È il 12 marzo del 1992, l’europarlamentare democristiano Salvo Lima, leader della corrente capitanata da Giulio Andreotti, viene ucciso dalla mafia a Mondello, località balneare in prossimità di Palermo.
Al momento dell’agguato si trovava in compagnia di altre due persone, il professor Alfredo Li Vecchi e il dottor Leonardo Liggio, a bordo di una Opel Vectra.
Subito dopo essere partiti ed aver percorso un breve tragitto, l’autovettura viene affiancata da una moto di grossa cilindrata con due persone a bordo, una delle quali esplode diversi colpi d’arma da fuoco, inducendo Li Vecchi, che si trova alla guida, a bloccare la vettura. Nel contempo Lima gridava “Stanno ritornando “e tutti e tre gli occupanti si precipitavano fuori dall’abitacolo in cerca di scampo, dirigendosi in senso opposto a quello di marcia dell’autovettura, cioè verso l’Addaura. Li Vecchi e Liggio avevano trovato riparo dietro il cassonetto della spazzatura e si erano accorti che Lima era disteso a terra, bocconi e privo di vita.
Un omicidio ordinato da Totò Riina
Parliamo di un omicidio commesso, per ordine di Totò Riina e di altri componenti della Cupola, dai mafiosi poi diventati pentiti, Francesco Onorato e Giovan Battista Ferrante. Un omicidio che, di fatto, ha aperto la stagione stragista. Si è sempre detto, come si legge in sentenza, che la casuale del delitto sarebbe consistita nella delusa aspettativa di un esito favorevole del maxiprocesso da parte della Corte di Cassazione con la sentenza del 30 gennaio ‘92, nonostante l’impegno che avrebbe assunto Salvo Lima per una più favorevole definizione. In realtà c’era chi intravvedeva qualcos’altro. In una vecchia intervista rilasciata alCorriere della sera, l’allora procuratore nazionale antimafia Piero Grasso disse qualcosa di più e che assieme al verbale inedito, che Il Dubbio ha potuto visionare, potrebbe cambiare la versione dei fatti e rafforzare ancora una volta la pista del dossier mafia-appalti: causale di tutta la stagione stragista.
Pietro Grasso: Falcone e Borsellino erano nemici da bloccare
«Certamente Falcone, come Borsellino, erano dei nemici da bloccare per quello che potevano continuare a fare. Ma l’attentato di Capaci, per le modalità non usuali per Cosa Nostra, fu anche un messaggio di tipo terroristico non tanto eversivo quanto conservativo per frenare le spinte che venivano fuori da Tangentopoli contro una politica che era in crisi».
Queste sono state le valutazioni dell’allora procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso.
«Per noi è lacerante intuire ma non potere ancora dimostrare – ha affermato Grasso – che la strategia stragista sia iniziata prima di Capaci e cioè con l’omicidio Lima. È lì che scattò un segnale, per cui lo stesso Falcone mi disse “Adesso può succedere di tutto”».
Falcone e Borsellino avevano capito che l’omicido di Lima era legato a mafia-appalti
Ma Falcone cosa pensava? Ora sappiamo che sia lui che Borsellino avevano capito che quell’omicidio – e non solo quello – era scaturito dal rifiuto di Lima di intervenire presso la Procura di Palermo, in merito al procedimento nato dal dossier mafia- appalti, che era stato elaborato su impulso di Falcone stesso dai Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno.
A rivelarlo è stato l’allora sostituto procuratore Vittorio Teresi, molti anni dopo conosciuto come uno dei pm del processo sulla presunta Trattativa Stato-mafia.
Parliamo di un verbale di assunzione di informazione del 7 dicembre 1992, in cui viene sentito dal pubblico ministero Fausto Cardella della procura di Caltanissetta.
Il verbale è stato di recente acquisito dalla Corte d’Appello di Palermo per il processo Trattativa oramai alle battute finali.
Anche al maresciallo Guazzelli era stato chiesto di attenuare le indagini
«Insieme a Paolo Borsellino, seguivo le indagini relative all’omicidio del Maresciallo Guazzelli– racconta Teresi innanzi al Pm di Caltanissetta-; a questo proposito riferisco di quanto ho appreso da Paolo Borsellino: il maresciallo Guazzelli sarebbe stato il referente dei Ros e in particolare del generale Subranni nella provincia di Agrigento.
