‘Alleanza tra le mafie in Lombardia’, 62 condanne e 45 a processo

ALESSANDRA CERRETI – DDA Milano

 

Il giudice ha riconosciuto la contestazione principale che era stata mossa dagli investigatori. Le indagini, che sono state condotte dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Milano e coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia, hanno infatti svelato un’associazione mafiosa alla quale – come ha spiegato la pubblica ministero Alessandra Cerreti durante la requisitoria di ieri – hanno aderito “rappresentanti delle tre mafie sul territorio lombardo, e solo sul territorio lombardo, che hanno deciso di mettersi insieme per fare business, semplicemente questo, autorizzate dalle case madri a spendere il brand criminale di Cosa Nostra, della Camorra o della ‘Ndrangheta“.


25.1.2024 Milano, minacce di morte “serie e circostanziate” a CERRETI e VIOLA


13.1.2026 Il gup di Milano Emanuele Mancini ha condannato con rito abbreviato 62 imputati a pene fino a 16 anni di reclusione e ne ha mandati a processo 45 nel maxi procedimento a carico di 145 persone, scaturito dall’inchiesta “Hydra” della Dda.
Caso con al centro una presunta “alleanza” tra affiliati di Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra in Lombardia per fare “affari”, ossia sul cosiddetto “sistema mafioso lombardo”.
Il giudice, che ha letto il dispositivo stasera nell’aula bunker del carcere di Opera, ha riconosciuto la contestazione principale dei pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, della Procura diretta da Marcello Viola, ovvero l’associazione mafiosa “costituita da appartenenti alle tre diverse organizzazioni” criminali.
Le indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo, che si sono avvalse anche di recente dichiarazioni di alcuni imputati “pentiti”, erano passate per una decisione del gip Tommaso Perna che nell’ottobre del 2023 bocciò gran parte degli arresti, rigettando 142 istanze di misura cautelare su 153, poi però confermati dal Riesame e dalla Cassazione.
La maggior parte degli imputati si trova in carcere.
La pena più alta, 16 anni, è stata inflitta a Massimo Rosi, considerato esponente di vertice della ‘ndrangheta. Degli 80 imputati in abbreviato 18 sono stati assolti. Nove hanno patteggiato. Undici imputati sono stati prosciolti in udienza preliminare.    ANSA


13.1.2026 Cos’è il processo Hydra, che ha svelato l’alleanza tra mafie in Lombardia: in 62 condannati a 5 secoli di carcere

Ieri sera, 12 gennaio 2026, sono arrivate 62 condanne nell’ambito del processo Hydra a Milano, che ha svelato un’alleanza tra mafie nel territorio lombardo. Ecco, di cosa si tratta.

Ieri, lunedì 12 gennaio 2026, nell’aula bunker del carcere di Opera sono arrivate 62 condanne nell’ambito del processo Hydra, che ha svelato un presunto sistema di alleanze tra mafie in Lombardia. In particolare, il giudice dell’udienza preliminare Emanuele Mancini ha condannato 23 imputati per associazione mafiosa con una pena massima di sedici anni e altri 39 sono stati condannati per altri reati per una pena complessiva a cinque secoli di carcere. A questi si aggiungono nove patteggiamenti, 45 rinvii a giudizio e 29 persone prosciolte tra rito abbreviato e udienza preliminari. Sempre ieri, è stata ordinata la confisca di 450 milioni di euro, riconducibili al valore dei crediti fittizi Iva ideati dalle società vicine all’associazione mafiosa, e di altri 10 milioni di euro. Per coloro che sono stati rinviati a giudizio, il dibattimento inizierà il prossimo 19 marzo davanti all’ottava sezione penale del tribunale di Milano.

Il consorzio lombardo creato dai vertici delle tre mafie

Il giudice ha riconosciuto la contestazione principale che era stata mossa dagli investigatori. Le indagini, che sono state condotte dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Milano e coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia, hanno infatti svelato un’associazione mafiosa alla quale – come ha spiegato la pubblica ministero Alessandra Cerreti durante la requisitoria di ieri – hanno aderito “rappresentanti delle tre mafie sul territorio lombardo, e solo sul territorio lombardo, che hanno deciso di mettersi insieme per fare business, semplicemente questo, autorizzate dalle case madri a spendere il brand criminale di Cosa Nostra, della Camorra o della ‘Ndrangheta“.
Gli inquirenti hanno messo in luce un sistema, una sorta di consorzio lombardo (come definito poi da alcuni pentiti), creato dai vertici di ‘Ndrangheta, Cosa Nostra e Camorra, che raccoglie diverse figure di “delinquenti finanziari” che avrebbe operato tra Milano e Varese per fare “affari” in tutta Italia e che, come sottolineato sempre da Cerreti, mostra come il capoluogo meneghino sia “un contesto mafioso né più né meno di come può esserlo la Calabria”. Gli affiliati del consorzio sarebbero stati autori di estorsioni, traffico di droga e armi. I soldi poi sarebbero finiti in una cassa comune destinati “al sostentamento dei detenuti di ciascuna componente e pretese quale corrispettivo per l’assegnazione e/o agevolazione nella assegnazione di affari leciti o illeciti, in virtù della forza di intimidazione dell’intera associazione”.

L’indagine è stata piuttosto travagliata. A ottobre 2023, aveva fatto discutere la decisione del giudice per le indagini preliminari Tommaso Perna di disporre solo undici misure cautelare rigettandone 142. Il tribunale del Riesame e successivamente la Corte di Cassazione avevano ribaltato la decisione di Perna accogliendo l’impianto accusatorio della procura.

Chi ne faceva parte: i condannati e i pentiti

Tra coloro che avrebbero aderito a questo consorzio lombardo c’è Giuseppe Fidanzati, figlio del boss di Cosa Nostra Gaetano Fidanzati, che ieri è stato condannato a dodici anni di reclusione. Ci sono poi Bernardo Pace e i figli Domenico e Michele, condannati a 14 anni il primo e a 12 anni gli altri due, che avrebbero fatto parte del mandamento della provincia di Trapani. Al vertice di questo, ci sarebbe stato Paolo Aurelio Errante Parrino, rinviato a giudizio, noto per essere un parente da parte di moglie del boss Matteo Messina Denaro. Parrino, conosciuto come lo Zio Paolo e che gestiva il bar Las Vegas ad Abbiategrasso, avrebbe curato i rapporti con la famiglia di Messina Denaro e si sarebbe occupato di qualsiasi necessità del nucleo familiare da soddisfare nel Nord Italia.

La pena più elevata è quella di 16 anni emessa nei confronti di Massimo Rosi, esponente di vertice della locale di Lonate Pozzolo, che è stato condannato per una serie di reati associativi, associazioni di tipo mafioso e traffico di droga. Oltre agli altri già citati, sono stati condannati Filippo Crea a 14 anni di reclusione, Giovanni Abilone, collegato al mandamento di Castelvetrano, a 13 anni e quattro mesi di reclusione. Sono stati invece rinviati a giudizio: Gioacchino Amico, Rosario Abilone.

