11 FEBBRAIO 2004 – ATTILIO MANCA, “SUICIDATO” DOPO AVER OPERATO PROVENZANO ?

 


9.9.2022 “QUEL SUICIDIO ERA IMPOSSIBILE” L’ANTIMAFIA RIAPRE IL CASO MANCA

Salvo Palazzolo su Repubblica del 09/09/2022
È ancora uno dei grandi gialli italiani, la morte di Attilio Manca, il giovane urologo siciliano trovato cadavere nella notte tra l’ 11 e il 12 febbraio 2004 a Viterbo, dove lavorava da poco meno di due anni.
La commissione parlamentare Antimafia ha riaperto il caso e dopo una lunga indagine ha approvato all’unanimità una relazione che spazza via definitivamente l’ipotesi dell’overdose e rilancia la tesi sempre sostenuta dalla famiglia: «Questa è una storia oscurata dall’ombra della mafia — dice la deputata Piera Aiello, testimone di giustizia, prima firmataria della relazione — è oscurata soprattutto dall’ombra di Bernardo Provenzano, che proprio da Attilio, giovane e brillante urologo, si sarebbe fatto operare in Francia. Per assicurarsi il suo silenzio, lo avrebbe fatto uccidere».
La relazione ripercorre la dettagliata audizione del tossicologo Salvatore Giancane, che non ha utilizzato mezzi termini: « Ci sono tante stranezze in questa presunta overdose volontaria».
L’esperto nominato dalla famiglia dice: «Sul cadavere c’erano solo i fori delle due somministrazioni, non venne repertato nessun altro segno di pregresse venipunture».
Forse Manca assumeva occasionalmente eroina? Il tossicologo l’ha escluso: «L’eroina è una sostanza che aggancia e prima o poi si sviluppa una forma di dipendenza: è difficile che si rimanga assuntori occasionali per tutta la vita.
Sicuramente Manca non rientrava nel profilo degli assuntori abituali, soprattutto per un fatto di funzionamento, ossia era un brillante chirurgo, addirittura aveva importato in Italia tecniche operatorie innovative dall’estero: un assuntore abituale di eroina non raggiunge questi traguardi».
La famiglia aveva chiesto la riesumazione del cadavere: «Si sarebbe potuto fare un esame del capello», ha proseguito Giangrande. Altra stranezza: «Sulle siringhe ritrovate non sono presenti le impronte digitali di Attilio Manca».
Su questi temi aveva indagato anche la commissione Antimafia presieduta da Rosy Bindi, mettendo in evidenza «i segni delle punture di eroina rinvenute sul braccio sinistro, incompatibili con il mancinismo puro di Manca».
E poi: «Non c’era alcuna impronta del medico su una delle due siringhe usate per iniettare l’eroina». Tutti i suoi amici e colleghi l’hanno ribadito: Attilio Manca non faceva uso di droghe.
«Dopo l’ultima archiviazione della Procura di Roma, arrivata nel 2018 — spiega Piera Aiello — è caduto uno dei pilastri su cui si fondava il provvedimento: la sentenza di condanna di Monica Mileti, la donna ritenuta responsabile di aver ceduto la dose di eroina che si sarebbe rivelata fatale per l’urologo». Il 16 febbraio 2021 la terza sezione penale della Corte d’appello di Roma ha assolto la donna con la formula «perché il fatto non sussiste», sentenza diventata definitiva perché la procura generale di Roma non ha proposto ricorso in Cassazione.
L’avvocato della famiglia, Fabio Repici, presenterà presto una nuova istanza alla Procura di Roma.
Per sapere di più su un’intercettazione di fine 2003, emersa di recente sulla stampa: i gregari di Bernardo Provenzano, allora ancora latitante, avrebbero detto che bisognava « fare una doccia » a un medico, di cui non viene mai fatto il nome, per aver negato le cure al boss.
Esiste davvero questa intercettazione?
La famiglia Manca chiede soprattutto che vengano valorizzatele dichiarazioni del collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico: «Ha spiegato che l’assassinio dell’urologo barcellonese è un delitto compiuto in sinergia da Cosa nostra e da apparati deviati dello Stato, in uno scenario tipicamente piduista», dice l’avvocato Repici

RELAZIONE DELLA COMMISSIONE ANTIMAFIA SULLA MORTE DELL’UROLOGO ATTILIO MANCA


Attilio Manca  (San Donà di Piave20 febbraio 1969 – Viterbo11 febbraio 2004)  Fu ritrovato cadavere nella sua abitazione di Viterbo. L’autopsia certificò la presenza nel sangue di eroinaalcol etilico e barbiturici. Il caso fu inizialmente ritenuto un’overdose, poi archiviato come suicidio. I genitori si opposero all’archiviazione sostenendo che il figlio fosse stato ucciso per coprire un intervento subito da Bernardo Provenzano a Marsiglia.[2]

Morto nella sua casa di Viterbo alle 11 di mattina del 12 febbraio 2004. Nel suo polso sinistro furono trovati due fori, mentre sul pavimento fu individuata una siringa.[3] Secondo l’inchiesta effettuata subito dopo il ritrovamento del cadavere si sarebbe trattato di un suicidio, ma la ricostruzione fu contestata dai genitori: Attilio Manca, infatti, era mancino. Inoltre le siringhe trovate non riportano alcuna impronta digitale del medico, che di certo non si sarebbe preoccupato di indossare dei guanti o ripulire gli strumenti se intenzionato a suicidarsi. Dunque, secondo i genitori, se fosse stato lui a farlo, non si sarebbe iniettato la droga nel polso sinistro ma in quello destro.[2] Per questo i genitori non si arrendono e continuano a lottare, per far capire che Attilio Manca fu ucciso e che il suo caso non doveva andare disperso, ma che le indagini devono continuare.

Nel gennaio 2005 furono pubblicate le intercettazioni di Francesco Pastoia, che parlava del viaggio di Bernardo Provenzano a Marsiglia nel 2003.[4] Il 28 gennaio 2005 Pastoia fu trovato impiccato nella sua cella.[5] Secondo la successiva inchiesta dei magistrati, Provenzano sarebbe stato operato alla prostata alla clinica “La Ciotat” da un’équipe composta da Philippe Barnaud e dagli specialisti Breton e Bonin.[6]

Durante questo viaggio, secondo la ricostruzione dei genitori di Manca, l’urologo sarebbe entrato in contatto con il capomafia. All’inizio del mese di novembre del 2003, infatti, il medico sarebbe stato a Marsiglia.[2] Secondo la ricostruzione dei genitori, Manca sarebbe stato contattato dalla mafia di Barcellona Pozzo di Gotto per unirsi all’équipe di Barnaud durante l’intervento a Provenzano.[3] Questa versione, tuttavia, è stata rifiutata dal procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, secondo il quale il boss corleonese sarebbe del tutto estraneo alla vicenda.[6]

Il legale della famiglia, l’avvocato Repici, il 17 giugno 2009 ha dichiarato a Radio24 che le indagini svolte dalla procura di Viterbo sono state lacunose, sia dal punto di vista del controllo delle telefonate, sia dal punto di vista delle indagini vere e proprie, che avrebbero trascurato il ruolo del cugino della vittima Ugo Manca, con precedenti penali legati alla criminalità organizzata.[7] Alla fine del 2008 la procura di Viterbo ha riaperto le indagini.[2]

Il 15 ottobre 2012 per la quarta volta la procura di Viterbo ha chiesto l’archiviazione del caso. Il legale della famiglia Manca ha replicato le teorie della difesa e, supportato da alcune incongruenze investigative, ha affermato che il caso necessita di ulteriori supplementi d’indagine. Nell’ottobre 2013 la famiglia Manca si affida all’avvocato Antonio Ingroia che va così ad assistere il collega Fabio Repici.[8] Il 3 febbraio 2014 il GIP rinvia a giudizio Monica Mileti, la spacciatrice che avrebbe venduto la dose di eroina a Manca per il presunto suicidio.[9]

Il 5 febbraio 2014, a sostegno delle tesi alternative a quella del suicidio, il sito del programma televisivo Servizio Pubblico mostra in anteprima le immagini del corpo senza vita del dottor Manca, da cui risultano alcuni segni di una possibile colluttazione.[10] Nell’ottobre 2015 il pentito Carmelo D’Amico, ex capo dell’ala militare di Cosa Nostra barcellonese, rivela che poco dopo la morte di Manca aveva parlato con Salvatore Rugolo, mandante dell’omicidio di Beppe Alfano, che era infuriato con Rosario Cattafi, capo della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto, perché riteneva quest’ultimo responsabile dell’omicidio di Manca; Cattafi avrebbe chiesto a Manca di operare Provenzano in seguito alle sollecitazioni di un soggetto non precisato, appartenente ai Carabinieri o ai Servizi segreti.[11]

Note

  1. ^ “Ucciso dopo aver curato Provenzano”, in Corriere della Sera, 19 ottobre 2006. URL consultato il 24 marzo 2017 (archiviato dall’url originale il 31 ottobre 2015).
  2. ^ Salta a:a b c d Roberto Puglisi, Lo strano caso del dottor Manca e del signor Troia, in S, , dicembre 2008, p. 34-37.
  3. ^ Salta a:a b Gian Mauro Costa, Barcellona e la sua gemella unite dalla morte di Attilio Manca, in la Repubblica, 27 settembre 2008, p. 24, dorso Palermo. URL consultato il 24 marzo 2017 (archiviato il 25 marzo 2017).
  4. ^ Manca ucciso perché curò Provenzano, su thepopuli.com, 31 maggio 2009. URL consultato il 12 giugno 2009 (archiviato dall’url originale il 25 giugno 2009).
  5. ^ Francesco Viviano, Suicida un fedelissimo di Provenzano, in la Repubblica, Palermo, 29 gennaio 2005. URL consultato il 24 marzo 2017(archiviato il 25 marzo 2017).
  6. ^ Salta a:a b Francesco Viviano, Marsiglia, i medici hanno paura. Non ci ricordiamo del boss, in la Repubblica, 9 giugno 2005, p. 26. URL consultato il 5 novembre 2009 (archiviato il 25 marzo 2017).
  7. ^ Roberto Galullo, Un abuso al giorno, puntata del 17 giugno 2009, su radio24.ilsole24ore.com. URL consultato il 17 giugno 2009 (archiviato dall’url originale il 25 novembre 2008).
  8. ^ Ingroia sarà avvocato della famiglia Manca, in Il Messaggero, 1º ottobre 2013. URL consultato il 24 marzo 2017 (archiviato il 25 marzo 2017).
  9. ^ Mafia: Ingroia, ora giustizia per morte Attilio Manca, in la Repubblica, Palermo, 3 febbraio 2014. URL consultato il 24 febbraio 2017(archiviato il 25 marzo 2017).
  10. ^ Francesca Fagnani, Esclusiva SP: le foto di Attilio Manca, Servizio Pubblico, 5 febbraio 2014. URL consultato il 24 marzo 2017(archiviato il 25 marzo 2017).
  11. ^ D’Amico: Attilio Manca ucciso dai Servizi segreti, Antimafia Duemila, 12 gennaio 2016. URL consultato il 24 febbraio 2017 (archiviato il 15 febbraio 2017).

 


 

«Svolta sulla morte di Attilio Manca. Per l’urologo del Boss pista di mafia» di Fabrizio Peronaci. Un medico affermato già a 34 anni, destinato a un luminoso avvenire nel campo dell’urologia, ma diventato tragicamente famoso per la sua fine: una morte avvolta nel mistero, con due aghi conficcati nel polso e nel gomito, il viso tumefatto e l’atroce sospetto di essere rimasto vittima di un’esecuzione di mafia.

Il giallo di Attilio Manca, l’urologo di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) trovato morto 17 anni fa a Viterbo, torna in primo piano: la terza sezione del Tribunale di Roma ha assolto in appello, perché «il fatto non sussiste», la donna accusata della cessione di eroina, Monica Mileti, che in primo grado era stata condannata a 5 anni e 4 mesi di carcere dai giudici del capoluogo della Tuscia.

Un verdetto ribaltato, che di fatto rafforza lo scenario più agghiacciante, al quale hanno sempre creduto non solo la famiglia ma pezzi importanti della società civile, tanto che il caso Manca nel 2018 è stato affrontato anche dalla commissione parlamentare Antimafia allora guidata da Rosi Bindi. 

Cosa accadde quella maledetta mattina dell’11 febbraio 2004 nell’abitazione viterbese del medico, che viveva da solo?

L’ipotesi è quella di un omicidio compiuto tramite un’«overdose indotta», seguita da una messinscena, perché pochi mesi prima, come rivelato da alcuni pentiti, il dottore era stato segretamente in Francia per operare di tumore alla prostata il boss Bernardo Provenzano, detto «Binnu ‘u Tratturi».

Una trasferta nata in seguito a contatti nella sua terra d’origine: in base a tale scenario, il dottor Manca (noto in Italia nonostante la giovane età per aver eseguito il primo intervento per via laparoscopica) potrebbe essere ammazzato nel timore che rivelasse dettagli sulla latitanza del boss (che sarà arrestato due anni più tardi). La più classica delle «tacitazioni testimoniali».

Adesso, con l’assoluzione della donna accusata di aver procurato l’eroina, un’amica infermiera della vittima, il giallo riprende quindi quota, anche perché non è mai stato dimostrato che il chirurgo si drogasse. I suoi colleghi non avevano notato ematomi sulle braccia né lui aveva evidenziato segni di squilibrio.

«Sono soddisfatto. La mia assistita era rimasta schiacciata in storia in cui non c’entrava nulla», ha commentato l’avvocato Cesare Placanica, difensore dell’imputata.

«La decisione di oggi ha sconfessato l’ipotesi della procura di Viterbo», ha sottolineato l’avvocato Fabio Repici, che rappresenta la famiglia, non ammessa come parte civile.

I punti oscuri di questo inquietante cold case italiano sono numerosi, ma tre in particolare hanno suscitato perplessità. 

Il primo riguarda un elemento ritenuto ininfluente dagli investigatori, fin dall’inizio propensi per l’overdose solitaria in casa, e al contrario considerato centrale sia dai genitori Angela e Gioacchino sia dagli amici dell’urologo: Attilio era pienamente mancino ma i buchi degli aghi si trovavano sul polso e nel gomito sinistri. Possibile? Lo sventurato urologo come aveva potuto iniettarsi, con la mano destra che non utilizzava né per scrivere né per qualsiasi altra attività, le dosi mortali di eroina?

Altro elemento alquanto enigmatico, la mancanza di impronte sulle siringhe repertate, una delle quali presentava persino il tappo «salta-stantuffo». E ancora, qualche settimana fa, hanno fatto discutere le rivelazioni all’Agi dell’avvocato Placanica, che ha difeso con passione la donna ora assolta: «La procura di Viterbo mi aveva detto: Falla confessare perché poi noi lo qualifichiamo quinto comma e il quinto comma si prescrive a breve. Senonché io l’ho spiegato alla mia assistita e lei mi ha detto: Ma io posso confessare una cosa che non ho fatto?».

Un quadro più che mai controverso, insomma. Sul quale si erano già a suo tempo innestate le dichiarazioni di almeno cinque pentiti, ascoltati in vari contesti giudiziari, tutti concordi, secondo quanto riportato nella relazione dell’Antimafia del febbraio 2018, nel dire che «Attilio Manca era stato assassinato dopo essere stato coinvolto nelle cure del latitante Provenzano in Francia».

Giulia Sarti, deputata M5S della commissione Giustizia della Camera, ha così commentato la sentenza: «Cade la falsa pista della droga. Attilio Manca non si è mai drogato e non si è suicidato: è una vittima di mafia». E barlumi di sorrisi, finalmente, anche in famiglia. «Vogliamo verità e giustizia, non possiamo consentire che la memoria di mio figlio venga infangata in modo così indecente», va dicendo da oltre tre lustri la mamma dell’urologo, che da oggi è tornata a sperare. CORRIERE DELLA SERA 17.2.2021

 

Caso Attilio Manca: parla il collega Simone Maurelli 30 Agosto 2020  Intervista di Alessandra Ruffini

Massacro di Stato. «Dopo la morte di Attilio, quando ho visto quelle foto, mi sono sentito male per giorni e ancora adesso non riesco a guardarle. Sono immagini strazianti e credo che nessun medico potrebbe negare che si tratti di un corpo straziato». Perchè è stato ucciso il medico siciliano? Perchè la verità non vuole essere perseguita? Chi si sta nascondendo dietro a questo massacro? Questa è la storia di Attilio Manca, un urologo di fama mondiale. Mancino. Maledettamente mancino. Un eccellente medico, un luminare che usava solo la mano sinistra. Questo particolare ha fregato, parzialmente, i killer di Stato che hanno fatto irruzione nella sua abitazione, a Viterbo, per eliminarlo. Ufficialmente il dott. Attilio Manca si è suicidato. Lo hanno fatto passare per tossico. Il luminare di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) si è iniettato una dose di eroina. Un mix di droghe mortali. Lo hanno ucciso due volte ad Attilio. Povera signora Manca, la madre. Una donna dignitosissima che sta lottando con tuttte le sue forze. Come la madre di Peppino Impastato. Anche lui massacrato e fatto passare per terrorista. Versioni di comodo. Fate pena. Queste stronzate potevate raccontarle un tempo. Lo avete fatto, ad esempio, in occasione del massacro del sindacalista Placido Rizzotto  In quell’occasione, sempre con una siringa, eliminarono un pastorello. L’unico testimone oculare dell’omicidio.  Lo avete fatto con Salvatore Giuliano, con Peppino Impastato, con Pier Paolo Pasolini, con Bernardo Provenzano, con il cugino di Sandokan (Casalesi). E con tanti altri. Siete dei dilettanti.  Ora ciò che dichiarate, anche attraverso i tribunali, resta fuffa. Siete talmente imbecilli che non vi crede più nessuno. Attilio Manca era mancino. Tremendamente mancino. Primo passo falso. E poi come si è suicidato? Si è fracassato da solo il naso, i testicoli? Si è pure legato da solo? La verità verrà a galla, bestie!  Noi continueremo a parlarne, fino alla riesumazione del cavadere di Attilio. Senza tregua. Costi quel che costi. Non avrete scampo.

Abbiamo intervistato il dottor Simone Maurelli, urologo e collega di Attilio Manca ed ora in servizio presso l’ospedale di Orvieto.

Quanto tempo ha lavorato con il dottor Manca e dove? «Siamo stati colleghi presso l’ospedale di Viterbo per circa 2 anni.»

Che medico era Attilio Manca?  «Era un medico scrupoloso, preparato, uno dei primi ad effettuare interventi alla prostata in laparoscopia, un sistema assolutamente innovativo in quegli anni; un professionista capace di effettuare ogni tipo di intervento.»

Eravate solo colleghi o c’era anche una amicizia e una frequentazione fuori dal lavoro?  «Eravamo anche amici, abbiamo fatto molte cose insieme. Ho ricordi stupendi e molti aneddoti mi legano a lui.»

Che uomo era Attilio Manca?  «Attilio era una persona molto generosa con tutti, era un buono. Lo ricordo come una persona, particolarmente solare, allegra,una persona positiva».

Dottor Maurelli la morte di Attilio è stata archiviata dalla Procura di Viterbo come morte da overdose d’eroina, un suicidio secondo gli inquirenti. Lei sa se Manca facesse uso di sostanze stupefacenti?  «Lo escludo categoricamente. Attilio non ha mai avuto nessun tipo di problema o ha tenuto atteggiamenti che si potessero ricollegare alla assunzione di droghe».

Le chiedo un parere da medico: una persona tossicodipendente, o comunque che faccia uso di sostanze, potrebbe operare ed esercitare la professione medica come faceva Attilio Manca?  «Assolutamente no, lo escludo».

La famiglia Manca parla di un viaggio a Marsiglia che Attilio avrebbe fatto per effettuare un intervento su un paziente. Ci sarebbero state anche due telefonate con i genitori nelle quali lo stesso parlava di questa trasferta: ricorda qualcosa a riguardo o se Attilio ne parlò con lei?  «No, non mi ha mai parlato di un viaggio a Marsiglia; era una persona che parlava tranquillamente di tutto ma, come ognuno di noi in alcune cose, era riservato. Non ricordo comunque nessun viaggio.»

Torniamo alla morte di Attilio: la procura di Viterbo ha archiviato il caso come suicidio. Cosa ne pensa?  «Attilio era un uomo che non si sarebbe mai tolto la vita: era brillante, allegro aveva di fronte a sé un grande futuro professionale, una persona serena che amava la vita, aveva molti amici, era anche molto corteggiato dalle ragazze; ricordo che spesso organizzava uscite e mi proponeva di accompagnarlo».

Per ora il caso di Attilio è stato archiviato come morte per overdose come abbiamo detto: ma guardando le foto vediamo il cadavere di un uomo massacrato, con ferite ed ecchimosi su tutto il corpo, il setto nasale rotto perché secondo i rilievi “sarebbe caduto sul telecomando”, a faccia in giù sul suo letto dove è stato ritrovato quel 12 febbraio del 2004. Cosa pensa al riguardo? «Dopo la morte di Attilio,quando ho visto quelle foto, mi sono sentito male per giorni e ancora adesso non riesco a guardarle. Sono immagini strazianti e credo che nessun medico potrebbe negare che si tratti di un corpo straziato».

Eppure l’autopsia parla di overdose. La famiglia insieme agli avvocati Repici e Ingroia, che seguono il caso, stanno chiedendo la riesumazione del cadavere: questo potrebbe far riaprire il caso e far luce sulle reali cause della morte.
«Sono molto amareggiato riguardo a questa assurda vicenda; per me è una ferita ancora aperta, mi tornano alla mente i momenti trascorsi insieme e provo tanto dolore. Sono diventato molto pessimista riguardo a qualche novità sul caso essendo trascorsi molti anni. Viviamo in un paese senza più speranze».

Un altro fatto importantissimo è questo: Attilio era mancino, ma secondo la ricostruzione, si sarebbe iniettato con la mano destra sostanze stupefacenti nel braccio sinistro. Le chiedo, avendo lavorato con lui a stretto contatto intorno al tavolo operatorio, ci conferma quanto affermano familiari ed amici e cioè che Attilio era mancino?
«Assolutamente sì: era un mancino puro, io a scuola dalle suore sono stato costretto ad utilizzare anche la destra, sono un mancino “rieducato”, uso entrambi le mani. Ma lui no, faceva tutto con la sinistra. Ricordo benissimo un gesto buffo che ripeteva continuamente: era solito incrociare il braccio per prendere il telefono con la mano sinistra ma poi utilizzarlo all’orecchio destro, lo faceva sempre».

Dottor Maurelli, quindi, lei esclude l’ipotesi dell’assunzione volontaria di droga da parte del suo amico e collega Manca come invece affermano gli inquirenti di Viterbo?
«Lo escludo nel modo più assoluto perché Attilio non era un drogato: fra l’altro mi torna in mente un episodio mentre parliamo, banale ma significativo. Un giorno Attilio lamentava un fortissimo mal di schiena, eravamo in ospedale e chiese un antidolorifico: ma quando arrivò l’infermiera con un voltaren da iniettare intramuscolo ricordo bene la sua riluttanza a fare l’iniezione e quel suo terrore per gli aghi: un piccolo particolare, ma che dice molto in merito».

Spesso la voce del dottor Simone Maurelli è rotta dall’emozione mentre parla di Attilio: riaffiorano ricordi e momenti di una bella amicizia, che andava oltre alla frequentazione professionale.

Abbiamo provato a contattare anche un altro collega, il dottor Massimo Fattorini che, tuttavia, non ha accettato di rilasciare una intervista per Wordnews.it.
In un vocale su whatsapp, dice di aver già raccontato tutto ciò che sapeva a polizia e giornalisti, ma ribadisce comunque il suo pensiero affermando: «ho sempre ritenuto Attilio non drogato e che non si è suicidato».
Cercheremo in ogni modo di restare al fianco alla famiglia Manca in questo difficile percorso di giustizia e verità sull’omicidio del figlio, anche oggi a distanza di anni.
Fondamentale resta la riesumazione del cadavere del medico siciliano: sono troppi gli elementi che mettono in dubbio una archiviazione del caso per suicidio. Elementi e circostanze, neanche troppo nascosti, che potrebbero contrastare con l’autopsia effettuata dalla dottoressa Dalila Ranalletta, il medico scelto per effettuare l’esame sul cadavere di Attilio Manca. La consulente, che conosceva la vittima (essendo moglie del dottor Antonio Rizzotto, primario proprio del reparto di urologia dove Attilio Manca prestava servizio), durante una intervista televisiva non nascose, fuori onda, alcune sue perplessità collegate al mancato ritrovamento del laccio emostatico che probabilmente un medico “drogato” avrebbe potuto reperire con facilità.
Si tratta, dunque, di un suicidio inscenato per zittire definitivamente Attilio Manca.
Scelto, suo malgrado, come medico per operare Bernardo Provenzano, malato di tumore alla prostata, proprio durante quel viaggio a Marsiglia di cui parlano i familiari e alcuni pentiti mafia?  Chi sa, parli. wordnews.it


Il medico che curò Bernardo Provenzano e fu ‘suicidato’  – La misteriosa morte del giovane, brillante medico la cui unica ‘colpa’ potrebbe essere stata quella di aver operato un personaggio eccellente ricoverato sotto falso nome  di Paolo Borrometi 12 febbraio 2020 AGI

“Verità per mio figlio”. È l’urlo straziante che Angela Manca continua a alimentare. La donna da anni tira fuori tutta la sua rabbia, la sua indignazione, la sua sofferenza, per la mancata verità sulla morte di suo figlio Attilio.

Attilio Manca venne ritrovato senza vita 16 anni fa come oggi (il 12 febbraio 2004) a Viterbo, con il volto tumefatto e nel braccio sinistro due punture, a terra due siringhe senza impronte. In quelle siringhe una miscela mortale a base di eroina. La prima pista che si volle far passare fu quella del suicidio.

Attilio, medico brillante, specialista in urologia con un roseo futuro davanti a sé, “si era tolto la vita”. La tesi venne totalmente contestata dai genitori. Manca era mancino, come avrebbe potuto farsi le punture letali nel braccio sinistro? Ed ancora, le siringhe ritrovate a terra non riportavano alcuna sua impronta: possibile che chi si vuole suicidare si preoccupi di indossare dei guanti o ripulire le siringhe? Ripulirle mentre muore? 

Ed allora perché lo avrebbero ucciso?  Manca è stato indicato da ben cinque collaboratori di giustizia come vittima di mafia. Qualche mese prima della morte del giovane Attilio, Bernardo Provenzano, superboss di Cosa Nostra e fra le menti della “trattativa” fra mafia e pezzi deviati dello Stato, venne operato alla prostata a Marsiglia, in Francia. Esattamente dove si trovava, in quei giorni, Attilio Manca.

Ad Attilio, racconta il pentito Carmelo D’Amico, ex capo dell’ala militare della mafia messinese, si era rivolto il capo della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto, Rosario Cattafi, chiedendogli di operare il boss Provenzano in seguito alle “sollecitazioni di un soggetto non precisato, appartenente ai carabinieri o ai servizi segreti”. Da lì il viaggio di Manca a Marsiglia, confermato dalle intercettazioni del boss Francesco Pastoia che per molti anni aveva organizzato e gestito la latitanza di Provenzano. Nelle intercettazioni Pastoia rivelava che Provenzano fosse stato curato da un medico italiano lì a Marsiglia. Pochi giorni dopo queste intercettazioni, il boss Pastoia fu trovato inspiegabilmente impiccato nella sua cella Insomma, tutti quelli che sapevano del viaggio di Provenzano, in un modo o nell’altro, tendevano a suicidarsi? O forse è meglio dire che “venivano suicidati?”. Angela Manca, insieme al marito Gino ed all’altro figlio Gianluca, da sedici anni chiedono che si indaghi per capire i veri responsabili della morte di Attilio.


L’appello di mamma Angela: mio figlio Attilio Manca ucciso da Provenzano, curò a Marsiglia ma nessun indaga amduemila 22 Febbraio 2020 Intervista di Salvatore Calleri  – Angela Manca. La madre di Attilio. Si batte per la verità sulla morte di suo figlio. Contro i depistaggi. Non si può che essere al suo fianco.

