FABIO TRANCHINA autista e uomo di fiducia del boss

 

 

Fabio Tranchina, Via D’Amelio mi sconvolse la vita


E’ stato Giuseppe Graviano ad azionare il telecomando in via D’Amelio”. È quanto sostiene Fabio Tranchina, pentito ed ex autista del boss Giuseppe Graviano, durante l’interrogatorio al processo “bis” sulla strage di Capaci. Nell’aula bunker del carcere di Rebibbia il collaboratore spiega che un giorno lui e Gravano si trovavano in via D’Amelio e il boss gli disse: “Mi devi trovare un appartamento qua. Mi pose però tanti di quei vincoli e condizioni che io ci rinunciai. Mi disse di non recarmi in nessuna agenzia, di non consegnare documenti a nessuno e se fosse stato necessario avrei dovuto pagare anche un anno d’affitto anticipato. La settimana prima della strage, mentre facevamo un sopralluogo io gli dissi che l’appartamento non l’avevo trovato e lui risposte: mi arrangio nel giardino”. E all’indomani della strage, quando i due si rincontrarono, Graviano gli disse: “‘na sprughiamu (ce la siamo cavata, ndr)”. “Da quel momento in poi – aggiunge Tranchina – sono stato assalito da questo rimorso. E’ come se io avessi contribuito a questa strage”.

”PROCESSO CAPACI BIS” – udienza 27.11.2014 – AUDIO


Gaspare Spatuzza parla di Tranchina nell’interrogatorio del 3.5.2011

 VIDEO

 

I fratelli Graviano


 

Fabio Tranchina. Autista di Giuseppe Graviano di Brancaccio, Tranchina curò la latitanza del boss da maggio del ’91 fino ai giorni a cavallo tra la fine di dicembre ’93 e gli inizi di gennaio ’94.  Il pentito, rispondendo alle domande del pm Vittorio Teresi, racconta l’occasione nella quale Graviano si ‘sbottonò’ con il pentito a seguito dell’arresto di Riina: “Mi disse che ‘siamo tutti figli di ‘stu cristianu (Riina, ndr). Ora è possibile che scoppierà una guerra’”. Giuseppe Graviano parlò di “impegni presi” che “è giusto che portiamo avanti” perché “noi abbiamo le nostre garanzie” facendo il gesto di puntare l’indice verso l’alto e aggiungendo: “O fanno quello che gli diciamo noi oppure gli rompiamo le corna”. E in relazione al luogo nel quale il boss di Brancaccio si incontrava con Riina il collaboratore ricorda di essersi sentito dire: “Io non ci credo che in questo posto dove ci vedevamo era imbottito di microspie perché se fosse stato così avrebbero fatto il blitz mentre eravamo tutti là dentro, ci arrestavano tutti insieme. Là dentro c’erano di quei soldi che potevamo comprarci la Sicilia”. Tranchina ipotizza che per “impegni presi” Graviano intendesse “stragi che sono successe (Capaci e via D’Amelio, ndr) ed altre eventualmente da compiere” gli eccidi in seguito commessi a Roma, Firenze e Milano, che a gennaio del ’93 non erano ancora avvenuti.

 

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FIAMMETTA BORSLLINO: “Perché sto aiutando un assassino di papà”. Fabio Tranchina e la sua compagna hanno gravi difficoltà economiche Lui è l’ex autista del boss Graviano e oggi collabora con la giustizia Durante una pausa dell’ultimo processo per le bombe del 1992, sono rimasti a parlare per quasi un’ora. Da una parte Fabio Tranchina, l’ex autista del boss Giuseppe Graviano che ha curato i preparativi della strage di via d’Amelio e oggi collabora con la giustizia, dall’altro la figlia del procuratore aggiunto Paolo Borsellino, che il 19 luglio fu ucciso con cinque poliziotti della scorta. «Tranchina mi ha parlato del suo dolore – spiega oggi Fiammetta – mi ha raccontato la sua gioventù difficile a Brancaccio, mi ha giurato in lacrime che non sapeva cosa doveva accadere in via d’Amelio. Mi ha raccontato soprattutto della sua voglia di cambiare vita, e delle difficoltà enormi che sta incontrando». In quel momento – era quasi un anno fa, nell’aula bunker di Firenze – Fiammetta Borsellino decise che avrebbe aiutato quell’uomo in lacrime. Questa è la storia di una figlia che non smette di cercare la verità sulla morte del padre: «Le liturgie di certa antimafia nei giorni delle commemorazioni stanno diventando insopportabili – dice – io voglio capire cosa è accaduto veramente». Questa è anche la storia di un’altra donna, l’attuale compagna di Fabio Tranchina, che ha lasciato il marito, un boss ergastolano, per seguire l’uomo con cui ha immaginato un futuro diverso, e per questa scelta è stata rinnegata dalle figlie: «Adesso, sta attraversando un problema che non rende serena la famiglia, non hanno praticamente di cosa vivere», spiega Fiammetta. Lei è una dipendente del Comune di Palermo, prima precaria, poi di recente è stata assunta, ma non è mai potuta ritornare in servizio, perché abita lontano dalla Sicilia. «Una soluzione deve pur esserci», dice la figlia di Paolo Borsellino, che in questi mesi ha fatto decine di telefonate, ha scritto tante lettere. «Potrebbe prendere servizio nel Comune in cui si trova». Ma il Comune di Palermo dovrebbe farsi carico di pagare lo stipendio. «Ho parlato con il sindaco Orlando e con i suoi funzionari, spiegando la situazione – dice Fiammetta – ho ribadito che questo è un caso importante, ho parlato pure con il servizio centrale di protezione, lo Stato dovrebbe farsi carico di chi ha accettato di sostenere la ricerca della verità». Dopo mesi, la situazione sembrava essersi sbloccata. Ma, poi, lo spettro di un intervento della Corte dei Conti ha bloccato tutto. «Se non può il Comune, allora intervenga lo Stato – dice il legale di Tranchina, l’avvocatessa Monica Genovese – c’è una legge che impone di assistere i familiari dei collaboratori di giustizia». L’ex boss di Brancaccio ha dato un contributo importante per svelare molti dei segreti attorno alla strage, aveva accompagnato due volte Graviano in via d’Amelio, è stato condannato in appello a 7 anni e 6 mesi. «O, forse, devo pensare che si vogliono disincentivare le collaborazioni con la giustizia? – dice ancora Fiammetta – Perché questo è il segnale che sta passando. La compagna di Fabio Tranchina chiede solo di poter fare quello per cui è stata assunta: lavorare. Ma sembra che sia impossibile». Due giorni fa, un sms del sindaco Orlando ha chiuso anche l’ultima possibilità: «Carissima Fiammetta, mi dispiace. Tutte le istituzioni interpellate hanno escluso una possibilità di intervento a carico del Comune. Tale posizione ostativa è anche quella del prefetto competente per territorio». Ma Fiammetta non si arrende: «Perdere quel posto di lavoro sarebbe come dire che lo Stato ha abbandonato un uomo che ha fatto una scelta coraggiosa di rottura con il suo passato», dice. «La gente deve sapere come viene trattato un collaboratore importante e una donna che lo sostiene». Fabio Tranchina ha mandato un messaggio a Fiammetta: «Solo per averci provato la ringrazierò per tutta la vita, chi mi ha deluso profondamente sono coloro a cui ho consegnato la mia vita». Lei ha risposto: «Oggi, anche la famiglia Borsellino si sente tradita e delusa da una parte delle istituzioni».  Salvo Palazzolo  La Repubblica


LA FIGLIA DI BORSELLINO AIUTA UN ASSASSINO DEL PADRE  Il rancore è un sentimento distruttivo e non serve a risolvere le cose: questo è il pensiero che Fiammetta Borsellino ha nei confronti di chi ha contributo nel 1992 all’omicidio di suo padre, il magistrato Paolo Borsellino. “Solo per avere provato ad aiutarmi lo ringrazierò per tutta la vita”, dice la figlia del magistrato quasi trenta anni dopo la strage. Fabio Tranchina, l’autista della strage di via d’Amelio, oggi collabora con la giustizia e ha incontrato la donna. “Tranchina mi ha parlato del suo dolore – spiega Fiammetta – mi ha raccontato la sua gioventù difficile, la sua voglia di cambiare vita e le difficoltà enormi che sta incontrando”. In quel momento, un anno fa, Fiammetta Borsellino decise che lo avrebbe aiutato. L’attuale compagna di Tranchina è la ex-moglie di un boss e ha lasciato la famiglia mafiosa per cambiare vita. “Non hanno praticamente di cosa vivere”, dice Fiammetta. La donna non può tornare nella sua città per paura di essere ammazzata. La figlia di Paolo Borsellino sta cercando in tutti i modi di trovarle un lavoro. In questi mesi ha scritto lettere, fatto telefonate e incontrato dirigenti e amministratori pubblici per risolvere questa situazione. “Ho parlato con il sindaco Orlando e con i suoi funzionari, spiegando la situazione”, racconta. “Ho ribadito che questo è un caso importante, ho parlato anche con il servizio centrale di protezione, lo Stato dovrebbe farsi carico di chi ha accettato di sostenere la ricerca della verità”. Una battaglia per cui la donna non si dà per vinta.  


Il superteste tenta il suicidio in carcere Il giudice convalida il suo fermo L’interrogatorio di Fabio Tranchina, che il gip Piergiorgio Morosini farà nel carcere Pagliarelli a Palermo è stato posticipato di due ore per il doppio tentativo di suicidio in carcere da parte del detenuto. Lo dice il suo avvocato Giovanni Castronovo che lo ha appreso dal gip. Tranchina, fedelissimo dei Graviano, fermato martedì scorso perché avrebbe avuto un ruolo nella strage di via D’Amelio, ha parlato lo scorso 16 aprile con i magistrati di Firenze dicendo che i Graviano, nonostante fossero stati arrestati nel 1994, sarebbero ancora in grado di decidere le gerarchie della mafia a Brancaccio. Fabio Tranchina aveva offerto diversi spunti ai magistrati di Firenze, ma sono rimasti tali dopo la sua scelta di interrompere la collaborazione. Ecco le sue dichiarazioni, sui rapporti fra mafia e politica. “Una volta vidi Giuseppe Graviano assieme al senatore Inzerillo”. E parla anche di Dell’Utri Il gip Piergiorgio Morosini ha convalidato il fermo per Fabio Tranchina, accusato di aver partecipato alla strage di via D’Amelio. Adesso, il giudice dovrà pronunciarsi sull’adozione della misura cautelare. L’ex autista dei boss Graviano, che la settimana scorsa aveva iniziato a collaborare con i giudici e poi ha ritrattato, si avvalso della facoltà di non rispondere davanti al gip. Poi, però, attraverso delle dichiarazioni spontanee ha parlato di “presunte pressioni per farlo collaborare”.  Il suo legale, l’avvocato Tommaso Scanio, ha intanto presentato una denuncia per sequestro di persona, firmata dalla moglie di Tranchina. “Il 16 aprile – dice  l’avvocato – la donna, dopo averlo visto andare via con gli uomini della Dia, non aveva avuto più avuto notizie del marito e dopo varie telefonate a carabinieri e polizia aveva sporto denuncia”.  E’ un racconto ricco di spunti quello che Fabio Tranchina aveva offerto ai magistrati di Firenze, sabato 16 aprile. Il supertestimone aveva dato appuntamento al giorno dopo, ma è arrivata prima la moglie. E l’ha convinto a ritornare a Palermo, dove poi è stato arrestato.  “La potenza economica dei Graviano è più importante di quanto si possa pensare”, ha spiegato Tranchina. “E ancora oggi decidono chi deve essere il capomandamento nel loro territorio, Brancaccio”. Ma è soprattutto sul passato che l’ex autista dei Graviano aveva iniziato a parlare. “Il giorno dell’arresto di Riina ricordo che Giuseppe Graviano ebbe a dirmi che ci sarebbe stata una guerra, nel senso che come fare le leggi glielo dovevano fare capire loro, anche se avevano le loro assicurazioni. Ricordo che alle elezioni venivano indicazioni di voto per Forza Italia”. Tranchina aveva poi affrontato il capitolo Dell’Utri.  “Giuseppe Graviano non mi ha mai fatto il suo nome – questo è rimasto a verbale – però con frasi del tipo, “noialtri le persone le abbiamo o fanno quello che gli diciamo o noi gli rompiamo le corna”, mi faceva comprendere. Ricordo che una volta vi fu incontro fra Giuseppe Graviano e un politico, Inzerillo – così prosegue il racconto dell’ex autista dei boss – Graviano l’aveva a sua completa disposizione, per come vedevo l’atteggiamento che aveva”. Il riferimento è all’ex senatore democristiano Vincenzo Inzerillo, che sta scontando una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa.  Sarebbe stato il tema della trattativa l’argomento forte della collaborazione di Fabio Tranchina. “Dopo le stragi del ’92 – aveva spiegato ai pm – i Graviano si sono allontanati e dopo l’arresto di Riina hanno portato avanti le stragi per trovare una trattativa con lo Stato. Giuseppe Graviano adorava Riina, ebbe a dirmi che eravamo tutti figli di Riina”. Una volta, nel 1992, Tranchina si ritrovò a un posto di blocco con Giuseppe Graviano: “Forse, si trattava dei carabinieri – dice – fummo fermati a Borgo Ulivia, a Palermo. Ma a Graviano non furono chiesti i documenti, che comunque lui aveva, intestati a Tommaso Militello”LA REPUBBLICA 21.4.2011


