Uno tra i più significativi processi si è recentemente concluso con la sentenza della corte di cassazione del 29 aprile 2008 che ha cristallizzato la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa di Filippo Salamone, imprenditore agrigentino amministratore della Impresem, Lorenzo Panzavolta, amministratore della Calcestruzzi s.p.a. (gruppo Ferruzzi-Gardini), Giovanni Bini, manager della Calcestruzzi Ravenna s.p.a. (Gruppo Ferruzzi-Gardini).
È stata definitivamente acclarata l’esistenza di accordi occulti per la spartizione degli appalti, coordinati anche da “uomini d’onore”.E, in particolare, è stata riscontrata l’esistenza del cosiddetto “patto del tavolino”.
Un sistema, praticato dalla seconda metà degli anni ottanta all’inizio degli anni novanta, di turnazione negli appalti di lavori pubblici superiori a 5.000.000.000 di lire in quasi tutta la regione.
Un sistema fondato su negoziazioni “a monte” che coinvolgevano attivamente anche grandi imprese del Centro Nord nel “cartello dei privilegiati”.
Le notizie sull’esistenza e la voracità di questo meccanismo occulto trovano conferma nei documenti relativi alle procedure di aggiudicazione e anche nelle confessioni di alcuni imprenditori coinvolti come ad esempio Filippo Salamone.
Ma sono i racconti di Angelo Siino, indicato come il “ministro dei lavori pubblici” di Salvatore Riina, e di Giovanni Brusca, già capo del mandamento di san Giuseppe Iato, a spiegare le circostanze in cui maturano certe intese.
Con l’avvento vertice dell’organizzazione di Salvatore Riina mutano i connotati dell’ordinamento mafioso.
Viene abbandonata la formula di tipo “democratico-pluralista” , in cui ogni famiglia aveva piena autonomia decisionale nei rapporti con il mondo imprenditoriale. Si opta per un processo di radicale verticizzazione e concentrazione dei processi decisionali in capo alla commissione.
Per lungo tempo il coinvolgimento della mafia siciliana nel settore degli appalti era rimasto circoscritto alla fase successiva alla aggiudicazione della gara, traducendosi nell’esazione del pizzo o della “messa a posto”, del tutto analoga a quella incassata per altre attività economiche, al più estendendosi alla partecipazione di altre imprese protette all’assegnazione di lavori in subappalto.
Al pari di quello che accadeva in altre parti d’Italia, anche in Sicilia erano gli imprenditori a imbastire autonomamente, spesso al riparo di un ombrello di protezione politica e burocratica, accordi collusivi.
Eliminando la concorrenza, gli imprenditori inclusi nel cartello si spartivano gli appalti, accrescendo artificiosamente, con un gioco di offerte prefissate, i prezzi di aggiudicazione e quindi i loro profitti.
Ebbene il passaggio alla struttura “autoritaria” di Cosa Nostra determina un mutamento della filosofia di intervento dell’organizzazione.
La “dittatura” corleonese intende imporre sul territorio i suoi piani spartitori. Vuole gestire gli accordi tra imprenditori, politici, liberi professionisti. Per questo motivo Angelo Siino viene accreditato da Riina come l’interlocutore principale del mondo politico e imprenditoriale per gli appalti pubblici in Sicilia. È lui che coordina il metodo di “turnazione pilotata” delle aggiudicazioni del lavori.
La novità sancisce, per Cosa Nostra, il passaggio da una fase “parassitaria” ad una fase “simbiotica” con il mondo dell’imprenditoria edile. Ed, inoltre, consente a realtà imprenditoriali scarsamente competitive, gestite da “uomini d’onore”, di partecipare direttamente ai lavori da appaltare.
04 aprile 2025 EDITORILEDOMANI.IT