Mafia a Como

La provincia di Como ha una popolazione di circa 600.000 abitanti, inserita nella realtà economica e produttiva della Pianura Padana e vicina geograficamente alle popolose province di Lecco, Varese, Monza e Brianza e Milano.

La città si trova dunque in una posizione abbastanza centrale per lo sviluppo di tutti i traffici, legali e non, che passano attraverso queste zone. La sua posizione, distante appena 10 km circa dalla Confederazione Elvetica, raggiungibile sia per strada sia per lago, la rende una meta privilegiata per gli scambi anche con la Svizzera stessa.

Città

Per quanto riguarda la realtà comasca, essa ha sia subito una diffusione del fenomeno dal contesto milanese, lecchese, varesino e della Brianza in generale dove era forte la presenza della criminalità organizzata, sia si è sviluppata come realtà indipendente. Uno dei fattori principali della colonizzazione mafiosa di Como è stata l’istituzione della legge sul soggiorno obbligato del 1956 per le “persone pericolose per la sicurezza e per la pubblica moralità”[1] , estesa “agli indiziati di appartenere ad associazioni mafiose”[2] nel 1965, che ha portato 44 boss mafiosi tra il 1961 e il 1971 nel capoluogo lariano, come testimoniato dalla Commissione Antimafia[3].

La presenza dei 163 comuni in cui è suddivisa la provincia ha permesso alle organizzazioni di stampo mafioso, ed in particolar modo alla ‘ndrangheta, di insediarsi e prendere il controllo di tali realtà, sia economicamente che territorialmente, come dimostra il fatto che dal 1983 è verificato il pagamento del cosiddetto “pizzo” da parte di alcuni esercizi pubblici e commerciali.

La geografia mafiosa della provincia include la presenza delle quattro organizzazioni mafiose tradizionali: Cosa nostra, Camorra, Sacra Corona Unita e ‘ndrangheta. Quest’ultima è stata quella che ha ottenuto più potere sul territorio. Come afferma la “Relazione sulle risultanze dell’attività del gruppo di lavoro incaricato di svolgere accertamenti su insediamenti e infiltrazioni di soggetti ed organizzazioni di tipo mafioso in aree non tradizionali”, un sottogruppo della Commissione Parlamentare Antimafia con relatore Carlo Smuraglia, “la suddivisione tra le organizzazioni mafiose operanti nel triangolo Milano-Como-Varese è stata più a livello di settore di interesse che non di territorialità: La camorra si dedica soprattutto alle rapine ai danni dei TIR, ai furti, ai falsi nummari ed al gioco clandestino. La mafia e la ‘ndrangheta, invece, controllano il traffico internazionale di sostanze stupefacenti e si dedicano al riciclaggio e alle attività imprenditoriali e finanziarie.” [4]

La presenza della Camorra è stata riscontrata nella provincia, come si evince ad esempio dal sequestro avvenuto nell’ottobre 2010 di un fabbricato a Faggeto Lario, sulle rive del Lago di Como, di proprietà dell’imprenditore Giuseppe Felaco. Felaco è un esponente di spicco del Clan Polverino che gestisce la zona di Marano, un popoloso comune nella cerchia a nord di Napoli. Secondo la Relazione annuale sulla criminalità organizzata dello Scico della Guardia di Finanza, nella provincia comasca è anche presente il clan guidato da Pasquale Puca, operante tra Bregnano e Cermenate. Con l’operazione “Catfish” si è scoperto che anche la Sacra Corona Unita si è espansa a Como, mettendo una base per i traffici di droga guidata dal boss Germano Solito, arrestato poi nel corso di tale operazione[5].

