Omicidio Borsellino, il depistaggio di Stato organizzato prima della morte del magistrato: la terribile verità

 

Le clamorose motivazioni della sentenza

 

Nelle circa 1500 pagine della sentenza, i giudici scrivono infatti che è “un elemento insuperabile che certifica al di là di ogni dubbio ragionevole come la Polizia di Stato che conduceva le indagini – ove non eterodiretta abbia agito su impulso di una fonte confidenziale che non si è mai individuata e/o rivelata, nemmeno all’esito dell’odierno procedimento”. Una delle prove che il depistaggio venne organizzato già prima della morte di Borsellino e degli agenti della scorta, è legata proprio alla Fiat 126 imbottita di tritolo ed utilizzata per la strage. Se il blocco motore dell’auto venne rinvenuto solo il 20 luglio dopo le ore 13, come ha fatto la Polizia di Stato a comunicare all’Ansa il pomeriggio del 19 luglio 1992 che l’autobomba esplosa in via D’Amelio poteva identificarsi proprio in una utilitaria Fiat? Come ha fatto il tecnico della scientifica Martino Farneti, già all’esito del sopralluogo effettuato nell’immediatezza del fatto a “sostenere che l’ordigno era piazzato all’interno del cofano anteriore di una autovettura individuata per una Fiat 126 di colore rosso”

Come ha potuto, sempre la Polizia di Stato, insospettirsi se alle ore 8 e 30 circa del 20 luglio 1992 il meccanico Giuseppe Orofino aveva denunciato la scomparsa delle targhe di una Fiat 126, furto che, si badi, “poteva essere avvenuto il giorno prima o anche il sabato precedente (come effettivamente avvenuto in base al racconto di Spatuzza)”? “E si badi – prosegue la sentenza – come ulteriore elemento che assevera la tesi qui sostenuta è dato dalla scarsamente attendibile deposizione del teste Domanico (Massimiliano, agente della Polizia di Stato, ndr) che non ha indicato, né nel corso della sua deposizione 1994 (nel giudizio di primo grado del Borsellino 1) né nel corso dell’odierno procedimento, il soggetto o i soggetti da cui aveva appreso che l’autobomba potesse essere una 126”.

Come ha potuto, sempre la Polizia di Stato, insospettirsi se alle ore 8 e 30 circa del 20 luglio 1992 il meccanico Giuseppe Orofino aveva denunciato la scomparsa delle targhe di una Fiat 126, furto che, si badi, “poteva essere avvenuto il giorno prima o anche il sabato precedente (come effettivamente avvenuto in base al racconto di Spatuzza)”? “E si badi – prosegue la sentenza – come ulteriore elemento che assevera la tesi qui sostenuta è dato dalla scarsamente attendibile deposizione del teste Domanico (Massimiliano, agente della Polizia di Stato, ndr) che non ha indicato, né nel corso della sua deposizione 1994 (nel giudizio di primo grado del Borsellino 1) né nel corso dell’odierno procedimento, il soggetto o i soggetti da cui aveva appreso che l’autobomba potesse essere una 126”.

Non mancano, poi, nella sentenza riferimenti alle condotte dei magistrati, sia a quelli che hanno condotto l’inchiesta sia a quelli che lavoravano alla Procura di Palermocon Borsellino. La tesi sostenuta dagli ex pm Carmelo Petralia e Annamaria Palma, poi assolti dall’accusa di concorso in calunnia aggravata, cioè che gli “inquirenti si siano mossi per andare a sentire Scarantino in virtù della (avvenuta) ritrattazione televisiva è smentita dai fatti” poiché gli avvisi dell’interrogatorio sono stati notificati il giorno prima che Scarantino manifestasse l’intenzione di ritrattare. Le vere ragioni di quegli interrogatori, che hanno poi prodotto la ritrattazione della ritrattazione e quindi la conferma delle false accuse, i magistrati non li hanno esplicitati.

Quanto al clima che si respirava alla Procura di Palermo dopo l’omicidio di Giovanni Falcone e pochi giorni prima dell’omicidio di Borsellino, la sentenza riporta le dichiarazioni dell’ex pm Antonio Ingroia il quale ha riferito che, a margine dell’incontro in Procura del 14 luglio 1992 e a proposito dell’indagine Mafia e Appalti, Borsellino ebbe a rivolgere una “battuta” ai colleghi Guido Lo Forte eGiuseppe Pignatone dicendo: “Voi non mi raccontate tutta la vera storia sul rapporto dei Ros”.“Sì, sì, io l’ho percepita quasi per caso. Perché io ero affianco a Borsellino e lui incrocia questo collega, non mi ricordo chi dei due, e gli fa questa battuta. È stata una cosa al volo nel corridoio”, le esatte parole pronunciate da Ingroia.

 
Paolo Comi — 7 Aprile 2023  IL RIFORMISTA