Per questa sua qualità il maresciallo sarebbe stato un giorno avvicinato da Siino Angelo e da Cascio Rosario, nei confronti dei quali il Ros stava sviluppando un’indagine, al fine di indurlo ad attenuare la loro posizione nell’inchiesta».
Teresi prosegue: «Il maresciallo Guazzelli non solo avrebbe rifiutato di interporre suoi buoni uffici presso il Ros, ma addirittura avrebbe trattato in così malo modo il Siino e il Cascio, che il primo, uscito dalla casa del Guazzelli, si sarebbe sentito male».
Ed ecco che Teresi spiega cosa gli raccontò Borsellino, ovvero che «andato a vuoto questo primo tentativo, il Siino si sarebbe rivolto all’onorevole Lima affinché questi intervenisse sul Procuratore Giammanco tramite l’onorevole D’Acquisto al medesimo fine».
Non solo. «Borsellino – continua Teresi – però aggiunse di aver commentato queste notizie con Giovanni Falcone e che anche lui riteneva possibile che potessero avere una rilevanza, non solo ai fini della spiegazione dell’omicidio Guazzelli ma anche di quello dell’onorevole Lima».
Sintetizza Teresi innanzi al Pm di Caltanissetta il 7 dicembre 1992: «In sostanza secondo l’opinione concorde di Paolo e Giovanni, l’onorevole Lima non sarebbe stato in grado o, peggio, non avrebbe voluto influire sulla Procura di Palermo per alleggerire la posizione di Siino (tant’è che questi fu arrestato)».
L’informativa mafia-appalti fu illecitamente divulgata
Come ha scritto l’allora gip Gilda Loforti nella sua ordinanza di archiviazione del 2000, «risulta assolutamente certo che l’informativa del febbraio del 1991, denominata “mafia-appalti”, fu illecitamente divulgata prima della emissione dei provvedimenti restrittivi». Dopodiché inizia a scorrere il sangue.
Il primo a morire – e ora sappiamo che secondo Falcone e Borsellino sarebbe stato ucciso da Cosa Nostra per la questione del procedimento mafia-appalti – fu l’andreottiano Salvo Lima, il 12 marzo 1992. Poi, il 4 aprile successivo, toccò al maresciallo Giuliano Guazzelli, ucciso perché – su esplicita richiesta – rifiutò di stemperare le accuse contro Angelo Siino, ritenuto dai Ros uno degli anelli di congiunzione tra mafia e imprenditoria.
Quindi, come noto, seguirono le stragi di Capaci e di Via D’Amelio.
Riina intercettato al 41 bis: «Ho ucciso Falcone anche per questo»
Come sappiamo, Falcone esplicitò l’importanza del dossier mafia-appalti sul coinvolgimento delle imprese dell’Italia del Nord.
Anticipò tangentopoli, ma con la terza gamba mafiosa, durante il convegno del 15 marzo 1991, provocando la reazione dei fratelli Buscemi che dissero «questo sa tutte cose, questo ci vuole consumare»: parliamo degli imprenditori mafiosi, prestanomi di Totò Riina che volevano impossessarsi delle imprese nazionali. Totò Riina lo dice chiaramente nelle famose intercettazioni del 2013 di quando era al 41 bis.
Ne parla con il suo compagno d’ora d’aria Lorusso.
Si riferisce a Falcone e del perché aveva ordinato l’attentato. È un passaggio della trascrizione “colloquio area passeggio” del 28 settembre 2013.
«Fu un colpo veramente che … Minchia Salvatore te l’ha combinata …. Salvatore …», e poi aggiunge: «Salvatore … il piccolo cosi…si è messo a fare… ride … Minchia si è messo a fare … se sapevo fare il costruttore (imprenditore, ndr).
Ti chiudo là dentro … anche per questo è successo, è successo … è successo». Totò Riina, per dire che è accaduto perché Falcone lo ha definito un imprenditore, l’ha ripetuto per ben tre volte. Per quello è successo, è successo, è successo.
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Deposizione Teresi CL 7.12.92
«Dietro via D’Amelio il dossier mafia-appalti», riaperta l’inchiestaLa procura di Caltanissetta indaga sull’interessamento di Borsellino al dossier mafia-appalti come causa della sua eliminazione. Sentiti già dei testi, tra cui l’ex Ros De Donno
Da qualche settimana la procura di Caltanissetta guidata dal Procuratore capo Salvatore De Luca ha riaperto l’inchiesta sul filone “mafia appalti” come causa scatenante che portò all’accelerazione della strage di Via D’Amelio dove perse la vita Paolo Borsellino e la sua scorta. A rivelarlo è l’agenzia Adnkronos a firma di Elvira Terranova. Le bocche in procura sono cucite, l’indagine è top secret, ma come apprende l’Adnkronos, il pool stragi da qualche settimana sta scandagliando le vicende legate al procedimento del dossier mafia-appalti redatti dai Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno sotto il coordinamento di Giovanni Falcone.