Il pentito Tranchina: “Via D’Amelio mi sconvolse la vita”“Io dovevo solo occuparmi della latitanza di Graviano, mi sono ritrovato in mezzo ad altre cose”.  “Il giorno dell’arresto di Totò Riina, Graviano era molto giù e mi disse: ‘Noi siamo tutti figli di questo cristiano. Ora potrebbe scoppiare una guerra, ma tu stai tranquillo. Con Riina abbiamo preso degli impegni. Noi abbiamo le nostre garanzie. O fanno quello che diciamo noi o gli rompiamo le corna’”. Lo ha detto il pentito Fabio Tranchina, per anni braccio destro del capomafia di Brancaccio Giuseppe Graviano. “Io non chiesi nulla – ha aggiunto – mi limitati ad ascoltare. Quando parlò di garanzie indicò verso l’alto con la mano”. “Quando Graviano disse che avevamo degli impegni presi – ha spiegato – alludeva alle stragi commesse e a quelle che si sarebbero dovute compiere. Mentre quando disse che forse poteva scoppiare una guerra voleva dire che in Cosa nostra c’erano due anime: una stragista e un’altra no”. “Graviano – ha raccontato – mi disse di essere certo che che nel covo in cui incontrava Riina non c’erano microspie perché altrimenti il blitz l’avrebbero fatto lì e non avrebbero arrestato Riina altrove visto che nel nascondiglio avrebbero potuto prendere altri mafiosi e visto che c’erano tanti soldi che si poteva comprare tutta la Sicilia”. “Sulle garanzie a cui accennò Graviano – ha detto Tranchina – non approfondii il discorso, né mi fece i nomi dei soggetti che dovevano fare quel che dicevamo noi”.

FALCONE  “Vedendo in tv le immagini di Falcone con la scorta, dissi a Graviano: ‘Questo è inavvicinabile’. Lui mi guardò come a dire ‘aspetta che poi vedi come è inavvicinabile’”. Lo racconta il pentito Fabio Tranchina che sta deponendo al processo sulla trattativa Stato-mafia. “Poco prima avevo visto caricare delle armi che erano destinate a un’azione eclatante a Roma – aggiunge – Capii allora che si dovevano usare per colpire il magistrato, ma poi non se ne fece nulla”. Il progetto di eliminare Falcone nella Capitale viene accantonato e Cosa nostra decise di ucciderlo mentre ritornava a Palermo percorrendo l’autostrada, a Capaci. “Qualche giorno prima della strage di Capaci – spiega – Graviano mi disse di non passare per un po’ sull’autostrada. Io avvertii anche i miei familiari che avevano una villetta nella zona”. “Graviano quasi si giustificava dell’attentato a Falcone – ha rivelato il pentito – e mi diceva che ‘la gente non si lamenta di quello che è accaduto, perché in fondo muoiono più persone con gli incidenti’”.

LA STRAGE BORSELLINO  “La strage in cui morì il giudice Borsellino, ma anche fatti come l’attentato al vicequestore Germanà, sono fatti che mi hanno sconvolto la vita. Io dovevo solo occuparmi della latitanza di Graviano, mi sono ritrovato in mezzo ad altre cose”. E’ lo sfogo di Tranchina, che per tre anni fu inseparabile guardaspalle del boss Giuseppe Graviano. Prima di lui ha deposto l’ex collaboratore di giustizia Paolo Bellini. Il pentito, reclutato come addetto alla sicurezza del boss dal cognato Cesare Lupo, faceva da autista a Graviano nei suoi spostamenti. Il giorno dell’arresto del padrino corleonese Totò Riina, il 15 gennaio del 1993, Tranchina avrebbe portato Graviano a un summit con il capomafia.   LIVE SICILIA 12.3.2014


Ex fedelissimo dei fratelli Graviano era pronto a svelare gli intrecci Stato-Mafia ma lo hanno convinto a ritrattare. Acquistò lui il telecomando che scatenò l’inferno il 19 luglio 1992.  Arrestato all’aeroporto di Palermo, proveniente da Firenze, Fabio Tranchina, 40 anni, ex autista di Giuseppe Graviano, il boss di Brancaccio, la borgata palermitana. Graviano è uno degli ideatori, degli organizzatori delle stragi del 1992/1993. Fabio Tranchina è accusato di concorso in strage, la strage è quella di Via d’Amelio che costò la vita a Paolo Borsellino e a 5 agenti di scorta, il 19 luglio 1992. Dietro l’arresto di Tranchina c’è una storia complicata. Complicata perché? Da qualche settimana Fabio Tranchina ha parlato con i magistrati antimafia di Firenze, rivelando alcuni aspetti delle fasi organizzative delle stragi di Via d’Amelio, in particolare Tranchina avrebbe ammesso di avere accompagnato il boss Giuseppe Graviano in uno dei sopralluoghi a Via d’Amelio pochi giorni prima della strage e ha ammesso di avere comprato un paio di telecomandi. Uno di questi sarebbe stato usato per la strage del luglio 1992.  Perché è una cosa complicata il suo contributo all’autorità giudiziaria? Perché a quanto è dato sapere con molto ritardo i magistrati siciliani che indagano sulla strage, quindi i magistrati Nisseni e i magistrati palermitani che non hanno mai smesso di indagare ovviamente sulla famiglia mafiosa dei Graviano e che oggi indagano sulla trattativa Stato – mafia, sono venuti a sapere con molto ritardo di questa collaborazione a metà. Fabio Tranchina è stato quindi gestito in modo tale dalla Procura di Firenze che è avvenuta una cosa tipica in questi casi: la famiglia di Tranchina lo ha recuperato, lo ha sicuramente convinto a non continuare questa sorta di collaborazione mai ufficializzata e lo ha riportato a Palermo, dove è stato arrestato.  Subito dopo il fermo i magistrati siciliani lo hanno interrogato e Tranchina si è avvalso della facoltà di non rispondere. Potremmo dire “Tranchina pentito per un giorno“. E’ un’occasione che speriamo non sia persa, in questo momento però è un’occasione mancata, perché Tranchina avendo curato la latitanza dei Graviano, potrebbe spiegare non soltanto gli aspetti tecnici della strage di Via d’Amelio, ma soprattutto gli spostamenti e i contatti che i fratelli Graviano avevano tra il 1992 e il 1994 alla ricerca di quegli appoggi politici che molti altri collaboratori di giustizia vicinissimi a Graviano, come Gaspare Spatuzza hanno raccontato, quei contatti politici che secondo questi collaboratori di giustizia, avrebbero in un certo senso chiuso la stagione delle stragi. Sicuramente ci sono due dati che continuano a tornare e cioè: la mancata comunicazione tra le procure, tra le procure antimafia in questo caso e un’altra maledizione per usare una parola forte e cioè che ogni qualvolta si tocca l’argomento dell’organizzazione della strage di Via d’Amelio, i contorni della progettazione della strage, succede sempre qualcosa. Vorrei ricordare che ci sono collaboratori di giustizia assolutamente attendibili, riscontrati, che quando arrivano a raccontare chi c’era a Via d’Amelio, come era avvenuta la strage, dove si sono posizionati i killer con il telecomando, immediatamente tacciono. Quindi in un certo senso la collaborazione di un giorno di Tranchina avrebbe potuto disvelare questi misteri e ancora una volta invece ci troviamo davanti a un muro che non riusciamo a abbattere. C’è una frase, per esempio a proposito di pentiti e di mogli e di familiari che li convincono a non affrontare il nodo di Via d’Amelio, il pentito Di Matteo per esempio viene “convinto” dalla moglie a non parlare della strage di Via d’Amelio in un colloquio intercettato in carcere, sembra che la moglie gli dica: ricordati di Via d’Amelio dove c’era un infiltrato, del tipo non ti fidare, non raccontare allo Stato la verità su Via d’Amelio perché c’è dentro anche lo Stato al quale tu ti sei rivolto e hai deposto le armi pentendoti.  Questo è un dato ineliminabile, noi di Capaci sappiamo quasi tutto e anche se parti della ricostruzioni di Capaci continuano a essere poco, secondo me, credibili, su Via d’Amelio davvero c’è questa maledizione: a distanza di 18 anni, sappiamo davvero molto poco, come se il segreto di chi stava a Via d’Amelio dovesse essere un segreto conservato a tutti i costi, aggiungerei non solo nelle viscere di Cosa Nostra ma anche all’interno dello Stato.  21.4.2011 da cadoinpiedi.it


Fabio Tranchina, nuovo pentito a Palermo  L’ultimo pentito di Cosa nostra è Fabio Tranchina, 40 anni, ritenuto un ex fedelissimo dei boss di Brancaccio, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. L’uomo sta raccontando della stagione delle stragi di mafia (1992-1993), dei giorni immediatamente precedenti Capaci e Via D’Amelio. Dell’organizzazione puntigliosa degli attentati ai magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Particolari che riferisce Il Giornale di Sicilia: Alla vigilia delle stragi di Capaci e via D’Amelio Giuseppe Graviano girava indisturbato a Palermo con autista, documenti falsi e uno scanner per intercettare le frequenze della polizia. Aveva un gran da fare, il boss di Brancaccio, voleva essere sicuro che nessuno gli impedisse di portare avanti le incombenze che gli erano state affidate direttamente da Totò Riina. «Nel 1992 — racconta infatti Fabio Tranchina, l’ex fedelissimo di Giuseppe e Filippo Graviano capace, in meno di una settimana, di avviare una collaborazione con la Procura di Firenze, ritrattare dopo meno di 24 ore, farsi arrestare all’aeroporto di Palermo, tentare il suicidio in carcere e, dopo la convalida del fermo, “sconfessare” i suoi legali e imboccare un’altra volta la via del pentimento — fui fermato per un controllo a Borgo Ulivia, a Palermo, ed avevo in auto Giuseppe Graviano al quale però non chiesero i documenti. Forse si trattava di carabinieri. Avevamo la radio per sentire le comunicazioni dei posti di controllo ma forse era sintonizzata sulla frequenza della polizia. All’epoca — dice ancora — Graviano aveva un documento intestato a Tommaso Militello».