Attilio Manca, un urologo promettente. Quali sono gli elementi che collegano la sua morte alla latitanza e all’operazione alla prostata di Bernardo Provenzano? Attilio era un urologo che sicuramente avrebbe dato lustro alla nazione. Un giovane medico che, a soli 32 anni, ha eseguito il primo intervento al tumore alla prostata per via laparoscopica in Italia e già faceva intravedere un radioso avvenire. Noi eravamo orgogliosi, fieri di lui, ma anche chi gli stava accanto provava stima e affetto. Il professore Ronzoni, primario de Gemelli, diceva “è il ragazzo più brillante che io ho incontrato nella mia carriera, ma anche il figlio che tutti vorrebbero avere”. Noi abbiamo capito che la sua morte era riconducibile a Provenzano, dopo che la Gazzetta del Sud parlò di un urologo che aveva visitato Provenzano nel suo rifugio. In seguito dalla trasmissione “Chi l’ ha visto” abbiamo appreso dell’intervento avvenuto a Marsiglia e ci siamo ricordati delle due telefonate fatte a noi da Attilio, dove ci diceva che si trovava a Marsiglia per vedere un intervento.
Cinque pentiti di mafia e tanti fatti anomali. Come mai, secondo lei, questi ed altri elementi non bastano alle procure per aprire un’inchiesta seria sulla morte di suo figlio? Di solito, dicono i nostri legali Repici e Ingroia, sono sufficienti le dichiarazioni di un pentito per aprire un processo. Per Attilio c’è ne sono stati 5 : Setola, Lo Verso, Lo Giudice, D’Amico, Campo. Soprattutto le dichiarazioni di D’Amico dovevano essere valutate attentamente e tenute in grande considerazione, anche perché ritenuto molto attendibile dalla DIA di Messina. D’Amico ha detto che Attilio è stato ucciso dopo che per interessamento di Cattafi e di un generale legato al circolo Corda Fratres, era stato coinvolto nelle cure del latitante Bernardo Provenzano. Era stato assassinato da esponenti dei servizi segreti deviati e in particolare da un killer, operante per conto di apparati deviati dello Stato, le cui caratteristiche erano la mostruosità dell’aspetto e la provenienza calabrese. Né la Procura di Viterbo, né quella di Roma, guidata da Pignatone, hanno preso in considerazione tali dichiarazioni. A tutt’oggi mi chiedo perché, dal momento che non è mai stato trovato il medico che ha curato Provenzano durante la sua malattia.
Barcellona Pozzo di Gotto: cittadina di persone perbene ma anche dei misteri e delle latitanze. L’11 febbraio, il giorno della commemorazione di Attilio Manca, pare sia rimasto uno dei pochi appuntamenti di contrasto, organizzato dall’ANAAM (Associazione Nazionale Amici Attilio Manca), sulla mafia-massoneria deviata che tiene in un pugno la città? Barcellona è una città dove la maggior parte di persone sono perbene, ma è una città distratta, indifferente. Il problema mafia e massoneria è molto sottovalutato, se ne parla poco. Eppure proprio da Barcellona è partito il telecomando per la strage di Capaci, a Barcellona ha trovato rifugio il mafioso Nitto Santapaola e lo stesso Provenzano. Una relazione del ROS parla di un blitz nel Convento di Sant’Antonio da Padova dove era stata segnalata la presenza di Provenzano. La relazione è stata insabbiato ed i 5 frati presenti nel Convento sono stati trasferiti in massa. Si dovrebbe tenere alta l’attenzione soprattutto nelle scuole, ma purtroppo tutto ciò non avviene. Anche per l’anniversario di Attilio abbiamo avuto tanti giovani studenti venuti da Nicosia, da Patti da Messina ma non da Barcellona.
Di Attilio se ne parla ormai in tutta Italia: è entrato nel cuore di tutti e in molte scuole, sintomo che l’opinione pubblica di questa nazione non ci sta a essere mortificata nella sua intelligenza. Questo le da forza e speranza? Il fatto che la vicenda di Attilio sia ormai conosciuta in tutta Italia, ci dà forza, speranza, non ci fa sentire soli. È bello sapere che tanti giovani stanno lavorando al fumetto dedicato ad Attilio. È stato difficile diffondere la vicenda, dato il silenzio della stampa, ma ci siamo riusciti grazie all’aiuto di pochi giornalisti onesti e coraggiosi, grazie ai 4 libri scritti su Attilio, grazie a persone come Don Ciotti che sin dal primo istante ha compreso che quello di Attilio era un delitto di mafia.
Sedici anni sono abbastanza per ricevere adesso un segnale forte delle istituzioni come nel caso Agostino?Per il delitto Agostino sono trascorsi 30 lunghi anni prima di vedere una flebile luce in fondo al tunnel. Spero che non ne trascorrano tanti anche per noi, perché, data l’età, non potremmo vedere la verità! Tratto da: juorno.it


Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano  «ATTILIO E’ STATO UCCISO». Parla la signora Angela Manca: «Attilio era un urologo eccellente definito da colleghi e superiori un luminare nel suo campo. Fu scelto per effettuare l’intervento alla prostata e curare il boss di mafia, poi catturato nel 2006 nella sua Corleone. Attilio è stato ammazzato per aver operato Provenzano allora latitante».  Alessandra Ruffini  Aug 6, 2020 

Ci sono avvenimenti e circostanze che  condizionano per sempre l’esistenza di alcune persone. Nel caso  della famiglia Manca il loro vivere è stato segnato da ciò che non è avvenuto, cioè la cattura del boss di mafia Bernardo Provenzano che per lunghi anni è stato latitante.
Inchieste e testimonianze stanno svelando verità spaventose riguardo la mancata cattura di uno dei più sanguinosi boss di mafia, come Bernardo Provenzano il cui nome torna predominante nella vicenda di Attilio Manca.

Abbiamo parlato con Angela Manca, madre del medico trovato morto a Viterbo nel 2004. Una morte archiviata dalla Procura di Viterbo come suicido. L’autopsia effettuata sul cadavere di Attilio parla di overdose e certifica la presenza di eroina ed alcool nel corpo del medico siciliano. Ma chi vuole negare la verità?
«Il depistaggio è iniziato da subito, già da quella autopsia effettuata velocemente e senza tenere conto di molti fattori: lividi diffusi, ecchimosi, sangue e quei fori di siringa sul braccio sinistro, mentre Attilio era notoriamente un mancino. Mio figlio era un medico molto apprezzato, non avrebbe mai fatto uso di droghe. Passano gli anni ma nessuno vuole scoprire la verità nonostante contraddizioni e depistaggi che sono sotto gli occhi di tutti

Depistaggi, insabbiamenti, ricostruzioni falsate e, soprattutto, le dichiarazioni di vari pentiti di mafia portano ad un’altra verità almeno per voi della famiglia, per gli avvocati, per chi conosceva Attilio e per chi presta un po’ di attenzione a questa assurda e dolorosa vicenda. 
«Certo. Attilio è stato ucciso, era un urologo eccellente definito da colleghi e superiori un luminare nel suo campo e fu scelto per effettuare l’intervento alla prostata e curare il boss di mafia Bernardo Provenzano, poi catturato nel 2006 nella sua Corleone, dopo anni di latitanza. Attilio è stato ammazzato per aver operato Provenzano allora latitante». 

In questi anni non avete mai smesso di cercare la verità sulla morte di Attilio e, affiancati dagli avvocati Fabio Repici e Antonio Ingroia, chiedete da tempo la riesumazione del cadavere, finora sempre negata. «È un morto che potrebbe “raccontare” tanto: Attilio ritrovato riverso sul letto, semi nudo e con il viso sfregiato. Eppure la riesumazione viene ripetutamente negata». 

Le Istituzioni vi sono state accanto per arrivare a scoprire ciò che realmente è successo ad Attilio? «No, non siamo mai stati ascoltati da nessuno. Siamo stati ricevuti solo dal ministro della Giustizia Bonafede che ci ha dimostrato la sua vicinanza umana e promesso un comunicato sulla vicenda di mio figlio, ma per ora non abbiamo letto nulla». Parlare con la signora Angela è importante anche per conoscere particolari e circostanze che sono in netta contraddizione con la ricostruzione fatta al momento del ritrovamento del cadavere di Attilio.

Cosa c’era di strano nella camera di Attilio? «Un corpo martoriato, il setto nasale rotto (per la caduta sul letto, si è detto), seminudo, con evidenti ecchimosi. Fra le tante cose occorre dire che Attilio era solito togliere il portafogli e le chiavi appena rientrava in casa per riporli in un cassetto. Non lasciava nulla nelle tasche dei pantaloni che sfilava e lasciava in maniera disordinata da qualche parte nella stanza. Quando lo hanno ritrovato indossava soltanto una maglia arrotolata sulla schiena, mentre i pantaloni con le chiavi e il portafogli ancora nelle tasche, sono stati trovati ripiegati e riposti ordinatamente sopra una sedia. Nnessuno indumento intimo, invece, è stato mai ritrovato nella camera. Poi quei fori di siringa sul braccio sinistro, mentre Attilio era notoriamente mancino e quella siringa senza impronte digitali. Tanti elementi che non sono stati considerati». 

Ci racconta dettagli non trascurabili Angela Manca. Anche se la ricostruzione ufficiale, sino ad oggi, ha archiviato la storia del medico siciliano come un tossicodipendente. Nulla di più lontano dalla realtà.  Un incontro, quello di Attilio Manca, con la mafia violenta e sanguinaria di Bernardo Provenzano, che si sarebbe potuto evitare se non ci fosse stata quella parte di Stato deviato che ha portato ad una Trattativa (infinita) con i vertici dell’organizzazione mafiosa e che, ancora oggi, dopo decenni, non permette di far luce sulle stragi e sui troppi morti che gravano pesantemente sulla coscienza di tutti noi. La parte malata delle istituzioni ha proibito, ad alcuni dei suoi uomini, di catturare Riina prima e Provenzano poi, e Matteo Messina Denaro ancora oggi,  lasciandoli vivere tranquillamente nei propri paesi di origine. In quelle terre dove scorre il sangue dei morti ammazzati, nella assoluta certezza di restare intoccabili, come testimoniano molte persone. 

Una rete di protezione fatta di boss e picciotti, di uomini in divisa e politici corrotti che ha garantito latitanze eccellenti e coperture anche oltre frontiera come nel caso di Attilio, massacrato per aver riconosciuto a Marsiglia il paziente scomodo. Si arriverà alla verità secondo lei?
«Stanno trascorrendo troppi anni – dice la signora Angela con la voce rotta dal dolore -. Temo di non vivere abbastanza per vedere finalmente riaffermata la verità per mio figlio e nessuno della politica si sta muovendo in tal senso. Riesumare il cadavere di Attilio potrebbe finalmente chiarire molte cose». 

Oltre a rendere giustizia alla famiglia di Attilio Manca, la verità – sino ad ora negata – potrebbe dare fiducia a chi, ogni giorno, si adopera nella ricerca della verità e nel combattere non solo la mafia con la  lupara ma, soprattutto, per debellare quel malaffare che si mostra con la faccia pulita di funzionari e appartenenti alle istituzioni che, invece, con il proprio operato tradiscono il ruolo ricoperto, la Costituzione, ed un Paese intero.


CLAMOROSA SVOLTA NELL’INDAGINE SULL’OMICIDIO DI ATTILIO MANCA, L’UROLOGO CHE AVREBBE OPERATO A SUA INSAPUTA IL BOSS LATITANTE PROVENZANO E PER QUESTO AVREBBE PAGATO CON LA VITA: Indagati un boss e altri 5 barcellonesi. Medico ucciso da mix di farmaci ed eroina 10 DICEMBRE 2011CRONACA DI MESSINA STAMPA LIBERA  C’è anche un presunto mafioso in carriera tra i sei indagati sospettati di aver fornito la dose letale, composta da un micidiale cocktail di sostanze stupefacenti e sedativi, che nella notte tra l’11 e il 12 febbraio del 2004 uccise nella sua casa di Viterbo il brillante urologo di Barcellona Pozzo di Gotto Attilio Manca. Adesso, dopo l’interrogativo chiaro e inequivocabile posto dal Gip del Tribunale di Viterbo Salvatore Fanti che vuole sapere chi ha fornito la droga che uccise Attilio Manca, il cerchio si restringe ai soli sei indagati tra i quali vi sarebbe anche colui che fornì e iniettò la droga. Il Gip Salvatore Fanti, respingendo per la terza volta la richiesta di archiviazione dell’inchiesta che si protrae senza soluzione da quasi otto anni, ha ordinato alla Procura di Viterbo che per tre volte aveva chiesto il proscioglimento di tutti gli indagati, di stabilire chi tra i sei sospettati sopravvissuti alle reiterate richieste di archiviazione, abbia acquistato, confezionato e magari iniettato il mix di sostanze letali che hanno determinato la terrificante morte di Attilio Manca. Tra gli indagati accusati del reato di “morte conseguente di altro reato”, nel caso specifico la cessione di sostanze stupefacenti, personaggi noti e meno noti che fanno da corollario all’ambiente mafioso di Barcellona Pozzo di Gotto. Tra di essi il presunto boss Angelo Porcino, 55 anni che dallo scorso 24 giugno si trova richiuso in carcere per gli effetti dell’operazione della Dda “Gotha”, perché accusato di far parte a pieno titolo della famiglia mafiosa dei “Barcellonesi”. Porcino da sempre considerato un personaggio insospettabile, godeva della stima e della fiducia dei salotti buoni della Città del Longano, tanto da determinare persino assunzioni di personale nei servizi sociali del Comune di Barcellona, tra cui anche la moglie di un boss che pur restando a casa veniva regolarmente retribuita. Il boss in ascesa controllerebbe in città e nell’hinterland attraverso prestanomi e soci occulti compiacenti, un vorticoso giro delle agenzie di scommesse che hanno finito per mettere in crisi le agenzie ufficiali della Sisal che battono in ritirata con chiusure già avvenute e con paventati pericoli di ulteriori cessazioni di attività. Angelo Porcino fino a qualche anno fa era sconosciuto agli investigatori. Il suo primo arresto avvenne nel 2006 nell’ambito di una tentata estorsione alla cooperativa sociale “Giovanni Biondo” di Barcellona dalla quale, come emissario delle cosche, avrebbe preteso il pagamento di tangenti per le festività comandate in favore delle famiglie mafiose. Per questo l’uomo fu condannato con sentenza definitiva a tre anni di reclusione, già scontati, al termine dei quali ebbe applicata la sorveglianza speciale. Il vero volto del boss in ascesa fu invece rivelato dalle importanti dichiarazioni dell’ex capo del clan dei “Mazzarroti” Melo Bisognano che diede impulso alle indagini sfociate nell’operazione antimafia “Gotha”. Così come hanno accertato gli investigatori, Angelo Porcino solo pochi giorni prima, col pretesto di un consulto medico, avrebbe contattato grazie ai buoni uffici di Ugo Manca, un tecnico di radiologia dell’Asp di Messina, cugino della vittima, l’urologo Attilio Manca. Gli altri indagati per la morte di Manca, per i quali il Gip Salvatore Fanti ha disposto indagini suppletive, sebbene circoscritte all’eventuale cessione di droga al giovane medico che, a giudizio del magistrato, sarebbe morto di overdose dopo essersi iniettato un mix di eroina e medicinali, sono: lo stesso Ugo Manca, cugino della vittima, già imputato e poi assolto nel maxi processo, lo stralcio sul traffico di droiga, “Mare Nostrum” e per il quale la pubblica accusa aveva chiesto una condanna a10 anni di reclusione. Per lo stesso stralcio di “Mare Nostrum” la sentenza divenne subito definitiva in quanto non fu proposto ricorso. Gli altri indagati sono Renzo Mondello, Salvatore Fugazzotto e Andrea Pirri, tutti di Barcellona Pozzo di Gotto. Il sesto è una donna romana, Monica Mileti, la quale era amica dell’urologo. La posizione di altri quattro indagati, colleghi della vittima, è stata invece stralciata e archiviata. Sulla morte misteriosa dell’urologo Attilio Manca, tra i primi in Italia ad aver sperimentato al policlinico Gemelli di Roma l’operazione per laparoscopica sulla prostata, da sempre aleggia l’ombra della mafia e del capo dei capi, il boss Bernardo Provenzano che durante la latitanza aveva bisogno di cure mediche specifiche per questo tipo di patologia. In coincidenza con la presenza di Provenzano a Marsiglia – così come sostengono i familiari dell’urologo –, vi sarebbe stata anche la presenza nella città francese dell’urologo di Barcellona e su questo particolare la famiglia Manca da sempre ha chiesto che fosse fatta piena luce, tanto indicare le rivelazioni fatte da un mafioso morto a sua volta suicida in carcere. La famiglia Manca da sempre chiede come abbia potuto fare Attilio a deviarsi il setto nasale ed a farsi venire quella violenta emorragia dal naso e dalla bocca, se si considera che il corpo del giovane fu ritrovato steso sul letto della sua casa. Tutti fatti sui quali le due precedenti inchieste non hanno fatto piena luce. LEONARDO ORLANDO

La news da viterbooggi.it
VITERBO – C’è anche un noto mafioso tra i sei indagati per la morte dell’urologo Attilio Manca, avvenuta a Viterbo nel febbraio 2004. Si tratta di Angelo Porcino, 55 anni, con una lunga serie di arresti alle spalle, l’ultimo dei quali nel giugno scorso, nell’ambito delle operazioni “Gotha” e “Pozzo 2″, che hanno portato in galera esponenti mafiosi di primo piano: 24, in tutto, le persone arrestate; 150 milioni di euro il valore dei beni sottoposti a sequestro preventivo. L’inchiesta è stata definita storica dal procurato nazionale antimafia Leonida Primicelio e dal procuratore capo di Messina Guido Lo Forte, perché “ha consentito di infliggere un duro colpo alle cosche di Barcellona Pozzo di Gotto e dei Mazzarroti. Tutti gli arrestati, tra i quali Porcino, sono accusati di associazione mafiosa, omicidi, estorsioni, porto e detenzione abusiva di armi, intestazione fittizia di beni e altri delitti, con l’aggravante delle finalità mafiose. Gli altri indagati per la morte di Manca, per i quali il Gip Salvatore Fanti ha disposto indagini suppletive, sebbene circoscritte all’eventuale cessione di droga al giovane medico che, a parere del magistrato, sarebbe morto di overdose dopo essersi iniettato un mix di eroina e medicinali sono: Ugo Manca, Renzo Mondello, Salvatore Fugazzotto, Andrea Pirri e Porcino, tutti di Barcellona Pozzo di Gotto, e Monica Mileti, romana. Le persone nei cui confronti il Gip ha disposto l’archiviazione della posizione, sono invece colleghi e amici di Manca che frequentavano abitualmente casa sua. Ma perche cinque barcellonesi, concittadini del giovane medico, un paio dei quali nemmeno conoscevano personalmente Manca sono finiti sotto inchiesta? Perché come risulta negli atti del procedimento, sono emerse una serie di circostanze sospette, molto sospette, nei loro confronti.

Ugo Manca – cugino di Attilio, tecnico radiologo in servizio in un ospedale di Messina, poco prima della morte del medico gli fece visita a Viterbo, a suo dire per chiedergli un parere su un’operazione di varicocele cui avrebbe dovuto sottoporsi. La sua presenza a Viterbo fu scoperta perché lascio un’impronta palmare nel bagno di casa di Attilio, sulla piastrella sopra il pulsante dello sciacquone del bagno. Lo stesso Ugo Manca tornò a Viterbo dopo la morte del cugino e si recò due o tre volte in procura a sollecitare, a nome dei genitori, la restituzione del corpo di del medico alla famiglia e il nulla osta per sepoltura. Ma i genitori e il fratello di Attilio hanno sempre smentito di avergli assegnato tale compito.

Renzo Mondello – Fu contattato telefonicamente da Ugo Manca decine di volte nei giorni in cui si trovava a Viterbo, ospite di Attilio. Una telefonata, come risulta dai tabulati, durò oltre un’ora. Salvatore Fugazzotto – Nei giorni precedenti la morte, ha chiamato più volte al telefono Attilio, che non conosceva.

Angelo Porcino – Ha telefonato ad Attilio chiedendogli un incontro. La circostanza è confermata da una testimonianza della madre del medico, la quale ha dichiarato che, poco prima di morire, il figlio la chiamò per chiederle informazioni su tal Porcino, che lo aveva contattato telefonicamente, annunciandogli che gli avrebbe fatto visita a Viterbo.

Andrea Pirri – Ha raccontato ad almeno due persone, che lo hanno poi riferito agli investigatori, che Attilio era stato ucciso dalla mafia. Aggiunse che i suoi genitori avrebbero fatto meglio a far cadere il silenzio sulla vicenda e che già avevano ricevuto minacce in tal senso.

Monica Mileti – E’ l’ultima persona, almeno ufficialmente, che ha visto Attilio vivo, il pomeriggio il pomeriggio dell’11 febbraio 2004. Il mattino successivo fu trovato morto nella cucina della sua casa, in via della Grotticella.

La news dal corriere.it
Cinque uomini, tutti di Barcellona Pozzo di Gotto, quasi tutti ritenuti borderline con gli ambienti mafiosi, e una donna romana sono indagati nell’ambito dell’inchiesta sulla misteriosa morte di Attilio Manca, urologo, in servizio nell’ospedale di Viterbo, avvenuta la notte tra l’11 e il 12 febbraio 2004. Ecco perchè il Gip di Viterbo Salvatore Fanti ha disposto un supplemento di indagini a loro carico, ipotizzando il reato di morte come conseguenza di altro delitto. Nella fattispecie la cessione di eroina. Il medico fu ucciso da un mix di eroina e di un potente sedativo.
GLI INDAGATI: Ugo Manca, cugino di Attilio, tecnico radiologo in servizio in un ospedale di Messina nel dicembre 2003 si recò a Viterbo per farsi operare di varicocele. La sua presenza nella casa del medico fu scoperta perchè lasciò un’impronta palmare su una piastrella del bagno. Tornò a Viterbo subito dopo la morte del cugino e tentò di entrare nell’appartamento sotto sequestro. Inoltre, si recò due o tre volte in procura a sollecitare, a nome dei genitori il nulla osta per la sepoltura. Ma i familiari hanno sempre smentito di avergli assegnato tale compito. Renzo Mondello fu contattato telefonicamente da Ugo Manca decine di volte durante i suoi soggiorni a Viterbo, prima e dopo la morte di Attilio. Salvatore Fugazzotto, nei giorni precedenti la morte chiamò più volte al telefono Attilio, pur non conoscendolo di persona. Angelo Porcino, una decina di giorni prima della morte del medico, chiese a Ugo Manca di fissargli un appuntamento a Viterbo. Attilio chiamò la madre chiedendole informazioni su di lui. Non è mai stato accertato se l’incontro sia effettivamente avvenuto e quali fossero le ragioni. Andrea Pirri raccontò ad almeno due persone, che lo riferirono poi agli investigatori, che Attilio era stato ucciso dalla mafia. Aggiunse che i suoi genitori avrebbero fatto meglio a far cadere il silenzio. Monica Mileti, infine, è l’ultima persona, almeno ufficialmente, che ha visto Attilio vivo, il pomeriggio dell’11 febbraio 2004. Il mattino successivo fu trovato morto nella sua casa. Angelo Porcino, 55 anni, tra i 6 indagati per la morte di Attilio, si trova in carcere dal 24 giugno scorso, quando fu arrestato dalla Dia nell’ambito dell’operazione «Ghota» su mafia e politica nel Messinese, assieme ad altre 20 persone. Secondo il pentito Carmelo Bisognano, Porcino fa parte del clan dominante della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto, per la quale gestirebbe il giro delle scommesse attraverso varie agenzie. Prima dell’ultimo arresto si trovava in libertà vigilata dopo aver scontato una condanna definitiva per tentata estorsione ai danni di una cooperativa che gestiva i servizi sociali per conto del Comune di Barcellona Pozzo di Gotto. Ugo Manca, cugino del medico, è un suo conoscente, che Porcino contattò telefonicamente perchè doveva sottoporsi a un’operazione alla prostata e voleva chiedere consigli all’urologo.


COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SUL FENOMENO DELLE MAFIE E SULLE ALTRE ASSOCIAZIONI CRIMINALI, ANCHE STRANIERE  (composta dai deputati: Bindi, Presidente; Attaguile, Segretario, Bossa, Bruno Bossio, Carbone, Costantino, Dadone, Di Lello, Segretario, D’Uva, Garavini, Magorno, Manfredi, Mattiello, Naccarato, Nuti, Piccolo, Piepoli, Prestigiacomo, Sammarco, Sarti, Savino, Scopelliti, Taglialatela e Vecchio; e dai senatori: Albano, Buemi, Bulgarelli, Capacchione, Cardiello, Consiglio, De Cristofaro, Di Maggio, Esposito, Falanga, Gaetti, Vicepresidente, Giarrusso, Giovanardi, Lumia, Marinello, Mineo, Mirabelli, Molinari, Moscardelli, Pagano, Perrone, Ricchiuti, Tomaselli, Vaccari e Zizza).

RELAZIONE SULLA MORTE DI ATTILIO MANCA  (Relatrice: on. Rosy Bindi)

Approvata dalla Commissione nella seduta del 21 febbraio 2018

1. LA MORTE DI ATTILIO MANCA

1.1 – Premessa.  La morte di Attilio Manca è, da anni, al centro di una campagna mediatica secondo la quale il giovane urologo di Barcellona Pozzo di Gotto sarebbe stato vittima di un omicidio maturato in contesti criminali del Messinese collegati all’allora latitante Bernardo Provenzano.

Tra i vari argomenti riportati dalla stampa a sostegno di tale tesi vi è, in particolare, una fotografia della salma di Attilio Manca da cui sembrerebbe che egli, in occasione del suo decesso, abbia subito la frattura del setto nasale, circostanza questa che si porrebbe in termini di incompatibilità con le conclusioni della magistratura che ha sempre ricondotto la morte a una volontaria assunzione di eroina. Da più parti e da diverso tempo, pertanto, si chiede con forza che venga finalmente accertata la verità e sia fatta giustizia.
La Commissione ha inteso cogliere le numerose sollecitazioni in tal senso per offrire il proprio contributo alla ricostruzione dei fatti che, per come rappresentati dalla stampa, e in virtù della diffusione di quella foto, apparivano particolarmente gravi, non solo con riguardo al presunto assassinio in sé, ma soprattutto per il suo scenario complessivo in cui, stando a tali ipotesi, si sarebbero mosse le gerarchie mafiose e si sarebbero ottenuti depistaggi con la complicità delle stesse istituzioni.
Si sono svolte, quindi, diverse audizioni (come quella, in occasione della missione a Messina del 27-28 ottobre 2014, dei genitori del dottor Manca e del loro difensore avvocato Fabio Repici; quelle del procuratore della Repubblica di Viterbo, sentito il 13 gennaio 2015 e il 9 aprile 2015; quella di un altro avvocato della famiglia Manca, Antonio Ingroia, avvenuta in data 8 aprile 2015) e si è acquisita tutta la documentazione dei procedimenti penali che, poi, è stata oggetto di minuziosa analisi e di approfondimento(1).
Con la consapevolezza che non spetta alla Commissione parlamentare antimafia accertare le responsabilità penali, si riporteranno, di seguito, una serie di dati e di valutazioni che possono concorrere a fare chiarezza in un caso così travagliato e dibattuto.

1.2 – Il procedimento della procura di Viterbo sul decesso di Attilio Manca

1.2.1 – L’iter del procedimento Il 12 febbraio del 2004, Attilio Manca, nato il 20 febbraio 1969, veniva rinvenuto cadavere nella sua abitazione di Viterbo La competente procura della Repubblica, in base alle prime risultanze, iscriveva un procedimento penale, inizialmente a carico di ignoti, ipotizzando – non il suicidio e non, dunque, il relativo reato di istigazione al suicidio – ma i delitti di cui all’articolo 73 del decreto del Presidente della Repubblica del 9 ottobre 1990, n. 309 (cessione di stupefacenti), nonché quelli di cui agli articoli 586-589 del codice penale (morte come conseguenza non voluta del delitto di cessione di stupefacenti). Dopo gli esiti dell’esame autoptico (eseguito dalla dottoressa Ranalletta) e di quello tossicologico (eseguito dal dottor Centini), la medesima procura, in data 23 ottobre 2004, chiedeva l’archiviazione del procedimento per essere rimasti ignoti gli autori dei reati ipotizzati.