Tutte le sentenze hanno accertato l’interessamento di Falcone e Borsellino a mafia-appalti
I magistrati che coordinano l’inchiesta, tra cui la pm Claudia Pasciuti, guidati dal Procuratore capo Salvatore De Luca, di recente – come rivela l’Adnkronos – hanno anche fatto i primi interrogatori. Compresi quelli top secret. Tra le persone sentite, spicca in particolare il nome del colonnello Giuseppe De Donno. Cioè, colui che allora giovane capitano, condusse l’inchiesta su mafia-appalti con il suo diretto superiore al Ros, l’allora colonnello Mario Mori. Che l’interessamento dei giudici Falcone e Borsellino riguardante il dossier mafia-appalti sia stata una concausa delle stragi, questo è accertato da tutte le sentenze. Quest’ultime hanno individuato un movente ben preciso. Sono diversi i passaggi cristallizzati nelle motivazioni. C’è quello di Giovanni Brusca che, nelle udienze degli anni passati, disse che, in seno a Cosa nostra, sussisteva la preoccupazione che Falcone, divenendo Procuratore Nazionale Antimafia, potesse imprimere un impulso alle investigazioni nel settore inerente la gestione illecita degli appalti.
Falcone aveva compreso la rilevanza strategica del settore appalti
C’è quello del pentito Angelo Siino, che sosteneva che le cause della sua eliminazione andavano cercate nelle indagini promosse dal magistrato nel settore della gestione illecita degli appalti, verso cui aveva mostrato un “crescendo di interessi”. Difatti – si legge nelle sentenze – in Cosa nostra, e, in particolare, da parte di Pino Lipari e Antonino Buscemi, era cresciuta la consapevolezza che Falcone avesse compreso la rilevanza strategica del settore appalti e che intendesse approfondirne gli aspetti: «questo sa tutte cose, questo ci vuole consumare» (pag. 74, ud. del 17 novembre 1999).Ed è proprio quell’Antonino Buscemi, il colletto bianco mafioso, che era entrato in società con la calcestruzzi della Ferruzzi Gardini a lanciare l’allarme anche per quanto riguarda le esternazioni di Falcone durante un convegno pubblico proprio su criminalità e appalti. Un convegno, marzo 1991, dove evocò chiaramente l’inchiesta mafia-appalti che era ancora in corso. Il dossier fu depositato in procura su volere di Falcone stesso il 20 febbraio 1991. Peraltro, anche Giuseppe Madonia aveva manifestato il convincimento che Falcone aveva compreso i legami tra mafia, politica e settori imprenditoriali. Siino, con riferimento all’eliminazione di Borsellino, ha inoltre aggiunto che Salvatore Montalto, durante la comune detenzione nel carcere di Termini Imerese, facendo riferimento agli appalti, gli aveva detto: «ma a chistu cu cìu purtava a parlare di determinate cose».
Borsellino aveva detto a varie persone che quella degli appalti era una pista da seguire
Borsellino, infatti, nel periodo immediatamente successivo alla strage di Capaci, aveva esternato a diverse persone, oltre all’intervista del giornalista Luca Rossi, che una pista da seguire era quella degli appalti. A distanza di 30 anni, però non si è mai fatto chiarezza su un punto. Diversi pentiti hanno affermato che sia Pino Lipari che Antonino Buscemi avevano un canale aperto con un magistrato della procura di Palermo. Alla sentenza d’appello del 2000 sulla strage di Capaci, tra gli altri, vengono riportate le testimonianze di due pentiti. Una è quella di Siino: «Sul punto, Angelo Siino, il quale, pur non rivestendo il ruolo di uomo d’onore, ha impostato la propria esistenza criminale, all’interno dell’ambiente imprenditoriale-politico-mafioso, ha evidenziato di avere appreso che Pino Lipari aveva contattato l’onorevole Mario D’Acquisto affinché intervenisse nei confronti dell’allora Procuratore della Repubblica di Palermo, al fine di neutralizzare le indagini trasfuse nel rapporto c.d. “mafia-appalti” e in quelle che si potevano stimolare in esito a tali risultanze».