Graviano, racconta Tranchina, lo incontrò per la prima volta nel 1991: «Mio cognato Cesare Lupo — racconta infatti — (…) mi disse che aveva un amico latitante e mi chiese se volevo conoscerlo per assisterlo. Accettati e conobbi Giuseppe Graviano. Era il 1991. (…) Non avevo capito la reale importanza del soggetto, a me interessavano i soldi». E ancora, “l’avviso” della strage di Capaci “una settimana prima”, i sopralluoghi per l’attentato al giudice Paolo Borsellino (Tranchina è accusato di concorso nella strage di via D’Amelio), l’agguato al vice questore Rino Germanà… La sua testimonianza fornisce spunti interessanti anche sul periodo delle stragi, in cui il neopentito dice di essere stato in qualche modo «avvisato» in anticipo dell’attentato a Giovanni Falcone («Una settimana prima … Graviano mi disse di non passare dall’autostrada»), di avere partecipato ai sopralluoghi per l’eccidio in cui persero la vita Paolo Borsellino e gli agenti della scorta («Prima dell’attentato più volte mi fece passare da via D’Amelio»), di avere acquistato dei telecomandi utilizzati in almeno una strage e di avere avuto un ruolo nell’agguato al vice questore Rino Germanà fallito perché, come spiegò lo stesso Graviano, «delle tre armi usate due si erano inceppate». «Una volta — spiega ancora Tranchina, rispondendo alle domande riguardanti i fatti di sangue di sua conoscenza — fui invitato nel paese di Omegna perché pensavamo che lì potesse trovarsi il collaboratore Giovanni Drago. Il luogo mi fu indicato da OMISSIS. Poi io ci andai insieme con due persone come indicatomi da Graviano. Li incontrai sul traghetto, uno era Gioacchino Calabrò».

Poi Tranchina parla “dell’impero” dei Graviano: Giuseppe e Filippo Graviano, secondo Tranchina, non solo erano e sono tuttora ricchissimi, ma hanno ancora (nonostante il «41 bis») il pieno controllo di soldi, beni e soprattutto degli assetti del mandamento: «La potenza economica dei Graviano è più importante di quanto si possa pensare — dice infatti —. All’epoca molti affari glieli curava Cesare Lupo. Successivamente li curava la sorella Nunzia Graviano, quando è uscita dal carcere». Una volta, racconta ancora l’ex autista, «a OMISSIS portai dieci o venti milioni di lire per conto di Graviano. Era un riciclatore, mise su una gelateria con la novità dell’epoca, il gelato allo yogurt. Lo conobbi a casa dei miei suoceri, ora deceduti. OMISSIS è parente di mio cognato, credo tramite la moglie». Ancora oggi molti imprenditori sarebbero al servizio dei boss per ripulire i proventi di droga ed estorsioni: «OMISSIS — dice infatti Tranchina — è un riciclatore di denaro dei Graviano, come mio cognato. OMISSIS ha OMISSIS all’amministrazione, come pure Marcello Tutino, il fratello di Vittorio che lavora in un magazzino». Il nuovo pentito è molto informato anche sull’attualità e sui vertici della cosca: «Capo del mandamento di Brancaccio — dice — è Giuseppe Arduino con mio cognato Cesare Lupo (…). I Graviano ancora decidono chi deve essere il capomandamento. Arduino lo hanno deciso loro». Altri elementi di spicco, secondo Tranchina, sarebbero anche Giuseppe Faraone e Antonino Sacco, quest’ultimo arrestato nel 2009 per mafia e droga (operazione Cerbero) e tornato a piede libero da alcuni mesi dopo essere stato assolto. Parla di molti uomini d’onore, Tranchina. Picciotti in carcere da anni, ma anche soggetti ancora attivi. «Dopo l’arreso dei Graviano — racconta ancora — si facevano appuntamenti senza particolari precauzioni. Accompagnai Fifetto Cannella a casa credo di Francesco Giuliano, detto Olivetti, e stranamente mi disse di entrare, io non entravo e non partecipavo mai alle riunioni. Ed in quell’occasione decidevano di andare a uccidere a Roma Contorno e Lo Nigro ne mostrava la foto. Poi parlavano di uccidere tale Casella, Giorgio Pizzo poi si accorse che ero presente e mi fece allontanare». Quest’ultimo, detto «topino», uomo d’onore e anche killer di Cosa nostra, secondo Gaspare Spatuzza fu assunto all’Amap grazie ai buoni uffici del senatore Vincenzo Inzerillo e allo sponsor di Graviano. «Nei viaggi — dice adesso Tranchina — con me venivano Giorgio Pizzo e Cosimo Lo Nigro, io generalmente portavo i soldi ai Graviano. Ricordo che avevano una villa in Verisilia, bellissima. Ricordo che era in affitto e che in precedenza era stata di un importante calciatore». Ieri Tranchina è stato interrogato dai pm di Palermo dopo aver parlato con quelli di Firenze, il 16 marzo. Ex autista dei boss Graviano, a fare per primo il nome di Tranchina, nel 1996, fu il pentito Tullio Cannella. Di recente a parlarne è stato il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza: “mansione di Tranchina era di curare la latitanza di Giuseppe Graviano cosa che sapevamo in pochi”. il neopentito ha già scontatto una condanna definitiva per mafia dal ’96 al ’99. Il gip di Palermo Piergiorgio Morosini ha parlato di “rilevantissime dichiarazioni rese su vicende di assoluto rilievo quali la strage di Capaci o il tentato omicidio del vicequestore Germana’”.

Nell’interrogatorio di ieri Tranchina avrebbe ricostruito gli assetti criminali odierni del mandamento di Brancaccio: E’ terminato dopo quasi 5 ore l’interrogatorio di Fabio Tranchina, il neo collaboratore di giustizia sentito questo pomeriggio in carcere dal procuratore aggiunto di Palermo Ignazio De Francisci e dai pm Lia Sava, Roberta Buzzolani e Caterina Malagoli. Come apprende l’ADNKRONOS Tranchina avrebbe delineato durante il lungo interrogatorio l’attuale situazione del mandamento mafioso di Brancaccio, facendo i nomi dei nuovi capi. Gia’ nell’interrogatorio reso lo scorso 16 aprile davanti ai magistrati di Firenze, prima di fare retromarcia e ritrattare tutto per poi ripentirsi, Tranchina aveva sostenuto che nel mandamento di Brancaccio il nuovo capo fosse Giuseppe Arduino “con una specie di triumvirato con mio cognato Cesare Lupo, Giuseppe Faraone e Antonino Sacco”, aveva spiegato Tranchina. Che poi aveva aggiunto: “i Graviani ancora decidono chi deve essere il capo mandamento e Arduino l’hanno deciso loro”. 27.11.2011 GDS


Si pente Fabio Tranchina, l’autista dei Graviano che parlò di Dell’Utri


Processo Trattativa, il pentito Tranchina: «Io complice di fatti atroci» Nel secondo giorno di udienza del processo sulla trattativa tra Stato e mafia, in trasferta al carcere romano di Rebibbia, si è svolto il controesame del collaboratore di giustizia Paolo Bellini, ex esponente di Avanguardia Nazionale, che ieri ha risposto alle domande della pubblica accusa. Successivamente si è proceduto all’interrogatorio del pentito Fabio Tranchina, ex fedelissimo dei boss di Brancaccio, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. Una delegazione di parlamentari del Movimento Cinque Stelle è giunta questa mattina nell’aula dove si è svolta la nuova udienza, per dimostrare il proprio sostegno ai magistrati della Procura di Palermo oggetto di continue minacce da parte del boss di Cosa nostra Totò Riina. «Siamo qui – ha detto la deputata M5S Giulia Sarti e membro della Commissione antimafia – per far sentire la presenza dello Stato, perché non bastano le manifestazioni di solidarietà, ma occorre farsi sentire con la propria presenza fisica. Siamo qui anche per mandare un messaggio: la Commissione antimafia non deve servire solo per fare conferenze. Serve un comitato che si occupi della trattativa stato-mafia, delle minacce di Riina, dei rapporti tra Dap e Aisi, dei nessi tra la trattativa di allora e quello che sta accadendo oggi. Al di là degli accertamenti che si stanno facendo oggi occorre chiarire le responsabilità politiche». Oltre ai ventidue senatori e alcuni deputati grillini, erano presenti pure diversi attivisti di Scorta Civica. Anche oggi, come ormai dal 20 gennaio di quest’anno, si sono ritrovati fuori dall’aula in cui si svolge il processo sulla trattativa con striscioni e cartelli per manifestare la propria solidarietà al pm Nino Di Matteo. Rispondendo alle domande dell’avvocato Basilio Milio (legale degli ex ufficiali dei carabinieri Mori, Obinu e Subranni), Bellini affronta il tema dell’incontro avuto il 26 settembre 1992 «a Piacenza con 2-3 funzionari della Dia di Milano», dopo aver aspettato inutilmente che il Ros, come invece gli aveva promesso, si mettesse nuovamente in contatto con lui. «Ero esasperato, col timore di perdere la vita. Chiesi allora all’ispettore Procaccia di fissare un incontro con qualcuno e lui mi propose la Dia. Lo scopo era far capire che ero disposto ad infiltrarmi in Cosa nostra». I timori a cui si riferisce il collaboratore di giustizia riguarda la svolta negativa nei rapporti con il boss Nino Gioè che ormai, ne era convinto, non lo considerava più un mediatore di cui potersi fidare. In più, Bellini si sentiva tradito e abbandonato dagli uomini di Mori: «Mi avevano screditato agli occhi di Gioè». Se con il maresciallo Tempesta la “merce di scambio” erano le opere d’arte, a quelli della Dia – ai quali non confidò il precedente contatto con Tempesta – parlò di «un grosso traffico di stupefacenti». Dichiarazione, questa, subito contestata dall’avvocato Milio in quanto, in un precedente interrogatorio, riferiva invece che l’oggetto del dialogo erano proprio le opere d’arte rubate e che queste si sarebbero potute recuperare in cambio di benefici per alcuni detenuti. «Non mi ricordo di aver dato dei riferimenti dei quadri – risponde Bellini – io vi chiedo di sentire i responsabili della Dia dell’epoca, che loro sicuramente ricorderanno». Un altro aspetto è emerso quest’oggi, relativo ai dialoghi che intercorrevano tra l’ex militante di estrema destra e il mafioso Gioè. Bellini viene a conoscenza «in due momenti differenti» di due trattative: una con l’America e un’altra «con i piani alti del Governo italiano». «Sono stati due episodi diversi. […] Ho fatto parecchi viaggi, in tante occasioni nelle quali Gioè parlava ed esternava. Era il 1992». Dopo una breve pausa, l’udienza è proseguita con l’esame del pentito Fabio Tranchina. Autista di Giuseppe Graviano, ne curò la latitanza da maggio del ’91 fino ai giorni a cavallo tra la fine di dicembre ’93 e gli inizi di gennaio ’94. «Mi sono reso inconsapevolmente complice di fatti che non sapevo. Sono fatti che mi hanno spento la vita. Mi riferisco a fatti atroci, come la strage di via D’Amelio», ha detto rispondendo alle domande del pm Vittorio Teresi. La delegazione del M5S presente oggi in aula. In aula Tranchina ripercorre il legame con il boss Giuseppe Graviano, conosciuto nel 1991 tramite il capomafia Cesare Lupo, fratello di Giovanna, con cui all’epoca era fidanzato. «In quel periodo – ha raccontato Tranchina – facevo il militare presso i vigili del fuoco e dopo il mio congedo ebbi il primo appuntamento con lui. Inizialmente mi fu detto che mi dovevo occupare di lui, della sua latitanza, “battergli la strada”. Mi pagava due milioni, due milioni al mezzo al mese, mi pagava la macchina. Mio padre che lavorava ai cantieri navali non prendeva più di un milione. Lo accompagnavo agli appuntamenti e quando mi voleva far capire che una persona era vicina a noi mi diceva “chiddu è fratuzzunostru”». Tranchina ricorda i giorni poco prima dell’attentato in cui perse la vita il giudice Giovanni Falcone. «Una settimana prima della strage di Capaci Graviano mi disse di non passare per l’autostrada per un certo periodo. Gli chiesi se potevo avvertire anche mio padre che passava sempre dall’autostrada per andare nella casa di Carini e lui fece un cenno di assenso. Io poi lo dissi a mio padre e anche a mio cognato e consigliai di prendere la statale. Dopo la strage di Capaci sentivo fare discorsi di giustificazione per questa barbarie. Graviano mi diceva: “La gente non si lamenta di quello che è accaduto, perché in fondo muoiono più persone con gli incidenti stradali”». Secondo Tranchina, Falcone era «inavvicinabile», ma fu lo stesso Graviano a rassicurarlo. «Fece un gesto con la mano, come per dire “aspetta, aspetta”». Il modo per “avvicinarsi” al giudice lo avevano trovato e il 23 maggio del 1992 quel modo fu terribilmente chiaro a tutti. L’ex guardaspalle del boss di Brancaccio rivela anche particolari risalenti al luglio dello stesso anno, quando appena 57 giorni dopo la strage di Capaci venne fatto saltare in aria anche il giudice Paolo Borsellino insieme alla sua scorta. «Giuseppe Graviano mi fece passare due volte da via D’Amelio tempo prima dell’attentato. “Rallenta, ma non ti fermare perché è una zona che scotta”», mi disse. «Graviano – aggiunge Tranchina – mi aveva chiesto anche di trovargli un appartamento in via D’Amelio, ma senza andare nelle agenzie, senza dare documenti. Io gli dissi che non avevo trovato nulla e lui mi rispose “Vabbè, mi arrangio nel giardino”. Un’espressione che io sul momento non capii». Rispondendo ancora alle domande del procuratore aggiunto Teresi, Tranchina racconta l’occasione nella quale Graviano si sfogò con lui in seguito all’arresto di Riina, il 15 gennaio 1993: «Mi disse che “siamo tutti figli di ‘stucristianu (Riina, ndr). Ora è possibile che scoppierà una guerra”». Tuttavia, allo stesso tempo, Giuseppe Graviano lo tranquillizzò. «Mi disse che non io non rischiavo perché non ero esposto». E facendo il gesto di puntare l’indice verso l’alto, gli disse ancora: «Con Riina abbiamo preso degli impegni, che è giusto portare avanti. Noi abbiamo le nostre garanzie. O fanno quello che gli diciamo noi oppure gli rompiamo le corna». Secondo quanto spiegato dal pentito, gli «impegni presi» alludono alle stragi commesse (Capaci e via D’Amelio) e a quelle che si sarebbero dovute eventualmente compiere e che di fatto poi avvennero pochi mesi dopo quel dialogo (a Roma, Firenze e Milano). JOURNAL 12.3.2014


