza di prove.

Il contrabbando di sigarette a Milano Nel 1961 Alberti, uomo d’onore navigato e affidabile, venne inviato a Milano per gestire il contrabbando di sigarette. La sua base operativa è un negozio di tessuti in via Pietro Crespi, una traversa di viale Monza, un’attività di copertura dei suoi affari criminali che inizialmente consistono nell’assalto dei camion carichi di sigarette provenienti dal porto di Genova e che successivamente si estende al controllo del cosiddetto mercato delle braccia, che coinvolge molti immigrati provenienti dal Sud italiana nella capitale lombarda.

La prima guerra di mafia Alberti venne arrestato nel settembre 1963 in relazione a due episodi: il tentato omicidio di Angelo La Barbera del 24 maggio, inserito nel contesto della prima guerra di mafia, e per la Strage di Ciaculli del 30 giugno, che ne rappresentò il culmine. In relazione a quest’ultimo episodio, Alberti fu visto a Palermo proprio il giorno prima della strage, ma al processo se la cavò con un semplice alibi: “Ero con una donna, una signora sposata, quindi non posso dirvi chi è per una questione d’onore[1]. Bastò questo a permettergli di uscire dal carcere e tornare a gestire i propri affari.

Il processo dei 114, il traffico di droga, i sequestri di persona e la latitanza Tornato a vendere ufficialmente tessuti nel suo negozio a Milano, Alberti venne nuovamente arrestato a Napoli, in compagnia di una quindicenne (le adolescenti erano la sua passione[2]), poiché sospettato dell’omicidio del vicequestore di Palermo Pietro Scaglione, del rapimento del giornalista Mauro De Mauro e soprattutto della Strage di viale Lazio del 10 dicembre 1969. Trascinato alla sbarra al “Processo dei 114” di Catanzaro assieme ad altri pezzi da 90 di Cosa Nostra come Luciano Leggio, venne assolto in primo grado come tutti gli altri per insufficienza di prove.

Tornato a Milano, si trasferì in Via Generale Govone 100, la stessa via dove si tenne il famoso Summit di cui parlò Buscetta al Maxiprocesso. Da quel momento Alberti gestì anche il traffico di droga, oltre a dedicarsi ai sequestri di persona (oltre una decina i rapimenti legati al suo nome[3]).

Nel 1975, dopo essere stato spedito al soggiorno obbligato all’Asinara dal presidente della seconda sezione del tribunale di Milano Bruno Siclari (che negli anni ’90 sarebbe diventato procuratore nazionale antimafia), Alberti sparì nuovamente, ma restò nel milanese. Il 20 dicembre gli inquirenti lo riarrestarono a Rossino di Calolziocorte, in provincia di Lecco. Trasferito in carcere all’Asinara, riuscì a fuggire nuovamente il 7 ottobre 1977 alla vigilia di un processo a Napoli per contrabbando di sigarette.

Tornò nuovamente a Milano e lì, benché ricercato dalla polizia di tutta Italia, si dedicò alla bella vita: donne, molte e molto giovani, cavalli, bische, Rolex d’oro sul polsino della camicia per emulare Gianni Agnelli e un vistoso anello ovale d’oro all’indice della mano destra. Frequentava spesso la bisca di via Panizza, gestita dal gangster Angelo Epaminonda.

L’arresto a Palermo Le manette per Alberti scattarono nuovamente il 26 agosto 1980, questa volta a Palermo, quando venne sorpreso a seguire direttamente la realizzazione di laboratori per la lavorazione dell’eroina a Trabia, poco distante dal capoluogo siciliano. Il boss soggiornava all’Hotel Riva Smeralda, di proprietà di Carmelo Jannì, che aveva accettato che gli agenti, sulle tracce di alcuni marsigliesi specializzati nella trasformazione della morfina base in eroina. Fu proprio seguendo Alberti che gli inquirenti scoprirono il laboratorio e arrestarono, oltre al boss, anche André Bosquet e altri due chimici marsigliesi. Ventiquattro ore dopo, il 26 agosto due killer uccisero Jannì. Nel marzo 1983 Alberti fu condannato a 24 anni di carcere in qualità di mandante dell’omicidio (il pm Giuseppe Ayala aveva chiesto l’ergastolo, a cui poi il boss venne condannato in appello).

