A partire dal 1980 sono stato uno dei primi giudici istruttori di Palermo ad occuparsi di indagini sulla criminalità mafiosa.
Sino al 1983 l’Ufficio Istruzione di Palermo venne diretto dal dr. Rocco CHINNICI e durante quel periodo, per varie ragioni, non risultò mai possibile comporre e far funzionare una vera e propria équipe di giudici che si occupassero congiuntamente di una richiesta.
Venne tuttavia promossa la più stretta collaborazione ed il più intenso scambio di informazioni fra i giudici istruttori che conducevano inchieste sulla mafia, in particolare tra me, il dr. Giovanni FALCONE e, successivamente, il dr. Giuseppe D I LELLO.
Ucciso CHINNICI, subentró nella direzione dell’Ufficio il dr. Antonino CAPONNETTO, il quale ci propose, a tre predetti, di occuparci insieme del ponderoso procedimento, già istruito da CHINNICI, allora chiamato “dei 162”, nucleo originario di quello che sarebbe poi divenuto il c.d. maxiprocesso di Palermo.
Avevamo già da tempo verificato la possibilità di lavorare in stretto collegamento e non ci fu difficile continuare a farlo in vera e propria équipe o pool antimafia, come successivamente venne con termine giornalistico indicato.
Il successivo espandersi delle dimensioni del maxiprocesso rese necessario arricchire di altri elementi il gruppo originario.
Prima fu la volta del dr. Leonardo GUARNOTTA e, quindi, dopo il deposito della ordinanza sentenza dell’8 novembre 1985 e per l’istruzione del ponderoso stralcio, del dr. Giacomo CONTE, del dr. Ignazio DE FRANCISCI e del dott. Gioacchino NATOLI.
L’inserimento nel pool di ogni nuovo elemento è stato sempre oggetto di approfondita discussione e meditazione tra i componenti precedenti ed il Consigliere Istruttore, in quanto il pool non è un collegio, ove si confrontano e trovano sintesi posizioni anche decisamente contrapposte, bensì un gruppo di giudici disposti a svolgere congiuntamente una attività istruttoria, metodi, finalità ritmi, cui reciproca compatibilità è necessario venga preventivamente verificata. Rischierebbero altrimenti i componenti di una équipe di ostacolarsi porsi serie difficoltà l’uno con l’altro.
Il gravosissimo lavoro del pool è stato inoltre espletato seguendo sempre talune direttrici fondamentali:
– assegnazione ai magistrati del pool di qualsiasi procedimento concernente la criminalità mafiosa o suoi rilevanti specifici episodi.
– esclusione, almeno tendenziale, della assegnazione di altro genere di procedimenti, la cui istruzione distogliesse sensibilmente dal principale lavoro.
– conoscenza da parte di tutti i giudici di tutti i filoni processuali componenti la complessiva indagine, ferma restando la possibilità di una tendenziale divisione interna del lavoro secondo le direttrici dei filoni medesimi.
– adozione congiunta dei provvedimenti, specie dei più rilevanti.
– costante reciproca verifica dei singoli orientamenti, sia istruttori che decisionali.
Il rigoroso rispetto di questi principi ha consentito di condurre a conclusione, in tempi relativamente brevi e con soddisfacenti esiti dibattimentali rilevanti parti della complessiva indagine, permettendo per la prima volta di sfuggire alle deludenti conclusioni che nel trascorso decennio coronavano costantemente le indagini “parcellizzate”, nelle quali costantemente si perdeva la complessiva visione :
del fenomeno mafioso e della sua drammatica gravità.
Essendo poi intervenuta consapevolezza dell’esistenza di sacche territoriali la cui realtà criminale mafiosa restava poco conosciuta, anche per la mancanza di idonea collaborazione con gli inquirenti locali, si affacció l’idea della “regionalizzazione del pool”, che fu anche alla base della mia richiesta di trasferimento presso la Procura della Repubblica di Marsala.
LA CRISI DEL POOL ANTIMAFIA E LE MIE FONTI DI CONOSCENZA
Successivamente al trasferimento a firenze del dr.
CAPONNETTO ed all’insediamento del nuovo Consigliere Istruttore dr. Antonino MELI, cominciarono a giungermi, attraverso i miei frequenti colloqui coi colleghi FALCONE, DE FRANCISCI
e GUARNOTTA, segnali estraneamente inquietanti circa la sorte del “pool” antimafia di Palermo, e precisamente:
– la titolarità dell’indagine già affidata dal dr. CAPONNETTO alla sua partenza a Giovannni FALCONE, era stata assunta dal dr. MELI, il quale, pur essendo persona sicuramente dotata di grandissime capacità, non avrebbe sicuramente potuto in pochi mesi impadronirsi del contenuto dell’enorme materiale processuale ,che il precedente titolare dr. CAPONNETTO conosceva invece, come il dr. FALCONE, foglio per foglio.
– nominale inserimento nel pool antimafia di nuovi giudici, senza adottare le cautele ed i criteri precedentemente descritti.
– assegnazione di procedimenti concernenti la criminalità
mafiosa suoi rilevanti specifici episodi a magistrati estranei al pool antimafia e serie difficoltà da parte dei giudici del pool di acquisire financo copia degli atti, con rischio di perdere definitivamente la visione complessiva del fenomeno e del suo evolversi.