La difesa dei familiari di Attilio Manca, rappresentati dall’avvocato Repici, proponeva opposizione, che, in data 13 maggio 2005, veniva accolta dal giudice per le indagini preliminari, il quale ha disposto lo svolgimento di ulteriori indagini (tra cui l’acquisizione del traffico telefonico e la redazione di note integrative da parte del medico legale e del tossicologo).
Effettuati questi approfondimenti, la procura della Repubblica di Viterbo, in data 24 gennaio 2006, chiedeva di nuovo l’archiviazione sia dell’originario procedimento a carico di ignoti sia di quello poi iscritto a carico di noti (tra cui Ugo Manca, cugino della vittima, quale possibile cedente dello stupefacente ad Attilio Manca).
Il GIP, tuttavia, accoglieva ancora una volta l’opposizione della difesa e disponeva altre indagini (riguardanti, stavolta, l’esame del DNA sulle cicche di sigarette e sugli strumenti di lavoro ritrovati nell’abitazione del dottor Manca), poi svolte nella forma dell’incidente probatorio.
Nelle more, il pubblico ministero, sollecitato in tal senso dall’avvocato Repici, avviava un altro incidente probatorio (volto a comparare le impronte rilevate nella casa del Manca con quelle degli indagati e delle parti offese), tramite cui si accertava, tra l’altro, che un frammento palmare era attribuibile al suddetto Ugo Manca.
Ultimate queste nuove indagini, la procura, il 20 novembre 2009, avanzava ancora richiesta di archiviazione.
In seguito a un’ulteriore opposizione dell’avvocato Repici, il GIP, il 30 novembre 2011, ordinava l’archiviazione del procedimento nei confronti di alcuni degli indagati evidenziando che: «tutti gli elementi ad oggi acquisiti, anche a seguito degli accertamenti disposti dal GIP sulla scorta delle precedenti opposizioni alle richieste di archiviazione, convergono a confermare l’ipotesi che Manca Attilio sia deceduto per volontaria assunzione di sostanze stupefacenti (..) (mentre) l’ipotesi omicidiaria ad opera di appartenenti alla mafia in collegamento coN Provenzano (..) si fonda su elementi di mera supposizione». Con riferimento, invece, alla posizione dei restanti indagati, il medesimo GIP disponeva di procedere ad altri accertamenti (cioè, stavolta, l’evidenziazione e la comparazione di eventuali impronte papillari sulle siringhe rinvenute nell’abitazione dell’urologo).
Concluse le ulteriori investigazioni, il pubblico ministero richiedeva l’archiviazione del residuo procedimento che il GIP accoglieva con decreto del 26 luglio 2013 ove, ribadendo le precedenti conclusioni, sottolineava che, in base alle risultanze probatorie acquisite, «gli spunti investigativi prospettati (dalla difesa, ndr), per quanto suggestivi, (appaiono) sostanzialmente fondati su illazioni e congetture».

1.2.2 – Le tesi della difesa

I familiari di Attilio Manca, pur convenendo sulla causa della morte, hanno da sempre sostenuto – come si evince sia dagli atti di opposizione all’archiviazione sia dal contenuto delle audizioni rese alla Commissione in occasione della missione a Messina – che l’overdose di eroina sia tutt’altro che volontaria ma sia, invece, l’effetto di un’azione di costrizione da parte di terzi. Più in particolare, l’overdose sarebbe l’escamotage usato per celare l’omicidio dell’urologo, voluto e realizzato da ambienti mafiosi e per motivazioni collegate alla latitanza di Bernardo Provenzano.
I principali elementi, offerti a sostegno di tale impostazione, sono i seguenti:
la foto – diffusa dalla stampa e anche in note trasmissioni televisive, e offerta in visione alla Commissione in occasione della missione a Messina – che ritrae il volto del Manca, già cadavere, insanguinato e con il «setto nasale» deviato (così descritta dalla stampa);
i segni delle punture di eroina rinvenute nel braccio sinistro, incompatibili con il mancinismo del Manca;
le siringhe trovate perfettamente chiuse, con il tappo di protezione;
l’assenza di propositi suicidari in capo al Manca e, di converso, la capacità della vittima, in quanto medico, di dosare l’eroina per evitarne quantità fatali;
l’assenza di materiale per la preparazione dell’eroina e del laccio emostatico per l’endovenosa;
la possibilità che il Manca, prima di morire fosse stato vittima di un tranello e comunque tenuto in ostaggio come dimostrerebbero:
l’assenza di residui di cibo della cena;
l’assenza di biancheria intima sul corpo della vittima;
la porta di casa non chiusa a chiave e le chiavi appoggiate su un mobile anziché inserite nella toppa;


il cambiamento di umore, manifestato da Attilio Manca, nel corso della telefonata intercorsa con il barcellonese Fugazzotto Salvatore, il 10 febbraio pomeriggio, mentre l’urologo era a casa dell’infermiera Mandoloni Loredana, così come poi avrebbe riferito quest’ultima al fratello del Manca;
le strane telefonate effettuate dal Manca, il tardo pomeriggio del 10 febbraio, al suo collega Candidi per chiedere l’indicazione di strade di Roma – che, invece, Attilio avrebbe dovuto ben conoscere – e che, dunque, celavano una richiesta di aiuto;
la strana mancata partecipazione del Manca a un incontro conviviale del reparto di urologia organizzato per la sera del 10 febbraio;
la altrettanto strana telefonata intercorsa con la madre la mattina dell’11 febbraio, quando il giovane chiedeva alla donna di far riparare una moto – che però non necessitava di riparazioni – da utilizzare l’estate prossima, custodita nei pressi di un luogo ove Provenzano avrebbe trascorso la latitanza, come se il medico avesse voluto dare indicazioni su ciò che gli stava accadendo;
la mancata presentazione, la sera dell’11 febbraio, dal dottor Ronzoni a Roma ove era atteso per questioni lavorative;
l’assenza di impronte in una delle siringhe usate per iniettare l’eroina, come se taluno le avesse cancellate;
la presenza dell’impronta, nel bagno, del cugino «mafioso» Ugo Manca. Infatti, sebbene questi fosse stato ospite del cugino Attilio nei primi di dicembre 2003, alla fine dello stesso mese, la madre del Manca aveva effettuato le pulizie di quell’appartamento. Inoltre, l’assenza di impronte di altri soggetti, tra amici e parenti, che anche di recente erano stati nell’abitazione viterbese dell’urologo, poteva far pensare che qualcuno avesse tentato di cancellare le proprie tracce all’interno dell’abitazione.

Circa il movente dell’omicidio si è sostenuto che il Manca, essendo l’unico urologo italiano a operare la prostata in laparoscopia, era certamente stato uno degli operatori a Marsiglia di Bernardo Provenzano. Ma poiché costui aveva intuito di essere stato riconosciuto, aveva poi disposto l’eliminazione del giovane medico.
A conferma di ciò vi sarebbe una telefonata del Manca alla madre nel corso della quale, nello stesso periodo in cui venne operato Provenzano, il figlio comunicava di trovarsi in Francia. Tuttavia, il dirigente della squadra mobile, incaricato delle indagini sul caso Manca, aveva attestato, contrariamente al vero, che Manca in quei giorni era in servizio in ospedale, circostanza questa poi smentita dalla trasmissione Chi l’ha visto?.
Sempre a livello di ipotesi si è anche sostenuto che il Manca potrebbe aver visitato – e non operato – Provenzano e che la sua eliminazione potrebbe essere stata disposta, non dal latitante, ma dalla borghesia mafiosa barcellonese che temeva di essere collegata, dall’urologo, al noto corleonese
In ogni caso, l’uccisione di Attilio Manca sarebbe stata resa possibile con la fattiva partecipazione del cugino Ugo Manca, legato alla mafia barcellonese, e del suo entourage.

1.2.3 – Il ritrovamento del cadavere e lo stato dei luoghi

Attilio Manca, originario di Barcellona Pozzo di Gotto (ME), era un giovane urologo, laureatosi all’università Cattolica di Roma, il quale, secondo diverse dichiarazioni, aveva anche appreso la tecnica della laparoscopia in Francia. Dopo avere lavorato per qualche tempo a Roma, da meno di un paio di anni prestava servizio presso l’ospedale Belcolle di Viterbo. Inoltre, saltuariamente – di solito nei giorni di mercoledì –, collaborava con una clinica romana e con lo studio medico, anch’esso sito a Roma, del dottor Gerardo Ronzoni.
Nella tarda mattinata – dopo le ore 11 circa – del giovedì 12 febbraio 2004, alcuni infermieri dell’ospedale predetto – Fabio Riccardi, Loredana Mandoloni, Maria Rita Mencarelli – e un medico del medesimo nosocomio – Maurizio Candidi –, insospettiti dal fatto che l’urologo non si era presentato al lavoro e non avendo avuto sue notizie nemmeno il giorno prima, si recarono a cercarlo nella sua abitazione viterbese e qui, anche con l’ausilio del personale delle volanti della polizia, lo trovarono morto nel suo letto rilevandone la rigidità cadaverica (cfr. sommarie informazioni testimoniali Riccardi).
Nell’abitazione intervenivano anche:
il medico del 118, subito accorso, che constatava il decesso e ipotizzava, come riferito de relato dalla polizia giudiziaria, che la morte fosse sopraggiunta circa 12 ore prima rispetto al ritrovamento di quel 12 febbraio intorno alle ore 11.30 circa (cfr. annotazione di servizio dell’ufficio prevenzione generale – squadra volante – della questura di Viterbo);
il personale della squadra mobile, incaricato delle indagini; il personale della polizia scientifica, al fine di procedere, nell’immediatezza, ai rilievi tecnici.

Intorno alle ore 14, giungeva anche il medico legale che, procedendo all’ispezione cadaverica esterna, evidenziava:
una rigidità cadaverica già risolta;
ipostasi violacee fisse e non improntabili;
abbondante sangue nel cavo orale e nelle fosse nasali;
un segno di agopuntura nel terzo inferiore dell’avambraccio di sinistra.

  In ogni caso, il cadavere non presentava evidenti segni evidenti di aggressione. Nulla, in proposito, veniva rilevato dal medico del 118 né dal medico legale, né altri segni saranno evidenziati con il successivo esame autoptico. Neanche dalle fotografie dei rilievi tecnici effettuati dalla polizia scientifica, acquisite agli atti della Commissione, si notano lesioni di sorta.
Infatti, diversamente da come si legge dalla stampa:
non sembra possano ravvisarsi segni di legatura alle mani e/o ai piedi;
nelle immagini in cui il cadavere giaceva sul letto, lo scroto non appare anomalo. Solo il giorno dopo, nel corso dell’esame autoptico, è stato possibile rilevare un postumo ingrossamento, spiegabile con fenomeni post mortem;
pure il volto del Manca, fotografato dopo che il corpo dell’urologo era stato girato rispetto alla posizione prona, non presenta palesi lesioni. In particolare, la foto (diffusa in note trasmissioni televisive e offerta in visione alla Commissione durante la missione a Messina) che ritrarrebbe il volto del Manca con il «setto» (rectius piramide) nasale deviato, in realtà, già da sola consente di pervenire ad altre conclusioni.

Un’analisi attenta della fotografia tratta dagli atti processuali, anche attraverso un ingrandimento e guardata tenendo conto che ritrae un viso in orizzontale, consente di notare, attraverso il posizionamento delle narici, che la piramide nasale è perfettamente in asse.
È soltanto un effetto ottico, causato dalle macchie di sangue e dal loro coagulo – sangue collegato, come si dirà, a edema polmonare –, che può fare pensare, a prima vista, che vi sia una frattura, fermo restando che l’eventuale deformità della piramide potrebbe, in ipotesi, essere giustificata con la compressione del naso, per diverse ore, sul materasso (Manca, infatti, è stato trovato, riverso sul materasso).
Tuttavia, ciò che più rileva è che, se si guardano, in sequenza, le altre fotografie scattate sia nell’appartamento, sia l’indomani, durante l’esame autoptico quando il cadavere era stato ripulito dal sangue, si può osservare, nitidamente, che il naso del de cuius è assolutamente integro.
Probabilmente è proprio per questo che, in sede processuale, nessuno ha sollevato alcuna specifica questione sul punto, né è stato mai ipotizzato che il naso, al momento dell’autopsia, fosse stato abilmente «ricomposto» (circostanza altamente improbabile perché avrebbe dovuto richiedere la complicità e il silenzio dei numerosi soggetti intervenuti nell’abitazione dell’urologo prima di ogni possibile manomissione, quali infermieri e medici amici del Manca, il medico del 118, il medico legale, il personale della polizia scientifica, il personale delle volanti e quello della squadra mobile).
Nemmeno l’abitazione presentava segni di intrusione o di anomalie di sorta.
Accedendo, si constatava che la porta di ingresso era chiusa, ma non a chiave, che il riscaldamento era in funzione, che le luci della casa erano spente, eccetto quella della camera da letto ove anche la televisione era accesa ma senza volume.
In tale stanza giaceva il corpo dell’urologo, vestito di una sola maglietta e privo di biancheria intima, riverso sul letto, a pancia in sotto, messo di traverso. Dal volto, compresso sul materasso, era uscitauna notevole quantità di sostanza ematica che si era riversata anche sul pavimento.
Sul letto, perfettamente rifatto, vi erano un telecomando – su cui era poggiato il braccio sinistro del cadavere – e, poco distante da esso, un libro («Maus»).
Ai piedi del letto, si trovavano un paio di pantofole in simmetrica corrispondenza con i piedi del cadavere.
Nella stessa camera da letto si notavano i vestiti del Manca appoggiati in ordine sulla sedia; un comodino con un telefonino lasciato sotto carica, l’orologio da polso accanto, un posacenere sporco ma svuotato dalle cicche – poi rinvenute nel cestino della spazzatura; uno scrittoio con strumenti di lavoro.
Anche il resto della casa, ben tenuta, si presentava in perfetto ordine, e ciò secondo l’indole del Manca, definito dai suoi conoscenti metodico e preciso.
Pure la cucina appariva riassettata, con le stoviglie lavate, alcune messe a scolare. Nel lavabo vi era una caffettiera e nel cestino dei rifiuti una confezione di latte terminata. Osservando, in particolare, il secchio della spazzatura fotografato dall’alto, sembravano essere stati buttati, in ordine, dapprima una bottiglia d’acqua, poi una scatola di latte, poi tovaglioli di carta con le cicche di sigarette, una siringa da insulina usata, chiusa con il tappo di protezione, infine un flacone vuoto di Tranquirit, un tranquillante.
Nel corso del sopralluogo si evidenziava, inoltre, la presenza di:
un’altra siringa usata, uguale alla prima, anch’essa chiusa, trovata per terra, nel bagno;
altre tre identiche siringhe nuove, dentro la loro busta di plastica, rinvenute dentro una valigetta appoggiata su un mobile del soggiorno;
un’altra confezione del farmaco Tranquirit già usata e non terminata, posta all’interno della predetta valigetta.

1.2.4 – I risultati delle analisi scientifiche

1.2.4.1 – L’esame autoptico

Anche dall’esito dell’esame autoptico effettuato dal medico legale, dottoressa Dalila Ranalletta, in data 13 febbraio 2004, alle ore 11 circa, non si rilevavano tracce di aggressione. Si constatava, invece, la presenza di due segni di agopuntura: uno, definito «recente», al «terzo inferiore dell’avambraccio di sinistra» (già rilevato durante l’ispezione cadaverica esterna) e l’altro in prossimità di una vena del gomito sinistro.
Si dava atto che lo stomaco era «parzialmente occupato da materiale poltiglioso» e che era evidente un edema polmonare acuto con emorragie alveolari. Si concludeva, anche in base alle analisi tossicologiche, che il Manca era morto «in seguito ad assunzione per via endovenosa di un elevato quantitativo di eroina» e che il decesso a databile quello stesso 12 febbraio 2004, giorno del ritrovamento del cadavere.
In seguito ai successivi approfondimenti disposti dal GIP, su sollecitazione della difesa, la stessa medico legale correggeva le precedenti conclusioni e affermava che la morte era avvenuta, in via orientativa, tra le 12 e le 48 ore prima del sopralluogo da lei effettuato alle ore 14 circa del 12 febbraio 2004.
Inoltre, integrando la prima relazione, la dottoressa Ranalletta specificava meglio che la fuoriuscita di sangue dalla bocca e dal naso dell’urologo, era dovuta all’edema polmonare; edema, a sua volta, tipico delle morti da overdose di eroina.

1.2.4.2 – L’esame tossicologico

Gli esami tossicologici – effettuati dal dottor Centini – sul materiale sequestrato nell’abitazione, lasciavano evidenziare che le due siringhe presentavano tracce di eroina e che il flacone del farmaco trovato nella spazzatura conteneva effettivamente il medicinale Tranquirit (principio attivo diazepam), utilizzato per gli stati d’ansia. Quelli svolti sui liquidi biologici del Manca (a opera, sempre, del dottor Centini), facevano emergere la presenza nel corpo del de cuius sia di eroina, in quantità da ritenersi letali, sia di diazepam (il Tranquirit) che di alcool etilico, ma entrambe tali ultime sostanze in quantità limitate, cioè prive da sole di causa letale ma idonee a potenziare l’effetto dell’eroina.
Attraverso i successivi approfondimenti sollecitati dal GIP, lo stesso dottor Centini specificava meglio che:
l’assunzione dell’ansiolitico, probabilmente, era avvenuta per via orale e non per via endovenosa;
le dosi dell’ansiolitico assunto potevano qualificarsi come «terapeutiche» e, dunque, non spropositate;
l’assunzione di eroina era avvenuta tra le due ore e mezzo e le tre ore e mezzo prima della morte.

Il dottor Centini, inoltre, nel corso delle note integrative, segnalava che «durante le operazioni di consulenza tecnica si sono ottenuti costanti esiti positivi del test tricologico eseguito sul materiale pilifero prelevato in sede autoptica (…) L’esito positivo del test tricologico, documentato nell’allegato n. 1, va (…) interpretato come dimostrativo di un uso pregresso di eroina, unica responsabile del fatale evento».

1.2.4.3 – Gli accertamenti genetici

Le indagini genetiche svolte sulle due siringhe, dimostravano che le tracce di materiale ematico lì presenti appartenevano al de cuius.
Quelle riguardanti le cicche di sigarette trovate nella spazzatura consentivano di affermare che esse presentavano sostanza biologica esclusivamente del dottor Manca. 
Quelle eseguite sugli strumenti di lavoro rinvenuti nell’abitazione non davano alcun esito.

1.2.4.4 – Gli esami dattiloscopici

Le indagini dattiloscopiche inerenti all’appartamento del Manca, facevano rilevare la presenza di 18 frammenti utili per i confronti: 14 di essi appartenevano allo stesso urologo; altri tre (di cui due rilevati su una custodia di un dvd e uno su una porta smontata sita nel garage), di soggetti rimasti non identificati; un altro ancora, di tipo palmare, ritrovato nel bagno, appartenente a Ugo Manca, cugino di Attilio.
Sulla Mercedes del medico, si evidenziava un’impronta di Monica Mileti, una donna romana, inserita nei contesti degli spacciatori che, come si dirà, Manca era andato a trovare proprio il 10 febbraio, cioè in prossimità della sua morte.
Sulle siringhe, l’esame dattiloscopico, ordinato tempo dopo dal GIP, non consentiva di rilevare, su una di esse, alcuna impronta digitale, mentre evidenziava, sull’altra, un’impronta ma non utilizzabile, per le sue dimensioni, ai fini di una comparazione.

1.2.4.5 – La ricostruzione dei momenti antecedenti alla morte e la datazione dell’exitus

Agli atti del procedimento non si riscontrano dati chiari sulla data del decesso.
Il medico del 118 aveva ipotizzato che il dottor Manca fosse morto circa 12 ore prima del ritrovamento, avvenuto intorno alle 11.30 circa del 12 febbraio 2004.
La dottoressa Ranalletta, invece, nella sua prima consulenza, e pur facendo riferimento a una rigidità cadaverica risolta, riferiva che il decesso era avvenuto quello stesso 12 febbraio 2004. In seguito all’integrazione ordinata dal GIP, il medico legale modificava le sue precedenti conclusioni e affermava che la morte era avvenuta dalle 12 alle 48 ore prima delle ore 14 circa del 12 febbraio, quindi tra le ore 14 del 10 febbraio e le ore due della notte tra l’11 e il 12 febbraio.
Mancano in proposito approfondimenti più specifici mentre, d’altra parte, in nessuno dei provvedimenti si riscontra una ricostruzione di natura logica effettuata attraverso la comparazione dei dati medico-legali, seppur carenti, e le altre emergenze probatorie.
In questa sede, attraverso le dichiarazioni di persone informate sui fatti e i dati del traffico telefonico acquisiti, è possibile stabilire quanto segue.

Martedì 10 febbraio Nella tarda mattinata del 10 febbraio, Attilio Manca si sentiva telefonicamente e scambiava messaggi con Loredana Mandoloni, un’infermiera del medesimo ospedale Belcolle, con la quale intratteneva una relazione sentimentale.Avevano, quindi, modo di discutere della loro eventuale partecipazione alla cena del reparto, prevista per quella stessa sera e offerta da una casa farmaceutica. In particolare, la donna comunicava di essere impossibilitata a presenziare dovendo, in serata, rientrare a Roma dalla sua famiglia. A quel punto, anche Manca decideva di non andarvi, vista l’assenza di lei e del suo amico e collega Fattorini Massimo. Infine, i due decidevano di pranzare insieme, nella casa viterbese della donna, presso la quale Manca giungeva intorno alle 13.30.

Durante la permanenza dalla Mandoloni, Manca si sentiva telefonicamente sia con i genitori sia con l’amico barcellonese Salvatore Fugazzotto – chiamato dallo stesso Manca –, senza che la donna rilevasse nulla di particolare da quelle conversazioni.
Spiegherà lo stesso Fugazzotto che il suo amico Attilio gli aveva telefonato proprio quel giorno, non solo in ragione dei loro continui contatti, ma anche perché era il compleanno dello stesso Fugazzotto, effettivamente nato il 10 febbraio 1969.
Il clima tra Attilio e Loredana era disteso, tanto che il medico aveva scherzato inventandosi di avere un tumore al cervello al fine di apprezzare la reazione dell’infermiera.
Intorno alle 16, Manca decideva di andare via, con la scusa di fare una corsa con la Mercedes da poco acquistata, ma di fronte alla preoccupazione della donna, egli la rassicurava sostenendo che invece sarebbe andato a casa a dormire.
Dopo circa mezz’ora dall’allontanamento di Manca, la Mandoloni gli telefonava e lui riferiva che stava recandosi a Roma al fine di comprare un «film», suscitando lo stupore dell’infermiera la quale gli evidenziava che l’acquisto poteva essere compiuto comodamente a Viterbo senza che occorresse andare nella capitale.
In realtà, la telefonata della Mandoloni avvenne intorno alle ore 17 e, pertanto, se ne ricava che, probabilmente, Manca andò via dalla casa dell’infermiera verso le 16.30.
Da allora intercorrevano con la Mandoloni varie telefonate sino alle 18.45 circa – quando la cella telefonica impegnata dall’utenza di Attilio era quella di Roma- Prati –, e vari sms fino alle 23 circa.
Manca, giunto a Roma o nei suoi pressi, telefonava, alle ore 17.53, al collega Maurizio Candidi al quale, oltre a confermargli che non avrebbe partecipato alla cena del reparto, chiedeva indicazioni per arrivare in via dei serpenti, mentre alle ore 18.01, lo richiamava chiedendogli le strade da percorrere per arrivare a piazza del Popolo.
L’urologo, in realtà, si recava a Roma per incontrare una donna, Monica Mileti – memorizzata nel suo cellulare con il nome di Monique –, come si evince dalle diverse telefonate con lei – a partire dalle 17.20, cella di aggancio Ronciglione –, finalizzate a stabilire il luogo dell’imminente appuntamento.
A dire della Mileti – ma si hanno riscontri con le celle telefoniche –, i due si incontravano intorno alle «17.30-18», sostavano circa 15 minuti in un bar e, subito dopo, Manca dava un passaggio alla Mileti – tanto che una sua impronta veniva poi ritrovata sulla Mercedes dell’urologo – la quale doveva recarsi presso un centro di fisioterapia per sottoporsi ad alcune cure. Si risentivano poi verso le 18.38 poiché, a dire della Mileti, Manca le chiedeva altre indicazioni stradali per raggiungere un bar.
La sera, verso le 20, l’urologo giungeva presso la sua abitazione. Qui incontrava l’infermiere Fabio Riccardi, amico e condomino, il quale stava uscendo per recarsi alla cena del reparto. I due scambiavano qualche parola e il Manca riferiva di essere appena rientrato da Roma e che, sentendosi stanco, non intendeva partecipare all’incontro conviviale.
A partire dalle 20 circa fino alle 23 circa, Manca scambiava diversi sms con il collega Massimo Fattorini e con Loredana Mandoloni. In particolare, l’ultimo sms inviato dal Manca era quello di risposta alla Mandoloni che, sempre tramite messaggio, poco prima gli aveva augurato la buonanotte.

Mercoledì 11 febbraio Per quel mercoledì nessuno lo attendeva presso l’ospedale di Viterbo: i suoi amici e colleghi, ma soprattutto la Mandoloni, sapevano che Manca si sarebbe dovuto recare a Roma dove, di solito, collaborava con il reparto di urologia di Villa Valeria e, dove, soprattutto, intorno alle 19, doveva prestare attività lavorativa presso lo studio del dottor Ronzoni ove era atteso.

Manca, però, non si recava in nessuno di questi posti e, soprattutto, contrariamente alle sue abitudini, non avvertiva il dottor Ronzoni della sua impossibilità a raggiungerlo.
La Mandoloni, conscia del fatto che Attilio Manca potesse essere impegnato a Roma, intorno alle ore 12 gli invia un sms chiedendo di essere richiamata.
Non avendo ricevuto risposta, nel primo pomeriggio iniziava a insistere, ma inutilmente, sia con telefonate che con sms, e ciò sino alle ore 23 circa, tanto da stizzirsi con l’uomo che continuava a non risponderle.
Anche i condomini, per tale data, non avevano sentito voci provenienti dall’appartamento del Manca né avevano avuto modo di notare comunque la presenza del medico.
Quel mercoledì 11 febbraio, dunque, non vi è alcun segno di vita dell’urologo a eccezione di due dichiarazioni alle quali però, ai fini di una possibile datazione del decesso, non può attribuirsi capacità probatoria risolutiva.
Una è della madre del Manca la quale sostiene di avere sentito telefonicamente il figlio intorno alle ore 11 dell’11 febbraio. Tuttavia, di tale telefonata non vi è traccia alcuna né nei tabulati del telefono del medico, né in quelli dei genitori, né nella lista delle telefonate dell’apparecchio telefonico del Manca ritrovato nel suo appartamento.
L’altra dichiarazione è quella di Angela Riondino, abitante nello stesso pianerottolo del Manca, la quale affermava che verso le ore 22 della sera dell’11 febbraio, aveva sentito chiudere la porta di casa del Manca, riferendo dunque una mera sensazione (poiché la donna ben può avere confuso il rumore o avere sentito la porta di un appartamento diverso).
In base alle risultanze finora indicate può dunque affermarsi che fino al 10 febbraio alle ore 23 Manca era in vita (e libero) e che il 12 successivo era morto da, almeno, 12 ore.
Restringere ulteriormente l’arco temporale non è certo facile in considerazione della scarsa affidabilità sul punto della consulenza medico legale.
Qualche ulteriore spunto di riflessione, però, può trarsi in primo luogo dal fascicolo fotografico dei rilievi tecnici effettuati in occasione del ritrovamento del corpo.
Ad esempio, lo stato di deshabillé di Manca, il letto rifatto, la presenza sul letto del telecomando e di un libro, l’unica luce accesa nella camera da letto, il posacenere svuotato, la collocazione nella spazzatura del flacone di Tranquirit sopra la scatola del latte e le cicche, il resto di materiale poltiglioso trovato nello stomaco del Manca (più compatibile, all’apparenza, con gli alimenti di una cena che non con una colazione a base di latte e caffè), possono far ritenere che l’urologo sia morto nella notte tra il 10 e l’11 febbraio, cioè quando si apprestava ad andare a letto e dopo avere inviato l’ultimo sms alla Mandoloni. Ciò è coerente sia con i tempi dell’acquisto di eroina che egli, come si dirà, aveva effettuato nel tardo pomeriggio del 10 febbraio, sia con l’assenza di qualunque risposta agli sms ricevuti già dall’indomani mattina.
In effetti tale ricostruzione ha trovato un particolare riscontro.
La Commissione, ritenendo che la datazione della morte fosse di particolare rilievo, ha cercato di approfondire la questione. Attraverso l’esame del fascicolo processuale e le analisi scientifiche ivi contenute, si è riusciti, come da relazione depositata, a stabilire, con minore approssimazione, il momento del decesso, collocandolo «verso le ore 00.30 dell’11 febbraio 2004»(2).