I Graviano e le accuse di Fabio Tranchina  di Attilio Bolzoni Più in generale, le dichiarazioni di Fabio Tranchina, che, curando in quel periodo la latitanza del capo mandamento di Brancaccio, aveva un punto d’osservazione privilegiato su quello che accadeva in Cosa nostra, assumono notevole rilevanza nella misura in cui evidenziano la partecipazione diretta di Giuseppe Graviano alla fase esecutiva della strage di via D’Amelio, ponendosi in linea con la ricostruzione operata da Gaspare Spatuzza che, in maniera più marcata rispetto a quanto emerso dai precedenti processi (basati anche sulla falsa collaborazione di Vincenzo Scarantino), sposta l’accento sul gruppo di Brancaccio in relazione alla gestione di un rilevante segmento della preparazione e dell’esecuzione dell’attentato del 19 luglio 1992. […] Tranchina spiegava che – all’epoca dei fatti – abitava a Borgo Ulivia, nel rione Falsomiele di Palermo, con i suoi genitori, e che questi ultimi, come ogni estate, dalla metà del mese di giugno e fino ai primi giorni di settembre del 1992, si trasferivano nella casa di villeggiatura a Carini. In tale arco di tempo, rimanendo la casa vuota, egli la metteva a disposizione di Giuseppe Graviano […], affinché questi vi trascorresse la sua latitanza (il quartiere, peraltro, è ubicato a poca distanza da quello di Brancaccio e, dunque, era in un’ottima posizione affinché il capo mandamento continuasse a curare i propri interessi ed a mantenere i contatti coi sodali). Tranchina ricordava che, tra le varie persone che Giuseppe Graviano incontrava, in quel periodo estivo, all’interno della sua abitazione, c’era anche Gaspare Spatuzza […]. Tranchina riferiva anche di aver accompagnato Giuseppe Graviano, nel corso dell’anno 1992, sia prima che dopo la strage di Capaci, a Palermo, in via Tranchina, nel luogo che, come apprendeva dopo la cattura di Riina, era l’abituale punto di ritrovo tra il capomafia di Corleone ed il capo mandamento di Brancaccio. In particolare, proprio la mattina del giorno in cui veniva poi catturato Riina (o, come diceva la sorellina di Tranchina, veniva “arrestata Cosa nostra”), il collaboratore accompagnava Giuseppe Graviano nel locale di via Tranchina e, dopo aver sentito la notizia dell’arresto del boss corleonese, veniva poi contattato da Cristofaro Cannella che gli diceva di star tranquillo per Giuseppe Graviano, perché questi era con lui. Successivamente, Giuseppe Graviano commentava col Tranchina l’arresto di Riina, dicendo che potevano dirsi “tutti figli di ‘stu cristianu” e che, certamente, la sua cattura non era dovuta a delle microspie piazzate nel magazzino di via Tranchina, poiché -in tal caso- avrebbero fatto il blitz in detto locale, dove vi erano talmente tanti soldi “che noi ci potevamo comprare la Sicilia” […].In particolare, in due diverse circostanze, entrambe nel mese di luglio 1992, proprio lungo il tragitto di ritorno dal magazzino di via Tranchina verso l’abitazione di Borgo Ulivia, Giuseppe Graviano chiedeva a Fabio Tranchina di cambiare il consueto percorso, appositamente per accedere in via D’Amelio. Il primo di tali sopralluoghi, nella prima settimana di luglio, avveniva quando ancora era giorno ed era Graviano ad indicare al Tranchina di imboccare la via D’Amelio, fare il giro della strada ed uscire dalla stessa, senza arrestare la marcia. Il secondo accesso, invece, avveniva nella settimana precedente all’attentato, dopo il tramonto: in quell’occasione c’era anche Cristofaro Cannella, che li precedeva, a bordo della sua autovettura Audi 80, e Graviano raccomandava a Tranchina di non arrestare la marcia perché quella era una zona che “scottava”. Vale la pena di evidenziare come queste indicazioni di Fabio Tranchina in merito ai due sopralluoghi in via D’Amelio con Giuseppe Graviano, oltre ad esser perfettamente compatibili con i dati oggettivi del tabulato dell’utenza mobile di quest’ultimo, si compongano armonicamente con le indicazioni fornite da Spatuzza, sia in ordine al furto della Fiat 126, che ai successivi incontri con il capo mandamento, proprio nella casa messa a disposizione da Tranchina, con la raccomandazione (nel primo incontro) di rifare i freni dell’automobile e le direttive (nel secondo incontro) sulle modalità con cui rubare le targhe. Detti incontri, infatti, sono (come già detto) ragionevolmente collocabili, anche alla luce dei predetti dati di traffico telefonico dell’utenza di Giuseppe Graviano, rispettivamente, nella prima settimana del mese di luglio (prima dell’allontanamento di Graviano dalla Sicilia, nel pomeriggio del 7 luglio 1992) ed in quella precedente all’attentato di via D’Amelio (dopo il rientro a Palermo del boss, la mattina del 14 luglio 1992). Si riporta, ancora una volta, uno stralcio delle dichiarazioni rese da Fabio Tranchina, sul punto:

P. M. LUCIANI – Scusi se la interrompo, la pregherei di essere estremamente dettagliato su queste circostanze.

TRANCHINA – Sì. Ricordo che ci fu una prima volta, e questo fu esattamente la prima settimana di Luglio del 1992, che Giuseppe quando uscendo da questo appuntamento mi chiese, che ero in macchina con lui ovviamente, io poco fa quando ho detto me ne andavo prendevo via Ugo La Malfa, Viale Regione Siciliana intendevo quando lasciavo lui e me ne andavo solo. Questo invece quando io poi lo andavo a prendere è successo in un paio di occasioni, uno siamo nella prima settimana di Luglio che usciamo da, cioè io lo vado a prendere in questo appuntamento in via Tranchina e Giuseppe Graviano mi dice di fare, abbiamo fatto una strada insolita, diciamo, siamo scesi dalla parte interna, Viale Strasburgo, una cosa dentro dentro, comunque gira di qua, gira a destra, vai avanti mi porta in via D’Amelia. Arrivato in via D’Amelio lui mi disse: “Entra di qua, entra proprio in via D’Amelio – Perché la via D’Amelio è una strada che non spunta perché c’è un muro là di fronte – fai il giro rallenta però non ti fermare”. Quindi abbiamo fatto il giro proprio a ferro di cavallo e siamo andati via. E questa è la prima volta che mi fa passare da Via D’Amelio. Poi praticamente avviene una seconda volta, sempre un’altra volta che io sono andato a prendere il Graviano che l’avevo lasciato la mattina, quando lui finiva l’appuntamento lo andai a prendere e quindi si era fatto un po’ più tardi, perché sono state due volte questi passaggi in via D’Amelio, una volta era buio e una volta era giorno, credo che la seconda volta fosse buio, io lo andai di nuovo a prendere in questo appuntamento in via Tranchina che lui aveva e ci recammo di nuovo…

AVV. – Signor Tranchina ci può dire quando fu la seconda volta?