I Buscemi avevano ceduto fittiziamente le imprese al gruppo Ferruzzi
Le motivazioni riportano anche la versione di Brusca: «Quanto ai rapporti tra i fratelli Buscemi, il gruppo Ferruzzi-Gardini e l’ing. Bini, Brusca ha evidenziato di avere appreso da Salvatore Riina che, a seguito della legge Rognoni-La Torre, i Buscemi avevano ceduto fittiziamente le imprese (la cava Bigliemi e una Soc. Calcestruzzi) al gruppo Ferruzzi; che Antonino Buscemi era rimasto all’interno della struttura societaria come impiegato; che l’ing. Bini rappresentava il gruppo in Sicilia e la Calcestruzzi S.p.A.; che i fratelli Buscemi si “tenevano in mano…… questo gruppo imprenditoriale in maniera molto forte” e potevano contare sulla disponibilità di un magistrato appartenente alla Procura di Palermo, di cui non ha voluto rivelare il nome; che Salvatore Riina, in epoca precedente all’interesse per l’impresa Reale, si era lamentato del fatto che i Buscemi non mettevano a disposizione dell’intera organizzazione i loro referenti».
Dal 2018 Il Dubbio si interessa alla vicenda del dossier mafia-appalti
Il Dubbio, fin dal 2018, ha condotto una inchiesta giornalistica sulla questione del dossier mafia-appalti. “Mandanti occulti bis” dei primi anni 2000 a parte, in questi lunghissimi anni non sono mai state riaperte le indagini nonostante siano venuti fuori nuovi elementi come le audizioni al Csm di fine luglio 1992 doveemerge con chiarezza che cinque giorni prima della strage, il giudice Borsellino partecipò a una assemblea straordinaria indetta dall’allora capo procuratore capo Pietro Giammanco. Una assemblea, come dirà il magistrato Vincenza Sabatino, inusuale e mai accaduta prima. Dalle audizioni di alcuni magistrati emerge che Borsellino avrebbe fatto dei rilievi su come i suoi colleghi, titolari dell’indagine, avrebbero condotto il procedimento. Addirittura, come dirà il magistrato Nico Gozzo, si sarebbe respirata aria di tensione.
Gli omicidi di Salvo Lima e del maresciallo Guazzelli per Borsellino sono legati a mafia-appalti
Ed è lo stesso Borsellino, come si evince dalle parole dell’allora pm Vittorio Teresi nel verbale di sommarie informazioni del 7 dicembre 1992, a dire che a suo parere sia l’omicidio su ordine di Totò Riina dell’europarlamentare Salvo Lima che quello del maresciallo Guazzelli sono legati alla questione del dossier mafia-appalti perché si sarebbero rifiutati di intervenire per cauterizzare il procedimento mafia appalti. Da tempo sia Fiammetta Borsellino che il legale della famiglia Fabio Trizzino, chiedono di sviscerare cosa sia accaduto nel biennio del 91-92 all’interno del “nido di vipere”(definizione di Borsellino riferendosi alla procura di Palermo) e soprattutto quando fu depositata la richiesta di archiviazione del dossier mafia-appalti mentre – come ha detto l’avvocato Trizzino al processo depistaggi – «stavano ancora chiudendo la bara di Paolo Borsellino e dei suoi angeli custodi».
Damiano Aliprandi – IL DUBBIO 29 luglio, 2022 Aggiornato, 23 febbraio, 2023
Teresi: “Nel ricordo di Falcone e Borsellino, nessuna trattativa”
di Vittorio Teresi*
Sono magistrato dal 1979; lavoro alla Procura della Repubblica di Palermo dal 1987, con una parentesi di alcuni anni alla Procura Generale della stessa città, quindi ho vissuto in prima persona tutti i drammi di quegli Uffici giudiziari. Ero di turno il giorno della sentenza del maxi processo contro Cosa Nostra, e quindi mi trovavo all’aula bunker per assistere alla lettura del dispositivo della sentenza (per eseguire le eventuali scarcerazioni che la Corte avrebbe potuto disporre). Ho respirato l’aria del successo, l’ebrezza della “vittoria”, quando la Corte condannò tutti i componenti della commissione mafiosa alla pena dell’ergastolo e moltissimi altri associati a centinaia di anni di carcere.
