C’è un paradosso che dovrebbe continuare a interrogare la coscienza civile del nostro Paese: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono diventati eroi solo dopo essere stati uccisi. Da vivi, troppo spesso furono isolati, ostacolati, perfino delegittimati.
Da morti, invece, sono stati trasformati in simboli intoccabili, celebrati nelle piazze, nelle scuole, nei discorsi ufficiali. È una contraddizione che una democrazia matura non può più permettersi di ignorare.
La verità è semplice e scomoda: Falcone e Borsellino non furono soltanto vittime della mafia. Furono vittime anche di parti dello Stato che non seppero — o non vollero — garantire loro il sostegno necessario.
Falcone venne attaccato da colleghi che lo accusavano di protagonismo e da una parte della stampa che ne minava la credibilità. Borsellino, nei 57 giorni che seguirono la strage di Capaci, denunciò pubblicamente l’isolamento dell’amico. Eppure anche lui venne lasciato senza informazioni cruciali, senza protezioni adeguate, senza quel coordinamento istituzionale che avrebbe potuto fare la differenza.
Oggi vengono ricordati come giganti della legalità, esposti in mega murali, citati nei discorsi. Ma la retorica postuma rischia di diventare un alibi.
La memoria autentica non è un rito celebrativo: è un’assunzione di responsabilità collettiva. Significa riconoscere che attorno alle stragi del ’92 si muovevano interessi, omissioni e complicità che non sono stati ancora chiariti del tutto — ed è ciò che, con fatica, stanno cercando di approfondire la Procura di Caltanissetta e la Commissione Parlamentare Antimafia.
Significa ammettere che Falcone e Borsellino furono lasciati soli non per fatalità, ma per scelte, inerzie e rivalità interne.
E allora la domanda che dovremmo porci non è come ricordarli, ma come rendere vivo il loro insegnamento: nella cultura civica, nelle istituzioni, nella responsabilità quotidiana di ciascuno.