TRANCHINA – Siamo proprio nella settimana che precede la strage di Via D’Amelio. Però questa volta davanti a noi c’è Fifetto Cannella con la sua macchina. Stessa cosa, siamo arrivati in via D’Amelio, però ho omesso un particolare dottore, che dopo il primo sopralluogo che facciamo in via D’Amelio Giuseppe mi chiede se io gli avrei potuto trovare un appartamento in via D’Amelio. Dice: “Fabio, mi serve un appartamento qua”. Gli ho detto: “Qua dove?” – “Qua”, proprio mentre eravamo in via D’Amelio mi disse: “Qua mi serve un appartamento, vedi se riesci ad affittarmi un appartamento, però non te ne andare alle Agenzie, non dare documenti, vedi se lo trovi casomai se vogliono pagato sei mesi, pure un anno di affitto anticipato glielo paghi, l’importante che non contatti agenzie. Privatamente”. […] Al che Giuseppe Graviano, proprio nell’occasione del secondo sopralluogo mi chiese: “Fabio, ma l’hai trovato l’appartamento?”. Io in verità neanche l’avevo cercato, signor Presidente, perché per le modalità in cui lui mi aveva chiesto di cercarlo, non ti fare contratto d’affitto, non te ne andare dalle agenzie, non contattare nessuno, non dare documenti, io ho detto ma dove vado? Cioè come faccio io a trovare una casa in questi termini, con queste richieste? E gli disse: “Giuseppe, no, non l’ho trovata”. Perché lui mi chiese: “Ma l’hai trovata?”. Ho detto: “No, sinceramente non ho trovato niente”. E lui aggiunse un particolare perché mi disse che precedentemente questo compito lo aveva dato a Giorgio Pizzo. Dice: “Fabio, glielo avevo detto a Giorgio Pizzo di trovarmi una casa qua però non me l’ha trovata, vedi se me la trovi tu con quelle modalità che mi chiese”. E io gli dissi che non l’avevo trovata. A quel punto gli scappa dalla bocca, dice: “Va bene, non ti preoccupare – lo dico in siciliano signor Presidente e poi lo traduco perché… Giuseppe mi disse, alla mia risposta negativa che non avevo trovato la casa: “va bene non ti preoccupare addubbunnu iardinu (pare dica)”. Che tradotto sarebbe: “Mi arrangio nel giardino”. Cioè una cosa del genere. E io fino là, addubbunnu iardinu non è che… Va beh l’ha detto, però nel momento in cui succedono i fatti signor Presidente, io ho realizzato che in via D’Amelio dove c’era il muretto, perché la via D’Amelio è una strada che non spunta, c’è un muro dietro c’è un giardino. E poi… […]. Le dichiarazioni di Tranchina, poc’anzi riportate, oltre a confermare l’attendibilità di quelle rese da Gaspare Spatuzza, aprono anche significativi spiragli circa il soggetto che azionò il telecomando in via D’Amelio ed in ordine al luogo dove era appostato il commando (od almeno, una parte del commando) che attendeva l’arrivo del dott. Paolo Borsellino, presso l’abitazione dove si trovava sua madre. Infatti, in occasione del primo sopralluogo, Giuseppe Graviano chiedeva a Tranchina di procurargli un appartamento proprio in via D’Amelio, raccomandandogli di non rivolgersi alle agenzie immobiliari, né di stipulare contratti e di pagare in contanti (dicendo anche che la stessa richiesta, già fatta a Giorgio Pizzo, non veniva soddisfatta). Tranchina, tuttavia, non si attivava particolarmente, attesa la prevedibile difficoltà che avrebbe incontrato per assolvere siffatto compito, in ragione delle modalità indicategli, sicché, al momento del secondo sopralluogo in via D’Amelio, quando il capo mandamento tornava sull’argomento, Tranchina gli faceva presente che non aveva trovato alcun immobile. La secca risposta di Giuseppe Graviano (“va bé addubbo ne iardinu”), da un lato, rende palese che la sua richiesta non era certamente volta a reperire un appartamento dove trascorrere la latitanza e, dall’altro lato, fornisce una indicazione circa il possibile luogo da cui gli attentatori azionavano il telecomando che provocava la micidiale esplosione (la via D’Amelio, infatti, è a fondo chiuso e termina con un muro, dietro al quale c’è, appunto, un agrumeto), tenuto anche conto di quanto rivelato da Giovan Battista Ferrante, in merito al commento di Salvatore Biondino che (durante il macabro brindisi di festeggiamento), diceva che “le uniche persone che potevano avere delle conseguenze era chi stava dietro il muro, vicino al muro, a chi poteva succedere qualcosa, perché essendo vicino al posto, dove era successa l’esplosione, gli poteva accadere il muro addosso”.

GIUDICE – Senta una cosa, Lei ha detto che ci fu quel commento di questo Graviano, “Hai visto ca na spirugliamu?”, questo dopo via D’Amelio, no? Ma dopo Capaci ci furono commenti di questo genere all’interno dell’organizzazione? TRANCHINA – No.

GIUDICE – C’era un’aria, come dire, di obiettivo raggiunto, di successo conseguito? TRANCHINA – Come commenti, diciamo, di quel genere no, però mi ricordo che un giorno vedendo Filippo Graviano era come a quello che cercava di giustificare quanto era successo, con riferimento parlando a Capaci, perché diceva: “Ma lo sai, io parlando con le persone mi hanno detto «intanto non è successo niente, che non è morta neanche una persona estranea al fatto», sono cose che si muore in tanti modi, può capitare di tutto”. Cioè lui cercava di giustificare come se la gente non condannava il gesto. Cioè questa cosa mi restò impressa. Cioè lui non stava parlando proprio con me esplicitamente, eravamo più di una persona, diciamo, là, e mi ricordo pure che eravamo alla zona industriale, in dei capannoni che avevano acquistato da un fallimento, e lui fece questo commento. Come a volere… come se la gente giustificava questo gesto folle che era stato commesso.

GIUDICE – O come se lui si volesse giustificare davanti alla gente che non lo capiva. TRANCHINA – Sì, “la gente non ci condanna”. Io poi mi vedevo il telegiornale e dicevo: ma mi sa mi sa che un po’ qua Filippo le cose non le vede tanto bene, perché la risposta della gente c’è stata, eccome.  (pagg 1336- 1402)


Fabio Tranchina storico autista del boss Graviano è stato sentito a Reggio nel processo “‘Ndrangheta stragista”: «Se ne parlava già prima che nascesse». Poi racconta i viaggi in Calabria per incontrare i Vadalà e i Piromalli Per aggiustare i processi, i palermitani bussavano in Calabria. E con i massimi vertici dei casati mafiosi avevano rapporti più che consolidati. A raccontarlo è stato Fabio Tranchina storico autista del boss palermitano Giuseppe Graviano, sentito oggi come testimone al processo “’ndrangheta stragista”.

AUTISTA RISERVATO Parente acquisito di Cesare Lupo, capomandamento di Brancaccio fino al suo arresto, ma mai formalmente affiliato, Tranchina era un riservato. Negli anni Novanta, di Graviano era autista e tuttofare ma in pochi sapevano della sua esistenza e del suo ruolo. Lo accompagnava alle riunioni, ai summit, nei covi dove si nascondeva, gli portava ovunque gli indicasse i soldi necessari per gestire la latitanza.

TAPPE CALABRESI PER GRAVIANO?«Ho accompagnato diverse volte Giuseppe Graviano agli imbarcaderi di Messina perché si spostava in treno per i suoi viaggi in continente – racconta – Dopo le stragi, questi viaggi sono aumentati». Se il boss si fermasse in Calabria o andasse altrove, Tranchina non lo sa dire. Il suo rapporto con Graviano era di tacita fiducia assoluta. «Per me – dice – il mio capo era Giuseppe Graviano, non c’era nessuno al di sopra di lui. E io a Giuseppe volevo pure bene».

COPERTURA BRUCIATA Quando il boss è stato arrestato, ha iniziato a svolgere le medesime mansioni per Tullio Canella, ma nel giro di poco la sua faccia e il suo nome sono diventati noti a troppi. Tranchina ha tentato di inabissarsi, ma per lui sono arrivati l’arresto e il carcere. Già all’epoca aveva pensato di pentirsi, salvo poi tornare sui suoi passi su pressione della moglie. Scontata la pena, ha tentato di tenersi fuori, di fare una vita “regolare”, ma negli anni Duemila, persino da dietro le sbarre il boss Graviano ha continuato a chiedergli “cortesie”. E alcune di queste hanno portato Tranchina in Calabria.

TARIFFARIO PROCESSI L’ordine era arrivato da Nunzia Graviano, sorella dei boss Giuseppe e Filippo, e per sua stessa ammissione nuovo capo del mandamento di Brancaccio. «Mi disse con la sua bocca che “da questo momento in poi ci sono io. E ci sono frasi che se vengono dette hanno significato inequivoco» ricorda il pentito. Le istruzioni erano precise: andare a Bova Marina, a casa di una non meglio specificata signora Vadalà a ritirare un messaggio. «Mi disse che per Giuseppe e per Filippo non si poteva fare niente. Per Benedetto la cosa era solo questione di soldi». È lì che Tranchina ha capito che si trattava di un processo da “aggiustare” grazie a contatti ed entrature della ‘ndrangheta reggina nei tribunali. «Era una cosa giudiziaria, di Cassazione» ricorda.

I SOLDI NON SONO UN PROBLEMA Probabilmente – racconta spiegando il ragionamento fatto all’epoca – si trattava del procedimento Golden market, che vedeva imputati anche i fratelli Graviano per decine di omicidi firmati dal gruppo di fuoco di Brancaccio, all’epoca arrivato di fronte alla Suprema Corte. I Graviano avevano rimediato condanne pesanti e la sorella Nunzia non ha badato a spese. «Per loro i soldi non erano un problema, stavano seduti sui milioni» dice il pentito, che più volte è tornato in Calabria per i pagamenti dopo aver recapitato il messaggio della Vadalà. Una prima tranche di dieci milioni, poi 20 milioni di lire al genero della signora «che aveva un ristorante lì su una collinetta». Consegne – racconta il pentito – che lo mettevano in difficoltà, anche perché – sottolinea – più volte durante quei viaggi è stato fermato e controllato dai carabinieri.

QUELLA VISITA A CASA DEL BOSSMa questo non è l’unico episodio che testimonia i rapporti ombelicali fra i clan di Brancaccio e la ‘ndrangheta calabrese di cui Tranchina sia a conoscenza. Insieme al cognato, Cesare Lupo, il pentito ha fatto visita al mammasantissima Gioacchino Piromalli. «Partiamo da Melfi in direzione Sicilia – racconta Tranchina – Lupo va in permesso, eravamo tutti nella stessa macchina». A guidare era la moglie di Lupo, Bianca. «Eravamo in viaggio e lui ci ha detto che ci saremmo dovuti fermare a Gioia Tauro a casa di Gioacchino Piromalli. Cesare mi disse che era stato suo compagno di cella, si fidava molto di lui. Facemmo questa tappa e lo trovammo in casa». E nessuno dei coniugi Lupo ha avuto necessità di indicazioni per trovare la casa del boss. «La facciata era di cemento, come se ne vedono qua. Non era ancora stata fatta, dentro invece c’era un ascensore interno» racconta. «Siamo stati in una cucina al piano di sotto, alla presenza di una donna. Cesare si appartò con questo signore a parlare».