Per quanto riguarda i clan ‘ndranghetisti presenti in provincia, a Cermenate vi è stata la cosca Paviglianiti-Latella; nel 1996 vengono arrestati i capi di questa Domenico Paviglianiti e Giovanni Puntorieri nel corso dell’operazione “Europa”. Altre ‘ndrine calabresi operanti nel territorio sono state quella dei Trovato, degli Spinella-Ottinà e dei Mazzaferro: Franco Coco Trovato è stato per anni il boss indiscusso del lecchese e che gestiva affari anche a Como e nella Brianza; i secondi gestirono il traffico di stupefacenti tra Como, Fino Mornasco, Rovellasca e Saronno dagli anni Ottanta al 1993, anno dell’esecuzione del loro capo Diego Spinella. Il clan Mazzaferro invece è stato praticamente decimato da due operazioni delle forze dell’ordine nei loro confronti: nel giugno 1994 l’Operazione Fiori della notte di San Vito portò all’arresto di circa 400 persone, compreso il boss Giuseppe Mazzaferro, mentre nel novembre 1996 scatta l’Operazione Fiori della notte di San Vito 2 che porta all’emanazione di 97 provvedimenti di restrizione.

Dal 1991-1992, anni di creazione della DIA (Direzione Investigativa Antimafia) e della DNA (Direzione Nazionale Antimafia), sono state decine le operazioni dell’Autorità Giudiziaria che hanno coinvolto Como e il suo hinterland ma la prima che mostra dettagliatamente l’organizzazione della criminalità organizzata nella provincia è “I fiori della notte di San Vito”, scattata il 15 giugno 1994.

Operazioni e processi

I Fiori della Notte di San Vito

Il 15 giugno 1994 la ‘Ndrangheta subisce un duro colpo: 370 ordini di custodia cautelare “decapitano” l’organizzazione nel Nord Italia. L’operazione delle forze dell’ordine viene chiamata “I fiori della notte di San Vito”, poiché i “fiori” nel linguaggio della ‘ndrangheta sono i gradi degli affiliati, mentre San Vito è il giorno in cui è stato effettuato il blitz. Essa prese il via dalle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, facenti parte della ‘Ndrangheta, e portò in carcere 370 persone tra Milano, Como (ben 213 ordini di custodia cautelare), Varese, Brescia, Pavia. Giuseppe Mazzaferro, capo dell’omonimo clan che, insieme ai colletti bianchi e ai clan Paviglianiti e Ottinà, venne fatto oggetto dell’operazione, si insediò in Lombardia a seguito dell’applicazione del soggiorno obbligato a Cornaredo, in provincia di Milano.

Nella sentenza della Corte di Appello di Milano, gli si imputa di «aver diretto una associazione ‘ndranghetistica che aveva preso, appunto, il nome da lui (cosiddetto “Clan Mazzaferro”), strutturata in una fitta ed estesa rete di “cellule territoriali”, definite “Locali”, dedite ad attività illecite di ogni genere, nelle provincie di Milano, Como, Varese, Brescia, Pavia e Bergamo, dal settembre 1982 in poi» e di «aver diretto ed organizzato una associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, nei luoghi sopra indicati, dal 1976 in poi»[6].

Clan Mazzaferro

Il Clan Mazzaferro e i suoi esponenti sono certamente riconducibili alla ‘Ndrangheta calabrese, ma vi sono delle differenze tra di essi. Innanzitutto la collocazione geografica, in quanto vi è un distaccamento in Lombardia da parte di un clan calabrese, anche se i legami e i contatti con la “madrepatria” rimangono forti e numerosi; vi è poi una differenziazione per quanto riguarda gli affari, visto che Mazzaferro è tra i primi a voler entrare nel traffico degli stupefacenti e il suo clan è dedito proprio a questo; infine vi è la decisione di non partecipare più al Summit del Santuario della Madonna di Polsi, tradizionale summit di ‘Ndrangheta tenuto solitamente a fine agosto/primi di settembre, ma di tenere un incontro similare negli stessi giorni ad Andrate, una frazione di Fino Mornasco in provincia di Como.

Stando alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Raffaele Iaconis, le istanze autonomistiche di Giuseppe Mazzaferro presero forma con più vigore quando nel 1976 la ‘Ndrangheta calabrese decise di creare una “camera di passaggio” sia per avere un controllo più diretto su quanto facessero le sue colonie al nord sia anche per presentare le nuove Locali a Polsi (la prima che usufruì di tale meccanismo per essere presentata fu quella di Milano). Fu allora che Mazzaferro, all’epoca sottoposto al soggiorno obbligato a Riva Ligure, propose la formazione di una “camera di controllo”, ossia di un organismo sovraordinato alle varie Locali che sarebbe stato utilizzato per coordinarle, per autorizzare la loro apertura e presentarle a Polsi in un momento successivo, e per attribuire le doti superiori all’interno dell’organizzazione mafiosa.