William Cerbo (il 43enne, soprannominato Scarface, che farebbe parte del clan catanese dei “Carcagnusi” che fa capo a Santo Mazzei e che poi si è avvicinato al clan di camorra romana dei Senese), Francesco Bellusci(esponente dei clan di ‘ndrangheta della locale di Legnano-Lonate Pozzolo, noto come “Occhi Celesti”,che avrebbe partecipato a diversi summit con i rappresentanti di Messina Denaro e del clan di Senese) e Saverio Pintaudi, che nel corso del processo sono diventati collaboratori di giustizia, sono stati condannati a quattro anni e mezzo di reclusione perché si sono visti riconoscere l’attenuante. Alcuni imputati sono stati inoltre condannati a risarcire i danni di immagine alle parti civili Regione Lombardia, Città Metropolitana di Milano, Comune di Milano, Comune di Varese, l’associazione Libera e quella Wikimafia. Ilaria Quattrone


OPERAZIONE HYDRA News


12.1.2026 Mafia in Lombardia, oggi la sentenza del maxi processo Alleanza tra cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra: chiesti oltre 5 secoli di carcere

 

Oggi è il giorno della sentenza per il primo filone del maxi processo Hydra sul “sistema mafioso lombardo”.
Cioè, sulla “alleanza” – è la base delle accuse della Procura – tra cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra in Lombardia per fare affari.
Salvo imprevisti, nel pomeriggio il gup Emanuele Mancini, nel processo in corso nell’aula bunker del carcere di Opera, emetterà il verdetto per i 78 imputati che hanno scelto il rito abbreviato. Le persone alla sbarra in totale sono 146.
Hydra è uno dei processi di mafia più imponenti degli ultimi decenni in Lombardia.
Nelle scorse udienza i pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane hanno chiesto condanne per oltre cinque secoli complessivi.

Per questa inchiesta, affidata al Nucleo investigativo dei carabinieri, tra l’altro a Cerreti a al procuratore Marcello Viola è stata rafforzata la scorta a causa delle minacce di morte ricevute.Sempre nelle ultime udienze del 2025 il giudice ha deciso di acquisire agli atti nuovi verbali. Nel corso del processo infatti alcuni imputati si sono fatti avanti con l’intenzione di collaborare con gli inquirenti con ampie dichiarazioni. I più recenti verbali depositati dai pm sono quelli di Francesco Bellusci, 38 anni, membro di uno dei clan entrati a far parte del cosiddetto “consorzio”. Si tratta della “locale di Legnano-Lonate Pozzolo”, tra Milano e Varese. Bellusci si aggiunge all’altro pentito, sentito nei mesi scorsi, William Alfonso Cerbo detto “Scarface”. Entrambi hanno in sostanza confermato l’ipotesi accusatoria sul patto tra mafie, fornendo anche elementi piuttosto precisi su circostanze, date e persone coinvolte. C’è poi Saverio Pintaudi, della cosca Iamonte, che aveva parlato con i pm della Dda ancora prima che il procedimento arrivasse avanti al gup.
Oggi sono previste le eventuali repliche delle parti e poi dovrebbe arrivare la sentenza per gli imputati in abbreviato. A novembre la Procura ha chiesto 75 condanne, tra cui vent’anni ciascuno per Filippo Crea e per Giuseppe Fidanzati, figlio del boss palermitano Gaetano Fidanzati, per un totale di circa 570 anni di reclusione, oltre a tre assoluzioni.
Il giudice dovrà inoltre decidere se mandare a processo gli altri imputati, poco meno di una sessantina, che hanno scelto il rito ordinario e sono quindi in udienza preliminare. Infine dovrà esprimersi su quelli che hanno chiesto di patteggiare la pena. Cristina Bassi 12


26.10.2025 – Hydra, il super pentito svela la scalata della ‘ndrangheta a FdI nel Milanese

Hydra, al pentito era stato chiesto di portare voti a un medico candidato con FdI amico del boss Crea in cambio di un intervento in clinica

Il super pentito catanese William Alfonso Cerbo detto “Scarface” è in grado di raccontare anche il tentativo della ‘ndrangheta di dare la scalata a FdI. Gli era stato chiesto di raccogliere voti per Ignazio Ceraulo, il medico “amico” di Santo Crea, ritenuto esponente di vertice della cosca Iamonte di Melito Porto Salvo, tra le componenti del sistema mafioso lombardo, il consorzio di ‘ndrangheta, cosa nostra e camorra, operante nel Milanese e nel Varesotto, su cui verte l’inchiesta Hydra. Ai pm della Dda milanese Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, Cerbo ha riferito di essersi messo a disposizione per sovvenzionare con 5mila euro la campagna elettorale.

L’APPOGGIO AL MEDICO CANDIDATO CON FDI

In quel periodo, Cerbo, la cui specialità erano i fallimenti pilotati per conto del clan Mazzei, era spesso a Milano, dove avrebbe operato la confederazione orizzontale delle mafie col compito di riciclarne i tesori. Ed era spesso con Giancarlo Vestiti, uomo di vertice del clan camorristico dei Senese. Ma si rapportava anche con i calabresi. «Loro – dice Cerbo ai pm con riferimento a Senese e Crea, ndr – gli stavano aprendo la strada per creare una segreteria politica». Quando incontra Ceraulo, gli viene presentato come un “carissimo” amico di Crea. In effetti, Cerbo si era rivolto a Crea per “accelerare” una visita medica per un papilloma labiale. Il boss calabrese pare facesse il bello e il cattivo tempo nella clinica di cui era titolare il dottore. Crea definiva il medico, stando al racconto del pentito, come “compare” e “fratello”. All’incontro col medico, Crea non c’era. C’era Vestiti con un avvocato. Ma proprio Crea lo aveva invitato là, anche per «parlare di altre cose». «Gli faccio vedere questa cosa che avevo nella lingua, lui si fece la foto. Dice “lo facciamo noi”». Poi Vestiti gli parla del professionista che stava per scendere in campo in politica. «Fagli la gentilezza di avere dei voti», la richiesta.

I CLAN PUNTANO SU UN ALTRO “CAVALLO”

Pochi giorni dopo, Cerbo verrà contattato dalla clinica. Si sottoporrà a un intervento dopo aver ricevuto una «riverenza eccezionale». Ma venne a sapere che quella “bella ragazza” che esaminò il suo documento in segreteria digitò su Google il suo nome. Così sarebbe spuntato l’«inferno». E quando qualche giorno dopo chiamò Ceraulo al telefono per avere novità sulla biopsia, il medico nemmeno gli rispose. Successivamente, Vestiti fece una battuta, affermando che per “colpa” sua la candidatura non sarebbe più andata in porto «’Sto Ignazio non aveva superato la prova». Ma i clan stavano già puntando su un altro “cavallo”. E che dietro c’erano «personaggi della politica di Fratelli d’Italia».

GUERRA SFIORATA PER GELOSIA

Parla spesso, Cerbo, nei verbali che sta mettendo nero su bianco davanti ai pm di Milano, della caratura criminale di Santo Crea. Sarebbe stato lui a dirimere una controversia che, se non altro, serve agli inquirenti per dimostrare come le mafie fanno rete a Milano. In questo caso l’unione è anche con gli albanesi. Una volta, per esempio, Cerbo ebbe una lite con i proprietari del bar accanto al suo centro estetico. Un loro dipendente  faceva battute moleste alla sua fidanzata dell’epoca, che allora gestiva il centro estetico. Del genere “non sono geloso”. Cerbo va a farsi barba e capelli insieme a Vestiti al centro estetico, come ogni sabato. E convoca il ragazzo del bar. Alla presenza di Vestiti gli molla due ceffoni. «Ora vai dal tuo titolare e gli dici che o ti licenzia o da domani in poi chiudete baracca», gli intima. La minaccia viene poi reiterata nei confronti di uno dei titolari del bar, che era stato informato dal ragazzo.