«VOTATE BERLUSCONI»Cosa si siano detti non è dato sapere. Tranchina solo molto raramente è stato destinatario delle confidenze di Lupo. «Non era quello il mio livello» spiega. Anche dai discorsi politici è sempre stato tagliato fuori, ma qualcosa l’ha saputo. «Ho sentito parlare spesso di Forza Italia – riferisce -. C’era la diceria che, nel momento in cui questo partito fosse sorto, i voti li avremmo dovuti dare a loro. Se ne parlava già prima che nascesse, perché era un anno, un anno e messo prima che mi arrestassero. Già verso la fine del 1993». Un’opzione sorta dopo la stagione di Sicilia Libera, una delle tante leghe regionali nate negli anni Novanta su impulso di clan, settori della massoneria e dell’eversione nera, che in Sicilia – è emerso dall’esame di altri collaboratori – sono poi confluite proprio nei nascenti circoli di Forza Italia. «In precedenza avevo sentito parlare anche della storia di Sicilia Libera, in riferimento a Tullio Canella». E poi aggiunge «ho sentito che la definivano una delusione». Poi si è iniziato a parlare di Forza Italia.  Alessia Candito


Mafia: il pentito Tranchina: “Giuseppe Graviano azionò il telecomando della bomba in via D’Amelio” “In via d’Amelio fu Giuseppe Graviano ad azionare il telecomando”. Ad affermarlo e’ stato il collaboratore di giustizia Fabio Tranchina, ex autista e guardaspalle dello stesso boss Graviano deponendo nell’aula bunker del carcere di Rebibbia al processo per la strage di Capaci davanti alla Corte d’Assise di Caltanissetta. Le dichiarazioni del pentito contrastano con quanto affermato dal capomafia corleonese Toto’ Riina nei suoi colloqui in carcere intercettati dalla Dda di Palermo. Riina aveva sostenuto che il telecomando era nascosto nel citofono dello stabile dove abitava la madre Paolo Borsellino e che fu lo stesso magistrato a innescare l’esplosione suonando il campanello.  “A strage avvenuta, l’indomani quando mi vide mi disse con un sorriso in dialetto palermitano: “‘na sprughiamu (ce la siamo cavata, ndr)”, ha raccontato ancora Tranchina. Il pentito ha aggiunto che la prima settimana del mese di luglio del ’92, Giuseppe Graviano gli chiese di reperirgli un appartamento in prossimita’ del luogo in cui fu compiuto l’attentato contro Borsellino. “Mi pose pero’ -ha riferito- tanti di quei vincoli e condizioni che io ci rinunciai. Mi disse di non recarmi in nessuna agenzia, di non consegnare documenti a nessuno e se fosse stato necessario avrei dovuto pagare anche un anno d’affitto anticipato. La settimana prima della strage, mentre facevamo un sopralluogo io gli dissi che l’appartamento non l’avevo trovato e lui risposte: mi arrangio nel giardino”.  Tranchina ha poi parlato del suo stato d’animo: “Questo e’ il peso -ha affermato- che mi sono portato sulla coscienza. Da quel momento in poi sono stato assalito da questo rimorso. E’ come se io avessi contribuito a questa strage. Se ho responsabilita’ penale e’ giusto che il giudice decida e io paghi. Nonostante io non abbia mai commesso un omicidio, ho avuto la certezza di aver fatto parte di un gruppo che ha commesso delitti atroci, compiuti in particolare da Giuseppe Graviano”.  “Per il mio passato da mafioso, per la strage di Capaci mi sento uno schifo, ma con la morte del giudice Falcone non c’entro nulla. A sconvolgermi la vita e dove mi sento moralmente coinvolto e’ stato l’attentato di via d’Amelio”. Lo ha dichiarato il pentito Fabio Tranchina, gia’ condannato in primo grado a 10 anni per la strage di via D’Amelio ed ex braccio destro del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, deponendo nell’aula bunker del carcere di Rebibbia, al processo per la strage di Capaci davanti alla Corte d’assise di Caltanissetta. “Vedendo in televisione le immagini di Falcone con la scorta -ha aggiunto Tranchina- dissi a Graviano ‘questo e’ inavvicinabile’. Lui mi guardo’ come a dire ‘aspetta e vedrai’. Avevo visto, qualche settimana prima caricare delle armi che dovevano essere portate a Roma. Mi fu riferito che dovevano essere utilizzate per compiere un’azione di forza. Capii allora, anche se non mi e’ stato riferito da nessuno, che dovevano servire per colpire il magistrato, ma poi non se ne fece nulla”. Poco prima dell’attentato di Capaci, Graviano si limito’ a dire a Tranchina, secondo quanto da lui sostenuto, di non percorrere l’autostrada nel caso in cui dovesse raggiungere la sua villetta di Carini. “Solo dopo l’esplosione, capii perche’ non dovevo percorrere quell’autostrada”, ha detto il pentito. 27 Novembre 2014 La Spia

La compagna del nuovo pentito era la moglie del suo ex capo L’amante l’ha seguito nella sua scelta, quella di saltare il fosso e iniziare a parlare con i magistrati. Antonella Lo Giudice, l’ amante del neo pentito Fabio Tranchinaè passata sotto il regime di protezione offerto dallo Stato ai collaboratori di giustizia. La donna è la moglie di Giorgio Pizzo, l’ ergastolano di Brancaccio che ha partecipato alle stragi del ‘ 93 tra Roma, Milano e Firenze. Un uomo d’ onore Pizzo, che entrò in Cosa nostra con il rito della punciuta e che, prima di Tranchina, è stato uomo di fiducia dei Graviano diventando il loro autista. È stato, in un certo senso, il capo di Tranchina instradandolo nella vita della “famiglia”. Tutto questo fino al 1991, anno in cui Pizzo è finito in carcere per le stragi. Nella località protetta, dove Tranchina vive sotto copertura, è arrivata anche una delle figlie di Antonella Lo Giudice e Giorgio Pizzo. La decisione della Lo Giudice è arrivata all’ indomani del rifiuto della moglie di Fabio Tranchina, Giovanna Lupo. Un’ altra parentela importante lega la donna al clan di Brancaccio. Il fratello, Cesare Lupo, è uno dei prestanome storici dei Graviano: stando a quanto racconta il neo collaboratore di giustizia, non sarebbe mai uscito dal giro, neanche dopo aver scontato la sua condanna per associazione mafiosa. Di certo, la relazione extraconiugale di Tranchina, è stato un boccone amaro da digerire per la famiglia di Brancaccio. Fabio Tranchina, 40 anni, è ritenuto un «collaboratore promettente» dalla Procura di Palermo. Ed effettivamente, dal giorno della sua collaborazione, nell’ aprile scorso, Tranchina ha riempito decine di verbali davanti ai pm della Dda di Palermo e Caltanissetta. La collaborazione è arrivata dopo un primo momento di tentennamento. Tranchina è stato arrestato dalla Dia in un albergo, dove si trovava con l’ amante, con l’ accusa di essere coinvolto nella strage di via d’ Amelio. Ha prima deciso di “pentirsi”, poi, dopo un incontro con la moglie ha fatto dietrofront. Dopo sei giorni, durante i quali ha anche tentato due volte il suicidio, ha deciso di collaborare con la giustizia. E proprio Tranchina ha offerto l’ ultimo spunto sui misteri della strage di Capaci «Il gruppo di fuoco di Brancaccio aveva avuto il compito di uccidere Falcone a Roma. Poi, all’ improvviso, arrivò l’ ordine di tornare. Perché il giudice bisognava ucciderlo in modo eclatante, a Palermo», ha messo a verbale Tranchina. Il neopentito verrà sentito il 30 giugno al processo per il sequestro e l’ omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del collaboratore di giustizia sequestrato e ucciso per indurre il padre a ritrattare. 31.5.2011 LA REPUBBLICA


Stato-mafia, la deposizione del pentito Fabio Tranchina “Graviano mi disse che avevamo degli impegni presi e alludeva alle stragi commesse e a quelle che si sarebbero dovute compiere. Mentre quando disse che forse poteva scoppiare una guerra voleva dire che in Cosa nostra c’erano due anime: una stragista e un’altra no”. Sono le rivelazioni del pentito Fabio Tranchina, ex autista e addetto alla sicurezza del boss Giuseppe Graviano, ascoltato nell’aula bunker di Roma nell’ambito del processo sulla trattativa Stato-mafia. Il pentito è stato interrogato dai pm Vittorio Teresi e Roberto Tartaglia. Tranchina ha raccontato che nei mesi precedenti alla strage di Capaci fece un’osservazione su Giovanni Falcone, vedendolo in tv: “Il giudice era insieme alla scorta e dissi a Graviano: ‘Questo è inavvicinabile’. Lui mi guardò come a dire ‘aspetta che poi vedi come è inavvicinabile’”. “Poco prima avevo visto caricare delle armi che erano destinate a un’azione eclatante a Roma – ha aggiunto – Capii allora che si dovevano usare per colpire il magistrato, ma poi non se ne fece nulla”. Il progetto di eliminare Falcone nella Capitale venne accantonato e Cosa nostra decise di ucciderlo mentre ritornava a Palermo percorrendo l’autostrada, a Capaci. “Qualche giorno prima della strage di Capaci – ha spiegato Tranchina – Graviano mi disse di non passare per un po’ sull’autostrada. Io avvertii anche i miei familiari che avevano una villetta nella zona”. “Graviano quasi si giustificava dell’attentato a Falcone – ha rivelato il pentito – e mi diceva che ‘la gente non si lamenta di quello che è accaduto, perché in fondo muoiono più persone con gli incidenti’”. Tranchina si è poi sfogato facendo riferimento alla strage di via D’Amelio: “La strage in cui morì il giudice Borsellino, ma anche fatti come l’attentato al vicequestore Germanà, sono fatti che mi hanno sconvolto la vita. Io dovevo solo occuparmi della latitanza di Graviano e mi sono ritrovato in mezzo ad altre cose”. “Il giorno dell’arresto di Totò Riina – ha continuato Tranchina -, Graviano era molto giù e mi disse: ‘Noi siamo tutti figli di questo cristiano. Ora potrebbe scoppiare una guerra, ma tu stai tranquillo. Con Riina abbiamo preso degli impegni. Noi abbiamo le nostre garanzie. O fanno quello che diciamo noi o gli rompiamo le corna’. Quando parlò di garanzie indicò con la mano verso l’alto”. “Graviano – ha raccontato Tranchina – mi disse di essere certo che che nel covo in cui incontrava Riina non c’erano microspie perché altrimenti il blitz l’avrebbero fatto lì e non avrebbero arrestato Riina altrove visto che nel nascondiglio avrebbero potuto prendere altri mafiosi e visto che c’erano tanti soldi che si poteva comprare tutta la Sicilia”. “Sulle garanzie a cui accennò Graviano – ha detto Tranchina – non approfondii il discorso, né mi fece i nomi dei soggetti che dovevano fare quel che dicevamo noi”. Prima di Tranchina ha terminato la sua deposizione Paolo Bellini, l’ex pentito ed esponente di Avanguardia Nazionale. “Non ho mai pensato di fare un attentato alla torre di Pisa – ha detto il teste -. La storia dell’attentato all’opera d’arte l’ha buttata lì Antonino Gioè. Lui riteneva che chi mi mandava a recuperare le opere d’arte non fosse proprio serio”. Bellini ha poi rivelato che Gioè gli confessò “l’esistenza di una trattativa con i piani alti del governo”.  12.3.2014 SI24


Omicidio  Di Matteo: pentito Tranchina smonta alibi boss Graviano” Nel 1993 accompagnai almeno 5 o 6 volte Giuseppe Graviano in un casolare di Misilmeri”. Il pentito Fabio Tranchina, al suo debutto oggi in Aula al processo per il sequestro e l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, smonta cosi’, con questa frase, l’alibi del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, imputato nel processo. Era stato il collaboratore Gaspare Spatuzza, anche lui imputato, a rivelare in Aula che Graviano avrebbe deciso il sequestro del bambino, poi sciolto nell’acido, ”in un casolare di Misilmeri, durante un incontro”. Nelle scorse udienze la difesa di Graviano aveva, invece, affermato che nel ’93, il boss di Brancaccio ”non era mai stato a Misilmeri” anche perche’ sarebbe stato a Milano, dove fu poi arrestato nel gennaio 1994. Oggi arriva la smentita del collaboratore di giustizia Fabio Tranchina. La difesa di Graviano aveva persino chiesto alla Corte d’Assise di Palermo di fare anche il prelievo del Dna a Graviano per confrontarlo con le impronte trovate nel casolare di Misilmeri. Richiesta rigettata dal presidente della Corte d’Assise.  adnkronos 1.7.2011