Tale proposta fu votata e approvata in una riunione tenutasi nello stesso 1976 in un ristorante a Laglio, in provincia di Como. Sempre a proposito del clan Mazzaferro, Nicola Gratteri scrive che «In Lombardia vi erano ben 16 Locali: 3 a Milano,e uno per ognuno di queste altre città: Appiano Gentile, Cermenate, Como, Fino Mornasco, Lentate sul Seveso, Lumezzane, Mariano Comense, Monza, Pavia, Rho, Senna Comasco, Seregno, Varese[7] Per quanto riguarda le Locali in provincia di Como, sono 6 quelle fondate da Mazzaferro, e tutte dedite allo spaccio della cocaina dello stesso capoclan.

Operazione Infinito

Il 13 luglio del 2010 scatta un altro blitz contro la ‘Ndrangheta calabrese e le colonie milanesi: è l’Operazione CrimineInfinito, condotta insieme dalla DDA di Reggio Calabria e quella di Milano.

Per quanto riguarda il filone lombardo dell’inchiesta, esso ha portato a circa 118 condanne e, grazie alla collaborazione del collaboratore di giustizia Antonino Belnome, a svelare come si è riorganizzata la ‘Ndrangheta dopo le varie operazioni che l’hanno colpita in tutto il territorio. Nella realtà comasca con l’Operazione Infinito sono state individuate tre Locali: una a Mariano Comense (già emersa con l’operazione “I fiori della notte di San Vito”), una ad Erba e una a Canzo-Asso, due comuni tra loro limitrofi. Si nota dunque che non si hanno più notizie delle Locali emerse nel blitz sopraccitato del giugno ’94, quali Appiano Gentile, Cermenate, Como, Fino Mornasco e Senna Comasco; ciò però è bel lontano dal definire “pulite” ovvero prive della presenza mafiosa tali aree, come dimostrano i beni confiscati in questi comuni e i vari atti di intimidazione, estorsione che ivi si verificano [8] .

Per quanto riguarda la Locale di Mariano Comense, essa risulta essere dedita al traffico di stupefacenti e a capo di essa si trova Salvatore Muscatello, già considerato tale nel ’94, il quale è uno dei più anziani esponenti della ‘Ndrangheta in Lombardia. Dalle indagini risulta che gli affiliati a questa Locale abbiano a loro disposizione una ingente quantità di armi, sia fucili sia materiale esplosivo sia due bombe di fabbricazione jugoslava, ritrovate all’interno del maneggio “La Masseria” di Bregnano, di proprietà di Salvatore Di Noto. Tale maneggio è salito agli onori della cronaca quando, grazie alle rivelazioni di Belnome, si è saputo che lì era stato ucciso Antonio Tedesco, ammazzato nel 2009 con un colpo di pistola e finito a picconate. La Locale di Mariano Comense era considerata la più rilevante per l’importanza nella gerarchia ‘ndranghetista dei suoi esponenti, ma ciò fino all’omicidio di Carmelo Novella, a seguito del quale vi è stato un relativo declino di questa Locale a vantaggio di quella di Erba.

Pasquale Giovanni Varca risulta essere dunque il capo della Locale di Erba, la quale è di recente costituzione ed è il referente in Lombardia per Domenico Oppedisano che è considerato l’attuale Capo del Crimine della ‘Ndrangheta. E’ composta da affiliati per lo più originari di Isola di Capo Rizzuto e per questo è forte il collegamento con esponenti della cosca Arena-Nicoscia che è egemone in quella zona della Calabria. Questo legame emergerà in maniera forte quando verrà dallo stesso Varca e dagli altri “isolitani” gestita la fase organizzativa del trasferimento di due latitanti appartenenti a questa cosca. Varca e i suoi affiliati si impongono nel movimento terra con metodi di intimidazione di stampo mafioso e inoltre secondo gli investigatori ha garantito ad un’organizzazione albanese l’appoggio delle ‘ndrine che controllano il porto di Gioia Tauro per far entrare nel Paese grossi carichi di cocaina. Altro metodo utilizzato dagli affiliati per aumentare i profitti a loro disposizione è quello di esportare in Tunisia dei mezzi da lavoro che vengono falsamente denunciati come rubati dai proprietari.

