Fimmetta Borsellino con i ragazzi di Pantelleria


FIAMMETTA BORSELLINO – IL MESSAGGIO AI GIOVANI: RIFIUTATE IL COMPROMESSO E DENUNCIATE. Fiammetta Borsellino in lacrime: “Riaprire le scuole, unico modo per sconfiggere la mafia”

“DAD” INUTILE, RIAPRIRE LE SCUOLE. «Chiedo scusa ai ragazzi perché vi costringiamo a stare dietro a degli schermi, perché noi adulti, le Istituzioni, la Scuola, non hanno saputo proporvi altre soluzioni che quelle di relegarvi dietro a degli schermi. Un qualcosa che definiscono apprendimento (la Didattica a distanza, ndr) ma non è così che i ragazzi che possono esprimere le proprie emozioni, sentimenti e disagi. In questo momento provo un forte dolore per la Scuola, per come la si sta trattando, per l’incapacità di trovare soluzioni alternative, se non quella di chiuderei ragazzi a casa da marzo dell’anno scorso. Ancora oggi io sto parlando attraverso uno schermo e non so chi mi guarda. Sono molto arrabbiata perché – per riportare le parole di mio padre che ripetutamente vengono sconfessate – la scuola è l’unico modo per avviare quel processo di cambiamento morale e culturale che può sconfiggere la mafia. Ma noi, di tutto questo, ce ne stiamo assolutamente dimenticando visto che le scuole sono ancora chiuse».

I 57 GIORNI E IL SENSO DI PERICOLO. «Provo un profondo disagio a parlare di cose molto personali dietro a uno schermo, senza guardare negli occhi chi mi ascolta, ma lo faccio perché ho capito che c’era un’esigenza. Quando è morto mio padre avevo 19 anni, non mi trovavo a Palermo, ma ero in viaggio con un suo amico in un Paese lontano (Thailandia, ndr). Era stato lui stesso a spingermi a farmi intraprendere quel viaggio per allontanarmi qualche giorno da casa, perché dopo la morte di Giovanni Falcone gli eventi erano completamente precipitati. In quei 57 giorni che separarono la strage di Capaci con quella di via D’Amelio, nessuno lo sapeva in quel momento, ma era iniziato un conto alla rovescia per mio padre. Il pericolo aleggiava ovunque, in famiglia ci eravamo abituati già dagli anni ’70, da quando mio padre aveva cominciato ad occuparsi di mafia. Fu precisamente dall’omicidio di Emanuele Basile del 1980 che iniziammo a vivere in una nuova dimensione legata ad un pericolo costante. E poi fu un susseguirsi di perdite, di assassinii di colleghi e amici di mio padre. Abbiamo cominciato a respirare questa sensazione di precarietà che inevitabilmente si trasferiva in ognuno di noi».

L’INSEGNAMENTO E L’EREDITÀ MORALE. «Non era solo il lavoro a mettere in pericolo mio padre, ma era il come e il dove lo faceva. Malgrado le conseguenze delle sue scelte, nessuno di noi figli, né mia madre, pensò mai di chiedergli di smettere. Al contrario, lo abbiamo sempre appoggiato nel suo lavoro, sostenendolo nelle sue scelte anche nei periodi peggiori, anche quando la morte si poteva toccare con mano. Nessuno di noi ha mai pensato di desistere, o abbandonare la città, o di chiedergli di cambiare incarico. La sua convinzione di fare qualcosa di giusto, di buono, di utile, per liberarci dalla schiavitù data dell’oppressione mafiosa ci ha convinto che quella era l’unica strada possibile e percorribile».

L’IMPORTANZA DELLA SCUOLA. «Di fatto, a ripensarlo oggi quel periodo, fu purtroppo una lunga preparazione alla possibilità della morte. Una preparazione durata anni, che ci ha segnato nella nostra crescita di figli. Anche se non si è mai preparati alla morte di un padre, quell’allenamento e l’esempio che ci aveva dato hanno determinato il modo in cui il 19 luglio 1992, e nei mesi e negli anni successivi, abbiamo affrontato quegli eventi. Lucia, Manfredi e io, cioè noi figli, eravamo all’Università. A Lucia mancava un solo esame per laurearsi. E lo diede qualche giorno dopo la morte di mio padre, sotto gli occhi increduli di una commissione incredula. Anche Manfredi e io ci “buttammo” nello studio perché mio padre ci aveva dato gli strumenti per salvarci solo in questo modo. Ci aveva trasmesso la consapevolezza che solo questo ti può dare un futuro, un lavoro, la consapevolezza dei tuoi diritti e dei tuoi doveri. Questo te lo dà la scuola: se sai, nessuno ti può prendere in giro o darti l’illusione di un lavoro o di una casa che arrivano per un favore».

IL PIANTO. «L’insegnamento principale che ci ha lasciato mio padre, la sua eredità morale, è molto semplice: compiere il proprio dovere. Sembra un concetto scontato, ma alla fine è quello che ha fatto lui: è stato un lavoratore. Un lavoratore onesto, che credeva in quello che faceva».  Qui un momento di pausa, con il discorso interrotto dal pianto spontaneo di Fiammetta Borsellino. Lacrime amare di una donna forte che da oltre 28 anni chiede verità e giustizia.

IL MESSAGGIO AI GIOVANI. «Applicare questa idea – ha proseguito – e il suo esempio, in ogni ambito, è quello che i miei fratelli e io facciamo da tutta la vita. Non si lotta contro la mafia solo facendo il magistrato; l’idea di fondo che cerco di trasmettere ogni volta che posso è che non è necessario essere in prima linea contro il crimine. Per lottare contro la mafia è sufficiente compiere il proprio dovere, ognuno il suo. Per i ragazzi questo vuol dire studiare, a scuola, dentro le aule; investire nella cultura, andare a scuola e imparare a pensare con la propria testa.  La mafia si nutre di giovani senza punti di riferimento. E l’assenza della scuola oggi sta consegnando, come un “agnello sacrificale”, i giovani alla mafia. Non si contano più i numeri della dispersione scolastica, in un momento in cui la scuola è limitata e, in certi casi, assolutamente assente. La mafia si nutre del consenso dei giovani: se quei giovani non esistono più, non ha futuro. Per fare la nostra parte dobbiamo sempre chiederci quali possono essere le ricadute di ogni gesto, anche quelli più insignificanti. Gli atteggiamenti principali dei mafiosi sono la prevaricazione, la prepotenza, il sopruso, e quindi anche “fare il bullo” o atteggiarsi in questo modo può essere l’anticamera di qualcosa di peggio. Anche nel consumo di droghe pesanti, leggere, tecnologiche, si nasconde la mafia. Perché anche l’apparente e insignificante gesto di comprare uno spinello alimenta economicamente la mafia. Anche rifiutare di risolvere un problema, o un favore, o evitare di prendere una scorciatoia, significa rifiutare il malaffare. La criminalità si combatte non girandosi dall’altra parte quando vediamo qualcosa che non va, ma denunciando. Bisogna combattere il “me ne fotto”, il menefreghismo di chi cerca solo di trarre benefici dal sistema, scendendo a compromessi con le organizzazioni mafiose, pur non facendone parte. Quella mentalità alimenta la mafia, che non è solo organizzazione criminale ma un modo di fare, un modo di essere».   IL SICILIA 29.1.2021