1.2.4.6 – Il rapporto di Attilio Manca con gli stupefacenti secondo le risultanze del procedimento

Nell’ambito lavorativo viterbese dove Attilio Manca si era da poco integrato, il giovane urologo era conosciuto come un bravo professionista e godeva dell’unanime stima del personale medico e paramedico. Per tale ragione, tutte le persone sentite in tale contesto, dichiaravano di non sapere se egli facesse uso di stupefacenti e, anzi, affermavano di non avere nemmeno mai maturato tale sospetto, anche perché Manca si dichiarava contrario persino all’uso dei farmaci.
Tuttavia, persone a lui molto vicine – come la ex fidanzata Eufrasia Frattarelli, il collega Massimo Fattorini e, soprattutto l’infermiera Loredana Mandoloni –, evidenziavano che l’urologo, nonostante fosse una persona brillante, era soggetto a sbalzi umorali e, talora, si mostrava ansioso e malinconico. Proprio per questo, a dire di un’altra conoscente, Manca, talora, faceva uso di tranquillanti (cfr. dichiarazioni di Roberta Chiaramonti). 
Anche nel contesto di Barcellona Pozzo di Gotto, Attilio Manca veniva descritto dagli amici che lo conoscevano e lo frequentavano sin dall’infanzia – sentiti su delega dalla procura della Repubblica di Messina –, come persona in grado di eccellere in ogni campo e con «capacità intellettive sovraumane». Tuttavia, i medesimi amici, finivano per raccontare che, insieme ad Attilio, si erano avvicinati al mondo degli stupefacenti facendo uso, in età giovanile, di droghe leggere, sino poi a ricorrere, nel periodo universitario, all’eroina.
In particolare, Salvatore Fugazzotto, riferiva che:
dopo avere assunto marijuana per qualche tempo, più tardi, insieme agli amici Attilio Manca, Lelio Coppolino e Guido Ginebri avevano iniziato ad assumere eroina, prima per via aerea e poi per via endovenosa;
ciò accadeva quando già sia Attilio che il medesimo Fugazzotto si erano trasferiti a Roma per iscriversi all’università, il primo alla facoltà di medicina, il secondo a quella di ingegneria;
intorno al 1992, quando Manca non era riuscito per mesi a sostenere gli esami universitari, i due avevano intensificato, a Roma, i loro rapporti – tanto che Attilio dormiva spesso da Fugazzotto – e, in tale stesso periodo, avevano aumentato l’uso di eroina di cui si rifornivano presso spacciatori occasionali;
intorno al 1994-95, Fugazzotto cessava di assumere droghe e rientrava a Barcellona Pozzo di Gotto, recandosi tuttavia in diverse occasioni a Roma ove veniva ospitato, anche per diversi giorni, dall’amico, avendo così modo di apprendere e di constatare che Attilio aveva continuato, almeno sino al 2000, a fare uso di eroina che, però, preferiva acquistare da tale Monique, poi identificata in Monica Mileti;
Attilio, comunque, era capace di evitare l’eroina per diverso tempo, così come era capace, di converso, «che si facesse più volte durante la stessa serata»;
egli si iniettava l’eroina con entrambe le mani indifferentemente e tendeva a bucarsi parti del braccio, come il polso, in cui il segno dell’agopuntura potesse essere meno evidente.

Lelio Coppolino, a sua volta, dichiarava che:
tra il 1986 e il 1990, il loro gruppo faceva uso di droghe leggere e, anzi, lo stesso Attilio Manca venne tratto in arresto dalla polizia spagnola perché, nel corso di una gita scolastica, fu trovato in possesso di alcuni grammi di hashish;
dal 1990, lo stesso gruppo, iniziò a fare uso di eroina, dapprima «sniffandola» e poi assumendola per endovena,e ciò quando Attilio rientrava temporaneamente a Barcellona dall’università romana ovvero quando lo stesso Coppolino andava a trovare l’amico nella capitale ove Manca si riforniva da tale Monique;
Attilio, per quanto a sua conoscenza, aveva usato l’eroina almeno sino al 1999, anno in cui Coppolino interruppe ogni rapporto con gli stupefacenti; 
il loro uso era comunque saltuario, talvolta si iniettavano «l’eroina direttamente in vena», forse, con ciò intendendo, che non ricorrevano sempre al laccio emostatico; «Attilio, come la gran parte dei consumatori, tra i quali io stesso (…), utilizzava indifferentemente sia la mano destra che la mano sinistra»;
era anche capitato che, durante una visita a Roma all’amico Attilio, quest’ultimo rischiò un’overdose di eroina e, nell’occasione, lo stesso Manca gli riferì che da diverso tempo non assumeva tale sostanza.

Guido Ginebri, affermava che:
insieme ad Attilio Manca, Lelio Coppolino e Salvatore Fugazzotto avevano assunto sostanze stupefacenti;
negli anni dal 1995 al 1998 anche lui aveva vissuto a Roma dove sporadicamente si era incontrato con Manca insieme al quale aveva fatto uso di eroina;
era stato egli stesso, in tali anni, a presentare Monica Mileti ad Attilio Manca come persona presso la quale acquistare lo stupefacente;
non ricordava come Attilio Manca si iniettasse l’eroina, cioè se usasse o meno la mano destra, né come si preparasse l’eroina e cioè se, come lui, fosse solito, preparare più siringhe in una sola volta da consumare in momenti diversi; ricordava invece che Attilio, a differenza di tanti altri «era in grado di gestire in modo quasi scientifico l’assunzione di eroina (…) con cadenza sistematica».

Anche la madre di Manca, sentita nell’immediatezza dei fatti, confermava che il figlio, ma da giovanissimo, aveva fatto uso di stupefacenti seppure non specificandone la tipologia, probabilmente riferendosi alle droghe leggere.Orbene, come correttamente evidenziato dal GIP, nessun particolare rilievo va attribuito a queste dichiarazioni, perché sembrano riferirsi a esperienze giovanili e a un arco temporale molto datato rispetto ai fatti.
Le dichiarazioni dei tre amici barcellonesi si rivelano idonee a contribuire alla formazione del quadro probatorio in quanto convergenti tra loro e riscontrate dal materiale probatorio acquisito – presenza di siringhe nell’abitazione, morte per overdose da eroina, telefonate e contatti con Monique – e in quanto non in assoluto contrasto con quelle degli amici viterbesi, i quali avevano una conoscenza recente del Manca, tra l’altro maturata in un contesto in cui il medico certamente avrebbe celato la sua eventuale dipendenza. Tuttavia, secondo l’impostazione difensiva, tali propalazioni sarebbero inattendibili poiché rese da soggetti che, a vario titolo, potrebbero essere collegati, direttamente o indirettamente, ad ambienti mafiosi.
La questione posta dalla difesa non veniva affrontata nell’ambito del procedimento poiché ritenuta dal GIP sovrabbondante rispetto alle altre emergenze probatorie. Un’attenta analisi sul punto, invece, si rinviene nella successiva sentenza, di cui si parlerà più avanti, con la quale la Mileti è stata condannata per la cessione dell’eroina ad AttilioManca e in cui si conclude, anche in ragione delle evenienze del traffico telefonico, per la credibilità dei barcellonesi.
Altre risultanze investigative hanno consentito all’autorità giudiziaria di Viterbo di ipotizzare che il dottor Manca facesse uso di stupefacenti, quantomeno in modo saltuario, modalità abbastanza diffusa tra gli assuntori e a cui si ricorre, talvolta secondo specifiche cadenze temporali, proprio per evitare stati di grave dipendenza. Del resto, l’analisi del traffico telefonico ha dimostrato che, di converso, anche i rapporti tra Manca e Monica Mileti – dovuti alla sola cessione dell’eroina e non a rapporti amicali –, erano saltuari: i due si sentivano circa ogni due mesi ma generando, nelle giornate di contatto, un rilevante numero di chiamate.
Tra le suddette risultanze vi è, certamente, il citato esito positivo del test tricologico che comprova la pregressa assunzione di eroina da parte dell’urologo, pregressa nel senso di antecedente rispetto a quella letale, anche se non sono stati determinati bene i tempi  si è riflettuto sulla possibilità di un’assunzione precedente anche per via aerea.
Anche stavolta il dato è stato contestato. I familiari hanno affermato, infatti, l’inesistenza dell’esame tricologico mentre l’avvocato Repici, nel corso del procedimento, ha sollevato dubbi sulla sua formale utilizzabilità processuale (cfr. decreto di archiviazione del 26 luglio 2013). Bisogna prendere atto, tuttavia, che il risultato scientifico, sebbene portato a conoscenza dell’autorità giudiziaria solo nelle note integrative, è quello della positività all’eroina.
Inoltre, l’uso del predetto stupefacente da parte del dottor Manca, appare avvalorato dal fatto che il 10 febbraio – cioè, il giorno prima di morire o, addirittura, il giorno stesso della morte –, egli, spontaneamente, si recava a Roma per incontrare Monica Mileti al verosimile fine di acquisire eroina – presso la stessa donna o su indicazione di ella –, come è possibile desumere da alcuni elementi:
Monica Mileti aveva precedenti per stupefacenti e, comunque, era una eroinomane – come dalla stessa affermato e come confermato dagli esiti della perquisizione eseguita nella sua abitazione – la quale, conseguentemente, conosceva spacciatori presso cui rifornirsi;
Manca, pur intrattenendo con la Mandoloni un legame sentimentale, le mentiva sulle ragioni per cui si stava recando a Roma, adducendo come scusa l’acquisto di un film, tanto da fare irritare la donna;
Manca, sebbene conoscesse Monica Mileti da lungo tempo, non intratteneva con lei un rapporto di frequentazione che giustificasse quell’improvviso viaggio e del resto, la breve durata dell’incontro non spiega, anche per tale verso, la trasferta a Roma con la finalità di trascorrere un po’ di tempo con l’amica;
Monica Mileti, non avendo ancora appreso dell’avvenuta morte di Manca, gli inviava, post mortem, un sms da cui si coglie la preoccupazione della donna circa eventuali indagini della polizia («che mi hai combinato, mi ha cercato la questura chiedendo se ti conosco (…) fammi sapere eminenza grigia»)
la Mileti, come si dirà, è stata condannata proprio per la cessione dell’eroina a Manca nelle circostanze prima indicate.  
Anche con riguardo a quest’ultima ricostruzione sono state mosse contestazioni. Si è infatti sostenuto che l’incontro del 10 febbraio tra la spacciatrice e l’urologo fosse, in realtà, una trappola organizzata dalla mafia barcellonese.Ciò sia perché la Mileti fu presentata a Manca da un architetto barcellonese, cioè Guido Ginebri, sia perché l’urologo, prima di partire alla volta di Roma e subito dopo la telefonata di quel pomeriggio con il barcellonese Fugazzotto, manifestò un repentino cambiamento di umore.

Questi fattori introdotti dalla difesa, però, non trovano riscontro.
La presentazione di Monique – nata a Roma e da sempre residente a Roma – a Manca, a opera dell’architetto Ginebri – come da quest’ultimo ammesso –, risale, infatti, a circa dieci anni prima, cioè al periodo universitario in cui Manca e Ginebri si trovavano a Roma. Del resto, il traffico telefonico non evidenzia contatti, a partire dal 2000, tra la Mileti e gli amici barcellonesi di Manca. Di conseguenza, non si ravvisa, per quel 10 febbraio 2003, alcun collegamento tra Ginebri e l’incontro del medico con la Mileti, né si ravvisano comunque legami tra la donna romana e la mafia di Barcellona Pozzo di Gotto. Inoltre, se la donna fosse stata complice di un tranello, difficilmente avrebbe inviato il predetto sms al Manca e, per di più, in epoca in cui questi era già stato «assassinato».
A sua volta, il cambiamento di umore dopo la telefonata intercorsa con Salvatore Fugazzotto, il 10 febbraio, mentre l’urologo era a casa dell’infermiera, è un dato riferito non dalla donna ma, de relato, dal fratello di Manca, che ciò avrebbe appreso dalla Mandoloni, la quale, invece, nulla a tal proposito aveva riferito agli inquirenti.
In ogni caso, risulta che: fu lo stesso Manca a chiamare spontaneamente Fugazzotto in occasione del compleanno di questi; nelle ore di permanenza da Loredana Mandoloni, Manca appariva tranquillo, tanto da scherzare sul tumore al cervello; tranquillo continuava ad apparire alla donna nelle ore successive nel corso di un serrato scambio di telefonate e sms; tranquillo appariva anche all’infermiere Riccardi che incontrò Manca quella stessa sera al suo ritorno da Roma.
D’altra parte, nessun rilievo decisivo può attribuirsi, nella logica probatoria, a un cambiamento di umore e, comunque, se esso deve annoverarsi tra i possibili indici di un delitto, deve essere valutato in tutte le sue possibili sfaccettature. Pertanto deve altresì correttamente considerarsi sia che Manca era soggetto a sbalzi umorali – come affermato dalle persone a lui vicine – sia che, in ogni caso, ciò si sarebbe verificato poco prima che egli si recasse a Roma alla ricerca di eroina e dunque in un momento di per sé peculiare.

1.2.4.7 – L’ipotesi dell’autorità giudiziaria di Viterbo sul decesso per «assunzione volontaria di stupefacenti» anche alla luce dei rilievi difensivi

Se si guarda al compendio probatorio contenuto nel fascicolo delle indagini preliminari fondate, nonostante alcune lacunosità, su prove scientifiche, rilievi tecnici, dichiarazioni di persone informate sui fatti, analisi del traffico telefonico, si può cogliere che la procura della Repubblica di Viterbo si è trovata di fronte a un quadro probatorio da cui emerge che:
il dottor Manca è morto per overdose di eroina;
il dottor Manca, secondo il test tricologico, già faceva uso di eroina;
nel suo appartamento sono state trovate siringhe compatibili con la somministrazione di eroina per via endovenosa;
egli, il giorno della morte o comunque a distanza di poche ore dal decesso, si era recato spontaneamente a Roma, molto verosimilmente per acquistare eroina;
egli non aveva subito alcuna aggressione, tant’è che sul suo corpo non vi erano segni di lesione/costrizione che invece, verosimilmente, avrebbero dovuto essere presenti per l’ipotetico caso in cui taluno avesse immobilizzato Manca per fargli assumere forzatamente prima una – peraltro normalissima – dose di tranquillante, poi una – peraltro normalissima – dose di alcool, per poi praticargli ben due punture;
nessuno del vicinato aveva segnalato rumori o urla che facessero pensare a una colluttazione;
nell’appartamento, trovato in perfetto ordine, non vi erano tracce di intrusione/aggressione;
nell’appartamento non si ravvisavano, almeno prima facie, artifici di sorta che facessero fondatamente pensare a una messinscena.

Dai rilievi fotografici effettuati nell’abitazione del medico, infatti, sembrerebbe che Attilio Manca avesse fatto uso della seconda siringa di eroina in bagno; dopo averla chiusa al fine di gettarla e di non lasciare tracce in casa – così come aveva fatto con la prima siringa – veniva colto da malore; lasciava cadere l’iniezione sul pavimento e si recava nella vicinissima camera dove si buttava sul letto, a pancia in sotto, lasciando le pantofole per terra, in perfetta corrispondenza con i suoi piedi.

Se si provano a inserire, nel procedimento di formazione della prova, gli elementi valorizzati dalla difesa, si ricava che essi, per quanto suggestivi, non potevano essere idonei a ribaltare il quadro probatorio acquisito poiché, come di seguito si vedrà, non consentivano interpretazioni univoche o, talvolta, si rivelavano neutri.
Ad esempio, i segni delle punture rinvenute nel braccio sinistro, non sono, in assoluto, incompatibili con il mancinismo del Manca. Il GIP, a tal proposito, ha affrontato la questione del mancinismo dei medici, specie di quelli che praticano la laparoscopia, concludendo che tale mancinismo non può essere puro. In ogni caso – e anche a prescindere dalle dichiarazioni degli amici di Barcellona i quali ricordavano che il Manca, come di solito avviene per gli assuntori di eroina, era aduso «bucarsi» su entrambe le braccia –, non stupisce che un medico possa egualmente, data la manualità acquisita,effettuarsi un’iniezione con qualunque mano indifferentemente. Ciò soprattutto se sorretto dall’uso di uno specchio, come sembra accaduto nel caso di Manca ove l’iniezione cadutagli dalle mani è stata ritrovata quasi in corrispondenza con lo specchio del bagno, e se si considera anche la non remota possibilità che il dottor Manca abbia inteso deliberatamente inocularsi al polso sinistro, cioè proprio dove egli portava l’orologio – come si nota da alcune sue fotografie diffuse su Internet – al fine di celare facilmente i segni di agopuntura.
Ancora, le siringhe trovate chiuse, con il tappo di protezione, teoricamente possono deporre, al contrario, proprio per l’auto-inoculazione, cioè, ben si potrebbe sostenere che Manca, non solo era portato, per mestiere, con un gesto quasi automatico, a chiuderle prima di gettarle, ma aveva tutto l’interesse a non lasciare tracce nella sua abitazione (frequentata da più persone; cfr. ad esempio gli sms inviati dalla Mandoloni); e che, anzi, potrebbe apparire inverosimile che l’eventuale aggressore avesse chiuso le siringhe e, per di più, diversificandone il luogo di ritrovamento, così rendendo meno spettacolare e meno evidente l’uso di ben due iniezioni di eroina e, dunque, l’overdose.
Lo stesso dicasi per l’assenza di materiale per la preparazione dell’eroina e del laccio emostatico che, si potrebbe dire, solo in caso di messinscena sarebbero stati lasciati in bella vista. La mancanza di laccio emostatico, inoltre, potrebbe ben giustificarsi con la manualità del medico o eventualmente con l’esperienza dell’abituale assuntore di stupefacenti.
La capacità di Manca, inoltre, per la sua qualità di medico, di saper dosare l’eroina e dunque evitare l’overdose, è un argomento privo di portata probatoria. Premesso che il dottor Centini, nella sua nota integrativa, evidenziava che le quantità di eroina rilevate sul dottor Manca, seppure «compatibili con una morte eroina correlata», sono tuttavia «non elevatissime», va considerato che la dose mortale dipende non tanto da una quantità letale in assoluto, ma da una quantità letale in relazione al singolo – per il peso, la struttura, il grado di assuefazione, il cosiddetto «cambiamento di posizione», l’epoca dell’ultima assunzione – nonché in relazione alla qualità dello stupefacente, che, nel caso in esame, non è stata accertata. Inoltre, in assenza di dati che specifichino l’epoca di impiego delle due siringhe – ad esempio, una la sera prima e l’altra la mattina dopo, ovvero contemporaneamente – ma essendo verosimile, dato lo stato di overdose, la loro utilizzazione in sequenza, può anche ritenersi verosimile che Manca abbia fatto uso della seconda dose di eroina proprio nella fase di obnubilamento o di euforia dovuta alla prima somministrazione.
Anche la serie di argomenti valorizzati dalla difesa al fine di dimostrare l’opera di terzi che, in qualche modo, avrebbero tenuto in ostaggio l’urologo, si rivelano neutri dal punto di vista probatorio. Invero, se nella casa vi è l’assenza di residui di cibo della cena, vi è invece la presenza di residui della prima colazione e comunque vi è la presenza di materiale poltiglioso nello stomaco che potrebbe far pensare che il Manca avesse mangiato qualcosa prima di rientrare a casa la sera del 10 febbraio; la mancata presenza all’incontro conviviale della sera del 10 febbraio, si può ben giustificare con lalibera volontà del Manca di non parteciparvi, espressa da egli stesso a più persone e in più occasioni nell’arco della giornata e, addirittura, sino a pochi minuti prima dell’inizio della cena stessa (cfr. sommarie informazioni testimoniali (SIT) Riccardi); la mancata presentazione, la sera dell’11 febbraio, dal dottor Ronzoni a Roma, si può giustificare col fatto che, a quell’epoca, Manca molto verosimilmente fosse già morto o comunque in stato comatoso; l’assenza di biancheria intima sul corpo della vittima, si può giustificare col fatto che egli era solito dormire senza (cfr. SIT di Loredana Mandoloni del 13 febbraio 2004); la presenza delle chiavi di casa sul mobile e non inserite nella porta si può giustificare con l’abitudine in tal senso del de cuius – cfr. medesime SIT Mandoloni – o, comunque, con una banale dimenticanza, specie se Manca, in ipotesi, si era già iniettato una prima dose di eroina.
Egualmente, le asserite stranezze negli ultimi comportamenti del de cuius, spiegabili in svariati modi e soggette a interpretazioni molteplici, non consentono, da sole, di ipotizzare una morte violenta.
Le telefonate effettuate da Manca, quel 10 febbraio, al dottor Candidi per chiedere l’indicazione di strade di Roma che, come assume la difesa, Manca conosceva, non consentono di trarre dati certi per interpretarle indubbiamente come una «richiesta di aiuto».
A tale riguardo, invero:
Manca aveva abitato a Roma in «zona Gemelli» e non necessariamente aveva grande praticità con le vie del centro, specie in considerazione della zona a traffico limitato (ZTL);
la richiesta di indicazioni stradali è rivolta al collega Candidi, peraltro in un contesto in cui si parla anche della mancata partecipazione alla cena di quella sera, il quale, contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa, non era viterbese ma nativo di Roma e ivi, da sempre, residente;
l’eventuale anomalo smarrimento per le vie di Roma può, anche in questo caso, giustificarsi con lo stato d’ansia di Manca alla ricerca di eroina;
n ogni caso, se Manca avesse voluto, ben avrebbe potuto chiedere aiuto in maniera esplicita, risultando che, sia nel viaggio di andata che in quello di ritorno, era libero e solo, come si evince dalle telefonate e gli SMS amorevoli scambiati con la Mandoloni, dalle dichiarazioni della Mileti, dall’incontro serale con l’infermiere Riccardi al rientro da Roma.

Lo stesso dicasi per la telefonata intercorsa con la madre la mattina dell’11 febbraio, interpretata dalla difesa come un’indicazione che l’urologo avrebbe cripticamente dato alla donna in concomitanza alla situazione di pericolo in cui si trovava in quel momento. Innanzitutto, come si è detto, tale telefonata probatoriamente non esiste, né nei tabulati del telefono del Manca, né in quelli delle utenze dei genitori, né nelle liste delle chiamate dell’apparecchio telefonico dell’urologo, ma anche a voler ipotizzare che qualcuno – dunque, società telefoniche, personale della squadra mobile, personale delle volanti, personale della polizia scientifica –, avesse fatto «sparire»tale contatto, sia dai tabulati che dall’apparecchio del Manca, il risultato non cambierebbe.
Infatti:
Loredana Mandoloni riferiva che, subito dopo il decesso di Manca, la madre dell’urologo le aveva raccontato di tale ultima conversazione telefonica con il figlio il quale, a suo dire, gli era apparso «tranquillo»; le finalità che Manca, secondo la ricostruzione difensiva, si sarebbe proposto con tale telefonata, sono troppo recondite per poter essere colte dall’interlocutrice e, comunque, presupponevano la conoscenza sia della madre che di Manca del luogo ove si sarebbe nascosto Provenzano, luogo, peraltro, mai ufficialmente risultato come il covo del corleonese, specie nel 2004 in epoca ben antecedente alla cattura del latitante; anche a volere pensare che si tratti di una telefonata con contenuto anomalo, è doveroso considerare, nella logica della prova, che la conversazione – sempre se esistente e reale – sarebbe avvenuta, al massimo, poco prima della morte e, quindi, in una fase in cui Manca, probabilmente, aveva già fatto uso di eroina.

Pure gli esiti delle diverse analisi dattiloscopiche non consentono di indirizzare fondatamente le indagini verso l’assassinio del dottor Manca, sia perché i risultati negativi non provano, positivamente, l’interessata opera di cancellazione delle impronte da parte di taluno, sia perché, a loro volta, i risultati positivi non provano, da soli, che taluno si sia reso responsabile dell’omicidio.
Innanzitutto deve considerarsi che, come spiegato in termini generali, dal perito Giuseppe Privitera, sentito il 14 novembre 2008, nel corso di un incidente probatorio svolto nel procedimento inerente al decesso del dottor Manca «un’impronta può durare un giorno e può durare cinquant’anni, dipende (…). Vi sono delle variabilità infinite (…) queste cose sono molto empiriche, non c’è una scienza in questo senso, non (ci sono) degli esperimenti fatti in questo settore, perché è una variabilità così enorme che è difficile (…) misurare tutte le condizioni possibili affinché un’impronta duri». Sicché, se ne ricava che si tratta di un campo in cui, almeno per la datazione dell’epoca di un’impronta e della durata di essa sulle superfici, si procede per approssimazioni.
Inoltre, con particolare riferimento alle indagini svolte sulle due siringhe – una delle quali non presentava impronte e l’altra soltanto frammenti di impronte inidonee alla comparazione – deve aggiungersi che, in ogni caso, la ricerca dattiloscopica è avvenuta diverso tempo dopo rispetto alla morte e in assenza di dati precisi circa la conservazione dei reperti e circa il loro prelievo ab origine. Inoltre, da un punto di vista logico, potrebbe ben ritenersi che se un eventuale assassino avesse voluto cancellare le tracce, non lo avrebbe fatto per una sola siringa ma anche per l’altra, che, invece, presentava impronte, seppur poi non rilevatesi utili.
In base agli esiti delle indagini dattiloscopiche svolte nell’appartamento non si riscontrano impronte dei genitori di Manca (chevevano soggiornato a Viterbo nella casa del figlio alla fine del mese di dicembre) e degli amici dell’urologo (che il 6 febbraio avevano cenato in quella abitazione), mentre, si riscontrano le impronte di Attilio Manca nonché l’impronta palmare lasciata nel bagno da Ugo Manca (che ufficialmente aveva soggiornato a Viterbo, dal cugino, nei primi di dicembre e quindi in epoca antecedente alla visita dei genitori e degli amici dell’urologo e alle pulizie della casa poi effettuate dalla madre di Manca). A loro volta, tali risultati non consentono di trarre conclusioni univoche.
Oltre a quanto rappresentato dal perito Privitera, anche qui va aggiunto che appare improbabile che un assassino, nel tentativo di cancellare le tracce delle proprie impronte lasciate nell’appartamento, lasci in abbondanza quelle del padrone di casa – come se fosse riuscito a distinguerle da quelle dei genitori e degli amici del Manca – e poi, invece, dimentichi di cancellare la propria lasciata in bagno.
In ogni caso va detto che:
Ugo Manca aveva effettivamente e ufficialmente soggiornato in quella casa di Viterbo, a metà del dicembre 2003 per sottoporsi, con l’aiuto del cugino medico, a un intervento chirurgico;
anche se in quello stesso mese di dicembre, e in epoca successiva al soggiorno di Ugo Manca, furono effettuate le pulizie, non si può avere la certezza assoluta che la donna ripulì anche quella minima parte di parete del bagno ove fu trovata l’impronta;
anche a voler ipotizzare che Ugo Manca si fosse recato a casa del cugino in epoca successiva alle pulizie, non è dato sapere quando (gennaio o febbraio?), né a che fine (si può ad esempio ipotizzare, ma rimanendo nel campo delle illazioni, che Ugo Manca si fosse recato nel Lazio per altre ragioni illecite che, pertanto, non ha inteso svelare);
in ogni caso, non risulta dai tabulati, né aliunde, la presenza nel Lazio di Ugo Manca in epoca prossima al decesso, risultando, anzi, dai medesimi tabulati la sua permanenza, in quei giorni, a Barcellona Pozzo di Gotto;
non risulta dagli atti che Ugo Manca all’epoca fosse mafioso. Secondo quanto dichiarato dalla stessa difesa, egli è stato processato per traffico di stupefacenti, condannato in primo grado e assolto in appello; né, comunque, risulta che fosse portatore di un interesse all’eliminazione del cugino con il quale, stando alle acquisizioni del procedimento, intercorrevano buoni rapporti.

Infine, anche il movente ipotizzato dalla difesa si è rivelato, durante le indagini svolte dalla procura di Viterbo, privo di concreti riscontri.
Dagli atti del processo cosiddetto «Grande mandamento», celebrato a Palermo e conclusosi con sentenza definitiva(3), avente a oggetto la latitanza di Bernardo Provenzano – a cui i magistrati di Viterbo hanno fatto riferimento durante l’audizione –, e come anche
(3) Cfr. Doc. 1744.evidenziato nel corso dell’audizione in Commissione il 12 febbraio 2014(4) dal procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone, e dal procuratore aggiunto, Michele Prestipino (già titolari, con altri, a Palermo delle indagini per la cattura dello stesso Provenzano), non è mai emerso alcun rapporto tra le cure approntate a Bernardo Provenzano per il suo tumore alla prostata e il dottor Attilio Manca.
L’intervento chirurgico subito dal latitante a Marsiglia – ove si recò in due diverse occasioni e cioè sia nel luglio che nell’ottobre 2003 – è stato ricostruito minuziosamente, quasi al minuto, con l’individuazione di tutti coloro che vi svolsero un ruolo – accompagnatori, soggetti che avevano prenotato le visite, personale medico e paramedico – e tra i quali non vi è l’urologo barcellonese. Pertanto, ammesso che il Manca si trovasse in Francia in uno o in entrambi i periodi in cui il latitante era a Marsiglia, tale coincidenza – di cui non vi è prova certa – è da sola inidonea a dimostrare l’esistenza di rapporti, diretti o indiretti, tra Manca e Provenzano.
Si può aggiungere che nemmeno risulta, dalle complesse indagini svolte sul latitante, che il Manca abbia comunque prestato, anche solo attraverso un consulto, la sua opera in favore del Provenzano, né risulta che, per curare il corleonese, la mafia palermitana abbia chiesto ausilio a quella barcellonese, né risulta che Provenzano abbia fatto mai ammazzare chi lo aveva riconosciuto posto che nessuno sapeva dove si rifugiava, né risulta accertata la presenza di Provenzano a Barcellona Pozzo di Gotto.

