Inaugurazione anno giudiziario 2026 – Intervento del ministro Carlo Nordio alla Corte Suprema di Cassazione

 

Corte Suprema di Cassazione, 30 gennaio 2026

Esprimo un riverente ossequio al Signor Presidente della Repubblica, al Signor Primo Presidente della Corte di Cassazione, al Signor Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, al Signor Procuratore Generale, al Signor Avvocato Generale dello Stato, al Signor Presidente del Consiglio Nazionale Forense, a autorità tutte, civili e religiose. Questa è la quarta inaugurazione dell’Anno giudiziario a cui partecipo. Il rinnovo di questo momento solenne non ne diminuisce l’emozione, ma ne accresce il significato.

Prima di tutto perché mi conferisce il privilegio di onorare ancora una volta il Signor Presidente della Repubblica. In secondo luogo, perché esprime una stabilità di governo che costituisce un fattore decisivo per la credibilità interna e internazionale del nostro Paese. E infine perché mi consente di affermare, al di là di ogni mera semplice ricognizione dei dati, alcuni principi consustanziali alla nostra Patria democratica e repubblicana.

Prima di tutto i dati. L’anno appena trascorso si è distinto per una straordinaria intensità delle attività che ha visto il Ministero protagonista di un processo profondo di rinnovamento. Nell’ambito del diritto penale non ci siamo accaniti in una proliferazione dissennata di indiscriminati interventi persecutori.

Piuttosto, abbiamo inteso colmare alcuni vuoti di tutela determinati da intollerabili forme di aggressività, di sopruso e di frode, soprattutto verso i soggetti più deboli e da nuove forme di criminalità connesse all’uso improprio delle innovative tecnologie informatiche e dell’intelligenza artificiale.

Nell’ambito del diritto civile abbiamo puntato soprattutto al recupero di efficienza e funzionalità degli uffici attraverso il rafforzamento della revisione degli organici del personale. Nel settore della magistratura abbiamo attuato ben 5 procedure concorsuali per un totale di oltre 2000 magistrati. L’obiettivo ambizioso, ma in via di realizzazione, è la copertura integrale, per la prima volta dall’avvento della Repubblica, degli organici entro il 2026.

Quanto al personale amministrativo ricordo che dall’ottobre del ‘22 a oggi sono state assunte ben 3586 unità. Guardando al futuro, per il 2026 sono in corso e programmate le assunzioni di 3659 unità a tempo indeterminato per un investimento di 122 milioni di euro.

A tanto si aggiunge la procedura, e questo è un dato recentissimo e molto importante, di stabilizzazione del personale del Pnrr che si sostanzierà in un impegno aggiuntivo di oltre 349 milioni di euro di risorse del Ministero della Giustizia per l’assunzione di 9368 unità, quindi avvicinandosi alla fatidica cifra dei 10 mila. Nel solco di una prospettiva  evolutiva in grado di intercettare e affrontare le sfide del futuro grande importanza sarà assegnata al tema della trasformazione digitale. Si tratta di una rivoluzione complessa che abbraccia sia aspetti tecnico-infrastrutturali, quale l’evoluzione dei sistemi digitali nell’ambito della giustizia, sia tematiche di etica giuridica, connesse all’avvento dell’intelligenza artificiale.

Quest’ultima, come ha più volte ricordato lei, signor Presidente, è uno strumento che non potrà mai sostituire l’intelligenza e soprattutto il cuore della natura umana. Non dobbiamo temerne la novità, piuttosto rappresentarci nelle potenzialità e nelle conseguenze.

Quando Gutenberg inventò i caratteri mobili della stampa non immaginava che avrebbe prodotto con la diffusione capillare della Bibbia la più grande rivoluzione religiosa della cristianità. Eppure, in questa dinamica essa ha consentito una straordinaria diffusione di conoscenza e quindi di libertà. E così come la pietra nelle mani di Caino può uccidere Abele, così nelle mani di Michelangelo può produrre la pietà. Sta alla nostra saggezza e al nostro equilibrio sfruttare a collettivo vantaggio anche l’intelligenza artificiale.

Tornando alle innovazioni, abbiamo attuato investimenti straordinari per il rinnovo delle sale server e la migrazione alla fibra ottica in oltre 950 sedi giudiziarie, così come la distribuzione di migliaia nuove postazioni di lavoro e l’adozione di sistemi operativi aggiornati e sicuri. Naturalmente l’innovazione in atto ha richiesto e chiederà ancora degli aggiustamenti in termini di prime applicazioni per momentanee criticità.

Non è facile conciliare il galoppo della tecnologia con l’annaspare di una struttura materiale e psicologica sedimentata nella consuetudine. Ma superando il paradosso di Zenone possiamo pensare che Achille entro breve tempo raggiungerà la tartaruga.
Appena un anno fa feci appello a una fattiva e leale collaborazione tra il Ministero della Giustizia e gli uffici giudiziari al fine di risolvere rapidamente le problematiche applicative che avevano richiesto l’adozione di provvedimenti di sospensione dell’obbligatorietà del processo penale telematico. Oggi posso con soddisfazione affermare che quell’appello è stato accolto.