C’era pure Giovanni Falcone; il suo lavoro e quello dell’intero pool antimafia aveva avuto il riconoscimento che pochi speravano di ottenere. In quei giorni si parlò, sottovoce, della sconfitta definitiva della mafia, della liberazione della Sicilia dal condizionamento criminale che quella organizzazione aveva imposto per due secoli. Era il coronamento del sogno di quei valorosi magistrati che con professionalità, ed inimitabili capacità ed intuito avevano costruito giorno per giorno, affrontando non solo rischi personali elevatissimi, ma anche attacchi di ogni genere e isolamento, delegittimazione, insulti.
Poi tutto tornò alla “normalità”. Quando Giovanni Falcone si vide rifiutare la nomina al posto di Consigliere Istruttore, per succedere a Nino Caponnetto si capì che lo Stato non era ancora pronto per dare l’ultimo colpo finale e decisivo contro la mafia. Si doveva continuare a sopravvivere ed a fare sopravvivere la holding “mafia” nelle sue componenti politiche, imprenditoriali ed economiche, che ancora non erano state intaccate, ma solo leggermente lambite dall’intervento giudiziario. Si conosce l’esito della esperienza della conduzione del consigliere che venne nominato al posto di Falcone (grazie ai giochi ambigui di quel “giuda” evocato anni dopo da Paolo Borsellino). Le indagini furono frammentate e dissolte in mille rivoli, e nessuno dei processi celebrati nelle altre sedi giudiziarie fu mai in grado di ricostruire e affermare la granitica unità e compattezza di Cosa Nostra, né di venire a capo delle diffuse ed endemiche collusioni con i centri di potere politico istituzionale che facevano (e fanno) di quella organizzazione la più potente holding del crimine del mondo occidentale. L’esperienza di Falcone prima e di Paolo Borsellino dopo, presso la Procura della Repubblica di Palermo quali Procuratori Aggiunti, sotto la direzione di un Procuratore Capo palesemente schierato con coloro che non condividevano i metodi, gli ideali e soprattutto la determinazione dei due, è ormai nota a tutti. Forse, però, pochi sanno che il giorno dei funerali di Salvo Lima il Procuratore fu fortemente tentato di essere presente, e solo i consigli saggi di un fedele Sostituto lo dissuasero da quella sciagurata partecipazione. Sotto la sua gestione che si caratterizzò per le scelte di isolamento e mortificazione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, vennero consumate le stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Subito dopo, grazie anche alla forte reazione di un manipolo di magistrati di quell’ufficio (tra cui io stesso) che denunciarono la sua inadeguatezza, il Procuratore venne trasferito e non se ne sentì più parlare.
Oggi possiamo sintetizzare quel drammatico arco temporale in poche righe, ma sulla mia pelle e su quella di tutti quei magistrati che vissero quelle esperienze, sono rimaste le piaghe. Tra la morte di Lima e la strage di Via D’Amelio si sono verificate cose assolutamente impensabili. In quei mesi si è, in qualche modo, forgiata l’impronta di uno Stato succube ed impotente contro la mafia, dello Stato-mafia. Si è definitivamente affermata la logica della ineluttabile necessità di convivere e co- gestire il potere con la mafia. Oggi ripensando alla frase di quel Ministro che diceva che la gente doveva abituarsi all’idea della necessità di questa convivenza, mi convinco che, al di là della battuta infelice che fu da molti stigmatizzata, quel Ministro la dovesse sapere proprio lunga!