1.3 – Il procedimento della procura di Viterbo a carico di Monica Mileti

La procura della Repubblica di Viterbo, nell’ambito di altro ma connesso procedimento, il 29 agosto 2012, cioè otto anni dopo i fatti, esercitava l’azione penale contro Monica Mileti, la quale, secondo la prospettazione accusatoria, si era resa responsabile del delitto di cui all’articolo 73 del decreto del Presidente della Repubblica del 9 ottobre 1990, n. 309 (per avere ceduto l’eroina ad Attilio Manca), nonché del delitto di cui agli articoli 586 e 589 del codice penale, (per aver cagionato la morte di Attilio Manca, quale conseguenza non voluta del delitto di cessione di stupefacenti). Per questa seconda fattispecie, il giudice per l’udienza preliminare, il 3 febbraio 2014, dichiarava l’intervenuta prescrizione del reato, sicché, disponeva il giudizio a carico della Mileti soltanto per il suddetto delitto di cui all’articolo 73 del decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990.
(4) Seduta del 12 febbraio 2014, audizione del procuratore della Repubblica presso il tribunale di Roma, Giuseppe Pignatone, resoconto stenografico n. 17: “GIUSEPPE PIGNATONE, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Roma. Posso dire anche a nome del collega che in passato Palermo, quando noi eravamo a Palermo, ha fatto delle indagini. Allora non si ritenne che ci fossero nessi con la vicenda Provenzano. (…)
MICHELE PRESTIPINO GIARRITTA, procuratore aggiunto della Repubblica presso il tribunale di Roma. (…) la questione di Attilio Manca. Io ora non parlo come procuratore aggiunto di Roma, perché Roma, che a me consti, non credo abbia attivato o seguito indagini. Ci sono le regole della competenza. Io me ne sono occupato quando
Avviato il dibattimento innanzi al giudice monocratico di Viterbo, il pubblico ministero eccepiva l’intervenuta prescrizione anche del reato per cui si procedeva ritenendolo qualificabile ai sensi dell’ipotesi meno grave di cui al comma quinto del citato articolo 73, e chiedeva l’esclusione della parte civile che, venuto meno il delitto di cui agli articoli 586 e 589 del codice penale, non poteva ritenersi parte offesa o danneggiata del reato residuo. Il giudice accoglieva solo quest’ultima richiesta e, pertanto, il processo proseguiva.
Nel corso dell’istruttoria dibattimentale, finalizzata ad accertare se, effettivamente, la Mileti si fosse resa responsabile della cessione di eroina, si affrontavano incidentalmente anche le cause del decesso di Attilio Manca e venivano acquisiti diversi atti del procedimento inerente alla morte dell’urologo.
Nella successiva sentenza del 29 marzo 2017, depositata il successivo 28 aprile 2017, e con la quale la Mileti veniva condannata alla pena della reclusione di 5 anni e 4 mesi, oltre alla multa di 18 mila euro, il giudice, dopo un’analisi particolareggiata delle risultanze, evidenziava che il dottor Manca doveva ritenersi un assuntore di eroina, che costui, il 10 febbraio, aveva acquistato lo stupefacente dalla donna, che dopo essersi volontariamente inoculato due siringhe di droga, era deceduto per overdose.

1.4 – Il procedimento della procura di Roma sul decesso di Attilio Manca

Solo dopo l’ultima archiviazione del procedimento pendente a Viterbo sulla morte dell’urologo, anche la procura della Repubblica di Roma, quale direzione distrettuale antimafia, veniva investita della vicenda posto che il camorrista Giuseppe Setola, in data 4 luglio 2014, ero sostituto a Palermo e, rispetto alle ultime emergenze, sia pure di tipo giornalistico e mediatico, sento il dovere di dire almeno una cosa. C’è un processo che si è svolto a Palermo, che si è concluso con sentenze divenute definitive, cioè con tre gradi di giudizio, con condanne e, quindi, con l’accertamento delle responsabilità penali, in cui è stata ricostruita in tutti i suoi aspetti e in tutti i suoi passaggi, anche geografici, quella che mediaticamente è stata definita la «trasferta» di Bernardo Provenzano nel territorio di Marsiglia per sottoporsi a un’operazione chirurgica.
MARIO MICHELE GIARRUSSO. Con la carta di identità di Troia ?
MICHELE PRESTIPINO GIARRITTA, procuratore aggiunto della Repubblica presso il tribunale di Roma. Sì, esattamente quella. Quella vicenda è stata ricostruita – passatemi il termine – minuto per minuto e tutti i soggetti coinvolti protagonisti che hanno commesso reati sono stati condannati con sentenza passata in giudicato grazie alle intercettazioni, alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia e agli atti acquisiti con una rogatoria presso l’autorità giudiziaria di Marsiglia, alla quale ho personalmente partecipato. Noi abbiamo sentito, con i colleghi francesi, i medici e il personale infermieristico. In più, abbiamo acquisito le dichiarazioni, estremamente collaborative, di una donna che è stata legata a uno degli uomini che avevano organizzato la trasferta e che ha curato e assistito personalmente, spacciandosi per una nipote, il signor Troia, in realtà Bernardo Provenzano, quando è stato ricoverato in terra di Francia. Ebbene, nella ricostruzione – abbiamo sentito chi lo ha assistito, chi l’ha operato, chi ha fatto il prelievo; abbiamo potuto estrarre anche il profilo del DNA, perché all’epoca Bernardo Provenzano, quando abbiamo eseguito questa rogatoria, a giugno del 2005, era ancora latitante – di tutti questi fatti, dalla partenza, proprio con orario e data, al ritorno, con orario, data e riconsegna delle valigie di Provenzano, non c’è mai stata traccia di Attilio Manca.
Questo lo dico come dato di fatto. Mi sento in dovere di precisarlo”.
Aveva riferito che, nel 2007, durante un periodo di comune detenzione, un mafioso di Barcellona Pozzo di Gotto, Giuseppe Gullotti, gli avrebbe raccontato che un uomo della propria cosca avrebbe ammazzato un giovane «oncologo» di Barcellona che aveva visitato Provenzano in «Svizzera» per problemi alla prostata.
Tali dichiarazioni de relato, valutate dalla Commissione, suscitano qualche perplessità, non solo per l’imprecisione del racconto (per i riferimenti all’«oncologo» e alla «Svizzera») ma anche perché Gullotti, sia all’epoca dei viaggi di Provenzano a Marsiglia, sia all’epoca della morte del Manca, era detenuto.
Inoltre, Setola, nel corso di un interrogatorio reso alla procura della Repubblica di Napoli l’11 ottobre 2014, affermava che solo a partire da tale data egli stava intraprendendo una collaborazione con la giustizia, mettendo in dubbio la portata delle dichiarazioni rese in precedenza; il successivo 27 ottobre 2014 smentiva quanto prima dichiarato in ordine ad attentati programmati nei confronti di magistrati; il successivo 11 novembre 2014, revocava la volontà di collaborare con la giustizia.
Anche su sollecitazione dell’avvocato Antonio Ingroia, come da questi riferito alla Commissione, giungevano poi, all’esame della procura della Repubblica di Roma, altre propalazioni di dichiaranti che potevano essere astrattamente utili per una diversa ricostruzione dei fatti per come finora riportati.
La Commissione, tuttavia, non ha ritenuto né opportuno né proficuo svolgere, su tali rivelazioni, accertamenti paralleli e coevi rispetto a quelli dell’autorità giudiziaria.
Risulta peraltro che la procura della Repubblica di Roma ha presentato richiesta di archiviazione del procedimento. Sarà, dunque, il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Roma a chiarire se siano stati acquisiti elementi che permettano una ricostruzione dei fatti in termini di omicidio di matrice mafiosa.

1.5 – Conclusioni

Dall’esame degli atti finora disponibili, deve concludersi che, allo stato, non si evidenziano elementi sufficienti per ribaltare le risultanze raggiunte sino a oggi dall’autorità giudiziaria.  Deve tuttavia segnalarsi che le indagini svolte dalla procura della Repubblica di Viterbo, pur addivenendo a una ricostruzione aderente alle complesse risultanze investigative, furono svolte in maniera superficiale – tanto che le istanze degli inquirenti sono state oggetto di diversi rigetti e di sollecitazioni probatorie del giudice – né si conclusero, specie dopo le varie opposizioni della difesa e l’esplosione mediatica del «caso Manca», con un provvedimento articolato contenente una lettura organica e ragionata di tutto il materiale probatorio sì da fugare ogni dubbio.
Allo stesso modo, la consulenza del medico legale, che, sin dall’inizio, avrebbe dovuto essere dirimente, è stata caratterizzata da gravi lacune e superficialità, che sono peraltro state confermate dalla stessa procura della Repubblica di Viterbo dinanzi alla Commissione e che hanno reso necessario richiedere integrazioni e delucidazioni e che hanno certamente contribuito ad alimentare incertezze e ipotesi alternative.

NOTE:

   (1) Le citazioni inserite nel testo sono rinvenibili nel Doc. n. 407 per quel che riguarda il procedimento della procura della Repubblica di Viterbo sulla morte di Attilio Manca; nei Docc. n. 407, n. 1260 e n. 1269 per quello che attiene al procedimento penale della procura della Repubblica di Viterbo a carico di Monica Mileti; nel Doc. n. 453 con riferimento al procedimento della procura della Repubblica di Roma aperto in seguito alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia sulla morte di Attilio Manca.

   (2) Cfr. la relazione medico-legale prodotta dal vicepresidente della Commissione, senatore Gaetti, in qualità di esperto anatomo-patologo (Doc. n. 514).


Attilio Manca sapeva che il boss latitante aveva raggiunto la Francia senza nessun problema. Ritenere che avesse potuto godere di coperture istituzionali, è un passo breve perchè si trattava di Mafia, Servizi Segreti, Massoneria, pezzi dello Stato già coinvolti nella “Trattativa” e lobbies economiche internazionali La mattina del 12 febbraio 2004, Attilio Manca è rinvenuto morto nel suo appartamento di Viterbo. Nel suo polso sinistro gli investigatori scoprono due buchi, riconducibili alle due siringhe trovate, di cui una sul pavimento vicino al corpo. Dalle analisi successive saranno evidenziate, sia all’interno delle siringhe sia nel sangue di Manca, tracce di un miscuglio micidiale di droghe. Il caso viene da subito ritenuto un suicidio. Attilio Manca, tossicodipendente, è vittima volontaria dell’uso eccessivo di droghe. Poco dopo il caso è archiviato. Poco importa se, da parte della famiglia, la ricostruzione della morte di Manca è contestata. Non si tratta solo della disperazione dei genitori che hanno perso un figlio. C’è qualcosa che non va. Attilio non era un tossicodipendente. I due buchi trovati sul braccio sinistro erano gli unici in tutto il suo corpo. Attilio era mancino e, se avesse comunque deciso di iniettarsi droga, avrebbe sicuramente usato la mano sinistra e se la sarebbe quindi iniettata nel braccio destro. Inoltre, avrebbe sicuramente lasciato le proprie impronte digitali su entrambe le siringhe rinvenute e contenenti il mix mortale. Gli stessi investigatori, durante le analisi dei reperti trovati sulla scena del crimine, non trovarono alcuna traccia d’impronte digitali, come se fossero state utilizzate indossando guanti o pulite dopo l’uso. Ma al momento del ritrovamento del cadavere, anche sulla base delle foto della scena del crimine, non risulta che Attilio Manca indossasse guanti di alcun tipo. Non furono nemmeno rivenuti gli attrezzi tipici dell’uso delle sostanze che furono trovate nel suo sangue. Nessuna traccia del cucchiaino, dell’accendino, del laccio emostatico e delle confezioni vuote delle siringhe. Nulla di tutto ciò. Per contro, sul corpo di Manca risultano esserci un setto nasale rotto, diversi ematomi. Attilio Manca fu trovato riverso nel proprio sangue. Ma chi è Attilio Manca? Si è davvero suicidato? Chi poteva avere interesse a ucciderlo organizzando una poco accurata messa in scena?

Attilio Manca è un giovane medico, un urologo, per la precisione. Pochi giorni prima di essere ritrovato morto, aveva prospettato ai genitori la possibilità di accedere a un mutuo per acquistare una casa in cui vivere. Anche se è nato al nord, la sua famiglia è originaria di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. Liceo Classico poi laurea in Medicina all’Università Cattolica di Roma. Sempre il massimo dei voti. Dopo la laurea frequenta la scuola di specializzazione in urologia diretta dal professor Gerardo Ronzoni. Le sue grandi qualità lo avviano verso una brillante carriera. Viveva e lavorava a Viterbo. Qualche settimana dopo la sua morte, Vittorio Copellino, padre di Lelio, amico d’infanzia di Attilio, chiese alla famiglia se non sospettassero che la morte del figlio non fosse dovuta a “motivi professionali”. Dopo circa un anno, è Lelio Copellino a segnalare alla famiglia il contenuto dell’intercettazione di un boss molto vicino a Bernardo Provenzano. Francesco Pistoia, questo il nome del boss, alludeva a un urologo siciliano che avrebbe coadiuvato l’operazione alla prostata di Binnu, Bernardo Provenzano. L’intervento sarebbe stato eseguito nel 2003 presso la clinica “La Casamance” di Aubagne, località a circa 20 km. da Marsiglia. Il boss latitante sarebbe stato operato da un’equipe composta dal professor Philippe Barnaud per ben due volte. Le indagini evidenzieranno la presenza di un medico “amico”, aggregato all’equipe della clinica. Sarebbe stato lui a prescrivere la particolare dieta necessaria al paziente nel decorso post-operatorio.

Lo sviluppo delle indagini che, solo alla fine del 2008, sono state riaperte, ha avuto un percorso costellato di archiviazioni. Ancora un’ipotesi di archiviazione nel 2012 cui segue, due anni dopo, il rinvio a giudizio di Monica Mileti, ritenuta la spacciatrice da cui Manca si riforniva. Nel mese di ottobre del 2015, grazie alle dichiarazioni del pentito Carmelo D’Amico, ex capo militare della mafia barcellonese, si svela il legame tra Manca e Cosa Nostra. Sarebbe stato avvicinato da Salvatore Rugolo, già mandante dell’omicidio di Beppe Alfano, che gli avrebbe fatto una serie di confidenze. Il Rugolo imputava l’assassinio di Manca a Rosario Cattafi, capo della cosca mafiosa barcellonese. Sarebbe stato lui a chiedere all’urologo di seguire un amico, che avrebbe dovuto essere operato all’estero. Il nome del paziente era Gaspare Troia. Ed è proprio il nome di Gaspare Troia che compare nell’elenco degli ospiti della clinica francese. Forse non è un caso, quindi, che Attilio Manca sia stato a Marsiglia nel novembre del 2003, come risulta dagli atti. Non solo. Dalla globalità delle dichiarazioni esce un quadro più ampio. Forse i veri mandanti del “suicidio” di Attilio Manca venivano da un luogo diverso di Barcellona di Pozzo di Gotto. Sicuramente l’urologo aveva riconosciuto il boss, una volta raggiunta la clinica.

Manca sapeva che il boss latitante aveva raggiunto la Francia senza nessun problema. Ritenere che avesse potuto godere di coperture istituzionali, è un passo breve. Mafia, Servizi Segreti, Massoneria, pezzi dello Stato già coinvolti nella “Trattativa”, lobbies economiche internazionali. Qualcuno era interessato a mantenere in buona salute il boss latitante, garante dell’equilibrio raggiunto tra Stato e Mafia. Attilio Manca conosceva, in parte senza saperlo, cose che nessuno avrebbe dovuto sapere. Forse fu ritenuto non affidabile per custodire il grande segreto. Forse era diventato un testimone scomodo. È di qualche giorno fa la notizia che il procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, ha vistato la richiesta di archiviazione firmata dai magistrati della procura romana Cristina Palaia e Michele Prestipino. Netta è stata la risposta degli avvocati della famiglia, Repici e Ingroia: “Sarà fatta opposizione”. Per i magistrati mancano effettivi riscontri esterni. Inoltre la presenza di Manca durante l’intervento eseguito su Provenzano, anche a causa dell’omertà e delle omissioni di racconto, comprese quelle del personale della clinica francese che si appellano a “Je ne m’en souviens pas…”, non è provabile. Non ricordo, per cui, verosimilmente, è vero il contrario. Sul caso di Attilio Manca è uscito un libro-inchiesta dal titolo “Suicidate Attilio Manca”, scritto da Lorenzo Baldo, vicedirettore di antimafia2000. La prefazione è firmata da Don Luigi Ciotti, presidente di Libera.


Roberto Greco per Referencepost.it 11.2.2020  Caso Manca: una (gravissima) archiviazione che ferisce pesantemente la giustizia AMDuemila17 Luglio 2018 di Lorenzo Baldo Chiusa per il momento l’inchiesta sulla strana morte del giovane urologo siciliano Archiviato. Il caso Manca è chiuso. E’ un’archiviazione che brucia quella decisa oggi dal Gip Elvira Tamburelli. 75 pagine che feriscono pesantemente la giustizia. Una vergogna. La riesumazione del corpo del giovane urologo non si farà. E questa è realmente la decisione più incomprensibile del giudice romano. Attilio Manca ucciso da mafia e Servizi? Per il Gip si tratta di una teoria che “è rimasta al livello del sospetto, al più dell’ipotesi”. Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia? Per la dottoressa Tamburelli sono assolutamente “tardive” e soprattutto mere “propalazioni de relato” del tutto “indimostrate” in quanto vi è una sorta di “povertà del racconto sotto il profilo contenutistico”. Sono quindi dichiarazioni “prive di riscontri intrinsechi”. In sostanza: la possibilità che si tratti di un omicidio di Cosa Nostra e Servizi segreti è a tutti gli effetti una “ipotesi fondata su elementi che non sono supportati da alcun principio di prova certa”. Poi però il Giudice ammette che ci sono “alcuni particolari specifici della vicenda” che “non sono stati chiariti o non del tutto chiariti”, ma “ciò non consente di andare oltre lo spettro di sospetti o ipotesi”. Il mancinismo di Attilio Manca? Per Il Gip non è così tassativo in quanto “risultano diverse testimoninze raccolte” al processo di Viterbo “rese dagli amici di Barcellona Pozzo di Gotto” del giovane urologo “che hanno ricordato come il Manca assieme al quale assumevano anche l’eroina, si iniettava la sostanza in vena indifferentemente usando la sinistra e la destra”. Nel documento si legge che il Giudice Tamburelli si è avvalso delle testimonianze di Salvatore FugazzottoGuido Ginebri e Lelio Coppolino. Quest’ultimo condannato qualche giorno fa per falsa testimonianza nel procedimento legato all’omicidio di Beppe Alfano. E proprio in merito alla “inaffidabilità” dei suddetti testi prospettata dai legali dei Manca (Fabio Repici e Antonio Ingroia) in merito a possibili collegamenti dei testi con ambienti mafiosi, lo stesso Gip scrive che tali collegamenti sono “indimostrati”. Per la dottoressa Tamburelli Attilio Manca è a tutti gli effetti un tossicodipendente in quanto “è emerso che egli riuscisse a gestire il proprio vizio e a condurre l’attività professionale senza esserne condizionato”. Complimenti al Gip che ha scoperto l’unico caso al mondo di un prestigioso chirurgo capace di non fare scoprire la sua seconda vita di tossico “part time”! E i colleghi dell’ospedale Bellcolle che hanno escluso con forza questa ipotesi basandosi su dati oggettivi? Ma chissenefrega! Il mistero delle due siringhe ritrovate con il tappo salva ago senza alcun altro arnese per la preparazione delle due dosi di eroina? Tutto questo per il Giudice “non esclude che sia stato lo stesso Manca a disfarsene e ripulire” l’appartamento di Viterbo. Le impronte di Ugo Manca nel bagno ritrovate due mesi dopo che era stato ospite di Attilio? Per la dottoressa Tamburelli è ininfluente che la madre del medico siciliano abbia effettuato pulizie approfondite durante le festività natalizie del 2003 e cioè dopo alcuni giorni che il cugino del giovane urologo se ne era andato. Ugo Manca vicino ad ambienti mafiosi? Indimostrabile. La presenza di Rosario Cattafi al battesimo della figlia di Ugo Manca? Per il Gip è solo un dettaglio. La foto di Attilio Manca con il viso devastato? Il Gip scrive che il naso “era integro”. L’assenza dei residui della cena nell’appartamento? Le chiavi di casa non inserite nella serratura? Il mancato appuntamento di Attilio Manca nella giornata dell’11 febbraio 2004? La richiesta da parte del dott. Manca, ad un suo collega, di informazioni stradali su come arrivare in alcune zone di Roma che lo stesso Attilio conosceva bene? Per la dottoressa Tamburelli si tratta unicamente di “dati neutri”. E le profonde analisi del tossicologo bolognese Salvatore Giancane sul caso Manca? “Trattasi di osservazioni e valitazioni del tutto personali”. Nessuna riesumazione del corpo di Attilio Manca. Fine della storia.

I conti non tornano Sono decisamente troppi i misteri dietro la strana morte del dottor Manca. Un suicidio a base di droga di un prestigioso urologo siciliano che nel 2004, a soli 34 anni, decise di farsi due dosi di eroina nel braccio sbagliato? E’ evidente che non può essere quella la soluzione. E invece la sentenza di primo grado di Viterbo che si è appiattita su questa tesi ha evidentemente dato man forte al Gip per archiviare il caso. Un omicidio di mafia e Servizi segreti per eliminare un testimone scomodo della rete di protezione istituzionale eretta attorno all’ex boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano? L’ipotesi era già stata drasticamente rigettata dal Procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e dall’Aggiunto Michele Prestipino che pochi mesi fa avevano richiesto l’archiviazione.
Nei confronti della quale gli avvocati 
Fabio Repici e Antonio Ingroia, si erano opposti fermamente. I due avvocati siciliani avevano chiesto di iscrivere nel registro degli indagati il cugino del giovane urologoUgo Manca, e il condannato in appello per mafia Rosario Pio Cattafi. L’opposizione proseguiva con la richiesta di fare luce su ben noti personaggi “border-line” tra cui l’ex poliziotto Giovanni Aiello, detto “faccia da mostro”Carmelo De Pasquale, personaggio di grande spessore nell’organigramma mafioso di Barcellona Pozzo di Gotto (Me), e Bernardo Provenzano (tutti e tre deceduti). Repici e Ingroia avevano quindi chiesto di interrogare il medico legale che all’epoca aveva effettuato l’autopsia sul corpo del medico siciliano: Dalila Ranalletta. Che, in una conversazione off-record a margine di una recente intervista a Le Iene, si era lasciata sfuggire alcune considerazioni alquanto interessanti ai fini investigativi. I due legali avevano infine ribadito la necessità di interrogate gli ex colleghi del giovane urologo ed altri collaboratori di giustizia. Nulla da fare. Tutto archiviato.
La mancata riesumazione del corpo di Attilio
 Era indubbiamente questo l’elemento di novità dell’udienza dello scorso 14 giugno: la riesumazione del corpo di Attilio Manca. L’istanza – incredibilmente rigettata dal Gip – era stata depositata all’interno di una relazione tecnica del tossicologo bolognese, Salvatore Giancane, per poi essere formalizzata in quella occasione da Ingroia e Repici. Certo è che la richiesta di riesumare il corpo del giovane urologo mirava a “ripetere gli esami tossicologici sul capello (possibilmente in maniera segmentata, in modo da definire anche la cronologia delle eventuali pregresse assunzioni) o su altro tipo di materiale biologico (come le ossa)”. Il motivo era quanto meno palese: “Ciò consentirebbe di avere un’idea precisa non solo dell’eventuale generica pregressa assunzione di eroina o altre droghe, ma anche dell’epoca in cui sarebbe avvenuta e quindi delle eventuali abitudini tossicomaniche di Attilio Manca nei mesi precedenti”. Per il dott. Giancane era comunque fondamentale evidenziare che “l’eventuale riscontro di un pregresso, seppure occasionale, uso di droghe non esclude l’ipotesi che l’eroina che ha provocato il decesso di Attilio Manca sia stata iniettata dal altri. L’omicidio a mezzo overdose, dai casi precedenti a me noti, viene preferibilmente effettuato proprio nelle persone che consumano oppure hanno consumato eroina o altre droghe in passato, perché è più facile e credibile nascondere il comportamento omicida dietro l’ipotesi del decesso accidentale”. Dubbi e interrogativi che rimarranno tali, ben chiusi all’interno di un file da archiviare.
Una storia non ancora finitaAngelina Manca è sfiancata dal dolore e dalla disillusione. Al telefono la madre di Attilio non ha più parole per descrivere quello che prova. Credere nella giustizia? E’ impossibile domandarglielo ora. Accanto a lei c’è solo il silenzio: quello di suo marito Gino prostrato da un dolore che gli sta consumando il corpo e l’anima, e quello di Gianluca, il fratello minore di Attilio, che non vuole vedere morire i propri genitori senza avere prima verità e giustizia.
Il mese scorso Angelina si era rivolta al neo ministro della Giustizia Alfonso Bonafede chiedendogli “di agire con coscienza”. “Gli chiedo di starci vicino in questa ricerca della verità – aveva affermato la mamma di 
Attilio Manca –, di non lasciarci soli come siamo stati lasciati da tanti esponenti delle istituzioni, della politica e della magistratura. Glielo chiedo come una madre che non vuole arrendersi di fronte a questa ingiustizia”. Un appello rimasto del tutto inascoltato. Che qualifica immancabilmente il grande interesse del neo ministro per questo caso.
In questa sorta di via crucis – che tanti familiari di vittime della giustizia conoscono bene – con il tempo che passa e la ricerca della verità che si allontana ancora di più, è andata in fumo l’ultima speranza per questa famiglia. Che continua ad avere in mente l’immagine della madre di Ilaria Alpi, Luciana, scomparsa recentemente senza avere avuto giustizia. Le poche forze rimaste a due anziani genitori come Gino e Angelina sono ormai minate dalla conferma che avere giustizia in questo dannato Paese è sempre più un’utopia. La pretesa della verità di questa famiglia, alla quale si sono unite 30.000 persone che hanno firmato un’apposita petizione, è stato il cuore pulsante che li ha mantenuti in vita. Ora però è tutto molto più difficile. In questa folle Italia, lontana anni luce dall’essere la “culla del Diritto”, è sempre più necessario continuare a cercare la verità su questo caso. Qualunque essa sia. La speranza di ridare linfa vitale a questa ricerca – al di là della decisione del Gip – è ora affidata alla Procura nazionale antimafia. Ma soprattutto resta un impegno morale per chiunque non intenda assuefarsi all’ingiustizia. 
Infoattiliomanca.it


Accolta la richiesta della procura capitolina – L’avvocato Antonio Ingroia, legale della famiglia del medico trovato morto a Viterbo: “Ingiustizia è fatta, ribelliamoci”

ANCHE IL TRIBUNALE DI ROMA ARCHIVIA IL CASO MANCA: “NON FU OMICIDIO DI MAFIA” Caso Attilio Manca, il gip di Roma Elvira Tamburelli ha accolta la richiesta di archiviazione della procura capitolina che aveva aperto un fascicolo contro ignoti per omicidio. Attilio Manca è il medico siciliano trovato cadavere il 12 febbraio del 2004 nella sua casa a Viterbo. Secondo la Direzione distrettuale antimafia, dalle indagini non sarebbero emersi elementi sufficienti per avvalorare la tesi della famiglia Manca che da 14 anni si batte per dimostrare che Attilio è stato ucciso dalla mafia. Una tesi che non ha mai trovato, e che mai troverà, conferma nelle aule di giustizia.  Da qui la richiesta di archiviazione del procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, dell’aggiunto della Dda Michele Prestino e del sostituto Maria Cristina Palaia. Richiesta di archiviazione a cui la famiglia Manca, tramite gli avvocati Antonio Ingroia e Fabio Repici, si è opposta. Arrivando a chiedere pure la riesumazione del cadavere di Attilio per ulteriori indagini. Ma il gip Tamburelli, dopo poco più di trenta giorni, ha ufficialmente archiviato il caso, accogliendo la richiesta della procura capitolina. “Ancora una volta sul caso di Attilio Manca ingiustizia è fatta. Ancora una volta la verità viene sacrificata sull’altare della ragion di stato – commenta l’avvocato Ingroia dopo l’archiviazione -. L’ennesima archiviazione della magistratura laziale, prima quella di Viterbo e oggi quella di Roma, conferma che avevamo ragione: lo stato si autoprotegge. Anzi, si autoassolve affinché non si sappia la verità. Cioè, che Attilio è stato ucciso dall’apparato mafioso istituzionale che a lungo ha coperto la latitanza di Bernardo Provenzano prima del suo arresto. Essendo il boss, all’epoca, il garante di Cosa Nostra nella trattativa stato-mafia. Invece di approfondire e di indagare a fondo, come pure imponevano le palesi incongruenze e le lacunose ricostruzioni che hanno caratterizzato le indagini, nonché l’assoluta inattendibilità di alcuni testimoni, si è preferito non vedere e non sentire. Si è deciso di ignorare fatti evidenti, così da mettere una pietra tombale sull’intera vicenda con 75 pagine di motivazioni assolutamente inconsistenti, con cadenze argomentative che ricordano quelle della cassazione di Corrado Carnevale dei bei tempi andati. Quella di Attilio non è stata una tragedia di droga, come pure la si vuol far passare. Attilio è una vittima di stato e di mafia. Ma lo stato non può e non vuole ammetterlo. È per questo – conclude Ingroia – che lo stato italiano, ancora una volta, nega giustizia ad Attilio e alla sua famiglia. Ma non si può subire per sempre. È il momento che il popolo della verità si ribelli”. 17.7.2018


Opposizione alla richiesta di archiviazione presentata dal legale della famiglia Manca, depositata presso la Procura di Viterbo il 18 giugno 2012

Il sottoscritto avv. Fabio Repici, difensore di Angela GENTILE, (omissis), e Gioacchino MANCA, (omissis), entrambi residenti a (omissis), persone offese dal reato nel sopra indicato procedimento propone, ai sensi dell’art. 410 c.p.p., opposizione alla richiesta di archiviazione formulata dal P.m., recante data 5 giugno 2012 e data di deposito 6 giugno 2012, il cui avvisto è stato notificato al sottoscritto il 7 giugno 2012. Il presente atto è fondato sui motivi di seguito esposti.