Pentito condannato a pagare gli alimenti alla ex: ma dice di non farcela coi soldi che gli dà lo Stato La moglie aveva tentato in tutti i modi di non farlo collaborare con la giustizia, ma lui prima le ha dato retta, poi l’ha lasciata e ha deciso di raccontare tutto quel che sa. Ora però deve pagarle gli alimenti. E questo anche se lei, Giovanna Lupo, è sorella di un mafioso di rango di Brancaccio, Cesare Carmelo Lupo, che era stato anche il capocosca di Fabio Tranchina. Prima che Tranchina stesso si pentisse e si infilasse anche in questa storia paradossale: la condanna civile e l’inchiesta penale. Giovanna Lupo per qualche giorno c’era pure riuscita, a frenare il marito: era la primavera del 2011 e, dopo avere reso i primi verbali di interrogatorio, Tranchina si era fatto convincere a ritrattare e a tornare in città da Firenze, dove aveva parlato con i pm che indagano sulle stragi del ’93. Trascorso qualche giorno, però, anche per via della sua relazione extraconiugale con la moglie di un ergastolano, Tranchina aveva deciso di parlare comunque e aveva raccontato tutto quel che sa sulle stragi del ’92 e del ’93 a Roma, Firenze e Milano. Aveva pure contribuito a far riaprire le indagini su via D’Amelio, scagionando, assieme all’altro pentito Gaspare Spatuzza, gli ergastolani accusati dal falso pentito Vincenzo Scarantino. Ma questi fatti non entrano nelle aule civili, in cui l’ex mafioso è stato condannato a pagare gli alimenti alla ormai ex consorte: 400 euro al mese che lui, il collaborante, sostiene di non avere, perché dallo Stato riceve solo mille euro al mese. E poiché si trova agli arresti domiciliari e non lavora, deve mantenere anche la ex moglie dell’ergastolano Giorgio Pizzo, che sta ancora con lui, non ha pagato. E per questo c’è un’inchiesta (penale) gestita dal pm Daniele Paci, per il mancato adempimento di un obbligo che tocca al coniuge separato. Non solo per strage, non solo estorsioni o associazione mafiosa: Tranchina, ex mafioso di Brancaccio, risponde di un reato considerato bagatellare, ma che nel suo caso assume un significato molto particolare. Perché Cesare Lupo, più volte condannato, è considerato uno dei capi della cosca governata — anche dai rigori del carcere duro, il cosiddetto 41 bis — dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. La legge però è uguale per tutti e la sorella di Lupo, carte alla mano, ha dimostrato il proprio diritto di ricevere un assegno di mantenimento, perché lei non lavora e il marito ha comunque uno «stipendio», come collaborante. Dunque deve contribuire anche lui al sostentamento della famiglia, che comprende anche figli piccoli. E poco importa se a Cesare Carmelo Lupo sono stati sequestrati beni per milioni: lei, Giovanna, risulta infatti nullatenente. Tranchina è così in difficoltà. I debiti nei confronti della moglie separata si accumulano, ma lui i soldi dice di non averli: il reato si considera commesso il 30 aprile del 2013 e la Lupo, assistita dall’avvocato Dominga Cannarozzo, è considerata «persona offesa». Tranchina, difeso dall’avvocato Monica Genovese, aveva tentato di ottenere un aumento del sussidio versatogli dal Servizio di protezione, ma finora non ci è riuscito. Giovanna Lupo ha rifiutato la protezione da parte dello Stato. Non solo, probabilmente, per via dei suoi legami di sangue, ma anche, quasi certamente, perché tradita dal marito. E a vivere con mille euro al mese anche con la nuova compagna, nella località protetta in cui si trova, e a dare 400 euro alla ex moglie, Tranchina dice di non farcela. Riccardo Arena Giornale di Sicilia 8.1.2015


FI e l’ombra dei Graviano sul primo “club” in Sicilia  Quando il 27 gennaio 1994 i carabinieri arrestano i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, a Milano, viene sequestrato un telefonino Microtacs Motorola alla futura moglie di Filippo. Il super-consulente Gioacchino Genchi scopre che in un anno “stranamente” ha effettuato solo 6 chiamate e ne ha ricevute 7.

Per Genchi “è verosimile che sia stato utilizzato per la ricezione di telefonate da utenze installate in sede fissa (private e pubbliche, cabine ecc..) per le quali in Italia non è prevista la registrazione del traffico”. I Graviano sfruttavano il buco (poi coperto) della rete per rendersi invisibili. Tranne che per 13 chiamate.
La prima era al 161, l’ora esatta, un test. Ne restano 12: una a uno spedizioniere di Palermo, tre a un meccanico di Misilmeri, imparentato con il boss Pietro Lo Bianco di Misilmeri, ‘lo zio Pietro’ per Graviano. Tre telefonate, concentrate tra il 10 e l’11 dicembre del 1993, sono con un incensurato insospettabile: Giovanni La Lia, classe 1964.

AI CARABINIERI il 13 aprile 1994 disse: “Sono in attesa di occupazione e al momento svolgo l’incarico di presidente del club Forza Italia di Misilmeri che è stato costituito il 2 febbraio 1994”, appena una settimana dopo la discesa in campo di Silvio Berlusconi. I soci fondatori del direttivo erano lui e altre quattro persone, tra cui la sorella. La sede era al suo indirizzo. Un club casa e famiglia. Aggiunse: “Ho conosciuto soltanto i signori Angelo Codignoni e Gianfranco Micciché, il primo è uomo di fiducia di Berlusconi e presidente dell’Associazione Nazionale Forza Italia e il secondo neo-deputato”. Niente di strano. Li aveva conosciuti “nei primi giorni di febbraio 1994 in occasione di un incontro all’Hotel San Paolo Palace”. A domanda specifica rispose “ricordo un Dell’Utri della Fininvest credo se ne sia parlato in televisione”.
Poi tornò il 18 aprile per precisare “mi sono informato, è un onorevole di Forza Italia che non ho mai conosciuto”.

Sulle tre telefonate tra il telefonino del presidente di uno dei primi circoli di Forza Italia e il cellulare usato dai boss Graviano, il regista operativo delle stragi del 1993, i giornalisti e gli investigatori si interrogano da 25 anni.
Genchi pensò che fosse stato prestato perché quel cellulare effettua chiamate incoerenti con un incensurato.
La Lia poi aprirà un’attività a Misilmeri e infine si trasferirà al nord dove lavora onestamente da decenni. Eppure per mesi, a partire da gennaio 1993, il suo telefonino sembra in preda ai demoni: fa chiamate quasi esclusivamente con il cellulare intestato al macellaio Giovanni Tubato, poi accusato di avere custodito l’esplosivo delle stragi e infine ucciso il 20 agosto 2000.

Altre telefonate con Salvatore Benigno e una persino con Gaspare Spatuzza, il 9 luglio 1993. L’8 giugno 1993 c’è anche una chiamata al boss Giorgio Pizzo. All’improvviso il telefonino di La Lia, sotto elezioni, cambia giro. Il 26 gennaio, Berlusconi scende in campo e il 6 marzo il cellulare di La Lia chiama il cellulare 0336-4477… intestato alla casa di sondaggi preferita dal Cavaliere del 1994: la milanese Diakron di viale Isonzo. Il 22 marzo 1994, pochi giorni prima del trionfo di FI, una chiamata all’utenza di Salvatore La Porta, coordinatore regionale di Forza Italia Sicilia.
Poi una chiamata a un volto storico della politica siciliana, l’ex deputato regionale Dc Vittorino La Placa, altre ai parlamentari di Forza Italia, Gaspare Giudice e Michele Fierotti.
Tutti assolutamente al di sopra di ogni sospetto. Tutti non ricordano di avere mai conosciuto La Lia. I carabinieri gli chiesero se avesse mai prestato il cellulare, ma l’allora 30enne replicò: “l’apparecchio è rimasto sempre in mio possesso”. I tabulati furono acquisiti dai pm che indagavano sulle stragi del ‘93 a Firenze. Nessuno ha decifrato il mistero e La Lia non è mai stato indagato.

LE UNICHE chiamate spiegabili del cellulare sequestrato ai Graviano sono le 5 effettuate con Fabio Tranchina. Il panettiere classe 1971 che fu sentito due giorni dopo La Lia disse di non ricordare nulla.
In realtà era l’autista dei Graviano dal 1991. Poi Tranchina è stato arrestato e si è pentito nel 2011 dopo un altro fermo.

L’11 maggio 2018 al processo ‘ndrangheta stragista’ il pm Giuseppe Lombardo lo interroga anche sul misterioso La Lia.

  • PM: Lalia Giovanni le dice qualcosa?
  • Tranchina (T): Il cognome… sinceramente se lo devo abbinare al cognome…il cognome non mi ricordo nulla”
  • PM: Quindi come cognome non le dice nulla
  • T: No(…) dottore io sinceramente non mi ricordo. Il cognome non mi dice nulla perché magari non conosco il cognome… io mi ricordo di Giovanni, c’era una persona che grosso modo ai tempi poteva avere la mia stessa età, questa persona pure ultimamente faceva sporadicamente da autista a Giuseppe Graviano. E se non ricordo male veniva dalle parti di Misilmeri, Palermo, però non lo so se parliamo della stessa persona.
  • PM: E si chiamava Giovanni di nome?
  • Tranchina: Sì
  • PM: In che senso faceva sporadicamente l’autista a Giuseppe Graviano?
  • T: qualche volta lo accompagnava al posto mio (…) In rarissime occasioni ho notato la presenza di questo (…) ai tempi avrà avuto la mia età o forse qualche un paio di anni in più (…) questa persona l’ho conosciuta solo in occasione che ci siamo incontrati per strada o perché Giuseppe era in macchina con me che lui andava avanti e faceva da battistrada o viceversa non abbiamo mai avuto nulla in Comune.

Le dichiarazioni non hanno portato a nessuna indagine. Sono imprecise e comunque tardive. Poi l’autista ‘Giovanni’ sarebbe poco più grande mentre La Lia ha 7 anni in più di Tranchina. Per la trasmissione Sekret, trasmessa da www.iloft.it siamo andati a cercare La Lia dove oggi vive per chiedergli di quelle telefonate tra il suo cellulare e quello in uso ai Graviano. Prima ha finto di non essere lui. Poi è salito in auto ed è sparito. MARCO LILLO sul Fatto del 11/10/2019 FQ


LA PARTECIPAZIONE DI GIUSEPPE GRAVIANO ALLA STRAGE DI VIA D’AMELIO Fabio Tranchina curava in quel periodo la latitanza del capo mandamento di Brancaccio. Le sue dichiarazioni evidenziano la partecipazione diretta di Giuseppe Graviano alla fase esecutiva della strage e il ruolo del gruppo mafioso di Brancaccio per la preparazione e l’esecuzione dell’attentato  Più in generale, le dichiarazioni di Fabio Tranchina, che, curando in quel periodo la latitanza del capo mandamento di Brancaccio, aveva un punto d’osservazione privilegiato su quello che accadeva in Cosa nostra, assumono notevole rilevanza nella misura in cui evidenziano la partecipazione diretta di Giuseppe Graviano alla fase esecutiva della strage di via D’Amelio, ponendosi in linea con la ricostruzione operata da Gaspare Spatuzza che, in maniera più marcata rispetto a quanto emerso dai precedenti processi (basati anche sulla falsa collaborazione di Vincenzo Scarantino), sposta l’accento sul gruppo di Brancaccio in relazione alla gestione di un rilevante segmento della preparazione e dell’esecuzione dell’attentato del 19 luglio 1992. […] Tranchina spiegava che -all’epoca dei fatti- abitava a Borgo Ulivia, nel rione Falsomiele di Palermo, con i suoi genitori, e che questi ultimi, come ogni estate, dalla metà del mese di giugno e fino ai primi giorni di settembre del 1992, si trasferivano nella casa di villeggiatura a Carini. In tale arco di tempo, rimanendo la casa vuota, egli la metteva a disposizione di Giuseppe Graviano […], affinché questi vi trascorresse la sua latitanza (il quartiere, peraltro, è ubicato a poca distanza da quello di Brancaccio e, dunque, era in un’ottima posizione affinché il capo mandamento continuasse a curare i propri interessi ed a mantenere i contatti coi sodali). Tranchina ricordava che, tra le varie persone che Giuseppe Graviano incontrava, in quel periodo estivo, all’interno della sua abitazione, c’era anche Gaspare Spatuzza […]. Tranchina riferiva anche di aver accompagnato Giuseppe Graviano, nel corso dell’anno 1992, sia prima che dopo la strage di Capaci, a Palermo, in via Tranchina, nel luogo che, come apprendeva dopo la cattura di Riina, era l’abituale punto di ritrovo tra il capomafia di Corleone ed il capo mandamento di Brancaccio. In particolare, proprio la mattina del giorno in cui veniva poi catturato Riina (o, come diceva la sorellina di Tranchina, veniva “arrestata Cosa nostra”), il collaboratore accompagnava Giuseppe Graviano nel locale di via Tranchina e, dopo aver sentito la notizia dell’arresto del boss corleonese, veniva poi contattato da Cristofaro Cannella che gli diceva di star tranquillo per Giuseppe Graviano, perché questi era con lui. Successivamente, Giuseppe Graviano commentava col Tranchina l’arresto di Riina, dicendo che potevano dirsi “tutti figli di ‘stu cristianu” e che, certamente, la sua cattura non era dovuta a delle microspie piazzate nel magazzino di via Tranchina, poiché -in tal caso- avrebbero fatto il blitz in detto locale, dove vi erano talmente tanti soldi “che noi ci potevamo comprare la Sicilia” […].