Potremmo fare un salto di venti anni e venire ai nostri giorni. Ma sarebbe un insulto allo splendido lavoro che, sul piano giudiziario della lotta alla mafia, venne svolto dalla Procura di Palermo negli anni successivi alle stragi. Quel decennio è stato caratterizzato da una straordinaria serie di successi investigativi e giudiziari contro Cosa Nostra. In un recente articolo Gian Carlo Caselli (Procuratore della Repubblica di quel periodo) ha efficacemente ricordato quei successi, e la quantità di latitanti arrestati, di mafiosi condannati, di omicidi svelati, di collaboratori di giustizia che facevano la fila per parlare con i magistrati di quella Procura; e poi ancora dei patrimoni confiscati per migliaia di miliardi, gli arsenali sottratti alla mafia, il numero di ergastoli e di anni di carcere comminati all’esito dei numerosissimi processi imbastiti. Eppure ancora oggi dobbiamo sentire negare quei successi, in nome di una incomprensibile presa di posizione che sembra una guerra di posizione, per alimentare una polemica forse un po’ miope che non serve ad aiutare la ricerca della verità ed a capire il perché di quei drammatici avvenimenti. Quelli sono stati anche gli anni dei processi contro esponenti politici di primo piano, nel panorama politico nazionale e regionale, di esponenti di vertice delle forze dell’ordine. Molti ci hanno rimproverato per avere osato portare alla sbarra quelle persone, molti continuano oggi a rimproverarcelo. Ma sono convinto che all’esito di quella stagione il bilancio sia assolutamente positivo, se è vero come è vero, che solo la prescrizione ha salvato il senatore Andreotti dalla condanna per le sue attività di collateralismo mafioso almeno fino al 1980, se un altro senatore (Inzerillo), è stato definitivamente condannato per concorso in associazione mafiosa, se Contrada è stato condannato in via definitiva per lo stesso reato, se Dell’Utri (condannato in primo e secondo grado) è in attesa del nuovo processo di appello, sempre per fatti di collusione mafiosa. Si tratta di esiti processuali che vanno molto al di là del loro significato giudiziario, perché hanno segnato un’intera epoca, dimostrando alla gente, ai cittadini per bene che le collusioni sempre denunciate da chi si occupa di criminalità organizzata, non erano invenzioni di PM visionari che intendevano sovvertire l’ordinamento democratico per via giudiziaria; ma si trattava di analisi serie e concrete fondate su fatti precisi e sulla approfondita esperienza e conoscenza del fenomeno mafioso, in tutte le sue articolazioni. Grazie a quelle sentenze, ed anche alle numerose sentenze di assoluzione intervenute nei confronti di altri esponenti politici, oggi possiamo affermare che la mafia vive della gestione del potere sul territorio in cui opera, e che la gestione di questo potere non è sempre parallela a quella dello Stato ma troppo spesso è stata ed è convergente.
Ma ci si potrebbe chiedere cosa lega quei fatti di vent’anni fa con i fatti di oggi?
In occasione dell’incontro organizzato il 22 agosto scorso dal “Fatto Quotidiano” con i giornalisti della stampa straniera, nella sede del circolo della stampa estera di Roma, un giornalista danese ha chiesto proprio se quelle vecchie storie non fossero da considerare “archeologia”, e ha posto il problema, estremamente serio, della loro attualizzazione. Innanzi tutto bisogna considerare che una democrazia compiuta non può sopravvivere se non scaccia i propri fantasmi; la questione che si incentra sulla ricerca delle responsabilità di un patto scellerato tra pezzi delle istituzioni dello Stato ed una delle più potenti e pericolose organizzazioni criminali esistenti nel mondo occidentale, non può mai essere considerata archeologia. Si tratta, infatti di verificare fino in fondo la reale capacità dello Stato di contrastare, disarticolare e definitivamente eliminare la mafia. Questa capacità, per il passato, il presente ed il futuro, non può mai e non deve passare attraverso le “trattative, gli accordi sottobanco, i compromessi. Perché questi metodi finiscono sempre per prendere in considerazione le “richieste” della controparte, che in uno spirito di autoconservazione, tenderà ad ottenere quanto necessario per perpetuare la propria sopravvivenza, e non potrà mai trattare la propria definitiva sconfitta. Quindi essa sarà considerata come un interlocutore capace di venire a patti con uno Stato al cui interno pretenderà di esercitare sempre e comunque una propria fetta di dominio. Quindi le “trattative” sono, in ultima analisi, una rinuncia alla sovranità dello Stato; essa porterà alla definitiva affermazione dello Stato-mafia, che non essendo in grado di sconfiggere (o non volendo sconfiggere) la componente criminale decide di conviverci, con un patto di non belligeranza che, alla lunga non potrà e non sarà mai rispettato dalla mafia in quanto essa si nutre e si perpetua attraverso l’accumulo di ricchezze e del controllo del territorio. La sua natura è per forza di cose belligerante, e non rinuncerà mai alla egemonia di fette di territorio nelle quali pretenderà sempre di esercitare il controllo assoluto. Le “trattative” sono quindi una cessione di pezzi di territorio e un abbandono dei cittadini ivi residenti alle regole della mafia. Detto questo possiamo anche dire che non è ancora tempo per consegnare le vicende delle stragi del 1992-93, alla storia ed agli storici, ma esse vanno ancora trattate dalla cronaca, fino a quando non saranno del tutto svelati i misteri che vi stanno dietro. Quei fatti vanno ancora scritti nelle sentenze dei giudici e non nei libri di storia
* procuratore aggiunto di Palermo e segretario dell’Associazione nazionale magistrati di Palermo.
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