LA PAX IMPOSTA DAL BOSS

Nel pomeriggio la sua ragazza lo contatta dicendogli che ci sono cinque brutti ceffi che lo cercavano con atteggiamento arrogante. Lui se li fa passare al telefono e uno di loro gli dice che, se le persone che avevano minacciato il fratello non fossero arrivati subito, il centro estetico sarebbe rimasto chiuso dal giorno dopo. All’appuntamento Cerbo si presenta con Vestiti, Crea, un albanese e Antonio Sorrentino, anche lui ritenuto esponente della componente camorristica del “consorzio”. La preoccupazione di Vestiti è quella di sapere quale fosse l’accento con cui parlavano quei tizi. Sembrava un accento calabrese. E Crea è un “capo storico”, diceva Vestiti. In effetti, sarà Crea a mostrare la sua caratura criminale, appena si presenta. Fu lui a ordinare ai contendenti di darsi la mano. Da quel momento in poi titolari di bar e centro estetico sono pure divenuti amici.

RAPPORTI COL CAPO DEI CIROTANI AL NORD

Come si ricorderà, sono state le dichiarazioni del pentito Emanuele De Castro, figura di vertice del “locale” di ‘ndrangheta di Legnano e Lonate Pozzolo, arrestato nel 2019 nell’operazione Krimisa condotta contro l’articolazione in terra lombarda della cosca Farao Marincola di Cirò, a dare impulso alla maxi inchiesta della Dda di Milano. De Castro faceva i nomi di Massimo Rosi, indicato come il nuovo capo dei cirotani in Lombardia, e del siciliano Gaetano Cantarella, detto “Tanu ‘u curtu”, dal cui monitoraggio gli inquirenti sarebbero partiti per ricostruire i legami tra i vari esponenti dei clan di cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra. Cerbo dice molto su Cantarella, storico affiliato del clan catanese dei Mazzei, incaricato di gestire gli “affari” a Milano e poi vittima di lupara bianca. Invece, almeno prima dell’operazione Hydra, non conosceva Rosi, al quale è stato attribuito un ruolo centrale nella reazione di un sistema mafioso trasversale.

«PRIMA LO VOLEVA AMMAZZARE E POI RIDONO INSIEME»

Lo ha conosciuto nel carcere di Milano Opera. Quando i pm gli sottopongono un album fotografico con i volti dei principali indagati, Cerbo riconosce Rosi e ricorda un particolare. Uno degli imputati, Pietro Mannino, dopo aver reso dichiarazioni spontanee in udienza, secondo la versione di Cerbo si sarebbe messo a ridere insieme a Rosi. Il pentito rammenta che un coimputato gli fece una battuta. «Prima lo voleva ammazzare e poi si mettono a ridere insieme». Il presunto capo società del “locale” di ‘ndrangheta di Legnano e Lonate Pozzolo, ritenuto dalla Dda di Milano il principale fautore dell’alleanza tra le mafie in terra lombarda, era in cerca di finanziamenti per i lavori da attuare con le agevolazioni previste dal cosiddetto “Ecobonus”. La “faccia pulita” per l’affare sarebbe stato Mannino, detto l’”architetto”. Ma, anziché fargli guadagnare soldi, nell’affare su cui aveva investito il clan Senese, glieli avrebbe fatti perdere. «Ci stava andando mezzo anche Massimo», spiega il pentito che avrebbe avuto come fonte lo stesso Rosi, durante le passeggiate nell’ora d’aria.

RAPPORTI CON I VIP CORONA E MORA

Il raccontone di Cerbo sembra confermare anche le propalazioni del loquace Vestiti nelle conversazioni captate dagli inquirenti. Per esempio, a proposito delle cene da Lele Mora, il noto agente di spettacolo, che a dire del pentito avrebbe partecipato a un incontro in cui si parlava della merce che il pentito riusciva a vendere al mercato ortofrutticolo di Milano. La cricca mafiosa aveva rapporti anche con l’ex re dei paparazzi Fabrizio Corona, che, sempre secondo Cerbo, si rivolgeva a Cantarella quando aveva “problemi” a Milano o per recupero di crediti.

L’”AMICO DI CIRO FERRARA”

I vip compaiono spesso nei racconti di Cerbo. Quando spiega la genesi della coalizione tra Cantarella, Vestiti e Crea, esponenti di cosche di cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta, racconta che all’incontro partecipò un campano di bassa statura che sosteneva di essere «amico di Ciro Ferrara». Tant’è che una volta a nome dell’ex calciatore gli avrebbe prenotato un tavolo in un locale a Capri, dove arrivò con la sua ragazza. «Vai a nome nostro». E gli offrirono una bottiglia di champagne di 500. William Alfonso Cerbo  QUOTIDIANO DEL SUD 


19.10.2024 – Il consorzio delle mafie in Lombardia unite e paritarie

 

Ribaltata ordinanza del Gip che aveva bocciato tesi della Procura, in Lombardia le mafie in consorzio evitano scontri e massimizzano profitti


«A Milano si fanno le cose giuste». «Qua siamo tutti e tre… siamo tutti insieme… siamo tutti una cosa». «Asse non asse… costruiremo tutto con i proventi di Milano… con i proventi di Calabria… con i proventi di Sicilia…tu prendi i soldi da Milano da investire a Roma». Non è una “nuova mafia”. Ma un’associazione mafiosa che «presenta caratteri di novità esclusivamente sotto il profilo operativo». Non è una struttura “verticistica”. Ma una confederazione “orizzontale” costituita da condannati per associazione mafiosa sia nei territori della genesi storica delle organizzazioni criminali che in Lombardia. Gente che ha un suo “retaggio” all’interno di strutture come Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra.

CONSORZIO TRA MAFIE IN LOMBARDIA COME NEGLI ANNI NOVANTA

Un’associazione «senz’altro di tipo mafioso in ragione dei collegamenti e delle autorizzazioni delle case madri», nonché delle logiche che sottendono alla regolazione dei rapporti tra gli affiliati, con quelli di maggiore spessore criminale che dirimono controversie. Un’associazione che ha il suo antecedente storico nel “consorzio” tra le mafie siciliana, calabrese e campana già nei primi anni ’90, come attestano pronunce giudiziarie e dichiarazioni di collaboratori di giustizia, ad esempio quelle che narrano dei summit in cui venne condivisa la strategia stragista. Ma, dopo tanto tempo, si è registrata «l’inevitabile modifica soggettiva e operativa delle componenti».

Tanto più che nel territorio milanese c’era bisogno di creare una “struttura articolata”, nel corso delle indagini rivelatasi “unitaria”, che mirasse a «evitare conflitti e massimizzare profitti». La pm Alessandra Cerreti alla fine ha avuto ragione e il Tribunale del riesame di Milano ha smontato, dopo un anno, l’ordinanza del gip Tommaso Perna che aveva stroncato quella che sembrava un’inchiesta da manuale. Quella condotta dalla Dda e dai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, che aveva portato all’operazione “Hydra”, dal mostro mitologico con sette teste che una volta tagliate ricrescono.

