Il rapporto tra il collaboratore e il suo nucleo familiare riveste un’importanza fondamentale.

 

 

 

 

Un caso che ho trattato mi pare estremamente esaustivo per farlo capire. A margine dell’udienza di venerdì 7 giugno 1996 del processo nei confronti degli imputati della cosiddetta strage di Capaci del 23 maggio 1992, mi si avvicinò il maresciallo Cimino dei Carabinieri, incaricato di sorvegliare i detenuti nelle gabbie e che nei mesi precedenti avevo visto spesso nell’aula bunker di Caltanissetta, e mi comunicò a bassa voce che l’imputato Calogero Gangi aveva l’esigenza di parlarmi con urgenza (…) circa un’ora dopo incontrai quel mafioso di lungo corso a sedersi e gli chiesi perché avesse voluto parlarmi. Mi disse che voleva collaborare e che voleva farlo con me. Gli chiesi perché avesse deciso di rivolgersi proprio a me. La sua risposta fu immediata: “Mi fido di lei. Ho visto il suo impegno. Sono convinto che lei è onesto”.
E aggiunse: “Io le sto affidando la vita dei miei figli e di mia moglie”.
Le rivelazioni di Ganci furono precise e di straordinaria utilità per la ricostruzione dell’attentato di Capaci e per numerosi delitti eccellenti fino a quel momento rimasti avvolti in una cortina di mistero.
La sua collaborazione produsse effettivamente un effetto di trascinamento su altri uomini d’onore di rango, segnando l’inizio della stagionerebbe: ne più feconda del pentitismo, come aveva predetto.
Organizzai anche quanto necessario per fargli incontrare in una località sicura e protetta la moglie Isabella, che voleva a ogni costo vedere prima possibile per confessarle una tragica verità con la quale aveva convissuto per troppi anni.
L’incontro avvenne il lunedì successivo.
Drammatica era la circostanza e tragiche le verità che Ganci doveva rivelare. Mi recai nella sede del comando regionale dei Carabinieri di Palermo.
Entrai con alcuni ufficiali dell’arma dei Carabinieri in una stanza, posta al terzo piano, chiusa sul lato d’ingresso da un’ampia vetrata trasparente, che consentiva di vedere e sentire nitidamente ogni cosa si svolgesse all’interno.
Venne portato Calogero Gangi. Gli feci togliere le manette.
Dopo pochi minuti, sbucò da una porta una giovane signora di bella presenza, con tratti tipicamente mediterranei: era Isabella Anselmo. I due si sedettero l’uno accanto all’altra.
Ganci cominciò a parlare e informò la moglie di aver deciso di collaborare con la giustizia.
Isabella Anselmo
accusò il colpo, ma reagì con compostezza. E iniziò il dramma. Il boss della Noce guardò in volto la moglie e disse: “Ho ucciso anche tuo padre”, con un accenno di singhiozzo.
Abbassò lo sguardo e si coprì il volto con le mani. Isabella Anselmo rimase senza parole, incredula, smarrita e inorridita, si aggrappò a quelle mani, tirandole a sé quasi a voler liberare il marito da una maschera, forse per avere la conferma – guardandolo negli occhi – che le stesse dicendo la verità. Vincenzo Anselmo era un mafioso della famiglia di Danisinni, guidata da Salvatore Spina, imparentato con i Ganci e gli Spina, che si era trovata nella guerra di mafia dalla parte sbagliata.
Isabella Anselmo comprese lo strazio e decise di condividere la scelta del marito: “Tu sei mio marito e io ti seguirò”. Calogero Gangi la strinse a sé (…) Più difficile fu convincere il loro unico figlio maschio. All’epoca aveva undici anni. Non voleva andare via dalla Noce, non voleva riabbracciare il padre, non sopportava di avere accanto i carabinieri.
La moglie e i loro due figli sono entrati nel programma di protezione, il percorso collaborativo lineare.
L’episodio consente di capire quanto sia rilevante la componente familiare nella scelta e nel mantenimento del proposito di collaborare. Poter contare sull’unità e la condivisione della scelta da parte della famiglia di sangue è estremamente importante anche perché consente di avere serenità. Perciò, il tema dei familiari e, soprattutto, dei figli minori deve costituire un momento centrale del percorso collaborativo. 

Da “Pentiti. Storia, importanza e insidie del fenomeno dei collaboratori di giustizia”  di Luca Tescaroli, procuratore aggiunto di Firenze Luca Tescaroli.


La ricostruzione avvincente da una prospettiva inedita dell’ultimo quarantennio della storia criminale della Nazione. Il volume ripercorre il lungo cammino che ha portato a introdurre una normativa premiale per proteggere e assistere efficacemente chi collabora seriamente con la giustizia nel nostro Paese.
Solo il sangue versato da molti esponenti delle istituzioni e, soprattutto, da magistrati, le uccisioni di chi ha rotto il silenzio e ha eroso il muro dell’omertà e le numerose vendette trasversali nei confronti dei suoi cari hanno consentito la regolamentazione, rievocata nelle linee essenziali, di una materia estremamente delicata come quella dell’uso dei collaboratori e dei testimoni di giustizia.
Uno strumento di fondamentale importanza che ha consentito di raggiungere straordinari risultati nel contrasto del fenomeno del terrorismo e della criminalità organizzata, ma che presenta, al contempo, numerose insidie e criticità.