È doverosa una premessa: dall’ormai lontanissimo anno 2004 (al 15 novembre di quell’anno risale l’atto di opposizione alla prima richiesta di archiviazione proposta dal p.m.) si sono sollecitati atti d’indagine e, al contempo, si sono proposte interpretazioni delle risultanze del fascicolo sulla scorta di fatti incontrovertibili noti ai genitori di Attilio Manca o al sottoscritto difensore. La maggior parte di quelle sollecitazioni e di quelle richieste sono rimaste a tutt’oggi inevase dal pubblico ministero, che alle volte ha perfino rifiutato sdegnato i fatti su cui quelle sollecitazioni poggiavano. Eppure, a rileggere oggi ancora una volta tutte le memorie depositate nell’interesse dei genitori di Attilio Manca, tutti gli atti di opposizione alle ripetute richieste d’archiviazione (seguite da tre ripetuti rigetti da parte del G.i.p.: quasi un record nel panorama giudiziario del paese), tutti i documenti di volta in volta prodotti (puntualmente trascurati dal P.m.) un osservatore intellettualmente onesto non può non avvedersi della fondatezza e della coerenza di tutte le deduzioni offerte e della scarsa giustificabilità della disattenzione che esse hanno incontrato.

Per tale ragione, preliminarmente a ogni altra osservazione e a ogni altra richiesta in ordine all’ultima richiesta di archiviazione formulata dal P.m., si chiede qui che il G.i.p. ordini al pubblico ministero l’espletamento ogni atto d’indagine già in passato sollecitato nell’interesse delle persone offese dal reato. Né a ciò è ostativo il fatto che in passato il G.i.p. non ne abbia ritenuto la rilevanza. Di certi errori nella ricostruzione svolta negli ultimi tempi dal G.i.p. si avrà modo di dire in prosieguo ma di certo essi non gli impediscono, re melius perpensa, di determinarsi oggi in senso diametralmente diverso.

La conferenza stampa del Procuratore della Repubblica

L’8 giugno 2012 la Procura della Repubblica di Viterbo ha tenuto una imbarazzante (nei toni, nel merito delle cose dette e nell’oggetto) conferenza stampa, con la partecipazione del Procuratore capo e del P.m. titolare del presente procedimento, per informare gli organi di informazione non dei dettagli di una significativa operazione di polizia conseguente a indagini di quell’ufficio ma dell’avvenuto deposito della richiesta di archiviazione nei confronti degli indagati barcellonesi del presente procedimento. “Per informare” è un’espressione sicuramente esagerata, visto che, finiti i monologhi dei magistrati, gli stessi alle poche domande puntuali loro rivolte non hanno saputo rispondere o hanno preferito non farlo, accampando non ben comprensibili esigenze di riserbo (in una conferenza stampa!). Tuttavia, le affermazioni fatte in quella sede dal dr. Alberto Pazienti e dal dr. Renzo Petroselli hanno un certo rilievo ai fini del presente atto, perché utili a interpretare il contenuto e il senso della predetta richiesta di archiviazione. Per tale ragione, al presente atto si allega un dvd contenente la registrazione audiovisiva dell’intera conferenza stampa.

Gli accertamenti dattiloscopici disposti dal G.i.p.  Si esamina qui il contenuto della richiesta di archiviazione secondo l’ordine logico e argomentativo proposto dalla stessa. Pertanto, occorre innanzitutto valutare gli esiti degli accertamenti dattiloscopici che erano stati ordinati dal G.i.p. con il suo provvedimento del 30 novembre 2011 (in esito a una camera di consiglio del 16 luglio 2010!). Con quell’ordinanza il Gip, tanto poco convinto di quanto (fuori da ogni risultanza utile al riguardo nel fascicolo) aveva sostenuto sulla presunta “autoinoculazione” di droga da parte di Attilio Manca, aveva ordinato al P.m. di verificare la sussistenza di impronte papillari sulle due siringhe utilizzate per le due iniezioni di droga su Attilio Manca e di effettuarne la comparazione. Evidentemente, tale accertamento mirava, come comprende chiunque, a escludere (o, al contrario, ad attestare) che persona diversa da Attilio Manca avesse maneggiato quelle siringhe per iniettare la droga sul braccio sinistro del mancino Attilio Manca. Il risultato è stato che su tutti i reperti in sequestro sono stati rilevati solo tre ridottissimi frammenti di impronta (uno su una delle due siringhe utilizzate per le due iniezioni; uno sulla bustina di plastica contenente le siringhe rimaste inutilizzate; uno su una siringa non utilizzata da alcuno e ancora conservata nella predetta bustina di platica) e che nessuno di essi è stato ritenuto utile per la comparazione. Quindi, ancora oggi non si può dire chi abbia maneggiato le siringhe utilizzate per le due iniezioni letali sul braccio sinistro di Attilio Manca.

Altre osservazioni devono essere fatte e riguardano le anomalie derivanti dai risultati sopra descritti. Su una delle due siringhe sicuramente utilizzata per iniettare l’eroina nelle vene di Attilio Manca non è stata trovata alcuna traccia di impronta, nemmeno sotto forma di frammento insufficiente alle comparazioni. Vale osservare, dunque, che la siringa rinvenuta sul pavimento innanzi al bagno dell’appartamento di Attilio Manca, che pur risulta essere stata chiusa con l’apposizione del cappuccio salva-ago è del tutto intonsa, priva di alcuna impronta, e che solo un minimo frammento di impronta, inutile probatoriamente, è stato individuato sulla siringa rinvenuta nel secchio dei rifiuti nella cucina di Attilio Manca, pure essa chiusa con l’apposizione del cappuccio salva-ago e pure del cappuccio salva-stantuffo. Come sia possibile che due siringhe maneggiate prima per l’aspirazione della sostanza stupefacente, poi per l’iniezione della stessa e infine per l’apposizione del cappuccio salva-ago, a sua volta inizialmente estratto, non presentino alcun frammento di impronta papillare è circostanza che induce ovvie perplessità, analoghe a quelle derivanti dalla presenza di solo un piccolo frammento di impronta in un’altra siringa utilizzata per l’aspirazione dell’eroina, l’iniezione della stessa e la chiusura con il cappuccio salva-ago e il cappuccio salva-stantuffo (a loro volta prima dell’uso evidentemente estratti). Tali perplessità impongono l’espletamento di un ulteriore accertamento tecnico: dovrà essere chiesto a un esperto (anche uno dei due che hanno operato da ultimo) se le impronte possano essere svanite sui reperti pur sigillati con il trascorrere del tempo o se il risultato sopra descritto è significativo del fatto che mai altra impronta su quei reperti sia mai stata apposta.

Perché in tale ultimo caso bisognerebbe concludere che, non essendo stati rinvenuti nell’appartamento di Attilio Manca guanti che potessero far pensare (per quanto l’evenienza fosse da sé particolarmente stravagante) a un uso cautelato di quelle siringhe da parte sua, a maneggiare le due siringhe sia stata persona diversa da Attilio Manca, dotata di guanti o altri accorgimenti che gli abbiano permesso di evitare di lasciare tracce che ne consentissero l’identificazione.

Sul punto vale qui sottolineare le incredibili affermazioni fatte dal Procuratore della Repubblica durante la predetta conferenza stampa. Così si è espresso il Procuratore della Repubblica: “siccome questa indagine non era stata fatta perché tra l’altro ci era stato detto che essendo delle siringhe piccolissime difficilmente si potevano trovare delle impronte digitali riscontrabili, non era stata fatta, il gip ha deciso di farla, il risultato era quello che avevamo previsto, cioè le tracce non sono riscontrabili … ci sono, certo, ci sono, perché qualcuno le ha utilizzate, però non sono tali da poter stabilire le impronte digitali riscontrabili”. Ora, tale affermazione lascia senza parole, perché evidentemente fondata su scienza privata del Procuratore della Repubblica, non ricavabile dagli atti del fascicolo (e peraltro contraria alle massime d’esperienza). Infatti, non risulta in atti alcuna indicazione di questo tipo da parte di alcun soggetto, esperto di impronte digitali o meno.

È certo, tuttavia, che l’esito degli accertamenti da ultimo svolti per l’ennesima volta non fornisce conferma della “volontaria autoinoculazione” di droga da parte di Attilio Manca. Per l’ennesima volta, espletato un accertamento obiettivo, la tesi della volontaria assunzione di droga non trova riscontro. Ciò esattamente al contrario di quanto sostenuto dal P.m. nell’ultima richiesta di archiviazione, laddove si è incredibilmente sostenuto, non si sa se in ragione di quelle cognizioni private (peraltro erronee: mai sostenuto da alcuno che sulle siringhe da insulina, le uniche usate per l’assunzione di droga, non vengano impresse le impronte degli utilizzatori), che tali accertamenti “non hanno portato alcun ulteriore elemento di valutazione”.

Sempre in tema di impronte papillari emerge l’improcrastinabilità di un ulteriore accertamento tecnico. Infatti, è noto che bel bagno dell’appartamento di Attilio Manca sia stata rinvenuta un’impronta palmare di omissis, in ordine alla quale l’indagato diede giustificazioni molto tardive, secondo cui quell’impronta sarebbe stata rilasciata in occasione di un suo pernottamento in quell’abitazione, nella notte fra il 15 e il 16 dicembre 2003, in previsione del banalissimo intervento di varicocele cui si fece sottoporre a Viterbo dal cugino Attilio, anziché farselo praticare nell’ospedale in cui lo stesso lavorava. Al riguardo, nella conferenza stampa il Procuratore della Repubblica ha affermato circostanze inedite e sconosciute al fascicolo procedimentale: “Il cugino frequentava abitualmente casa sua. Ma che le devo di’, che faceva il punto di riferimento pe’ quelli di Barcellona che se venivano a operare? Venivano a operarsi quelli di Barcellona e venivano qui al Belcolle”. Sulla frequentazione abituale fra Attilio Manca e (omissis) non si capisce quali siano le fonti evocate dal Procuratore della Repubblica. Sicuramente si tratta di fonti estranee al fascicolo. In realtà, nel caso, si tratta di fonti particolarmente inaffidabili, visto che, anche alla luce delle risultanze dei tabulati telefonici acquisiti dalla Procura di Viterbo, fra i due non sono risultati frequenti nemmeno i contatti telefonici.

Sennonché esistono alcuni dati obiettivi che, come anche in passato ripetutamente segnalato, smentiscono la dichiarazione di (omissis): intorno al Natale 2003 la madre di Attilio Manca provvide alle pulizie della casa del figlio e in particolare provvide alla pulizia integrale del bagno, ivi comprese le piastrelle sulle quali sarebbe stata rilasciata l’impronta di (omissis); non è stata rilevata all’interno di quella abitazione alcuna impronta rilasciata dai genitori di Attilio Manca, come detto ospiti a Viterbo a casa del figlio per il Natale 2003; non sono state rilevate impronte nemmeno degli amici di Attilio Manca che cenarono in quell’appartamento nella sera del 6 febbraio 2004; secondo quanto incidentalmente riferito dal perito che fu incaricato dal Gip di effettuare le comparazioni fra le impronte rilevate nell’appartamento di Attilio Manca e quelle, fra gli altri, degli odierni indagati, le impronte papillari sarebbero sottoposte a progressiva evanescenza, proporzionata al materiale sulle quali sarebbero state impresse e alle condizioni dell’ambiente, prima fra tutte l’umidità.

Ora, l’impronta di (omissis) fu ritrovata nella stanza più umida dell’intero immobile e già questo, in uno all’assenza di impronte delle altre persone che negli ultimi due mesi di vita di Attilio Manca avevano frequentato quell’appartamento, indurrebbe a ritenere che difficilmente quell’impronta possa risalire addirittura a metà dicembre 2003.

Alla luce di ciò, appare necessaria l’audizione di un consulente tecnico perché possa riferire, alla luce delle risultanze conosciute, se quell’impronta possa risalire a metà dicembre 2003.

  Il mancinismo di Attilio Manca  Si legge da ultimo nella richiesta di archiviazione che il mancinismo di Attilio Manca è stato “mai da nessuno posto in discussione”. A dire il vero ciò era avvenuto ad opera dello stesso P.m. nel suo intervento all’udienza camerale del 16 luglio 2010 (cfr. pag. 37 trascrizioni di quell’udienza): “il povero Attilio Manca … era assolutamente ambidestro, doveva esserlo perché altrimenti non avrebbe potuto, non avrebbe potuto, non avrebbe potuto esercitare quella professione”. Detto da chi ha avuto il coraggio di sostenere che le persone offese dal reato e il loro difensore hanno ripetutamente fatto riposizionamenti di comodo delle proprie prospettazioni, secondo le convenienze contingenti, il dato è particolarmente rilevante.

È ancor più rilevante se si tiene conto della pluralità di fonti testimoniali (tutti gli amici e colleghi che Attilio Manca ha avuto a Viterbo nell’ultimo anno di vita) che in modo assolutamente convergente hanno riferito che Attilio Manca era un mancino puro. Con memoria dell’aprile 2012 il sottoscritto difensore aveva sintetizzato le dichiarazioni testimoniali ivi allegate: “(omissis), sentito il 17 dicembre 2010, dichiarava: ‘Io ed Attilio eravamo molto amici e ci frequentavamo anche fuori dall’ambiente ospedaliero … Manca Attilio nel suo lavoro utilizzava solo la sinistra, sia per scrivere che per svolgere ogni altra attività. A differenza di altri dottori mancini, che riescono ad utilizzare anche la destra, lui non poteva farlo: la utilizzava solo per tenere la strumentazione chirurgica che poi per l’uso la passava a quella sinistra. Era certamente una sua spiccata caratteristica … Come detto Attilio era mancino puro e quindi con la destra escludo che potesse fare dei movimenti precisi come quelli di farsi un’iniezione’. (omissis), sentito il 18 dicembre 2010, dichiarava: ‘Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino, scriveva sicuramente con la sinistra. Non sono in grado però di precisare se fosse in grado di utilizzare anche la destra soprattutto per i lavori più delicati che competono al nostro mestiere. È successo che abbiamo effettuato degli interventi chirurgici insieme ma non ricordo se Attilio utilizzava la destra o la sinistra: ho modo di ritenere che utilizzasse la sinistra. Mi è rimasto in mente il fatto che Attilio rispondeva al cellulare utilizzando la mano sinistra perché portava l’apparecchio all’orecchio destro, facendo un movimento inconsueto … Posso solo ipotizzare che se per rispondere al telefono utilizzava la mano sinistra, difficilmente avrebbe potuto farsi un’iniezione con la mano destra in quanto è un’operazione che richiede precisione’. (omissis), sentito il 20 dicembre 2010, dichiarava: ‘Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino e scriveva con la sinistra. La destra la utilizzava poco e per gesti semplici. Nelle poche occasioni che l’ho visto operare in sala operatoria o in ambulatorio Attilio usava solo la sinistra. Per esempio anche i punti di sutura che applicava ai pazienti, teneva il porta aghi con la mano sinistra. Del resto anche nello scrivere nelle cartelle cliniche o le impegnative lo faceva sempre con la mano sinistra … Posso solo ipotizzare che, visto come utilizzava la destra, gli sarebbe stato difficile iniettarsi droga con quella mano’. (omissis), sentita il 22 dicembre 2010, dichiarava: ‘Sono certa che Manca Attilio nello scrivere e nel mangiare utilizzava la mano sinistra, anche nel lavoro e nelle varie prescrizioni mediche. Non sono in grado di riferire se in sala operatoria il Manca utilizzasse la destra o la sinistra in quanto non mi è mai capitato di assisterlo’. (omissis), sentito il 4 gennaio 2011, dichiarava: ‘Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino e scriveva con la sinistra. La destra l’utilizzava poco e per gesti semplici. Anche nella sua professione di medico utilizzava la sinistra anziché la destra. Ricordo che anche nel rispondere al telefono sia esso fisso che cellulare utilizzava sempre la mano sinistra’. (omissis), sentito il 7 gennaio 2011, dichiarava: ‘Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino, scriveva con la sinistra e svolgeva le sue normali attività con tale mano. È capitato di operare insieme a lui ed anche in queste circostanze ricordo che Attilio utilizzava come mano principale sempre la sinistra. La destra l’utilizzava poco e per gesti semplici … Reputo questa circostanza molto difficile perché sarebbe stato per lui un gesto certamente innaturale. Del resto anche quando operava nei gesti più banali utilizzava la sinistra. Ritengo che quindi, farsi un’iniezione endovena con la sua mano non naturale sia stato estremamente difficile’.

A chi voglia fare uso della ragione il mancinismo di Attilio Manca appare allora un dato insuperabile. E tuttavia il P.m. ha voluto, sul punto, farsi scudo di un obiter dictum contenuto nell’ordinanza del Gip del 30 novembre 2011 (che in effetti riprendeva le parole del P.m. all’udienza camerale del 16 luglio 2010), secondo cui il chirurgo che opera in laparoscopia non può che essere ambidestro. Circostanza che, pure questa, non risulta in atti e andrebbe ricercata nella scienza privata di chi l’ha addotta ma che, nella sostanza delle cose, ha la stessa fondatezza dell’affermazione per cui solo gli ambidestri sono capaci di guidare una bicicletta e, quindi, chi guida la bicicletta è ambidestro.

Si è da sempre insistito sul mancinismo di Attilio Manca perché c’è un dato oggettivo sul quale il P.m. ostinatamente si rifiuta di fare i conti. È indubbio che i segni delle due punture provocate dalle due siringhe rinvenute a casa di Attilio Manca siano entrambi sul braccio sinistro, uno al polso e uno all’avambraccio. Al di là della gaffe pronunciata dal Procuratore della Repubblica alla sopra citata conferenza stampa (“I buchi sono due: uno sembra recente, uno sembra più del passato”; cosicché se uno dei due buchi fosse del passato bisognerebbe concludere che Attilio Manca nell’ultimo giorno di vita si era bucato con la mano sbagliata ma era riuscito nell’improba impresa di praticarsi due iniezioni con le due siringhe ritrovate a casa sua e di aver provocato con quelle due siringhe un’unica puntura nella pelle), il dato non può essere trascurato, proprio alla luce del mancinismo di Attilio Manca. Perché, se pure si volesse sostenere che egli fosse con un po’ di impegno capace di farsi un’iniezione utilizzando la mano destra (ciò che alla luce delle dicharazioni dei suoi colleghi dovrebbe escludersi), dovrebbe individuarsi un qualche motivo per cui Attilio Manca, volontariamente, avrebbe dovuto preferire bucarsi sul braccio sinistro anziché, come naturalmente avrebbe dovuto fare, su quello destro. Su questa enorme incongruenza ancora a distanza di otto anni la Procura di Viterbo rifiuta di trovare una risposta: probabilmente perché una risposta ragionevole non si può trovare.

Sennonché la Procura di Viterbo stavolta ha davvero superato ogni limite di immaginazione: “In epoca successiva all’ordinanza della S.V. … è pervenuto a questo Ufficio per competenza territoriale un procedimento nei confronti di Mileti Monica … Si osserva al riguardo, e per i soli fini delle posizioni che qui interessano, che dalle dichiarazioni delle persone informate emerge come il Manca Attilio fosse da tempo un assuntore abituale di stupefacenti e di eroina in particolare che veniva confezionata anche in più siringhe (v. dichiarazioni (omissis)) e che si iniettava usando sia la mano destra che quella sinistra (v. dichiarazioni (omissis))”. Il riferimento è agli atti trasmessi a Viterbo dalla Procura della Repubblica di Messina, all’esito del decreto di archiviazione emesso dal Gip di Messina il 10 gennaio 2012. Quel procedimento era nato da esposto depositato presso la Procura della Repubblica di Messina dal sottoscritto difensore nel 2006 (come si rileva dall’intestazione del verbali di s.i.t. di (omissis), di (omissis), di (omissis) e di (omissis): procedimento n. 9213/06 r.g.n.r. mod. 44) ed evidentemente esitato col predetto decreto del Gip di Messina. Ma è assurdo l’uso che di quegli atti ha fatto, mostrando di non avere grande consapevolezza del fascicolo, la Procura di Viterbo. Infatti, ha utilizzato per chiedere l’archiviazione della posizione dei cinque barcellonesi indagati le dichiarazioni, raccolte aliunde, di soggetti barcellonesi. Non solo. Fra i soggetti le cui dichiarazioni sono state utilizzate per la richiesta di archiviazione c’è perfino (omissis), persona sottoposta a indagini nel presente procedimento le cui dichiarazioni, rese quale persona informata sui fatti, sono state ritenute utili per l’archiviazione. Un caso unico di indagato che fa pure da testimone a propria discolpa. Fosse stato usato per lui un canone simile, perfino Salvatore Riina a oggi sarebbe rimasto incensurato. Ma oltre alla provenienza di quelle dichiarazioni è anche il merito delle stesse a fornire elementi per valutazioni specularmente contrarie a quelle tratte dal P.m..

Infatti, appare evidente dalla lettura delle dichiarazioni rese da (omissis), (omissis), (omissis) e (omissis) il loro obiettivo di smentire ogni risultanza dedotta a Viterbo dal sottoscritto difensore o dai suoi assistiti e addotta a elemento indiziante circa l’uccisione di Attilio Manca. Ed ecco che puntualmente i predetti personaggi barcellonesi forniscono le risposte agli enigmi fin qui irrisolti. Attilio Manca era un mancino puro e non poteva iniettarsi la droga con la mano destra né una simile evenienza aveva giustificazioni ragionevoli? Ecco che viene testimoniato che Attilio Manca in passato era stato assuntore di eroina e che aveva spesso provveduto a iniettarsela giusto con la mano destra. A casa di Attilio Manca non era stata rinvenuta traccia alcuna degli strumenti usati per la preparazione della droga da iniettarsi? Ecco che viene testimoniato (cfr. s.i.t. di omissis) che Attilio Manca “dopo aver sciolto l’eroina ripuliva il tutto non lasciando traccia. A volte, quando riempiva più siringhe, le utilizzava per ulteriori somministrazioni, anche nell’arco della stessa serata”. Laddove, anche ammesso che Attilio Manca avesse questo strano riflesso pavloviano, nell’occasione della sua morte non si capisce dove sarebbero andati a finire gli strumenti utilizzati per lo scioglimento dell’eroina, visto che non ne è rimasta traccia nemmeno nel secchio della spazzatura. Forse Attilio Manca, per ragioni prudenziali, prima di iniettarsi la droga e uccidersi, aveva ben pensato di andare a gettare fuori di casa quegli strumenti?

Ora, la valutazione che la Procura della Repubblica di Viterbo avrebbe dovuto fare degli atti ricevuti ragionevolmente sarebbe dovuta essere quella di dichiarazioni mendaci finalizzate a far ottenere l’archiviazione del procedimento agli indagati barcellonesi del presente procedimento. Sostanzialmente, attività di favoreggiamento a beneficio degli indagati barcellonesi. Invece, ne ha tratto le conclusioni inverse, esaltandone la rilevanza e la fondatezza. In questo commettendo una gaffe madornale, non solo perché a beneficio dell’indagato (omissis) ha utilizzato le dichiarazioni testimoniali dello stesso (omissis), non solo perché a beneficio degli indagati barcellonesi ha utilizzato le dichiarazioni del loro amico (omissis) (amico soprattutto di (omissis), come già risultava dei frenetici contatti telefonici intervenuti tra i due il giorno del rinvenimento del cadavere di Attilio Manca), non solo perché le dichiarazioni di (omissis) (di fatto confermative della veridicità delle affermazioni fatte dai genitori di Attilio Manca) sono state sminuite a parole di convenienza ma per una circostanza che è dimostrativa di come si facciano costantemente passi falsi quando si opera senza conoscenza delle cose. Infatti, le dichiarazioni rese da (omissis), ritenute così rilevanti, sono le dichiarazioni di un soggetto che è tanto attendibile da essere stato rinviato a giudizio, su richiesta della D.d.a. di Messina, per il delitto di falsa testimonianza in relazione al delitto più eclatante della storia barcellonese, l’assassinio dell’eroico giornalista Beppe Alfano. Chi scrive ne ha piena contezza, visto che nell’interesse dei familiari del giornalista assassinato, si è costituito parte civile anche contro (omissis), il cui processo (procedimento 6017/05 r.g.n.r.) si trova nella fase dibattimentale di primo grado.

Cosicché la summa ideologica della Procura di Viterbo consiste nel non ritenere attendibili le convergenti dichiarazioni disinteressate di tutti i colleghi di Viterbo che escludono che Attilio Manca facesse uso di droga e fosse abile all’uso della mano destra e nel ritenere attendibili le dichiarazioni di screditati e interessati soggetti barcellonesi che sostengono che Attilio Manca fosse un abituale assuntore di eroina, che si iniettava con la mano destra e che aveva la strana pulsione a far scomparire gli strumenti utilizzati per la preparazione della sostanza stupefacente.

Peraltro, il P.m. non si è accorto di un dato rilevante che pure da quegli atti emerge a riscontro di quanto dal sottoscritto difensore e dai suoi assistiti sostenuto da molti anni. Commentando vecchie dichiarazioni di (omissis) circa il modo in cui aveva conosciuto Attilio Manca, si era segnalato che il comune amico architetto che aveva potuto presentarla ad Attilio Manca era (omissis). Ora si apprende che lo stesso (omissis) ammette di essere stato lui a presentare Attilio Manca a (omissis). Cosicché è definitivamente confermata la radice barcellonese dei rapporti fra Attilio Manca e (omissis), a comprova della possibilità che quel 10 febbraio 2004 il suo non preventivato incontro con (omissis) potesse essere stato indotto da qualche soggetto barcellonese. Al riguardo, vale osservare come il racconto fatto, in veste di testimone, dall’indagato (omissis) in ordine alle telefonate intercorse fra lui e Attilio Manca il 9 e il 10 febbraio 2004 contrasta con le pregresse risultanze in atti. Qui vale la pena rinviare a quanto riferito già in passato in ordine alle dichiarazioni rese da (omissis) e da Gianluca Manca, sulla telefonata nella quale Attilio Manca fu impegnato mentre si trovava a casa di (omissis) e che sembrerebbe essere stata la scaturigine per Attilio Manca di un incontro indesiderato con qualcuno a Roma. Negli atti trasmessi dalla Procura della Repubblica di Messina ci sono, invece, due elementi da cui trarre ragioni di investigazioni suppletive nel presente procedimento.

Il primo riguarda l’amico di Attilio Manca a nome di (omissis). A conferma che le dichiarazioni rese dalle persone barcellonesi sentite su delega della Procura di Messina sono state calibrate sulle memorie depositate a Viterbo nell’interesse dei genitori di Attilio Manca, si segnala come in una memoria di giugno 2005 si era fatto riferimento a (omissis) e si erano richiesti approfondimenti investigativi. Era, infatti, successo che, dopo la partecipazione dei genitori di Attilio Manca alla trasmissione “Chi l’ha visto?” (trasmissione cronica, secondo il Procuratore della Repubblica) del 30 maggio 2005, a quella redazione era giunta un’email in forma anonima, scritta da persona che riferiva di essere amica di Attilio Manca. Il testo di quella comunicazione, dell’1 giugno 2005 era il seguente: “Sono un amico di Attilio del periodo dell’università a Roma e voglio mantenere l’anonimato per questo l’indirizzo email è di fantasia. Scrivo per comunicare che prima della morte di Attilio nel 1998 già un’altra morte sospetta era avvenuta nello stesso ambiente. L’amico e compagno di appartamento storico (sono stati in casa assieme per quasi 10 anni) di Attilio, (omissis) nel luglio del 1998 è stato ritrovato morto in via dell’acquedotto paolo accanto al suo motorino. Tutto lasciava pensare ad un incidente ma io che l’ho conosciuto bene non ci ho mai creduto anche se non sapendo cosa fare ho lasciato passare tutto questo tempo. (Omissis) come Attilio era una persona e medico brillantissimo, di altissimo profilo intellettuale. Non viveva più con Attilio da qualche mese ma si sentivano. A tal riguardo mi raccontò una volta, poco tempo prima della sua morte, che era da poco uscito con Attilio ed un altro ragazzo (non ricordo bene ma mi sembra mi disse il cugino di Attilio) e aveva litigato per futili motivi con quest’ultimo che lo aveva minacciato verbalmente. Ci ridemmo su ma dopo la vostra trasmissione questo ha assunto un altro significato e mi ha spinto a scrivervi. (Omissis) era di Poggiomarino in campania e non vi sarà difficile rintracciare i famigliari che comunque non so quanto potranno esservi di aiuto in quanto non sapevano di ciò che gli capitava a roma. Spero possiate fare luce su queste vicende che sono sicuramente strettamente collegate. Non ho purtroppo altre informazioni. Però vi esorto a chiedere informazioni a tutti gli amici e compagni/e di università di entrambi di quel tempo e fare tutto quello che potete anche per indagare sulla morte di (Omissis). Grazie”.