CONSORZIO TRA MAFIE IN LOMBARDIA, IL RUOLO DI MASSIMO ROSI

Il Tribunale ritiene che il gip abbia “parcellizzato” o addirittura “banalizzato” dati probatori che attestano, invece, l’esistenza del “sistema mafioso lombardo”. Sono sei le posizioni ribaltate dal Riesame, che ha ordinato arresti non ancora esecutivi. Come si ricorderà, il gip ne aveva disposti soltanto 11 a fronte di 153 richieste di misure cautelari. Ma quello che rileva è il ragionamento del collegio giudicante presieduto da Luisa Savoia sulla super associazione mafiosa.

Lo ripercorriamo esaminando il provvedimento che riguarda Massimo Rosi, tra i principali fautori del “consorzio” in qualità di esponente della componente calabrese, intercettato mentre è alle prese con una frenetica attività di ricostituzione del “locale” di ‘ndrangheta di Legnano e Lonate Pozzolo, articolazione nel Varesotto della cosca Farao Marincola di Cirò, dominante in buona parte del Crotonese e del Cosentino jonico e con diramazioni in Nord Italia e all’estero. Rosi era uno degli undici arrestati ma il gip aveva escluso la mafiosità dell’associazione. Per il Riesame va mantenuto in carcere anche perché progettava la latitanza in Spagna.

CRITICA AL METODO

I giudici ritengono, innanzitutto, che il gip abbia compiuto una «valutazione frazionata ed atomistica» degli elementi indiziari acquisiti dagli inquirenti, trascurando, invece, una valutazione unitaria. Insomma, una «lettura parcellizzata» di elementi offerti dall’accusa, come la creazione di una cassa comune per il sostentamento dei detenuti, la costituzione di società, reati in materia di estorsioni, droga e armi. L’errore di metodo è stato ritenere tutto ciò insufficiente a fini probatori senza compiere una valutazione “di insieme”.

Addirittura per il gip l’esistenza di contrasti deponeva a sfavore dell’associazione mafiosa, considerazione che non tiene conto di indicazioni che emergono da sentenze passate in giudicato che hanno frequentemente dimostrato dissidi all’interno di compagini criminali. Dissidi spesso rivelatori di accordi pregressi. Il gip compie una “svalutazione” perfino del pagamento delle spese dei carcerati, «attività tipica dell’associazione mafiosa sviluppata da tutte le mafie storiche che destinano denaro all’assistenza dei detenuti e delle loro famiglie e a fronteggiare esigenze economiche improvvise degli affiliati, come processualmente accertato da numerose sentenze». L’affectio societatis ravvisata, per esempio, dalla storica sentenza Infinito emessa proprio a Milano. Quella che ha accertato la struttura unitaria della ‘ndrangheta. «Discutibile» anche la «generalizzata bocciatura» della partecipazione ai summit. L’inchiesta ne ha ricostruito una ventina e spesso affrontavano questioni scottanti per la vita del sodalizio criminoso.

LEGAMI CON MAFIE STORICHE

Un tema che si riverbera sulla mafiosità dell’associazione è quello dei legami con le mafie storiche, supportati “pienamente”, secondo il Riesame, dal materiale probatorio. Come si ricorderà, l’ipotesi accusatoria indica molti indagati inseriti nelle più note consorterie mafiose. Cosa nostra, perché si parla della famiglia palermitana dei Fidanzati, di quella trapanese facente capo a Matteo Messina Denaro quando era vivo, di quella gelese dei Madonia-Rinzivillo, di quella catanese dei Mazzei. ‘Ndrangheta, perché si parla del “locale” di Legnano-Lonate Pozzolo, cellula al Nord della cosca Farao Marincola di Cirò, dei Iamonte di Melito Porto salvo, dei Romeo “Staccu” di San Luca.

Si parla anche della famiglia camorristica dei Senese attiva anche a Roma. Lo spostamento da una compagine all’altra, in alcuni casi, è «una delle più evidenti manifestazioni dell’unitarietà della struttura». Perché quella transizione è «resa possibile dall’unità di intenti, dalla ferma volontà di mantenere in essere la struttura “ospite” che consenti a tutti di raggiungere il fine del profitto». Il legame con l’omologo gruppo criminale operante nella casa madre resta per la sua “valenza mafiosa”. Nel caso del “locale” di ‘ndrangheta di Legnano, per fare un esempio, è dimostrata dalla solita sentenza Infinito oltre che dalle successive sentenze Bad Boys e Krimisa.

Al vertice del sodalizio è sempre Vincenzo Rispoli, nipote del boss cirotano Giuseppe Farao, del quale Rosi è genero oltre che plenipotenziario. Il nonno dell’indagato Antonio Romeo è Sebastiano Romeo, capo locale di San Luca e vertice dell’organizzazione mafiosa dedita al traffico di stupefacenti con base operativa a Milano come acclarato sempre dalla sentenza Infinito. Ma ci limitiamo soltanto alla componente ‘ndranghetistica. Gli esempi che si potrebbero fare sono tanti. Di sentenze irrevocabili che attestano l’operatività di gruppi mafiosi siciliani in Lombardia è piena zeppa la storia giudiziaria. Basti pensare che presunto esponente di spicco del “consorzio” è quel Giuseppe Fidanzati figlio di Stefano e nipote di Gaetano, entrambi irrevocabilmente condannati come esponenti di Cosa nostra, il secondo capostipite dell’omonimo clan insediato a Milano dagli anni ’90 e attivo nel traffico di droga. Ma analoghe credenziali mafiose sono vantate dagli esponenti di camorra.

LA MAFIA AUTONOMA DEL NORD

«La Calabria se la prende lui, Romeo… a Roma se la vedono loro, per quanto riguarda la Sicilia andremo noi». Pietro Mannino detto” l’architetto” discuteva di progetti imprenditoriali con il palermitano Giuseppe Fidanzati e faceva riferimento ai “massoni”, ad “amici” a Roma, a un generale dei servizi segreti che aveva svelato che il nome di Romeo in una società suscitava le attenzioni degli inquirenti. Il calabrese Rosi a un altro incontro diceva che il “cardiologo” loro lo avevano già. Sono incontri in cui si discute di distribuzioni occulte di quote e che confermano che è in Lombardia che si pianificano gli “affari”, facendo sempre riferimento ad esponenti delle mafie storiche stanziate nei vari territori.
I legami sono perfino con familiari di Messina Denaro, allora latitante, le cui ambasciate vanno a buon fine. C’è un’affermazione, in particolare, che svela «un forte collegamento con le mafie storiche». Gli inquirenti la attribuiscono a Gioacchino Amato, imprenditore siciliano ritenuto il fulcro dell’organizzazione criminale nel Milanese. «Asse non asse… costruiremo tutto con i proventi di Milano… con i proventi di Calabria… con i proventi di Sicilia…tu prendi i soldi da Milano da investire a Roma».
E ancora: «Abbiamo costruito un impero e ci siamo fatti autorizzare tutto da Milano passando dalla Calabria e da Napoli». I legami con le mafie storiche non limitano però l’autonomia operativa al Nord del “consorzio” e i vari sottogruppi in cui il sodalizio si coagula si muove in virtù di specializzazioni senza necessariamente rispondere alle organizzazioni di appartenenza. I calabresi Crea collaborano con i trapanesi Pace per gli illeciti fiscali. Amico, reggente dei Senese, collabora con Giuseppe Fidanzati e quindi con la mafia palermitana e coinvolge i calabresi Rosi e Romeo nei


13.3.2024 – OPERAZIONE HYDRA – Il consorzio ‘Ndrangheta-Cosa nostra-Camorra a Milano, il pm ribadisce: «Il sistema Lombardia esiste»

Depositate nuove dichiarazioni di collaboratori di giustizia davanti ai giudici del Riesame. «Un’alleanza strutturale per evitare conflitti»
C’era grande attesa oggi per il riesame, nel Tribunale di Milano, contro il provvedimento del gip Tommaso Perna che aveva bocciato la ricostruzione accusatoria della Dda del capoluogo lombardo e rigettato la richiesta di custodia cautelare in carcere nei confronti di 79 indagati, tutti coinvolti nell’inchiesta “Hydra”. 

