2009 Dopo quasi otto anni gli ergastoli inflitti per la strage sono 25. 

 

Ma i misteri della strage di via D’Amelio, e la stessa vicenda Scarantino è ancora lontana dal potersi dire conclusa. Il 23 maggio 2001 i dubbi sulle indagini effettuate e sulla loro modalità, i contatti telefonici fra esponenti mafiosi e uomini dei servizi segreti, l’ipotesi che uomini di Cosa nostra sarebbero stati utilizzati come manovalanza da apparati statali per mettere a segno l’attentato sono al centro della deposizione del vice questore Gioacchino Genchi. Il funzionario di polizia, interrogato dai giudici della corte d’Appello di Caltanissetta del processo “Borsellino bis” che riguarda gli esecutori materiali della strage, parla di “anomalie” nelle indagini. Ex componente del gruppo investigativo Falcone-Borsellino, Genchi, rispondendo alle domande del presidente della corte, Francesco Caruso, afferma che la procura di Caltanissetta si sarebbe “chiusa a riccio” dopo che “erano emersi contatti fra i boss coinvolti nella strage ed apparati istituzionali”. Per Genchi la procura non avrebbe dato il via libera ad indagare su questi fatti. Genchi esprime inoltre perplessità sulla gestione dell’ormai ex “pentito” Vincenzo Scarantino. Il funzionario avanza un’altra ipotesi investigativa, già illustrata a suo tempo ai magistrati di Caltanissetta. Secondo il teste, le persone che hanno premuto il pulsante che ha provocato l’esplosione non si potevano trovare nelle vicinanze di via D’Amelio perché sarebbero state raggiunte dall’onda d’urto. Gli investigatori avevano individuato come possibile base il Castello Utveggio, che sovrasta la città, dove ha sede la scuola di formazione del Cerisdi e dal quale con un binocolo si poteva controllare la strada in cui avvenne la strage. In questo punto di osservazione, secondo Genchi, si sarebbe insediato per un periodo, un gruppo del Sisde. Il funzionario fa notare alla Corte che nei tabulati di Scotto, l’esperto di telefonia poi assolto, risulta la chiamata a un numero telefonico intestato al Cerisdi. Il 19 luglio, all’udienza d’Appello del “Borsellino bis”, la corte accoglie le richieste dell’avv. Rosalba Di Gregorio, acquisendo al fascicolo del dibattimento anche la “proposta sanitaria” dell’ospedale militare di Chieti che esonerò dal servizio di leva Vincenzo Scarantino. Nel referto, Scarantino viene definito “neurolabile”, un soggetto che “minaccia reazioni al minimo stimolo esogeno non gradito”. Il 1° febbraio 2002 ennesimo show di Scarantino che in aula, nel processo d’Appello, afferma: “Ho ritrattato perché mi hanno minacciato, la verità è quella che ho detto nel processo di primo grado”. La ritrattazione della ritrattazione, secondo Scarantino, fu determinata dapprima da una serie di segnali e successivamente da precise indicazioni di un tale Antonio (nipote di Pietro Scotto) che conobbe a Padova quando era in regime di protezione con la sua famiglia. Racconta Scarantino: “Conobbi Antonio, detto Tonino, in un bar dove andavo a giocare la schedina e parlavamo di pallone. Lui diceva che era catanese, io che ero messinese, ma in realtà eravamo tutti e due di Palermo. Lui, tra una chiacchiera e l’altra, parlava dei pentiti e diceva, ‘sono morti che camminano’. Quella frase mi colpì tanto”. E aggiunge: “Ho chiesto di essere trasferito anche perché una cosa simile mi era già successa quando stavo sotto protezione a Roma dove incontrai un certo Franchino, fratello di Salvatore Tomaselli (condannato a otto anni e mezzo nel processo di primo grado per la strage di via D’Amelio, n.d.r.) proprio a pochi metri da casa mia, dove abitavo con mia moglie e i miei figli. A un certo punto, a Padova, cominciai a vedere Tonino anche davanti alla scuola dei bambini e davanti casa, spesso mi chiedeva come stavano, come crescevano. Così un giorno andai a Modena da mio fratello e gli dissi che volevo ritrattare, lui doveva