Appare evidente a questo punto, dal momento che il nome di Gennaro Scetta è stato fatto strumentalmente da soggetti vicini agli indagati a uso degli stessi, la necessità di acquisire presso la redazione di “Chi l’ha visto?” della sopra riportata email dell’1 giugno 2005 e di verificarne, tramite polizia postale, la provenienza, cosa che può ben avvenire a mezzo dell’individuazione dell’indirizzo IP del messaggio di posta elettronica.

Dalle informative della Squadra Mobile di Messina del 15 e del 25 marzo 2011, ancora, si apprende che nel procedimento messinese archiviato con il decreto sopra indicato, sono stati acquisiti i tabulati telefonici (per estensioni temporali di molto superiori a quelli acquisiti dall’A.g. di Viterbo) di utenze in uso agli odierni indagati o a molte persone alle stesse legate da rapporti di vario tipo e che addirittura, su di essi, sarebbe stata espletata una consulenza tecnica. Si tratta di elementi che, però, non sono presenti nel fascicolo e che, essendo stato il fascicolo messinese archiviato, non sono nemmeno soggetti ad alcun riserbo investigativo (del resto, altri elementi di quel fascicolo sono stati trasmessi a Viterbo). Tuttavia, si tratta di elementi che senz’altro sono utili all’accertamento della verità nel presente procedimento. Cosicché appare necessaria l’acquisizione presso la Procura di Messina di tutti i tabulati telefonici acquisiti da quella A.g. nel procedimento n. 9312/06 r.g.n.r. mod. 44 (e della consulenza tecnica sugli stessi effettuata). Già in passato si è dimostrato, pur con la lacunosità e la parzialità dei dati di traffico telefonico acquisiti da codesta Procura, come il sottoscritto difensore e i propri assistiti avevano individuato elementi sfuggiti sia alla Procura della Repubblica sia alla Squadra Mobile di Viterbo. È plausibile ritenere che nei tabulati telefonici acquisiti a Messina (e nella consulenza tecnica sugli stessi effettuata) si potrà rinvenire più di qualche elemento utile all’accertamento della verità sulla morte di Attilio Manca.

Oltre a quanto sopra, è perfino superfluo ribadire la disponibilità dei genitori di Attilio Manca a sommarie informazioni su qualunque delle tante circostanze già segnalate nel presente procedimento. Lo si fa, però, alla luce di quanto incredibilmente sentito nella conferenza stampa sopra citata. I genitori di Attilio Manca fin da subito e successivamente con svariati scritti propri e del proprio difensore si sono messi a disposizione del pubblico ministero procedente. Nonostante ciò, la Procura della Repubblica, evidentemente ritenendoli un fastidio piuttosto che una risorsa per l’accertamento della verità, ha fino a oggi omesso di sentirli su qualunque aspetto del presente procedimento, salvo poi denunciare pubblicamente la circostanza, falsa, che essi mai hanno chiesto di essere sentiti.

Per le ragioni sopra indicate, con il presente atto si chiede che il Gip voglia rigettare la richiesta di archiviazione proposta dal pubblico ministero e voglia ordinare l’espletamento delle investigazioni suppletive di seguito elencate:

  1. Ogni atto d’indagine già in passato sollecitato nell’interesse delle persone offese dal reato, con i precedenti scritti difensivi;
  2. Accertamento mediante quesito a un consulente tecnico se le impronte possano essere svanite sui reperti pur sigillati con il trascorrere del tempo o se il risultato delle analisi svolte al riguardo è significativo del fatto che mai altra impronta su quei reperti sia mai stata apposta;
  3. Accertamento mediante quesito a un consulente tecnico sulla durata delle impronte papillari rinvenuti nell’abitazione di Attilio Manca, con particolare riferimento a quella attribuita a (omissis) rinvenuta in bagno, per appurare se, alla luce delle risultanze conosciute, quell’impronta possa risalire a metà dicembre 2003 o sia stata rilasciata in epoca successiva;
  4. Acquisizione presso la redazione della trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?” dell’email ricevuta l’1 giugno 2005 e riguardante Attilio Manca e (omissis) e ricerca, anche attraverso l’indirizzo IP, della sua provenienza;
  5. Acquisizione presso la Procura della Repubblica di Messina di copia di tutti i tabulati telefonici acquisiti nel procedimento n. 9312/06 r.g.n.r. mod. 44 (e della consulenza tecnica effettuata sugli stessi);
  6. Audizione dei genitori di Attilio Manca su quanto fino a oggi dedotto nel presente procedimento.

Al presente atto si allega:Dvd contenente il file della registrazione audiovisiva della conferenza stampa tenuta l’8 giugno 2012 dalla Procura della Repubblica di ViterboGrosseto, 17 giugno 2012 Avv. Fabio Repici


“Io so che la scarcerazione di Cattafi racchiude una implicita risposta alla velata minaccia di una sua definitiva collaborazione con la giustizia se non fosse uscito dal 41 bis.  Ma non ho le prove.  Io so che l’improvvisa morte di Salvatore Rugolo è stata a dir poco provvidenziale per certi ambienti criminali in quanto ha evitato che potessero uscire segreti di mafia, politica e massoneria di cui lui era stato depositario. Ma non ho le prove per dire che sia stato ucciso. Io so che il generale piduista Giuseppe Siracusa, noto per essere un fedelissimo di Licio Gelli, ha tutte le carte in regola per avere avuto un ruolo nella rete di protezione di Provenzano che ha eliminato Attilio Manca. Ma non ho le prove. Così come di Mario Mori, io so che è invischiato nei misteri cruciali del nostro Paese e so che la sua spietata metodologia a volte è stata utilizzata da quei Servizi segreti – che deviati non sono – che sono arrivati ad uccidere facendo passare quelle morti per suicidi. Ma non ho le prove per dimostrare che Mori c’entri con l’omicidio di Attilio Manca”. dal libro “SUICIDATE ATTILIO MANCA” di Lorenzo Baldo

Attilio Manca: la Relazione sulla sua morte

Chi è Stato? Il copione è sempre lo stesso. Per quante volte si è ripetuto nel Paese orribilmente sporco? Noi continueremo a tenere i riflettori accesi. Fino alla riesumazione del cadavere. Fino alla fine di questa brutta storia.

Chi ha ucciso Attilio Manca, l’urologo di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina)? Chi ha paura di nominare questo nome? Chi è Stato a massacrarlo? Chi è Stato a depistare?  

La verità tarda ad arrivare, il processo di Viterbo si è rivelato inutile. Il verdetto grida ancora vendetta. Per quella giustizia, nonostante le dichiarazioni dei collaboratori, si è trattato di suicidio.

Un suicidio molto anomalo, per la verità. Attilio Manca, sicuramente, è Stato “suicidato”. Checchè ne dica qualche dirigente ministeriale o qualche ex magistrato.

Un mancino puro che si inocula un mix di droghe con la mano sbagliata. Attento anche a deporre le siringhe usate: una nel cestino della spazzatura (questa è una storia strapiena di monnezza umana) e l’altra in bagno. Entrambe chiuse con l’apposito tappo. Per non parlare delle impronte digitali del cugino (trovate in bagno) e dei legami, di quest’ultimo, con la mafia di Barcellona Pozzo di Gotto. Troverete tutto nella Relazione di minoranza della Commissione antimafia.

Compresi i personaggi squallidi e senza scrupoli, tipo Giovanni Aiello, meglio conosciuto come “faccia da mostro” (il killer di Stato e delle mafie). E’ Stato “suicidato” anche lui nel 2017? Anche l’infarto torna spesso in certe storie poco chiare. 

Chi ha massacrato il giovane Attilio? Gli appartenenti ai Servizi? I componenti di Cosa nostra? Aveva riconosciuto il latitante Provenzano (lasciato vergognosamente in libertà dagli apparati dello Stato per la famosa e sciagurata Trattativa con Cosa nostra)? Chi sono i traditiori e i vigliacchi assassini? 

Il copione è sempre lo stesso. Quante volte si è ripetuto in questo Paese orribilmente sporco?

Noi continueremo a tenere i riflettori accesi. Fino alla riesumazione del cadavere. Fino alla fine di questa brutta storia. C’è una famiglia che chiede Giustizia, c’è una madre – la signora Angela – che pretende la Verità sulla morte di suo figlio. C’è un intero Paese, quello composto da persone perbene, che vuole conoscere la vera storia. Non quella inventata a tavolino e, per adesso, certificata con una sentenza.  

Per queste ragioni pubblichiamo integralmente la Relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomento delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere.  

Ma non ci fermeremo qui. 

RELAZIONE DI MINORANZA SULLA MORTE DI ATTILIO MANCA

(Relatori: on. Giulia Sarti, senLuigi Gaetti, on. Francesco D’Uva, on. Fabiana Dadone e sen. Mario Michele Giarrusso)

Presentata alla Commissione nella seduta del 21 febbraio 2018

1. Premessa

La morte di Attilio Manca, giovane urologo di Barcellona Pozzo di Gotto, è l’ennesimo episodio nel quale l’onere di ricercare verità e giustizia è rimasto, in primis, sulle fragili spalle dei suoi familiari. L’accorato appello della madre di Attilio Manca, Angela Gentile, audita da questa Commissione nella missione a Messina del 27 e 28 ottobre 2014 (insieme al padre e al fratello di Attilio Manca, nonché al legale Fabio Repici), non può essere pertanto capziosamente mistificato e ritorto in «campagna mediatica».

Sin dal ritrovamento del cadavere di Attilio Manca, avvenuto la mattina del 12 febbraio 2004, nella sua abitazione di Viterbo, vi sono stati episodi tali da sollevare ragionevoli dubbi circa la causa accidentale della sua morte e delle lacune investigative di cui si darà conto nel seguito della relazione.

Particolare rilievo meritano le circostanze attraverso le quali i genitori e il fratello di Attilio vennero a sapere della sua improvvisa morte e riuscirono ad arrivare a Viterbo per vedere la salma.

La morte del medico venne comunicata dallo zio, Gaetano Manca, padre di Ugo Manca, al fratello di Attilio, Gianluca Manca intorno all’ora di pranzo del 12 febbraio 2004. Comunicò subito che, all’interno dell’appartamento di Attilio erano state trovate due siringhe, una in bagno e l’altra nella pattumiera della cucina. Stando alle sue parole, la comunicazione gli pervenne da una collega di Attilio, l’anestesista Giuseppina Genovese. Ugo Manca, il cugino della vittima, darà invece un’altra versione: a informarli sarebbe stato il primario dell’ospedale Belcolle di Viterbo, Antonio Rizzotto.

Venne comunicato alla famiglia di Attilio da Gaetano Manca che erano stati già fatti dei biglietti aerei con i nominativi di Gino Manca, Gianluca Manca e, inaspettatamente, Ugo Manca, senza la mamma di Attilio, Angela Gentile. La famiglia si oppose e alla fine partirono in aereo solo i genitori e il fratello di Attilio, accompagnati dal fratello della signora Gentile. Ugo Manca, diversamente da quanto da lui programmato, dovette recarsi a Viterbo separatamente in treno.

Da rilevare il comportamento assunto da Ugo Manca per tutta la giornata del 13 febbraio, durante la quale cercò spasmodicamente di entrare nell’abitazione del cugino Attilio posta sotto sequestro, asseritamente per recuperare dei vestiti da utilizzare per vestire la salma, nonostante gli zii gli avessero già segnalato la volontà di comprare abiti nuovi per quella triste occasione. Vistasi negata l’autorizzazione dalla famiglia del medico, Ugo Manca si recò personalmente alla procura di Viterbo cercando di farsi, inutilmente, rilasciare il permesso per entrare in casa nonostante i sigilli.

2. L’inizio delle indagini e l’iter del procedimento

Il cadavere di Attilio Manca venne ritrovato nel proprio appartamento di Viterbo (il giovane professionista da circa un anno operava presso il reparto di urologia dell’ospedale Belcolle di Viterbo) nella mattina del 12 febbraio 2004, poco prima delle ore 11. Intervenuti il medico del 118 e agenti della Polizia di Stato, immediatamente ne nacquero le indagini, che vennero affidate al dottor Renzo Petroselli (anch’egli audito da questa Commissione, insieme all’allora procuratore capo di Viterbo Alberto Pazienti, il 13 gennaio 2015 e il 9 aprile 2015). Essendo evidente che la plausibile causa di morte del giovane medico fosse l’assunzione di droga, in ragione del rinvenimento di due siringhe usate, le indagini della procura di Viterbo e della locale squadra mobile (al tempo guidata dal dottor Salvatore Gava, già indagato – e poi condannato definitivamente – per falso ideologico con abuso delle funzioni in relazione ai fatti del G8 di Genova) furono mirate a documentare i rapporti tra Attilio Manca e una donna romana con precedenti per droga, tale Monica Mileti che, nel pomeriggio del 10 febbraio 2004, aveva effettivamente incontrato Manca a Roma. Tuttavia la Mileti non venne nemmeno iscritta sul registro degli indagati. Seguirono ripetute richieste di archiviazione formulate dal pubblico ministero Petroselli, rigettate per due volte dall’allora giudice per le indagini preliminari di Viterbo Gaetano Mautone (il 13 maggio 2005 e il 18 febbraio 2006), il quale, accogliendo le richieste di opposizione del legale della famiglia Manca, dispose lo svolgimento di ulteriori indagini. Una terza richiesta di archiviazione venne avanzata dalla procura il 20 novembre 2009 e, a seguito di un’ulteriore opposizione dell’avvocato della famiglia Manca, il GIP, Salvatore Fanti, disponeva di procedere ad altri accertamenti. Il pubblico ministero formulò una quarta richiesta di archiviazione accolta dal GIP il 26 luglio 2013, a quasi dieci anni dalla morte di Attilio Manca.

Da evidenziare, purtroppo, il fatto che la procura di Viterbo in tutto questo lasso di tempo, anche a seguito di ufficiali sollecitazioni, si rifiutò di sentire i genitori di Attilio Manca e di verbalizzarne le dichiarazioni. Per questo, essi hanno dovuto sobbarcarsi l’onere di cercare verità e giustizia in tutte le sedi possibili, chiedendo semplicemente che venissero compiute indagini maggiormente approfondite sulla morte dell’urologo barcellonese, cominciando una via crucis che purtroppo nella storia italiana troppo spesso i familiari delle vittime si sono trovati a percorrere a causa delle inadempienze dello Stato. Così, i genitori di Attilio Manca si rivolsero alla procura distrettuale antimafia di Messina, al commissariato di pubblica sicurezza di Barcellona Pozzo di Gotto, alla compagnia dei Carabinieri di Pozzo di Gotto.

3. Le lacune investigative

A causa dei mancati accertamenti e di determinate lacune investigative di seguito evidenziate, si sono creati dei veri e propri buchi neri nella ricostruzione dei fatti che hanno prodotto probabilmente irreparabili danni alla doverosa ricerca di verità.

Vi sono, tuttavia, alcuni dati certi, occultati da vere e proprie campagne negazioniste, delle quali non si comprende la genesi.

3.1. L’orario della morte

Il primo dato riguarda l’orario approssimativo della morte di Attilio Manca. Quando, alle 11.45 del 12 febbraio 2004 il medico dottor Gliozzi, intervenne presso l’abitazione del medico per attestarne il decesso, rilevò che Attilio Manca era morto circa «dodici ore prima», come si legge inequivocabilmente nell’annotazione dell’ufficio prevenzione generale – squadra volante della questura di Viterbo del 12 febbraio 2004 alle ore 14 (cfr. annotazione di servizio dell’ufficio prevenzione generale – squadra volante – della questura di Viterbo). Quindi, fin da subito, si apprese che Attilio Manca era morto nella notte fra l’11 e il 12 febbraio 2004. Del resto, perfino la lacunosissima autopsia redatta dalla dottoressa Dalila Ranaletta, incaricata dal PM Petroselli, attestò inizialmente allo stesso 12 febbraio 2004 la data della morte del giovane medico.

Rispetto a questo dato, c’è un ulteriore elemento di riscontro, fornito dalle dichiarazioni rese alla Polizia di Stato nell’immediatezza dalla vicina di casa di Attilio Manca, Angela Riondino, la quale, sentita lo stesso 12 febbraio 2004, riferì che «ieri sera verso le ore 22 – 22.15 ho udito chiudere la porta dell’appartamento del dottor Manca, preciso che io mi trovavo dentro il mio appartamento e non ho veduto se fosse rientrato lui o altri, o comunque lo stesso con altre persone» (cfr. verbale dichiarazioni rese da Angela Riondino). Ne deriva che gli inquirenti appresero che in orario concomitante con la morte di Attilio Manca, qualcuno aveva chiuso la porta della sua abitazione.

Questi dati, importantissimi perché convergenti tra loro, sono stati sostanzialmente minimizzati perché la prima relazione della dottoressa Ranalletta, il successivo esame autoptico, insieme all’integrazione richiesta poi dal GIP, presentano lacunosità tali da aver lasciato aperto il campo delle interpretazioni da parte della procura sull’effettivo e preciso orario della morte, quando sarebbe bastato effettuare correttamente l’autopsia del 13 febbraio 2004, il giorno dopo il ritrovamento del cadavere del medico barcellonese.

3.2. La ricostruzione delle giornate del 10 e 11 febbraio

Va subito segnalato che il principale vuoto delle indagini riguarda le ultime 24 ore di vita di Attilio Manca. Le ultime sue tracce risalgono alla tarda sera del 10 febbraio 2004. Fino a oggi gli inquirenti non hanno mai saputo dire cosa abbia fatto e dove sia stato Attilio Manca nell’intera giornata dell’11 febbraio 2004, poiché la tesi della procura muoveva dal presupposto immotivato(visti gli elementi di cui sopra, in mano agli inquirenti fin da subito) che il medico fosse morto già dalla sera/notte del 10 febbraio.

Il 10 febbraio 2004 Attilio Manca era stato serenamente a pranzo dall’amica Loredana Mandoloni. Aveva sentito al telefono i propri genitori e aveva avuto con loro una conversazione affettuosa. Subito dopo pranzo aveva sentito al telefono il barcellonese Salvatore Fugazzotto, suo vecchio amico ma negli ultimi tempi soprattutto amico di Ugo Manca e – come raccontato da Loredana Mandoloni al fratello di Attilio, Gianluca Manca, che lo riferì agli inquirenti – a quel punto mostrò preoccupazione e fastidio, cambiando umore e sostenendo di dover incontrare a Roma persone che non aveva piacere di vedere. A quel punto si diresse a Roma da solo alla guida della propria auto. Fino a quel momento non aveva ancora avuto alcun contatto telefonico con Monica Mileti. Le telefonò, invece, quando si trovava già a Ronciglione, avendo già quindi percorso un rilevante tratto di strada sulla Roma-Viterbo. Conseguentemente, la sua decisione di andare a Roma prescindeva dall’incontro con la Mileti. Peraltro, non si può trascurare che il rapporto di Manca con la Mileti ha origine nell’ambiente barcellonese (di cui si dirà dopo), visto che a presentare la Mileti all’urologo fu Guido Ginebri, altro soggetto barcellonese vicino a Ugo Manca. Sennonché, Attilio Manca, che aveva vissuto a Roma per oltre dieci anni e che considerava la capitale come la propria città d’adozione, mentre si dirigeva a Roma ritenne di telefonare per due volte all’ospedale di Viterbo per chiedere a una infermiera e a un collega medico, entrambi per nulla pratici della città capitolina, indicazioni su due luoghi a lui per forza noti (in un caso addirittura piazza del Popolo), come a voler lasciare tracce dei suoi spostamenti. D’altra parte, avesse davvero avuto bisogno di informazioni stradali su Roma, le avrebbe potute chiedere per strada.

In riferimento al ritrovamento del cadavere, un dato certo è che Attilio Manca aveva ingerito del cibo poche ore prima di morire. Dove, visto che in casa non furono trovate tracce di pasti? Forse quell’11 febbraio Attilio Manca era stato fuori di casa? Dove? E con chi? Gli inquirenti non sono stati in grado di fornire risposte.

Ciò che successe ad Attilio Manca nella giornata dell’11 febbraio rimane, dunque, avvolto nel mistero.

3.3. L’ultima telefonata

Questo vuoto temporale è di indubbio rilievo perché richiama le dichiarazioni dei genitori di Attilio Manca circa l’ultima telefonata che essi ricevettero dal loro figlio, il quale li chiamava immancabilmente ogni giorno, anche più volte nello stesso giorno, nella mattina dell’11 febbraio 2004.

La conversazione fra il medico e la madre durò pochissimo e vi fu la richiesta da parte di Attilio, davvero insolita e stravagante per la stagione, di far mettere a punto e di controllare la motocicletta, che si trovava nella casa di villeggiatura, affinché fosse pronta per agosto.

Questa telefonata non compare nei tabulati telefonici forniti dalle compagnie riferiti al medico e ai genitori, né nella lista delle telefonate del cellulare del Manca ritrovato nel suo appartamento.

Tuttavia, non può essere trascurato che sia Loredana Mandoloni (infermiera del reparto di urologia dell’ospedale Belcolle particolarmente legata a Manca) sia Maurizio Candidi (collega di reparto e amico di Attilio Manca) riferirono il 13 e il 14 febbraio 2004 alla Polizia di Stato di aver appreso dalla madre di Attilio Manca nella mattina del 13 febbraio che ella aveva sentito al telefono il proprio figlio giusto nella mattina dell’11 febbraio.

Come si può ragionevolmente credere che, il giorno dopo aver appreso del decesso del proprio amato figlio, una madre non ricordasse nitidamente il momento in cui lo aveva sentito per l’ultima volta, soprattutto in ragione di quella stravagante richiesta che le aveva destato un netto stupore? Senza trascurare che l’assenza di contatti telefonici fra il 10 febbraio e l’ora di pranzo del 12 febbraio avrebbe sicuramente destato preoccupazioni nei genitori del medico, abituati a sentirlo più volte al giorno, come si è specificato, e immancabilmente tutti i giorni.

Nelle settimane seguenti l’uccisione del figlio, i genitori di Attilio Manca scoprirono che la moto in questione, situata nella loro residenza estiva a Tonnarella, era perfettamente funzionante. Quella telefonata, apparentemente senza senso, quindi, poteva essere il disperato tentativo di lanciare un segnale?

Tonnarella è una contrada messinese a metà fra i comuni di Terme Vigliatore e di Furnari, in provincia di Messina. A fare riferimento a quel territorio furono le parole registrate da un’intercettazione ambientale del 13 gennaio 2007 (confluita nell’operazione antimafia di Messina denominata «Vivaio»), di Vincenza Bisognano, sorella del boss barcellonese Carmelo Bisognano (oggi collaboratore di giustizia), mentre si trova in auto assieme al suo convivente Sebastiano Genovese e a una coppia di amici (cfr. intercettazione ambientale del 13 gennaio 2007).

I quattro iniziarono a parlare della vicenda di Attilio Manca, collegandola alla presenza di Provenzano a Barcellona Pozzo di Gotto. Uno degli uomini in macchina, Massimo Biondo, affermò con estrema certezza che il capo di cosa nostra si nascose per un periodo proprio nella cittadina messinese e, riferendosi ad Attilio Manca, aggiunse: «Però sinceramente, stu figghiolu era a Roma a cu ci avia a dari fastidio? (questo ragazzo era a Roma, a chi doveva dare fastidio?)». A quel punto, Vincenza Bisognano rispose: «Perché l’aveva riconosciuto».

Il soggetto a cui si sta facendo riferimento era evidentemente il boss Bernardo Provenzano, tanto che Biondo subito dopo incalzò: «Lo sanno pure le panchine del parco che Provenzano era latitante a Portorosa… cioè lo sanno tutti».

Portorosa ricade nel territorio di Furnari, tra il golfo di Milazzo e Tindari, a pochissimi chilometri da Barcellona Pozzo di Gotto ma, soprattutto, a un passo da Tonnarella. La stessa contrada dove i Manca avevano la loro residenza estiva e a cui fece riferimento Attilio nell’ultima telefonata alla madre.

Questa intercettazione ambientale ha fatto parte di una delle opposizioni alle richieste di archiviazione della procura di Viterbo ma la stessa procura ha omesso di trasmettere gli atti alla direzione distrettuale antimafia di Roma.

3.4. Le anomalie degli accertamenti medico-legali

Quanto all’autopsia, è bene rilevare come la scelta da parte della procura quale proprio consulente della dottoressa Ranalletta si presentò fin da subito come massimamente inopportuna. Ella, infatti, conosceva personalmente il medico defunto, in quanto moglie del primario del reparto di urologia dell’ospedale viterbese, professor Antonio Rizzotto, il quale, al momento del conferimento dell’incarico alla moglie, era già stato sentito come testimone dagli inquirenti.

Inoltre è stato accertato che proprio a causa dell’operato negligente del suddetto medico legale non è stato possibile stabilire con certezza l’orario della morte del Manca.

Il chimico-tossicologo, dottor Fabio Centini, incaricato dalla procura in ausilio alla dottoressa Ranalletta, è stato, poi, capace di dichiarare di aver effettuato un test tricologico su un reperto pilifero di Attilio Manca, senza averne mai avuto incarico, senza saper indicare le modalità di espletamento e senza poter esplicitare nemmeno la data nella quale il presunto test sarebbe stato realizzato. Tutto ciò in assenza di comunicazioni al legale della famiglia, che avrebbe potuto altrimenti nominare un secondo consulente all’atto del test. Ciò rileva poiché il test tricologico è un esame irripetibile, ovvero implica la distruzione del reperto analizzato.

Nulla di questo, però la certezza, da parte del consulente, che all’esito del test da lui autoassegnatosi, era risultato un pregresso uso di eroina da parte di Attilio Manca. Eppure, è noto a tutti che l’esame tricologico, quando realmente effettuato e quando praticato con modalità ortodosse, consente perfino la datazione della pregressa assunzione di sostanza stupefacente.

Invece, nel caso di Attilio Manca, connotato da tutte le anomalie sopra descritte, pure il presunto test tricologico deve essere incasellato nella forzosa costruzione virtuale di chi ha deciso che la morte dell’urologo barcellonese andasse liquidata come il banale decesso di un imprudente eroinomane. Sì, imprudente, e pure consapevolmente, se si considera che il medico, in concomitanza con la doppia iniezione di eroina, avrebbe assunto anche un flacone e mezzo di sedativo Tranquirit, contenente abbondantissima dose di benzodiazepina, sostanza che ha concorso a provocarne la morte. Con la conseguenza che, se si volesse essere fedeli al principio di realtà, nell’ipotizzare l’assunzione volontaria di eroina da parte di Attilio Manca, si dovrebbe concludere per una volontaria scelta di morte: un suicidio, evenienza che, però, dagli inquirenti viterbesi è stata decisamente destituita di fondamento.

Già sulla scorta di questi dati certi e inconfutabili non può essere in alcun modo convalidata l’ipotesi prospettata dalla procura di Viterbo.

4. Il mancinismo e l’inesistente rapporto con l’eroina di Attilio Manca

Altro dato certo è che Attilio Manca è morto per effetto di due iniezioni di eroina praticate al polso sinistro e nell’incavo del gomito sinistro. Nonostante una incresciosa «campagna» per cercare di occultare la verità, Attilio Manca era un mancino puro e, come riferito all’unanimità da tutti i suoi colleghi, del tutto inabile a compiere con la mano destra anche i gesti più banali. I suoi colleghi hanno riferito agli inquirenti di ritenere del tutto impossibile che Attilio Manca potesse essersi iniettato la droga nel braccio sinistro con la mano destra.

Massimo Fattorini, sentito il 17 dicembre 2010, dichiarava: «Io ed Attilio eravamo molto amici e ci frequentavamo anche fuori dall’ambiente ospedaliero … Manca Attilio nel suo lavoro utilizzava solo la sinistra, sia per scrivere che per svolgere ogni altra attività. A differenza di altri dottori mancini, che riescono ad utilizzare anche la destra, lui non poteva farlo: la utilizzava solo per tenere la strumentazione chirurgica che poi per l’uso la passava a quella sinistra. Era certamente una sua spiccata caratteristica … Come detto Attilio era mancino puro e quindi con la destra escludo che potesse fare dei movimenti precisi come quelli di farsi un’iniezione».