Il primo troncone

I due hanno discusso davanti ai giudici del Tribunale della Libertà il primo troncone del procedimento suddiviso in sei parti per chiedere di ribaltare il provvedimento del giudice delle indagini preliminari nella convinzione che debba essere contestata «l’associazione per delinquere di stampo mafioso nei confronti dei presunti affiliati al “sistema Lombardia” descritto negli atti del pm che ha coordinato le indagini condotte dai Carabinieri». Atti integrati con il deposito di una serie di verbali di “pentiti” e di testimoni che comproverebbero la ricostruzione, non condivisa dal giudice Perna, della Procura: le “‘componenti’ delle tre tradizionali associazioni mafiose, operative sul territorio milanese” e non altrove “che si alleano strutturalmente tra loro per aumentare le possibilità di profitto” ed “evitare i conflitti”.
L’udienza di stamane ha trattato 13 posizioni, tra cui quelle di Gioacchino Amico, in carcere però per reati come traffico di droga ed estorsioni (in un caso aggravata dalla finalità mafiosa), Massimo Rosi e Giuseppe Fidanzati, figure ritenute centrali nell’inchiesta. Il prossimo 20 marzo si discuterà il secondo troncone.

L’inchiesta Hydra

L’inchiesta ribattezzata “Hydra” avrebbe documentato almeno 21 summit tenuti nel 2020-21 fra gruppi ristretti di appartenenti nei Comuni di Dairago ed Assago, nel Milanese, e 54 diverse società-imprese in comune (ristorazione, noleggio, logistica, edilizia, parcheggi aeroportuali, importazione di materiale ferrosi, sanità e piattaforme e-commerce), queste ultime sufficienti a disporre il sequestro di 225.205.697,62 milioni di euro per false fatture. Tra i nomi più noti citati dall’Antimafia quelli di esponenti di vertice delle locali ‘ndranghetiste di Lonate Pozzolo (famiglia Rispoli collegata alla locale crotonese di Cirò) e Desio (cosca Iamonte legata alla locale di Melito Porto Salvo in Calabria), il clan Fidanzati e i Mannino nel palermitano per cosa nostra, i trapanesi vicini a Matteo Messina Denaro, il gruppo Senese per la Camorra.
Il gip, respingendo l’impostazione della Direzione distrettuale antimafia nell’inchiesta condotta con i carabinieri, aveva parlato di prove “del tutto carenti” o “scarsamente argomentate” dell’esistenza di quella che giornalisticamente ha preso il nome di ‘super-mafia’ o ‘mafia tre teste’, descritta dagli inquirenti come una “struttura confederativa orizzontale” fra esponenti di varie mafie dove “i vertici operano sullo stesso livello”.
Erano state disposte solo 11 misure di custodia cautelare e confermato l’impianto dell’accusa per alcuni reati di droga, estorsioni aggravate dal metodo mafioso, minacce e frodi fiscali. (Gi.Cu.) Corriere della Calabria 15.3.2024


4.11.2023 – ‘Ndrangheta in Lombardia, «Quando vedono noi calabresi devono tremare»

I metodi violenti dei “Bad Boys” calabresi della ‘ndrangheta in Lombardia: estromesso con minacce dal suo ristorante: «Dacci tutto o ti ammazzo, non avanzi nulla»

CIRÒ MARINA – «Senza spari, hai visto come è cambiato tutto?». Sembra essere il manifesto del “sistema mafioso lombardo”. Si spara di meno per fare più affari. Ma i Bad Boys cirotani al Nord non disdegnavano i metodi violenti del passato, rispolverati all’occorrenza. È il caso dell’estorsione ai danni di Giuseppe Moriggi, estromesso con minacce dalla gestione del suo ristorante. Dalle conversazioni intercettate dai carabinieri e dalla Dda di Milano emerge il livello di violenza alla quale le vittime del “locale” di ‘ndrangheta di Legnano e Lonate Pozzolo, articolazione nel Varesotto della cosca Farao Marincola di Cirò, sarebbero sottoposte.
A parlare era Giacomo Cristello, considerato il braccio destro di Massimo Rosi, indicato come il nuovo reggente. «Pino, non entra nessuno lì, uno… due lo facciamo saltare in aria… però avvisa questi amici nostri… con te lo sai sto parlando di chi voglio bene… digli a questi amici qua, capito, se non vogliono la guerra di aggiustare le cose se no qua succede una guerra…da solo… lascio a casa tutto e vengo da solo…mi metto due pistole addosso e vengo lì». Gli fa eco Rosi: «Qualsiasi cosa, qua ci mettiamo compare Giacomo, qualsiasi argomento che avete, chiamate a compare Giacomo, e viene lui..; passate prima da compare giacomo, guardate, c’è sta situazione, così, e mai più una cosa del genere, perché siamo tutti tra amici».

ROSI: «CRISTELLO È UN MIO UOMO»

Nel continuare la conversazione, Rosi ribadisce che Cristello è alle sue dipendenze e gli ha dato l’ordine di non uccidere Moriggi. L’estorsione sarebbe stata perpetrata in favore dell’imprenditore milanese Roberto Paganin. La vicenda ruota attorno allo stabile in cui ha sede il ristorante “Bel Sit” di Bernate Sopra Ticino, ed in particolare i dissidi di natura economica sorti tra i soci Paganin e Moriggi. Paganin, secondo la ricostruzione degli inquirenti, si affida per la risoluzione della controversia a Rosi, perché intervenga a costringerlo a firmare la cessione del ristorante. Rosi, a sua volta, coinvolge gli uomini del clan. Come nella più classica delle mediazioni mafiose, l’operazione comporta un vantaggio economico per Rosi che si sostanzia nel 10% sui profitti futuri del ristorante, ovviamente senza comparire formalmente negli assetti societari, una sorta di “pizzo” per la “protezione” che il suo gruppo è in grado di assicurare all’attività commerciale.
Rosi quasi rassicura: «è un mio uomo questo qua, te lo sto dicendo… vedi che abbiamo parlato… ho dato ordine di non ammazzarlo, sono tutti uomini miei». Eppure quando Cristello viene chiamato dal coindagato Francesco Bellusci risponde: «prepara le pistole che ammazziamo a qualcuno oggi». I Bad Boys raggiungono la vittima, e Cristello minaccia ripetutamente Moriggi, intimorendolo per costringerlo a firmare la documentazione finalizzata alla sua estromissione dal ristorante.