diffondere la voce a Palermo. E così fece”. Quindi Scarantino racconta del giorno in cui Tonino gli svelò che lui sapeva tutto: “’Ancora non l’hai capito – mi disse – io lo so che tu sei Scarantino, so tutto quello che fai. Cerca di ritrattare, devi dire che sono stati la polizia e i magistrati che ti hanno fatto fare quelle dichiarazioni. Tu puoi uscirne fuori, ti facciamo dare l’infermità mentale, c’è una nuova legge, ti fissiamo un appuntamento con gli avvocati Petronio e Scozzola. Era il maggio 1998”. Scarantino riferisce ancora che in luglio andò a Palermo per fare vedere che era sua volontà ritrattare tutto: “Intanto mia moglie con me era spenta e i miei bambini erano diventati tristi. Nell’ultimo colloquio di gennaio mia moglie mi ha chiesto il divorzio e mi ha restituito la fede”. L’ex “pentito” tornato “pentito” spiega ancora che precedentemente la moglie con i figli erano andati a vivere in Germania dove abitano altri parenti della famiglia: “Io invece ho sempre detto che volevo stare in carcere per motivi di sicurezza”. A Scarantino il sostituto procuratore generale chiede se il fratello Rosario avesse avuto una parte nella ritrattazione: “Sì – risponde – Rosario mi disse di rimangiarmi tutto. In cambio della ritrattazione ottenni che mi liquidassero le mie proprietà che erano state sottratte dalla mafia in seguito alle mie dichiarazioni nel processo di primo grado. I miei parenti erano contenti della mia scelta, ma ormai anche con mia madre e i miei fratelli i rapporti si sono raffreddati e ognuno va per la sua strada”. 
22 novembre 2002: Scarantino viene condannato a otto anni di reclusione dal Gip di Roma Renato Croce per calunnia nei confronti dei pm palermitani Anna Palma e Carmelo Petralia oltre che del defunto Arnaldo La Barbera. Il 31 maggio 2003 viene ucciso a Palermo Rosario Scarantino, un operaio di 30 anni, cugino del nuovamente “pentito” Vincenzo. La dinamica dell’omicidio è chiaramente mafiosa. Trascorrono cinque anni e il 15 ottobre 2008 diventa ufficiale il “pentimento” di Gaspare Spatuzza, killer del gruppo di fuoco dei fratelli Graviano, boss di Brancaccio. Spatuzza fa una rivelazione che spiazza e sbugiarda definitivamente Scarantino. Dice Spatuzza. “Fui io a rubare la 126 usata come autobomba per la strage di Via D’Amelio. A commissionarmi il furto furono i fratelli Graviano”. Il sicario, che ha sulle spalle una quarantina di delitti tra cui quello di don Pino Puglisi, parla da 4 mesi, ma non è stato ancora ammesso al programma di protezione. I magistrati ne stanno valutando l’attendibilità soprattutto alla luce delle contraddizioni tra la sua ricostruzione della strage e quella del “pentito” Vincenzo Scarantino. Sui racconti di quest’ultimo poggia infatti la verità giudiziaria sancita dal primo dei tre processi celebrati su via D’Amelio. Il 1° dicembre si apprende che indagini difensive dirette alla revisione del processo per la strage di via d’Amelio sono state avviate nei mesi scorsi dai difensori di uno degli imputati condannato definitivamente all’ergastolo: Gaetano Scotto. Secondo Scarantino, insieme ad altri avrebbe ricevuto la notizia che Borsellino era stato intercettato dal boss Gaetano Scotto, fratello di Pietro, tecnico di telefonia, che avrebbe compiuto l’intercettazione, quest’ultimo assolto però definitivamente. La difesa di alcuni imputati condannati per la strage sta puntando alla revisione del processo in cui sono stati inflitti decine di ergastoli. Il 21 aprile è ufficiale che le dichiarazioni di Spatuzza sono state riscontrate in tutti i punti che riguardano la strage di via D’Amelio e che quindi Scarantino è un falso “pentito” a cui, nella migliore delle ipotesi, troppi magistrati hanno creduto ciecamente. Spatuzza apre così alcune crepe sul processo che si è già concluso definitivamente per mandanti ed esecutori della strage. Inoltre, nel corso di un confronto che i pm di