Le costanti interlocuzioni tra gli uffici giudiziari, il Csm e l’amministrazione centrale con l’apporto dell’avvocatura hanno consentito la rapida evoluzione dei sistemi digitali attraverso il rilascio di nuove versioni degli applicativi di giustizia. Tutte queste attività sono state compiute nel pieno rispetto della legge. Troverei persino irriguardoso soffermarmi a smentire alcune ripugnanti insinuazioni che in questi giorni sono state diffuse sull’ipotesi di interferenze illecite da parte nostra nell’attività esclusiva e sovrana della magistratura.

Sul versante delle riforme la pagina più significativa è certamente rappresentata dalla riforma costituzionale prossima al vaglio del popolo italiano. Non si tratta di una mera revisione tecnica dell’ordinamento, ma di una scelta di coerenza giuridica con la riforma processuale iniziata da Giuliano Vassalli, Medaglia d’argento della Resistenza, del 1988,  transitata con la modifica dell’articolo 111 della Costituzione e ora maturata attraverso un lungo e articolato esame parlamentare durato oltre due anni. Ora in perfetta aderenza al dettato costituzionale approda al giudizio del popolo sovrano.

Non intendo in questa sede dilungarmi sui contenuti dell’intervento normativo. Sento però il dovere istituzionale di ribadire con chiarezza e fermezza che ritengo blasfemo sostenere che questa riforma tenda a minare l’indipendenza della magistratura, un principio non negoziabile che oltre mezzo secolo fa, in un momento peraltro moltodoloroso della Repubblica, mi indusse a far parte di quel nobile ordine al quale mi sento ancora di appartenere. Vorrei ricordare l’editazione solenne della nuova formulazione dell’articolo 104 della Costituzione.

La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta da magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente. Una interpretazione diversa da questa letterale, cartesianamente chiara e distinta, è un’arbitraria e malevola distorsione offensiva della logica ermeneutica e dell’etica politica.
L’attribuzione al legislatore di una intenzione di sottoporre la magistratura al potere esecutivo è null’altro che una grossolana manipolazione divinatoria di una realtà immaginaria.

Essa non può nemmeno essere smentita perché, secondo la logica aristotelica, non è possibile dare la prova negativa di un evento futuro ed incerto. Mi auguro che questa vuota polemica venga ripudiata dagli intelletti più maturi. Allo stesso tempo auspico che il dibattito sulla riforma si mantenga nei limiti della razionalità, della pacatezza e della continenza.

Abbiamo già detto che vi sono buone ragioni per criticarla. Lo sappiamo. Abbiamo anche aggiunto, citando il poeta, che le buone ragioni cedono alle ragioni migliori o almeno a quelle che noi riteniamo essere migliori.

Entrambe possono comunque essere espresse con raziocinio, senza rancori e soprattutto senza retropensieri elettorali. Se il popolo la respingerà, resteremo fermi al nostro posto rispettandone la decisione. Se al contrario le confermerà, inizieremo il giorno successivo un dialogo con la magistratura, con il mondo accademico, con l’avvocatura per elaborare le necessarie norme attuative nell’ambito perimetrato dell’innovazione.

Signor Presidente, illustre Autorità e colleghi, dopo l’esposizione necessariamente sintetica di questi risultati, permettetemi di concludere con una prospettiva più vasta.
Non ripeteremo mai a sufficienza, credo di averlo detto anche l’anno scorso, che la giustizia umana è per definizione incerta e fallibile. Per questo teologi e filosofi, a cominciare da Emanuel Kant, ne hanno postulato una divina.

Ed è significativo che la nostra religione, la nostra filosofia e la nostra scienza si fondino su tre processi sostanzialmente iniqui. La crocifissione di Gesù, come la condanna di Galileo e la condanna di Socrate, suscitano in noi un sentimento di ripudio, malgrado siano state irrogate ed eseguite secondo procedure legali. Soltanto una riflessione solida e razionale può risolvere o comunque ridurre le frequenti antinomie tra tensione etica e diritto positivo.

Questo sforzo è stato fatto dai nostri padri costituenti che in momenti difficili hanno conciliato visioni diverse della vita e della storia nel documento che costituisce il fondamento del nostro ordinamento giuridico. Nel loro realismo, mitigato dalla speranza, hanno previsto la possibilità di adeguare il testo elaborato con tanta sapienza all’evoluzione dei tempi e delle idee. Non vi è quindi nessun reato di lesa maestà nel cambiare ciò che a suo tempo è stato considerato suscettibile di cambiamento.

Da servitore dello Stato e ancor più da cristiano mi piace ricordare che è soltanto la Veritas Domini Manet in Aeternum. Grazie.