‘NDRANGHETA IN LOMBARDIA, I CALABRESI E L’ESTROMISSIONE DELLA PROPRIETÀ DEL RISTORANTE

«Aspetta un attimo, Pino, molla tutto, firma tutto, molla tutto, se no veramente ti ammazzo io a te… ammazzo a tutti…firma tutto, firma subito o ti ammazzo adesso, firma tutto, non avanzi una lira, firma tutto e dacci tutto a noi… Pino firma tutto o ti ammazzo, oggi stesso ti ammazzo… Pino quando parli con me abbassa la mano, chiunque metti in mezzo vengo e ti ammazzo, hai chiuso oggi, hai chiuso, metti la firma». Poi Rosi dice di andare e Cristello continua: «Non hai capito, adesso andiamo, l’ultima parola, metti la firma e poi chiama a chi vuoi, fai venire a chi vuoi e arrivo io e vi ammazzo a tutti».

‘NDRANGHETA IN LOMBARDIA: «DEVONO TREMARE QUANDO VEDONO I CALABRESI

Cristello commenterà in questi termini la missione compiuta, al cospetto di Rosi e degli altri uomini del clan: «Giacomo Cristello fa parte della locale di Legnano…e quando c’è Cristello alla locale di Legnano, tutto a posto…quando vedono a me tremano tutti già…devono tremare quando vedono i calabresi, devono tremare. Li faccio tremare a tutti mio compare… ormai ho preso quella strada fino alla morte…come noi non ce n’e’ gli altri fanno pipipipipipi e noi facciamo i fatti».
Il loquace Cristello è un fiume in piena, la sua sembra una confessione inequivoca, ma dovrà comunque stabilirlo un processo: «Io sono associato da quarant’anni fa, io quando avevo 16 anni, e ne ho 58, è quarant’anni che faccio questa vita. Grazie a Dio vedi, i fratelli miei tutti mi vogliono bene, poi te l’ho detto, io mi sono comportato bene». Non a caso il grado di Cristello, quando Rosi comunicherà l’organigramma del clan in via di riorganizzazione, sarà “banda armata”. QUOTIDIANO DEL SUD

LEGGI ANCHE: Operazione Hydra, da Cirò l’input per il consorzio della mafia lombarda

LEGGI ANCHE: Criminalità organizzata, così le mafie si riunivano in Lombardia già negli anni ’80

LEGGI ANCHE: Consorzio mafioso lombardo, intercettazioni a S. Marco Argentano sulla “cupola” – Il Quotidiano del Sud


1.11.2023 – Criminalità organizzata, così le mafie si riunivano in Lombardia già negli anni ’80

 