I SOPRALLUOGHI IN VIA D’AMELIO  In particolare, in due diverse circostanze, entrambe nel mese di luglio 1992, proprio lungo il tragitto di ritorno dal magazzino di via Tranchina verso l’abitazione di Borgo Ulivia, Giuseppe Graviano chiedeva a Fabio Tranchina di cambiare il consueto percorso, appositamente per accedere in via D’Amelio. Il primo di tali sopralluoghi, nella prima settimana di luglio, avveniva quando ancora era giorno ed era Graviano ad indicare al Tranchina di imboccare la via D’Amelio, fare il giro della strada ed uscire dalla stessa, senza arrestare la marcia. Il secondo accesso, invece, avveniva nella settimana precedente all’attentato, dopo il tramonto: in quell’occasione c’era anche Cristofaro Cannella, che li precedeva, a bordo della sua autovettura Audi 80, e Graviano raccomandava a Tranchina di non arrestare la marcia perché quella era una zona che “scottava”.

Vale la pena di evidenziare come queste indicazioni di Fabio Tranchina in merito ai due sopralluoghi in via D’Amelio con Giuseppe Graviano, oltre ad esser perfettamente compatibili con i dati oggettivi del tabulato dell’utenza mobile di quest’ultimo, si compongano armonicamente con le indicazioni fornite da Spatuzza, sia in ordine al furto della Fiat 126, che ai successivi incontri con il capo mandamento, proprio nella casa messa a disposizione da Tranchina, con la raccomandazione (nel primo incontro) di rifare i freni dell’automobile e le direttive (nel secondo incontro) sulle modalità con cui rubare le targhe. Detti incontri, infatti, sono (come già detto) ragionevolmente collocabili, anche alla luce dei predetti dati di traffico telefonico dell’utenza di Giuseppe Graviano, rispettivamente, nella prima settimana del mese di luglio (prima dell’allontanamento di Graviano dalla Sicilia, nel pomeriggio del 7 luglio 1992) ed in quella precedente all’attentato di via D’Amelio (dopo il rientro a Palermo del boss, la mattina del 14 luglio 1992). Si riporta, ancora una volta, uno stralcio delle dichiarazioni rese da Fabio Tranchina, sul punto:

  • […] P. M. LUCIANI – Scusi se la interrompo, la pregherei di essere estremamente dettagliato su queste circostanze.
  • TRANCHINA – Sì. Ricordo che ci fu una prima volta, e questo fu esattamente la prima settimana di Luglio del 1992, che Giuseppe quando uscendo da questo appuntamento mi chiese, che ero in macchina con lui ovviamente, io poco fa quando ho detto me ne andavo prendevo via Ugo La Malfa, Viale Regione Siciliana intendevo quando lasciavo lui e me ne andavo solo. Questo invece quando io poi lo andavo a prendere è successo in un paio di occasioni, uno siamo nella prima settimana di Luglio che usciamo da, cioè io lo vado a prendere in questo appuntamento in via Tranchina e Giuseppe Graviano mi dice di fare, abbiamo fatto una strada insolita, diciamo, siamo scesi dalla parte interna, Viale Strasburgo, una cosa dentro dentro, comunque gira di qua, gira a destra, vai avanti mi porta in via D’Amelia. Arrivato in via D’Amelio lui mi disse: “Entra di qua, entra proprio in via D’Amelio – Perché la via D’Amelio è una strada che non spunta perché c’è un muro là di fronte – fai il giro rallenta però non ti fermare”. Quindi abbiamo fatto il giro proprio a ferro di cavallo e siamo andati via. E questa è la prima volta che mi fa passare da Via D’Amelio. Poi praticamente avviene una seconda volta, sempre un’altra volta che io sono andato a prendere il Graviano che l’avevo lasciato la mattina, quando lui finiva l’appuntamento lo andai a prendere e quindi si era fatto un po’ più tardi, perché sono state due volte questi passaggi in via D’Amelio, una volta era buio e una volta era giorno, credo che la seconda volta fosse buio, io lo andai di nuovo a prendere in questo appuntamento in via Tranchina che lui aveva e ci recammo di nuovo…
  • TRANCHINA – Siamo proprio nella settimana che precede la strage di Via D’Amelio. Però questa volta davanti a noi c’è Fifetto Cannella con la sua macchina. Stessa cosa, siamo arrivati in via D’Amelio, però ho omesso un particolare dottore, che dopo il primo sopralluogo che facciamo in via D’Amelio Giuseppe mi chiede se io gli avrei potuto trovare un appartamento in via D’Amelio. Dice: «Fabio, mi serve un appartamento qua». Gli ho detto: «Qua dove?» – «Qua», proprio mentre eravamo in via D’Amelio mi disse: «Qua mi serve un appartamento, vedi se riesci ad affittarmi un appartamento, però non te ne andare alle Agenzie, non dare documenti, vedi se lo trovi casomai se vogliono pagato sei mesi, pure un anno di affitto anticipato glielo paghi, l’importante che non contatti agenzie. Privatamente». […] Al che Giuseppe Graviano, proprio nell’occasione del secondo sopralluogo mi chiese: «Fabio, ma l’hai trovato l’appartamento?». Io in verità neanche l’avevo cercato, signor Presidente, perché per le modalità in cui lui mi aveva chiesto di cercarlo, non ti fare contratto d’affitto, non te ne andare dalle agenzie, non contattare nessuno, non dare documenti, io ho detto ma dove vado? Cioè come faccio io a trovare una casa in questi termini, con queste richieste? E gli disse: “Giuseppe, no, non l’ho trovata”. Perché lui mi chiese: “Ma l’hai trovata?”. Ho detto: «No, sinceramente non ho trovato niente». E lui aggiunse un particolare perché mi disse che precedentemente questo compito lo aveva dato a Giorgio Pizzo. Dice: «Fabio, glielo avevo detto a Giorgio Pizzo di trovarmi una casa qua però non me l’ha trovata, vedi se me la trovi tu con quelle modalità che mi chiese». E io gli dissi che non l’avevo trovata. A quel punto gli scappa dalla bocca, dice: «Va bene, non ti preoccupare – lo dico in siciliano signor Presidente e poi lo traduco perché… Giuseppe mi disse, alla mia risposta negativa che non avevo trovato la casa: «va bene non ti preoccupare addubbunnu iardinu (pare dica)». Che tradotto sarebbe: «Mi arrangio nel giardino». Cioè una cosa del genere. E io fino là, addubbunnu iardinu non è che… Va beh l’ha detto, però nel momento in cui succedono i fatti signor Presidente, io ho realizzato che in via D’Amelio dove c’era il muretto, perché la via D’Amelio è una strada che non spunta, c’è un muro dietro c’è un giardino. E poi… […]».

Le dichiarazioni di Tranchina, poc’anzi riportate, oltre a confermare l’attendibilità di quelle rese da Gaspare Spatuzza, aprono anche significativi spiragli circa il soggetto che azionò il telecomando in via D’Amelio ed in ordine al luogo dove era appostato il commando (od almeno, una parte del commando) che attendeva l’arrivo del dott. Paolo Borsellino, presso l’abitazione dove si trovava sua madre. Infatti, in occasione del primo sopralluogo, Giuseppe Graviano chiedeva a Tranchina di procurargli un appartamento proprio in via D’Amelio, raccomandandogli di non rivolgersi alle agenzie immobiliari, né di stipulare contratti e di pagare in contanti (dicendo anche che la stessa richiesta, già fatta a Giorgio Pizzo, non veniva soddisfatta). Tranchina, tuttavia, non si attivava particolarmente, attesa la prevedibile difficoltà che avrebbe incontrato per assolvere siffatto compito, in ragione delle modalità indicategli, sicché, al momento del secondo sopralluogo in via D’Amelio, quando il capo mandamento tornava sull’argomento, Tranchina gli faceva presente che non aveva trovato alcun immobile. La secca risposta di Giuseppe Graviano (“va bé addubbo ne iardinu”), da un lato, rende palese che la sua richiesta non era certamente volta a reperire un appartamento dove trascorrere la latitanza e, dall’altro lato, fornisce una indicazione circa il possibile luogo da cui gli attentatori azionavano il telecomando che provocava la micidiale esplosione (la via D’Amelio, infatti, è a fondo chiuso e termina con un muro, dietro al quale c’è, appunto, un agrumeto), tenuto anche conto di quanto rivelato da Giovan Battista Ferrante, in merito al commento di Salvatore Biondino che (durante il macabro brindisi di festeggiamento), diceva che “le uniche persone che potevano avere delle conseguenze era chi stava dietro il muro, vicino al muro, a chi poteva succedere qualcosa, perché essendo vicino al posto, dove era successa l’esplosione, gli poteva accadere il muro addosso”.

  • GIUDICE – Senta una cosa, Lei ha detto che ci fu quel commento di questo Graviano, “Hai visto ca na spirugliamu?”, questo dopo via D’Amelio, no? Ma dopo Capaci ci furono commenti di questo genere all’interno dell’organizzazione?
  • IMPUTATO TRANCHINA – No.
  • GIUDICE – C’era un’aria, come dire, di obiettivo raggiunto, di successo conseguito?
  • IMPUTATO TRANCHINA – Come commenti, diciamo, di quel genere no, però mi ricordo che un giorno vedendo Filippo Graviano era come a quello che cercava di giustificare quanto era successo, con riferimento parlando a Capaci, perché diceva: “Ma lo sai, io parlando con le persone mi hanno detto «intanto non è successo niente, che non è morta neanche una persona estranea al fatto», sono cose che si muore in tanti modi, può capitare di tutto”. Cioè lui cercava di giustificare come se la gente non condannava il gesto. Cioè questa cosa mi restò impressa. Cioè lui non stava parlando proprio con me esplicitamente, eravamo più di una persona, diciamo, là, e mi ricordo pure che eravamo alla zona industriale, in dei capannoni che avevano acquistato da un fallimento, e lui fece questo commento. Come a volere… come se la gente giustificava questo gesto folle che era stato commesso.
  • GIUDICE – O come se lui si volesse giustificare davanti alla gente che non lo capiva.
  • IMPUTATO TRANCHINA – Sì, “la gente non ci condanna”. Io poi mi vedevo il telegiornale e dicevo: ma mi sa…mi sa che un po’ qua Filippo le cose non le vede tanto bene, perché la risposta della gente c’è stata, eccome. A CURA DELL’ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA processo Borsellino quater

 

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