Terza e ultima Locale che emerge dall’operazione “Infinito” è quella di Canzo-Asso. A capo di essa vi è Luigi Vona, mentre altro personaggio importante affiliato a questa Locale è Giuseppe Furci. Vona è stato elettore di Pasquale Zappia il 31 ottobre 2009 al circolo Arci di Paderno Dugnano: Furci ha accompagnato questi al summit e anche alle varie riunioni che si sono tenute a Erba con gli esponenti di quella Locale.

Provincia

Episodi criminosi in provincia di Como

La città lariana non è di certo la tranquilla meta turistica che si pensa: sono stati molti gli episodi di intimidazione che hanno visto protagonisti negozianti, imprenditori e cittadini. Solo tra il 2006 e il 2010, per restare in epoca recentissima, sono stati ben trentasei gli atti che si pensa siano riconducibili alla criminalità organizzata, disseminati in tutta la provincia, sia nella Cintura urbana, sia nella Brianza, sia nell’Olgiatese e nell’Erbese[9]. Nel 2010, «in marzo a Erba, Brianza, vengono fatte saltare per aria nella stessa notte due discoteche. Un messaggio chiaro, che non è solo la pretesa del pizzo, ma pretesa di controllo sull’industria del divertimento, sui luoghi dove si mescolano gli ambienti sociali e si fa amicizia con i rampolli della buona borghesia, dove si smercia la “roba” senza rischi. I carabinieri dicono: “E’ stato una lavoro da professionisti”. Gli amministratori locali sono di diverso parere: “E’ stata una ragazzata”»[10]. E a settembre del 2011 una bomba carta esplode davanti ad una trattoria di Olgiate Comasco, la cui deflagrazione si sente anche a ottocento metri di distanza: anche qui i proprietari dicono frasi simili: «Non abbiamo subito né avvertimenti, né richieste di denaro»[11]. Auto e mezzi di lavoro incendiati, spari contro vetrine, auto e case, e anche un omicidio: quello nell’agosto del 2008 di Franco Mancuso per un regolamento di conti. Tanto che, nell’ottobre del 2011, il direttore di Confcommercio Como, Graziano Monetti, si dice preoccupato per ciò che accade[12].

E’ evidente, dunque, come l’omertà si sia fatta largo anche nella provincia lariana e ciò abbia favorito la colonizzazione delle organizzazioni criminali di stampo mafioso.

Bibliografia

  • Dalla Chiesa F., La Convergenza, Milano, Melampo, 2010
  • Gratteri N., Nicaso A., Fratelli di sangue, Milano, Mondadori 2009
  • Portanova M., Rossi G., Stefanoni F., Mafia a Milano, Milano, Melampo 2011
  • Fortunato M., Le organizzazioni mafiose in provincia di Como (1980-2010), tesi di Laurea Triennale, Università degli Studi di Milano

Note

  1. Legge 27 dicembre 1956, n. 1423
  2. Legge 31 maggio 1965, n. 575
  3. M. Portanova, G. Rossi, F. Stefanoni, Mafia a Milano, Milano, Melampo, 2011, pag. 53
  4. Cfr. Relazione sulle risultanze dell’attività del gruppo di lavoro incaricato di svolgere accertamenti su insediamenti e infiltrazioni di soggetti ed organizzazioni di tipo mafioso in aree non tradizionali, 1994[1]
  5. Cfr. Omicron, gennaio-febbraio 1998[2]
  6. Sentenza della Corte d’Appello di Milano, n. 1968/98
  7. N. Gratteri, A. Nicaso, Fratelli di sangue, Mondatori, 2012, pag. 272
  8. Marco Fortunato, Le organizzazioni mafiose in provincia di Como (1980-2010), tesi di Laurea Triennale, Università degli Studi di Milano
  9. Cfr. La Provincia, 7 novembre 2011, pag. 9
  10. F. Dalla Chiesa, La Convergenza, Melampo, Milano, 2010, pagg. 238-239
  11. Cfr. La Provincia, 19 settembre 2011
  12. Cfr. La Provincia, 29 ottobre 2011