Simone Maurelli, sentito il 18 dicembre 2010, dichiarava: «Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino, scriveva sicuramente con la sinistra. Non sono in grado però di precisare se fosse in grado di utilizzare anche la destra soprattutto per i lavori più delicati che competono al nostro mestiere. È successo che abbiamo effettuato degli interventi chirurgici insieme ma non ricordo se Attilio utilizzava la destra o la sinistra: ho modo di ritenere che utilizzasse la sinistra. Mi è rimasto in mente il fatto che Attilio rispondeva al cellulare utilizzando la mano sinistra perché portava l’apparecchio all’orecchio destro, facendo un movimento inconsueto… Posso solo ipotizzare che se per rispondere al telefono utilizzava la mano sinistra, difficilmente avrebbe potuto farsi un’iniezione con la mano destra in quanto è un’operazione che richiede precisione».

Fabio Riccardi, sentito il 20 dicembre 2010, dichiarava: «Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino e scriveva con la sinistra. La destra la utilizzava poco e per gesti semplici. Nelle poche occasioni che l’ho visto operare in sala operatoria o in ambulatorio Attilio usava solo la sinistra. Per esempio anche i punti di sutura che applicava ai pazienti, teneva il porta aghi con la mano sinistra. Del resto anche nello scrivere nelle cartelle cliniche o le impegnative lo faceva sempre con la mano sinistra… Posso solo ipotizzare che, visto come utilizzava la destra, gli sarebbe stato difficile iniettarsi droga con quella mano».

Loredana Mandoloni, sentita il 22 dicembre 2010, dichiarava: «Sono certa che Manca Attilio nello scrivere e nel mangiare utilizzava la mano sinistra, anche nel lavoro e nelle varie prescrizioni mediche. Non sono in grado di riferire se in sala operatoria il Manca utilizzasse la destra o la sinistra in quanto non mi è mai capitato di assisterlo».

Giuseppe Panini, sentito il 4 gennaio 2011, dichiarava: «Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino e scriveva con la sinistra. La destra l’utilizzava poco e per gesti semplici. Anche nella sua professione di medico utilizzava la sinistra anziché la destra. Ricordo che anche nel rispondere al telefono sia esso fisso che cellulare utilizzava sempre la mano sinistra».

Maurizio Orlando Candidi, sentito il 7 gennaio 2011, dichiarava: «Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino, scriveva con la sinistra e svolgeva le sue normali attività con tale mano. È capitato di operare insieme a lui ed anche in queste circostanze ricordo che Attilio utilizzava come mano principale sempre la sinistra. La destra l’utilizzava poco e per gesti semplici… Reputo questa circostanza molto difficile perché sarebbe stato per lui un gesto certamente innaturale. Del resto anche quando operava nei gesti più banali utilizzava la sinistra. Ritengo che quindi, farsi un’iniezione endovena con la sua mano non naturale sia stato estremamente difficile».

Eppure, a fronte di ciò, la menzogna del presunto ambidestrismo di Attilio Manca, lanciata per la prima volta da personaggi barcellonesi coinvolti nelle indagini sulla morte del medico e per ciò solo portatori di interesse al depistaggio, è stata incresciosamente raccolta perfino dal GIP Salvatore Fanti, il quale, smentendo le risultanze ufficiali, asseverò nel provvedimento di archiviazione che Attilio Manca dovesse essere ambidestro perché esperto nella pratica chirurgica della laparascopia.

Anche in riferimento all’ipotetica assunzione di eroina da parte del Manca, tutti i colleghi viterbesi smentivano la possibilità che l’urologo potesse essere un consumatore di droghe, dato che nessun foro era mai stato visibile sulle braccia dell’uomo da parte dei colleghi che operavano quotidianamente in sala operatoria con lui, né aveva mai manifestato alcun segnale di crisi di astinenza.

Diversamente gli amici di infanzia barcellonesi della vittima hanno fornito dichiarazioni incresciose circa l’utilizzo abituale di eroina da parte del Manca.

Addirittura uno di loro, Lelio Coppolino, in atto imputato di falsa testimonianza a Messina in relazione all’omicidio del giornalista barcellonese Beppe Alfano, ha reso alla polizia due versioni completamente antitetiche una rispetto all’altra: una prima volta, disse che Attilio fosse del tutto estraneo alla droga e anzi ne avesse disprezzo; una seconda volta, allorché il cugino di Attilio, Ugo Manca, finì indagato, disse che Attilio era frequente assuntore di eroina.

Lo stesso Ugo Manca, sentito come testimone nel processo a carico di Monica Mileti, ha dichiarato che Attilio Manca fosse un consueto assuntore di eroina e di recente, intervistato da una nota trasmissione televisiva, «Le Iene», lo ha etichettato, senza appello, come «il drogato». Eppure Ugo Manca, mesi addietro, aveva scelto di intraprendere un viaggio di mille chilometri, dalla Sicilia a Viterbo, per farsi operare ad un testicolo dal cugino, pur sapendolo, da quanto da lui dichiarato, eroinomane. Si può dare credito, quindi, alle sue parole?

Non si comprendono pertanto i motivi per i quali sia stato dato più peso alle dichiarazioni degli amici di infanzia della vittima (tutti riconducibili al contesto barcellonese – di cui si dirà dopo), rispetto a quelle di chi frequentava il Manca quotidianamente negli anni precedenti la sua morte.

5. Lo stato dei luoghi al ritrovamento del cadavere

Al momento del ritrovamento del cadavere, vennero ritrovate a casa del medico due siringhe, una nel cestino dei rifiuti in cucina e una sul pavimento del bagno. Entrambe le siringhe erano state chiuse con il tappo salva-ago e una delle due presentava perfino il tappo salva-stantuffo.

Eppure, nell’appartamento di Attilio Manca non sono state trovate tracce del materiale necessario alla liquefazione dell’eroina da aspirare nelle due siringhe utilizzate.

Poiché, secondo la teoria della procura di Viterbo, Attilio Manca sarebbe svenuto e poi morto subito dopo l’assunzione dell’eroina, si dovrebbe ritenere, per convalidare i teoremi degli inquirenti, che Manca avesse acquistato la droga già pronta all’uso nelle siringhe: un inedito nella pur alluvionale letteratura giudiziaria in materia di droga. L’alternativa consisterebbe nella presenza di qualcuno insieme a Manca al momento dell’assunzione dell’eroina, che poi avrebbe fatto sparire le tracce degli strumenti utilizzati alla liquefazione della droga. Essendo accertato che Monica Mileti, del processo a carico della quale poi si dirà, non mise mai piede a Viterbo nel febbraio 2004 prima della morte di Attilio Manca, si dovrebbe ipotizzare che un soggetto rimasto fino a oggi sconosciuto sia stato in compagnia di Attilio Manca nel momento in cui egli predispose e si inoculò l’eroina mortale. A ben vedere, l’unica risposta logica all’anomalia ora rilevata è fornita proprio dalle dichiarazioni della vicina di casa di Manca, che per l’appunto percepì nella tarda sera dell’11 febbraio (proprio in concomitanza con l’ora della morte del medico) la chiusura della porta di casa di Attilio Manca, evidentemente da parte di qualcuno che vi si allontanava.

  Ancora, sulla superficie delle due siringhe non fu rilevata alcuna impronta digitale. Come dare spiegazione ragionevole a tale dettaglio? Si può pensare che Attilio Manca avesse adoperato dei guanti per evitare di lasciare impronte digitali? Per quale motivo? E, soprattutto, quei guanti che fine avrebbero fatto, visto che nell’appartamento non vennero trovati?

6. L’impronta di Ugo Manca

Fra le anomalie alle quali gli inquirenti non hanno saputo dare risposta c’è anche l’impronta digitale di Ugo Manca trovata a casa di Attilio a Viterbo, su una piastrella del bagno vicino alla doccia, cioè nella stanza più umida della casa, quindi sul materiale e nelle condizioni più improbabili per la sua permanenza. L’interessato ha riferito, anche agli organi di informazione, di averla lasciata a metà dicembre 2003, ben due mesi prima della morte del cugino, allorché fu ospitato una notte dallo stesso in previsione di un intervento chirurgico che gli venne praticato proprio da Attilio Manca all’ospedale Belcolle. Eppure nello stesso appartamento non sono state trovate impronte dei genitori di Attilio Manca, ospiti del figlio a Natale 2003, e nemmeno dei suoi amici che trascorsero la serata a casa di Manca addirittura il 6 febbraio 2004.

7. Il processo a carico di Monica Mileti

La procura di Viterbo, dopo aver fatto trascorrere ben dieci anni, ha promosso un processo a carico di Monica Mileti, imputandole la cessione delle dosi di eroina che avrebbero causato la morte di Attilio Manca (articolo 73 del decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990) e anche la morte come conseguenza di altro delitto (articolo 586 codice penale).

Ma proprio a causa del tempo fatto decorrere dalla procura di Viterbo, in udienza preliminare il GUP di Viterbo dovette dichiarare la prescrizione per la seconda delle imputazioni. Per la cessione di droga si è, invece, svolto un dibattimento che ha avuto un andamento davvero imbarazzante. Si è iniziato con l’esclusione dei familiari di Attilio Manca, che si erano costituiti parte civile, su richiesta del PM Petroselli, il quale ha sostenuto, confortato dalla decisione del giudice, che essi non avevano subito danni dalla cessione di droga della Mileti al figlio (contrastando quanto lo stesso pubblico ministero aveva contestato alla Mileti in udienza preliminare con la morte di Attilio Manca come conseguenza della cessione di droga).

Si è proseguito con la mancata citazione, da parte della difesa dell’imputata, dei numerosi testimoni a discarico di cui poteva disporre: i colleghi di Attilio Manca che escludevano che l’urologo barcellonese assumesse droga; i collaboratori di giustizia che avevano dichiarato all’autorità giudiziaria che la morte per droga di Attilio Manca fosse la dissimulazione di un omicidio. La difesa dell’imputata ha perfino omesso di rivolgere alcuna domanda alla mamma di Attilio Manca, allorché costei fu citata dal tribunale a deporre, con una testimonianza durata pochi minuti, dopo che l’anziana donna era stata costretta a sobbarcarsi un viaggio di mille chilometri.

In sostanza, dunque, il processo che formalmente si è celebrato a carico di Monica Mileti, di fatto ha avuto come imputato Attilio Manca. Con una peculiarità patologica: mentre la Mileti ha, come detto, scelto di non difendersi, Attilio Manca era impossibilitato a difendersi, tanto più dopo che dal processo erano stati cacciati i suoi familiari, che si erano costituiti parte civile

8. Il contesto di Barcellona Pozzo di Gotto

Il punto sul quale la giustizia viterbese ha omesso ogni accertamento riguarda, forse non a caso, la mafia barcellonese. Attilio Manca una decina di giorni prima di morire, in modo del tutto inusuale, aveva chiesto informazioni ai propri genitori circa un personaggio barcellonese a nome Angelo Porcino. Era stato – aveva aggiunto – il cugino Ugo Manca a preannunciargli una visita di Porcino a Viterbo per un non meglio precisato consulto. La stranezza della richiesta consisteva nel fatto che quell’Angelo Porcino, più che ai genitori di Attilio Manca, persone del tutto ignare delle dinamiche sotterranee della società barcellonese, era noto alle cronache giudiziarie come mafioso, con legami coi soggetti di vertice della famiglia barcellonese di cosa nostra, quali Giuseppe Gullotti, condannato definitivamente per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, e Rosario Pio Cattafi.

Riscontro oggettivo a quell’evenienza, peraltro, risulta dai dati di traffico telefonico, giacché proprio dieci giorni prima di morire effettivamente Attilio Manca aveva ricevuto delle telefonate dal cugino Ugo. Dagli stessi dati, peraltro, risulta che i due, Ugo Manca e Angelo Porcino, avevano una rete di contatti comuni con utenze site in Svizzera e in Francia e risulta anche, come era stato riferito fin dall’immediatezza agli inquirenti da Gianluca Manca, fratello della vittima, che nella mattina successiva al ritrovamento del cadavere di Attilio Manca, Ugo Manca, precipitatosi a Viterbo, si era mantenuto in costante contatto telefonico con Angelo Porcino, aggiornando quest’ultimo sulle informazioni che riusciva a raccogliere al riguardo della morte di Attilio Manca.

C’è da ritenere, dunque, che anche il tentativo di Ugo Manca (al quale la procura di Viterbo ha omesso di dare una ragionevole spiegazione) di introdursi nell’appartamento di Attilio Manca sottoposto a sequestro, veniva concordato col mafioso Angelo Porcino.

Ma nulla di tutto questo è interessato alla giustizia viterbese. Lì il vero imputato è stato, come nei delitti di mafia nella Sicilia di decenni orsono, Attilio Manca, impossibilitato a difendersi. D’altronde, forse non è un caso che le sollecitazioni dei familiari di Attilio Manca sono state spesso pavlovianamente qualificate come tesi della «difesa». Difesa di chi, se non della memoria di Attilio Manca?

La procura di Viterbo iscrisse nel registro degli indagati, per l’omicidio di Attilio Manca, alcuni dei suddetti soggetti barcellonesi amici d’infanzia di Attilio Manca: Ugo Manca, Lorenzo Mondello, Andrea Pirri, Angelo Porcino e Salvatore Fugazzotto.

Per i cinque barcellonesi era poi sopraggiunta l’archiviazione. Va rilevato, però, come, nel chiedere la suddetta archiviazione, i pubblici ministeri di Viterbo abbiano utilizzato «le dichiarazioni, raccolte aliunde, di soggetti barcellonesi. Non solo. Fra i soggetti le cui dichiarazioni sono state utilizzate per la richiesta di archiviazione c’è perfino Salvatore Fugazzotto, persona sottoposta a indagini nel presente procedimento le cui dichiarazioni, rese quale persona informata sui fatti, sono state ritenute utili per l’archiviazione. Un caso unico di indagato che fa pure da testimone a propria discolpa». (vedi richiesta di opposizione presentata dal legale della famiglia Manca, Fabio Repici, il 17 giugno 2012).

Quanto alla figura di Rosario Pio Cattafi, nato a Barcellona Pozzo di Gotto il 6 gennaio 1952, è utile evidenziare alcuni dettagli del suo passato.

Rosario Cattafi, oltre ad essere imputato nel processo “Gotha 3” per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso (il giudizio è ancora in fase di definizione, essendo in corso il processo di appello, dopo il rinvio della Cassazione, avvenuto il 1 marzo 2017) e condannato con sentenza passata in giudicato per il reato di calunnia, è pregiudicato per i reati di lesioni (è stato riconosciuto colpevole di aver aggredito brutalmente a Messina nel dicembre 1971 cinque studenti universitari in concorso con Pietro Rampulla che sarà l’artificiere della strage di Capaci), porto e detenzione abusivi di arma (fu condannato per aver detenuto un mitra Sten dal quale venne esplosa una sventagliata all’interno della Casa dello studente di Messina nella notte tra il 27 ed il 28 aprile 1973) e di cessione di sostanze stupefacenti. Cattafi fu, inoltre, testimone di nozze del boss barcellonese Giuseppe Gullotti, il quale, oltre ad essere stato condannato a trent’anni di reclusione come mandante dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano, è stato colui che ha fornito, secondo il pentito Giovanni Brusca, il telecomando della bomba che fece saltare in aria l’autostrada a Capaci il 23 maggio 1992.

Nell’esposto presentato dai legali della famiglia Manca alla DDA di Roma l’8 aprile 2015 «si segnalavano i contatti intercorsi nelle ultime settimane di vita fra Attilio Manca e Ugo Manca e anche la visita a Viterbo, preannunciata da Ugo Manca, che avrebbe fatto ad Attilio Manca per non meglio precisate ragioni il pregiudicato Angelo Porcino, condannato il 19 dicembre 2014 dalla corte di assise di Messina anche per associazione mafiosa (sentenza confermata in appello il 2 luglio 2016), quale componente della famiglia di cosa nostra di Barcellona Pozzo di Gotto. Angelo Porcino è solo uno dei soggetti organici alla famiglia mafiosa barcellonese cui da sempre Ugo Manca è stato legato. Nel corso del tempo gli scriventi hanno segnalato all’autorità giudiziaria anche i legami fra Ugo Manca e uno dei capi della famiglia mafiosa barcellonese, Rosario Pio Cattafi e hanno anche prodotto la relazione di servizio della Compagnia CC di Barcellona Pozzo di Gotto del 7 maggio 2002, attestante la partecipazione di Ugo Manca (insieme ai suoi amici Angelo Porcino e Lorenzo Mondello) a un summit di mafia tenutosi nei locali di un’azienda agricola, plausibilmente per festeggiare l’allora momentanea assoluzione del mafioso Antonino Merlino nel processo per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano».

9. Le rivelazioni dei collaboratori di giustizia

Sono arrivate nel corso degli ultimi anni plurime dichiarazioni di collaboratori di giustizia, a testimoniare che Attilio Manca non fosse morto per una dose sbagliata di eroina ma fosse vittima di un omicidio di mafia. I familiari di Attilio Manca si sono dunque rivolti alla procura distrettuale antimafia di Roma nell’aprile 2015, la quale ha aperto un nuovo procedimento ora in fase di attesa del pronunciamento del GIP, dopo la recente richiesta di archiviazione.

Il primo pentito che ebbe a parlare dell’omicidio di Attilio Manca fu il casalese Giuseppe Setola, il quale riferì ai magistrati di aver appreso in carcere dal boss barcellonese Giuseppe Gullotti che il giovane medico era stato assassinato dalla mafia dopo che era stato coinvolto nelle cure all’allora latitante Bernardo Provenzano.

Fu poi il turno del pentito bagherese Stefano Lo Verso, che, nel corso del suo esame davanti alla corte di assise di Caltanissetta nel processo Borsellino quater, parlando delle cure a Bernardo Provenzano per il tumore alla prostata dell’allora latitante corleonese, fece riferimento a una statuetta che egli aveva ricevuto dal boss corleonese e che, per la sua provenienza, poteva aiutare a fare luce sull’assassinio di Attilio Manca.

Dopo di lui, fu la volta del collaboratore di giustizia barcellonese Carmelo D’Amico. Quest’ultimo era il leader del gruppo di fuoco della famiglia barcellonese di cosa nostra. Ha confessato decine di omicidi sui quali l’autorità giudiziaria non era mai riuscita a fare luce e ha rivelato i dettagli a lui noti di altre decine e decine di omicidi del tutto sconosciuti agli inquirenti. Sulle sue dichiarazioni, sempre riscontrate, si sono fondate le ordinanze di custodia cautelare denominate Gotha 6 e Gotha 7, emesse dal GIP di Messina, per numerosi omicidi, associazione mafiosa, estorsioni e altro. Egli ha deposto anche nel processo sulla trattativa Stato-mafia davanti alla corte di assise di Palermo. Le sue dichiarazioni sono finora sempre state valutate come altamente attendibili da tutti i giudici che se ne sono occupati. D’Amico, sentito dalla direzione distrettuale antimafia di Messina sul conto di Rosario Pio Cattafi, ha dichiarato che Attilio Manca è stato assassinato dopo che, per interessamento di Cattafi e di un generale legato al circolo barcellonese Corda Fratres, era stato coinvolto nelle cure dell’allora latitante Provenzano. Manca era stato poi assassinato, con la subdola messinscena della morte per overdose, da esponenti dei servizi segreti e in particolare da un killer operante per conto di apparati deviati, le cui caratteristiche erano la mostruosità dell’aspetto e la provenienza calabrese.

A questo soggetto è stato poi, ove occorresse, dato un nome dal collaboratore di giustizia calabrese Antonino Lo Giudice, il quale ha spiegato ai magistrati di aver appreso dall’ex poliziotto Giovanni Aiello che costui si era occupato, insieme ad altri delitti, anche dell’uccisione dell’urologo barcellonese Attilio Manca su incarico di tale «avvocato Potaffio», facilmente identificabile in Rosario Pio Cattafi.

Com’è noto, il nome di Aiello (nella foto in alto) è legato ai più grossi delitti siciliani degli anni Ottanta e Novanta. L’ex poliziotto, già in servizio alla squadra mobile di Palermo fino al 1977 e poi ufficialmente posto in quiescenza per motivi fisici, è stato accusato da innumerevoli collaboratori di giustizia di essere stato un vero e proprio killer di Stato, al servizio di apparati deviati e di organizzazioni mafiose palermitane, catanesi e calabresi.

Sulla sua appartenenza al mondo dei servizi segreti, è stato lo stesso Aiello a fornire conferma nel corso di alcune conversazioni intercettate dall’autorità giudiziaria. Aiello è deceduto per un improvviso infarto sulla spiaggia di Montauro, nei pressi di Catanzaro, il 21 agosto 2017, mentre era indagato dalla direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria nel procedimento «’Ndrangheta stragista», nel quale poche settimane prima, in quanto individuato come personaggio legato a Bruno Contrada e all’ex poliziotto Guido Paolilli, era stato sottoposto a perquisizione personale e domiciliare.

Al momento della morte Aiello era indagato, insieme ai boss palermitani Antonino Madonia e Gaetano Scotto per il duplice omicidio del poliziotto Antonino Agostino e della moglie Ida Castelluccio. In quel procedimento, da un anno avocato dalla procura generale di Palermo e in attesa della conclusione delle indagini preliminari, egli era indagato anche per concorso esterno in associazione mafiosa. Di Aiello si era dovuta occupare anche la procura distrettuale antimafia di Caltanissetta, per il suo ipotizzato coinvolgimento, secondo numerosi collaboratori di giustizia, nella strage di Capaci, in quella di via D’Amelio e nell’attentato a Giovanni Falcone all’Addaura nel 1989.

In quella sede, nel 2011 la procura di Caltanissetta propose richiesta di archiviazione, arrivando a destituire di fondamento la tesi formulata dai pentiti Vito Lo Forte e Francesco Marullo, secondo i quali andava individuato in Giovanni Aiello l’ex poliziotto identificato con la locuzione «faccia da mostro», assassino per conto di mafia e servizi segreti deviati, del quale per primo aveva parlato nelle confidenze rese al colonnello Michele Riccio il mafioso nisseno Luigi Ilardo, ucciso a Catania il 10 maggio 1996, per effetto di una fuga di notizie dagli uffici giudiziari di Caltanissetta, pochi giorni prima di essere sottoposto a protezione da collaboratore di giustizia e otto giorni dopo essere stato sentito alla sede del ROS di Roma dall’allora procuratore distrettuale di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, dall’allora procuratore distrettuale di Palermo, Giancarlo Caselli, e dall’allora sostituto procuratore di Palermo, Teresa Principato.

Tuttavia, nel procedimento a carico di Aiello, il GIP di Caltanissetta David Salvucci con il decreto di archiviazione del 2012 (nel quale rilevò che non era sufficientemente chiaro il ruolo esecutivo in quei delitti assegnato ad Aiello) attestò che indubitabilmente era proprio Giovanni Aiello quel «faccia da mostro» indicato dai pentiti Lo Forte e Marullo. C’è, quindi, un pronunciamento giurisdizionale che ha acclarato, al di là di ogni dubbio, il coinvolgimento di Aiello come killer al servizio di mafia e apparati deviati dello Stato del quale hanno parlato innumerevoli collaboratori di giustizia (Lo Forte, Marullo, Vito Galatolo, Giovanna Galatolo, Giuseppe Maria Di Giacomo, Antonino Lo Giudice, Consolato Villani, oltre al già citato Luigi Ilardo).

Sempre sull’omicidio di Attilio Manca sono infine arrivate le dichiarazioni, rese a uno dei legali della famiglia Manca, del collaboratore di giustizia barcellonese Giuseppe Campo, il quale addirittura ha rivelato di essere stato contattato per l’uccisione di un medico barcellonese, prima di apprendere che la mafia del territorio aveva poi operato diversamente, uccidendo l’urologo nella propria abitazione a Viterbo e simulando una morte per overdose.

10. Conclusioni

È evidente come la vicenda della morte di Attilio Manca segni un vero e proprio fallimento nell’accertamento della verità dato che, dopo 14 anni, vi sono ancora troppi interrogativi aperti.

Questa situazione non si sarebbe creata se tutti gli uffici giurisdizionali e i soggetti coinvolti a vario titolo, proprio in veste delle loro professionalità, avessero fatto fino in fondo il loro dovere, svolgendo sin da subito gli accertamenti necessari. Invece, purtroppo, la serie di omissioni davvero ingiustificabili per quantità e per qualità, le negligenze compiute anche negli accertamenti medico-legali dai professionisti che se ne sono resi responsabili e il fatto che la locale procura della Repubblica li abbia fiduciariamente scelti e non abbia mai contestato nulla rispetto al loro gravemente inappropriato operato, hanno di fatto prodotto un quadro frammentario che sarà sempre più difficile ricostruire.

A oggi, dal punto di vista giudiziario, si dovrà attendere che il GIP di Roma si pronunci sulla richiesta di archiviazione avanzata dalla direzione distrettuale antimafia di Roma sull’omicidio di Attilio Manca, la quale era stata investita su sollecitazione dei legali di fiducia della famiglia Manca, con un esposto dell’aprile 2015, proprio in ragione delle numerose implicazioni che potevano scaturire sia dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sopra citati, sia dal contesto mafioso di Barcellona Pozzo di Gotto, intessuto di legami con l’asse Provenzano-Santapaola (è nota, peraltro, la scelta di Terme Vigliatore, comune in provincia di Messina, come luogo di latitanza da parte di Benedetto Santapaola).

Questa Commissione ha avuto il merito di essersi occupata per la prima volta del caso della morte di Attilio Manca e di aver provveduto ad analizzare da un ulteriore punto di vista i fascicoli e le risultanze fornite dagli uffici giurisdizionali investiti del caso, in particolare grazie alla trasmissione degli atti da parte dalla procura della Repubblica di Viterbo.

Tuttavia l’operato di codesta Commissione ben poteva continuare con l’espletamento di ulteriori audizioni e con l’acquisizione di documenti utili all’approfondimento del caso, che si auspica verranno portati avanti nella prossima legislatura.

Tali attesi approfondimenti, utilizzando i poteri propri di questa Commissione, vengono qui di seguito elencati:

1) audizione della dottoressa Dalila Ranalletta e del dottor Fabio Centini;

2) acquisizione di tutte le testimonianze dibattimentali rese nel procedimento penale a carico di Monica Mileti;

3) audizione dei soggetti protagonisti dell’intercettazione ambientale del 13 gennaio 2007, Vincenza Bisognano, Sebastiano Genovese e Massimo Biondo, riferita alla latitanza di Bernardo Provenzano;

4) audizione di Ugo Manca, Angelo Porcino, Renzo Mondello, Salvatore Fugazzotto, Andrea Pirri per riferire quanto a loro conoscenza sui fatti e sulle persone a vario titolo coinvolte;

5) acquisizione dei tabulati del secondo cellulare di Attilio Manca, del cellulare di Gioacchino e di Gianluca Manca nel periodo compreso tra ottobre 2003 e il 12 febbraio 2004;

6) accertamento, mediante audizione del dottor Antonio Rizzotto, sulle modalità con cui questi ebbe notizia che la causa della morte di Attilio Manca fosse riconducibile ad un aneurisma cerebrale e informò lo zio del defunto, Gaetano Manca, della suddetta causa;

7) accertamento dell’identità del personale «non autorizzato» presente all’autopsia di Attilio Manca eseguita dalla dottoressa Dalila Ranalletta e audizione di questo;

8) audizione del personale appartenente alle forze di Polizia presente sulla scena del crimine il 12 febbraio 2004 e del medico del 118 intervenuto per primo sul posto, dottor Giovan Battista Gliozzi;

9) accertamento, mediante quesito a un consulente tecnico, sulla durata delle impronte rinvenute nella casa di Attilio Manca, con particolare riferimento a quella di Ugo Manca rinvenuta nel bagno;

10) accertamento, mediante quesito a un consulente tecnico, se le impronte possano essere svanite sui reperti pur sigillati con il trascorrere del tempo o se il risultato delle analisi svolte al riguardo è significativo del fatto che mai altra impronta su quei reperti sia mai stata apposta;

11) individuazione e audizione di quei collaboratori di giustizia vicini a Bernardo Provenzano e arrestati dopo il 12 febbraio 2004 (per esempio Francesco Campanella); audizione di quei collaboratori di giustizia che hanno contribuito a gestire la latitanza di Bernardo Provenzano, arrestati prima del 12 febbraio 2004.

Quel che rimane come giudizio politico, oltre alla stigmatizzazione degli apparati istituzionali che si sono macchiati delle omissionidi cui si è detto, è dover per l’ennesima volta prendere atto della condizione di solitudine e di abbandono in cui troppo spesso lo Stato ha lasciato i familiari delle vittime di mafia.

Relazione di Minoranza sulla morte di Attilio Manca

Presentata alla Commissione nella seduta del 21 febbraio 2018

Comunicata alle Presidenze il 22 febbraio 2018

WORDNEWS 15.11.2020

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