IL gip di Milano Tommaso Perna la pensa diversamente, ma la pm Antimafia Alessandra Cerreti non ha dubbi sull’unitarietà dell’associazione mafiosa lombarda costituita da esponenti di diverse componenti – ‘ndrangheta, cosa nostra, camorra – consorziate in un sistema confederativo orizzontale, all’interno del quale i vertici delle tre organizzazioni criminali assumono ruoli e poteri paritari.
Il collante è economico e discende dalla massimizzazione dei profitti derivanti da tutta una serie di operazioni finanziarie peraltro al centro di una ventina di summit con la partecipazione delle tre componenti. Ma quello che, secondo gli inquirenti, rappresenta un unicum a livello nazionale, perché per la prima volta cosche delle tre mafie tradizionali avrebbero deciso di consorziarsi in un’unica struttura associativa, ha un precedente. Sempre in territorio lombardo.
Non a caso nella sentenza del processo “’Ndrangheta stragista” vengono valorizzate le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia che collocano il consorzio, ovvero un’unione delle famiglie mafiose d’Italia, già all’inizio degli anni Ottanta tant’è che le prime riunioni sulla svolta stragista si sarebbero tenute proprio in Lombardia.
Salvatore Annacondia, per esempio, già al vertice, a partire dagli anni ’80, di una organizzazione tra le più potenti che esistevano nel Nord barese che operava a Trani e provincia, ha svelato che Franco Coco Trovato, uno dei capi della ‘ndrangheta lombarda, era molto legato a Jimmi Miano che operava a Milano ed ha aggiunto che non vi era gruppo in Italia che non avesse legami con i calabresi.
La ‘‘ndrangheta era definita da Annacondia come una “grande mamma” che abbracciava tutti i gruppi che operavano sia in Italia che all’estero ed era la più potente al mondo. «Si trattava di un “Consorzio”, termine con cui si può definire l’unione tra tutte le famiglie mafiose di Italia».
In tempi più recenti il pentito reggino Antonino Fiume, che ha fatto rivelazioni sull’organigramma della potente cosca De Stefano e la ‘ndrangheta unitaria, ha affrontato anche il tema delle “riunioni” in cui si discusse della proposta stragista di Cosa Nostra, le prime delle quali sarebbero avvenute proprio in Lombardia dove si era costituito tra il 1986 ed il 1987 una sorta di consorzio, ossia un organismo riservato che esercitava «un potere, era il potere assoluto che dominava su tutti, perché all’interno c’era ‘ndrangheta, cosa nostra, camorra e sacra corona unita».
Una sorta di “federazione”, dunque, che allora aveva il controllo sul contrabbando delle sigarette e sul traffico di droga. Fiume ha esplicitato al riguardo che «questo consorzio aveva il monopolio di tutto lo stupefacente che girava in Italia, lo dovevano comprare solo ed esclusivamente da loro, venderlo come volevano, però dovevano comprarlo solo dal consorzio tutti gli affiliati.
Chi trasgrediva, veniva ucciso. Determinati omicidi e determinate cose venivano scelti solo dai capi del consorzio, che per riconoscersi… utilizzavano… avevano tutti lo stesso bracciale, che altro non era che un bracciale composto da fili di elefanti, che rappresentava Catania… un lingotto d’oro tatuato della ‘ndrangheta, e adesso non mi ricordo bene, però il capo del consorzio non aveva il bracciale, aveva il girocollo, che era fatto allo stesso modo, che ce l’aveva Antonio Papalia, che in un momento storico, che non c’era, glielo aveva lasciato pure a Giuseppe De Stefano. E io gli ho detto: “Questo coso restituirglielo”. Cioè, era un rito, come dire, se li mettevano sul tavolo, c’era qualcuno delegato del consorzio, poteva parlare solo se aveva questo bracciale o il girocollo».
Al vertice Fiume indica appunto Papalia, il quale «col triumvirato della Jonica, era stato messo a Milano, e sulla Lombardia era lui che controllava tutto, però erano in buoni rapporti con tutte le altre organizzazioni, lui era il punto di riferimento».
Mentre Coco Trovato (consuocero di Carmine De Stefano) era un gradino sotto nel senso che l’ultima parola spettava a Papalia. Analogie tra consorzio vecchio e nuovo: anche allora la componente ‘ndranghetistica era quella numericamente prevalente e ne facevano parte, tra gli altri, sempre secondo il pentito, «Gimmi Miano e Turi Cappello (i quali erano dentro proprio come se fossero calabresi, anche se siciliani), Pepè Flachi, Annacondia della Puglia che sapeva essere chiamato “manuzza”, gli Arena di isola Capo Rizzuto, i Ficarelli (specificando Vincenzo Ficara), Mico (Domenico) Tegano che però non presenziava su Milano, i Latella con Giovanni Puntorieri, Mico Paviglianiti che aveva un ruolo importante, Schettini, Salvatore Pace (un riservato di Antonio Papalia), Vittorio Foschini, e Luigi Mancuso».
Fiume ha svelato anche che «molte riunioni del consorzio avvenivano a Monza, in un albergo, a Limbiate, che era di proprietà di un amico di Antonio Papalia, altre avvenivano presso un autolavaggio che era di un parente di Pepè Flachi e altre ancora a Olginate, a casa dell’amante di Totò Schettini».
In seno al consorzio si sarebbero decisi omicidi, tra cui quello del figlio del boss Raffaele Cutolo e della guardia carceraria Umberto Mormile. Fiume, riferendosi al delitto Mormile, ha parlato anche della rabbia di Coco Trovato perché era stata lasciata l’arma sul posto, svelando che i Servizi segreti erano certamente i mandanti di questo omicidio e che «il consorzio, all’interno delle carceri, avevano stabilito che si doveva pentire tutto il gruppo… Poi, ad un certo punto, avevano fatto finta di collaborare, e scagionando l’uno e l’altro». Il delitto Mormile viene peraltro affrontato nella parte della sentenza relativa alla cosiddetta Falange armata. La Falange Armata, in realtà, non esiste. Non è mai esistita. Ma la sigla fu utilizzata anche per depistare le indagini sugli attentati ai carabinieri in Calabria nell’ambito di una strategia volta ad impedire che fossero immediatamente ricondotti alle mafie.
Quello che colpisce è che, esattamente come si faceva, a quanto pare già a partire dagli anni ’80 in Lombardia, quando erano stati avviati tra le varie organizzazioni criminali intensi rapporti di collaborazione che avevano ad oggetto traffici illeciti di varia natura soprattutto in materia di droga, gli odierni indagati, nel riferirsi al sistema mafioso lombardo di cui farebbero parte, utilizzano analogamente il termine “consorzio”.
L’11 settembre 2020, Massimo Rosi, presunto nuovo reggente del “locale” di ‘ndrangheta di Legnano e Lonate Pozzolo, articolazione al Nord della cosca Farao Marincola di Cirò, afferma, mentre discorre con i propri familiari, di essere in possesso di denaro proveniente dal «consorzio di Gioacchino (Amico, imprenditore siciliano ritenuto il fulcro della presunta super associazione mafiosa nel Milanese, ndr)». «E poi io oggi alle tre dovrei andare a prendere altri 10mila euro così, male che vada vuoi farlo già tu… sei capace a usare la macchinetta del sotto… dentro la borsa termica c’è dentro il sacchetto con tutti i soldi…omissis… E dobbiamo metterli sotto vuoto così dopo li metto via li nascondo, dove devo nasconderli».
L’8 settembre 2020, negli uffici della Servizi Integrati di Daiargo, Amico, tra l’altro, affermerebbe di aver autorizzato l’utilizzo di 50 milioni di euro di un non meglio specificato consorzio sostenendo che Giuseppe Fidanzati, esponente della componente palermitana, ne avrebbe condiviso l’iniziativa («i 50 milioni di euro del consorzio, io, li ho autorizzati. Io… e te lo faccio dire da cristiani come te… E ti faccio parlare da Ninni [ndr Giuseppe Fidanzati] o da Nino [ndr Antonino Galioto] no, lascia stare che è parente con me»).
Il 30 settembre 2020, parlando del napoletano Giancarlo Vestiti, Amico precisa che il “consorzio” versa 1600 euro per il suo mantenimento e aggiunge che lui sta provvedendo anche al pagamento del legale. Il 5 marzo 2021, Emanuele Gregorini alias Dollarino, emissario dei Senese, clan di camorra stanziato a Roma, riferisce di essere in Lombardia in qualità di rappresentante del gruppo perché il giorno seguente dovrà recarsi a Milano per verificare questioni legate al “consorzio”. Per gli inquirenti è l’ulteriore conferma della unitarietà del sistema mafioso lombardo e della stabilità del vincolo associativo il fatto che le tre componenti criminali si siano fatte “autorizzare” dalla rispettiva “casa madre”.
Amico direbbe: «abbiamo costruito un impero e ci siamo fatti autorizzare tutto da Milano …(incomprensibile)…passando dalla Calabria da Napoli ovunque… Napoli c’ho avuto a che fare io». Sarà uno degli argomenti su cui si incentrerà il braccio di ferro davanti al Tribunale del riesame, poiché la Dda di Milano ha annunciato ricorso dopo che a fronte di 154 misure cautelari ne sono state disposte 11 e non è stata riconosciuta l’associazione mafiosa. 1.11.2023 QUOTIDIANO DEL SUD

 


26.10.2023 – “Così si torna indietro di 30 anni nella lotta alla mafia”: la pm Cerreti contro il gip che ha smontato l’inchiesta sul patto tra clan in Lombardia

 
“Così si torna indietro di 30 anni nella lotta alla mafia”: la pm Cerreti contro il gip che ha smontato l’inchiesta sul patto tra clan in Lombardia

Durissime parole nel ricorso al riesame presentato dalla procura di Milano contro l’ordinanza che ha concesso solo 11 misure cautelari delle 154 richieste dalla dda
“Relegare la manifestazione mafiosa di permeazione del tessuto economico alla presenza o meno di attività violente, vale una retrocessione trentennale nell’evoluzione giudiziaria e investigativa”. È uno dei passaggi più significativi dell’appello al Riesame da parte della Procura di Milano, dopo che il gip Tommaso Perna ha bocciato sin dalle fondamenta l’impianto accusatorio dei pm, e cioè l’esistenza del “sistema.

 


26.10.2023 Operazione “Hydra”, 154 indagati ma solo 11 arresti per il “Sistema mafioso lombardo”

 

Indagati monitorati dalla Dda di Milano mentre contano banconote

 

Il sistema mafioso lombardo: una “confederazione” tra mafia, ‘ndrangheta e camorra scoperta dall’operazione Hydra, Censiti 21 summit nel Milanese ma secondo il Gip l’infiltrazione mafiosa nell’economia «non è provata»

Un “sistema mafioso lombardo”. Una confederazione orizzontale costituita da esponenti di cosche di Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra operante prevalentemente nel Milanese e nel Varesotto. Sarebbe stato un unicum nella storia della criminalità organizzata italiana. Ma il gip distrettuale di Milano Tommaso Perna non ha accolto la tesi della pm Antimafia Alessandra Cerreti e dei carabinieri del Nucleo investigativo di un consorzio tra le mafie. E così, a fronte di 154 richieste di misure cautelari avanzate dalla Dda, il Gip ne ha disposte soltanto undici. Non riconosciuto, inoltre, l’accordo stabile e duraturo tra le compagini criminali.

La pm ha annunciato che impugnerà la decisione del gip, che, nonostante la mole di intercettazioni andate avanti dal 2019, smonta l’impianto accusatorio e non ravvisa intimidazioni né forme di violenza o minaccia nell’infiltrazione nei settori economici di volta in volta oggetto d’interesse degli indagati e ritiene le estorsioni contestate non gravi o indimostrate.