Il tentato omicidio all’Ucciardone Come raccontò il pentito Francesco Marino Mannoia durante il Maxiprocesso, Alberti fu vittima di un tentato omicidio, mai denunciato, poiché ritenuto inaffidabile: bloccato da quattro persone, il boss riuscì a spezzare l’ago della siringa che conteneva il veleno che Giovan Battista Pullarà avrebbe dovuto iniettargli. Il veleno era arrivato in carcere attraverso l’avvocato Gaetano Zarcone, poi condannato[4].

L’operazione Perseo

Il 16 dicembre 2008 Alberti balzò nuovamente agli onori delle cronache quando scattò l’Operazione Perseo, che tradusse in carcere 94 persone tra capi, reggenti e gregari, accusati di voler ricostituire la Cupola di Cosa Nostra[5]. L’anziano boss di Porta Nuova fu indicato come membro della nuova Commissione, presieduta da Benedetto Capizzi, boss di Villagrazia, insieme a Gregorio Agrigento di San Giuseppe Jato, Giovanni LipariGaetano Fidanzati e Salvatore Lombardo, boss di Montelepre. Nel 2010 Alberti venne condannato in primo grado a 6 anni e 4 mesi.

La morte Il 1° febbraio 2012 Gerlando Alberti si spense nella sua casa a Palermo, dove era detenuto ai domiciliari, per un tumore.

Gerlando Alberti era zio di Gerlando Alberti junior, condannato all’ergastolo per l’omicidio della giovane stiratrice di Villafranca Tirrena (Messina) Graziella Campagna, uccisa per avere trovato in una giacca dello stesso Alberti un’agendina contenente nomi e numeri compromettenti.

 

Morto Gerlando Alberti detto ‘U paccaré’. Portò la mafia nel business dell’eroina Scomparso nella sua abitazione, dove stava scontando gli arresti domiciliari, all’età di 84 anni. Braccio destro di Michele Greco, detto il Papa, venne processato per la strage di Ciaculli, che costò la vita a sette carabinieri. Alberti fu assolto, ma mandato al confino in Lombardia. Il suo nome fatto anche per la vicenda De Mauro

E’ morto nella sua abitazione, dove stava scontando gli arresti domiciliari, all’età di 84 anni il boss mafioso Gerlando Alberti, detto ‘u paccare”. Il boss, come scrive oggi il ‘Giornale di Sicilia’ era malato da tempo. Nel 1983 riuscì a sfuggire diverse volte alla morte nel carcere Ucciardone dove tentarono di ucciderlo. Secondo quanto ha raccontato il pentito Francesco Marino Mannoia Alberti sarebbe riuscito a spezzare l’ago della siringa con il veleno che un altro boss avrebbe dovuto iniettargli.

La carriera criminale di Alberti, affiliato alla famiglia di Porta Nuova, lo vede con i marsigliesi a gestire del traffico di stupefacenti. Business su cui la Mafia si era appena lanciata all’inizio degli anni ’70.

Il nome di Alberti, braccio destro di Michele Greco, detto il Papa, venne fuori poi nel luglio del 1963 con quello di Tommaso Buscetta e altri 53 mafiosi per la strage di Ciaculli, che costò la vita a sette carabinieri. Alberti fu assolto, ma mandato al confino in Lombardia. Fu uno dei protagonisti della prima guerra di Mafia, conclusasi con la strage di Viale Lazio (1969).

Il nome di Alberti è stato poi fatto in relazione alla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro (1970) e all’uccisione del procuratore capo Pietro Scaglione (1971).

Dopo un primo arresto ad opera dell’allora colonnello dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, viene scarcerato nei primi mesi del 1971, tornando latitante. Il 26 agosto 1980 durante una retata antidroga fu arrestato anche Gerlando Alberti. (Adnkronos/Ign 1.2.2012) .