Caltanissetta hanno fatto fra Candura e Scarantino, il primo ammette di aver mentito. Candura viene indagato per autocalunnia e Scarantino per calunnia. Il 29 luglio la procura distrettuale antimafia di Caltanissetta avvia indagini per accertare se davvero – come Scarantino aveva ammesso in passato – sia stato aggiustato il primo verbale di interrogatorio reso, nel 1994, dallo stesso. L’ipotesi si inserisce nell’ambito di un presunto depistaggio che potrebbe esserci stato nell’inchiesta sulla morte di Paolo Borsellino e della sua scorta. L’analisi dei magistrati parte da quel primo verbale. Il documento, agli atti del processo già definito con sentenze di condanne all’ergastolo, è pieno di annotazioni e suggerimenti scritti a mano a margine delle pagine. E anche in base a questo verbale i giudici avrebbero emesso le loro sentenze di condanna. I magistrati hanno accertato che a scrivere le note è stato un poliziotto. Il giorno dopo tornano a parlare i familiari di Scarantino. Dice la madre: “Mio figlio non c’entra niente. L’hanno costretto a dire cose non vere e ad accusare gente innocente. Erano tutte invenzioni. Noi familiari sapevamo che Enzo era innocente e per questo avevamo protestato pubblicamente nel ‘94”.  Dice ancora la madre: “Sono stati poliziotti e magistrati a costringere mio figlio a dire cose false. Qui tutti lo sanno, come lo sanno anche i magistrati, furono loro, quelli interni allo Stato, a fare la strage”. Insomma verbali aggiustati, il famoso papello annunciato dal figlio di Ciancimino, indagini su cui grava l’ombra del depistaggio, veri e falsi “pentiti” e undici ergastoli definitivi che un probabile giudizio di revisione potrebbe mettere in discussione. 17 anni dopo la strage di via D’Amelio emerge la concreta ipotesi che alcuni investigatori abbiano estorto false confessioni e false accuse. Chi tentò di indurre Scarantino a mentire? E’ la stessa domanda che si facevano gli avvocati che hanno assistito prima al “pentimento” di Scarantino, poi alla sua ritrattazione e infine alla ritrattazione della ritrattazione. In prima fila, ad esprimere dubbi sul collaboratore c’era, allora, l’avv. Rosalba Di Gregorio, difensore di quattro degli 11 imputati che grazie alle dichiarazioni di Scarantino sono stati condannati all’ergastolo. E ancora l’avv. Piero Milio che, da senatore della lista Pannella, nel febbraio del 1999, presentò un’interrogazione al ministro della Giustizia proprio sul verbale “aggiustato” del 1994. “Scarantino – dichiarò in quell’occasione Milio – ha addirittura prodotto atti e documenti non firmati e da lui acquisiti durante il periodo in cui è stato sottoposto a regime di rigorosa protezione. Per questo ho chiesto ai ministri se non ritengano di dover disporre una seria indagine ispettiva anche al fine di accertare come Scarantino abbia potuto disporre – e chi gliela abbia data – della copia degli interrogatori, quasi tutti annotati, mentre la difesa degli imputati ha avuto, a suo tempo, rilasciate solo copie parziali”. Quell’interrogazione, presentata ai ministri del governo di centrosinistra presieduto da Massimo D’Alema, “non ebbe mai alcuna risposta”.  Il 31 luglio 2009 arriva la notizia che Gaspare Spatuzza è considerato “attendibile”. Lo dicono le procure di Caltanissetta, Palermo e Firenze che hanno espresso parere favorevole per il riconoscimento delle misure di sicurezza provvisorie all’aspirante “pentito”, prima tappa per l’accesso al programma di protezione definitivo.  Il 21 novembre l’”attendibilità” di Spatuzza si rinforza. Vittorio Tutino, uomo della cosca palermitana di Brancaccio, nel corso di un interrogatorio a Caltanissetta davanti ai magistrati del pool che indaga sulle stragi del ‘92, fornisce una versione coincidente con quella di Gaspare Spatuzza. La versione di Vincenzo Scarantino è così definitivamente smontata. Ma il mistero Scarantino rimane intatto Misteri d’Italia 2009