 

OPERAZIONE HYDRA, ALIAS IL “SISTEMA MAFIOSO LOMBARDO”

L’inchiesta, sfociata nell’operazione denominata “Hydra”, dal mostro mitologico con sette teste che una volta tagliate ricrescono, prende l’avvio dal tentativo di riorganizzazione del “locale” di ‘ndrangheta di Legnano e Lonate Pozzolo, proiezione al Nord del “locale” di Cirò, si focalizza anche sulle famiglie calabresi degli Iamonte di Melito Porto Salvo e dei Romeo di San Luca, coinvolge le cosche della famiglia palermitana Fidanzati e dei Rinzivillo più il mandamento di Castalvetrano, con i fedelissimi dell’ex boss Matteo Messina Denaro, mentre sul fronte della camorra si incentra sui presunti emissari del clan Senese, radicato in particolare a Roma.

Sette derivazioni criminali e nomi di organizzazioni diverse che nel corso di 21 summit censiti, tra il marzo 2020 e il gennaio 2021, avrebbero creato un’alleanza in cui le singole componenti hanno dato vita a «un’unica associazione, all’interno della quale ciascuna componente mafiosa ha apportato capitali, mezzi (mobili ed immobili), risorse (anche umane), background, reti relazionali e quant’altro» per l’affermazione dell’egemonia nel territorio lombardo.

Sono state le dichiarazioni del pentito Emanuele De Castro, figura di vertice del “locale” di ‘ndrangheta di Legnano e Lonate Pozzolo, arrestato nel 2019 nell’operazione Krimisa condotta contro l’articolazione in terra lombarda della cosca Farao Marincola di Cirò, a dare impulso alla maxi inchiesta della Dda di Milano. De Castro alla procuratrice aggiunta Alessandra Dolci e alla pm Cerreti fa i nomi di Massimo Rosi, arrestato, indicato come il nuovo capo dei cirotani in Lombardia, e Gaetano Cantarella, detto “Tanu ‘u curtu”, dal cui monitoraggio gli inquirenti sarebbero partiti per ricostruire i legami tra i vari esponenti dei clan di Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra. A Rosi, 55enne, gli inquirenti hanno attribuito un ruolo centrale nella «creazione di un sistema mafioso di tipo trasversale».

OPERAZIONE HYDRA, PER IL GIP NON CI SAREBBE UN SISTEMA MAFIOSO LOMBARDO PER COME RICOSTRUITO DAI PM

Ma il gip non ci sta e ritiene, invece, che Rosi abbia agito «soprattutto nel settore del narcotraffico» in qualità di «componente apicale della locale di Legnano-Lonate Pozzolo, talvolta interagendo con singoli esponenti di altri gruppi». La presunta organizzazione criminale avrebbe il suo fulcro nel Milanese nell’imprenditore siciliano Gioacchino Amico, arrestato, mentre nell’area di Cinisello Balsamo, Cambiago, Dairago, Inverno e Busto Garolfo, si sarebbe dotata addirittura di «una rete logistica costituita da uffici commerciali e società, ove si sono svolte riunioni, summit, e dove si è assistito alla programmazione, all’ideazione ed alla direzione di tutte le attività criminose (e non)».

Il gip però smonta la tesi accusatoria della super associazione mafiosa all’ombra del Duomo, che ritiene non provata. Eppure deporrebbero per l’esistenza di un consorzio criminale alcune intercettazioni. Emanuele Gregorini uomo del clan campano-romano diretto da Michele Senese, per esempio afferma: «Qua è Milano! Non ci sta Sicilia, non ci sta Roma, non ci sta Napoli, le cose giuste qua si fanno!». Gregorini, detto Dollarino, ne parlava con Amico, siciliano-lombardo vicino ai Senese e a Cosa nostra palermitana e trapanese, che rispondeva: «Abbiamo costruito un impero e ci siamo fatti autorizzare tutto da Milano, passando dalla Calabria da Napoli ovunque».

PER IL GIP MANCANO LE PROVE ANCHE DELLA “BACINELLA”

Per il gip non è provata neanche la “bacinella”, la cassa comune del clan per il sostentamento dei detenuti. Non è sufficiente che Gregorini ipotizzasse di “stoppare tutti i pagamenti”. Perché «i calabresi o i napoletani o i siciliani, i carcerati vanno mantenuti prima di ogni altra cosa a questo mondo… io passo da Roma, me li lasci a me e te li lascio a te». Una struttura che manteneva contatti con esponenti del mondo politico, istituzionale, imprenditoriale, bancario, in modo da ottenerne favori, notizie riservate, erogazione di finanziamenti, reti di relazioni. Una struttura, ovviamente criminale, che condizionava il libero esercizio del voto, sempre secondo l’accusa.

Ecco perché Filippo Crea, di Melito Porto Salvo, presunto esponente di un clan costola degli Iamonte, ammetteva: «Abbiamo un bel pacchetto voti, perché posso portare senatori in Europa, miei parenti… poi abbiamo preso un partito, una lista civica… guarda, hanno fatto una lista civica le mie cugine, sono tutte avvocatesse, persone che Inam, Inps…e ti posso dire che… hanno avuto delle problematiche per fare entrare gli infiltrati mafiosi, però, stiamo parlando di persone che hanno 400, 500 voti a testa».

IL PESO ELETTORALE E L’OMBRA DI MATTEO MESSINA DENARO

Spunta anche l’ombra di Matteo Messina Denaro, l’ex super latitante arrestato a Palermo dopo una figa di 30 anni e morto un mese fa. Uno degli indagati di spicco è il parente Errante Parrino, del quale viene documentato un incontro con Antonio Messina detto l’avvocato, uomo vicinissimo all’ex primula rossa che nella gestione degli affari lombardi aveva l’ultima parola. Non a caso uno dei summit si terrà il 2 febbraio 2021 a Campobello di Mazara, a cento metri da uno dei covi di Messina Denaro. Il 2 maggio 2021 i carabinieri di Milano erano a due passi da là per monitorare un incontro tra Amico (arrestato) e Messina (non indagato) e Antonino Galioto per mediare la diatriba tra lo stesso Amico con la famiglia Pace.

I tre si trovavano al bar San Vito di Campobello di Mazzara. Di Castelvetrano sono anche gli imprenditori Rosario e Giovanni Abilone che mettono a disposizione del cartello oltre duecento società, anche estere, per riciclare denaro e accumulare milioni di euro con crediti fittizi. Poi ci sono i fratelli Nicastro, legati alla mafia di Gela, da anni presenti nella zona di Varese, i catanesi della famiglia Mazzei, già collegati alla ‘ndrangheta. In particolare al “locale” di Legnano e Lonate Pozzolo, ricostituito per volere del boss Vincenzo Rispoli, oggi in carcere, e grazie all’opera di Massimo Rosi, indicato come reggente e principale fautore dell’alleanza tra le mafie. QUOTIDIANO DEL SUD 26.10.2023

 

MAFIA E ANTIMAFIA NEL COMASCO

 

CRIMINALITÀ ORGANIZZATA IN LOMBARDIA E NEL COMASCO

 

 

 

ALESSANDRA CERRETI 🟥 La mafia del Nord e l’ombra di Messina Denaro