– assegnazione ai magistrati del pool antimafia di numerosi procedimenti non concernenti la criminalità mafiosa.
– adozione di provvedimenti, anche di rilevante effetto, senza preventiva intesa.
– adozione di programmi concernenti la futura i struttura ed attività del gruppo senza preventiva consultazione dei
giudici del pool.
Come ho detto, le fonti delle mie conoscenze sono gli stessi giudici del pool, che mi hanno più volte esternato il loro profondo disagio e la conseguente preoccupazione di una impossibilità, anche nell’immediato futuro, di continuare in tali condizioni a lavorare proficuamente.
Essi stessi mi hanno inoltre riferito che tale stato di profondo disagio risulta sicuramente consacrato nella corrispondenza intrattenuta col dirigente dell’Ufficio, con la quale, al di là di un formale ossequio alle sue decisioni, hanno in tutti i modi, e con ben scarsi risultati, cercato di ottenere diversa impostazione del lavoro e dei rapporti.
Ecco perchè, discutendosi dello stato delle indagini sulla criminalità mafiosa, ho senza esitazione parlato di segnali di smobilitazione del pool antimafia, nè temo che mi si possa rispondere che il pool è stato anzi arricchito di nuovi elementi, poichè non si arricchisce certo un pool, se la sua essenza rettamente si intende, aumentando il numero dei suoi magistrati senza gli opportuni criteri di scelta e contemporaneamente disattendendo le ragioni stesse della creazione di tale organismo.
E ne ho parlato soprattutto perché, pur convinto che in un futuro anche prossimo dovranno esser sperimentati nuovi sistemi e metodi di lavoro, per adeguarsi alle nuove procedure, allo stato il pool antimafia di Palermo rappresenta l’unico organismo di indagine ancora efficace in materia di criminalità mafiosa, stante la carenza indubitabile delle forze di Polizia, che mi sembra giá abbastanza sottolineata in documenti ufficiali dello stesso CSM e che comunque non immaginavo neanche fosse così grave, come appare da una recentissima intervista del dr. Giuseppe D I LELLO. FONTE
📌 Il 31 luglio 1988 Paolo Borsellino fu ascoltato dal CSM per chiarire le sue dichiarazioni pubbliche sulla crisi dell’Ufficio Istruzione di Palermo e sul rischio di smantellamento del pool antimafia.
L’audizione si svolse a Roma, presso il Consiglio Superiore della Magistratura, in una seduta congiunta della Prima Commissione Referente e del Comitato Antimafia, dalle 10 alle 14.
Paolo Borsellino, allora Procuratore della Repubblica a Marsala, fu convocato dopo alcune sue interviste a La Repubblica e L’Unità in cui aveva espresso forti preoccupazioni per la gestione dell’Ufficio Istruzione di Palermo, passato da Antonino Caponnetto ad Antonino Meli nel gennaio 1988.
Le sue dichiarazioni pubbliche avevano suscitato un ampio dibattito nazionale e portarono il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga a chiedere chiarimenti al CSM e al Ministero della Giustizia.
Borsellino temeva che la nuova organizzazione dell’ufficio stesse disgregando il metodo di lavoro del pool antimafia, basato su collaborazione stretta e centralizzazione delle indagini.
Durante l’audizione, Borsellino:
• lesse una relazione scritta preparata il giorno precedente (30 luglio 1988) per l’Ispettorato del Ministero della Giustizia;
• spiegò il funzionamento del pool antimafia e la necessità di mantenere un lavoro coordinato e continuo;
• ribadì che la lotta alla mafia non è un affare interno alla magistratura, ma un problema che riguarda tutta la società, sottolineando l’importanza dell’opinione pubblica;
• manifestò apertamente la sua preoccupazione per la “sorte del pool antimafia”, che riteneva messo a rischio dalle nuove scelte organizzative.
Che cosa disse Paolo Borsellino al CSM il 31 luglio 1988
L’audizione fu un momento cruciale nella storia della lotta alla mafia. Borsellino parlò per circa quattro ore davanti alla Prima Commissione del CSM e al Comitato Antimafia, spiegando la crisi dell’Ufficio Istruzione dopo l’arrivo di Antonino Meli
Borsellino descrisse con precisione come, dopo il pensionamento di Antonino Caponnetto, il nuovo capo dell’Ufficio Istruzione, Antonino Meli, avesse:
• abolito il metodo del pool
• frammentato le indagini
• assegnato i fascicoli in modo dispersivo
• ridotto la collaborazione tra i magistrati
Secondo lui, questo stava disarticolando il lavoro antimafia costruito negli anni precedenti.
Il rischio concreto di far saltare il maxiprocesso
Borsellino spiegò che la nuova gestione rischiava di:
• rallentare le indagini collegate al maxiprocesso
• indebolire la posizione dell’accusa
• dare vantaggi oggettivi a Cosa Nostra
Fu molto netto: il metodo del pool non era un’opzione, ma una necessità operativa.
Perché aveva parlato alla stampa. Il CSM voleva chiarire perché Borsellino avesse rilasciato interviste così dure. Lui rispose che:
• la lotta alla mafia non è un affare interno alla magistratura
• l’opinione pubblica ha diritto di sapere quando esiste un pericolo
• il silenzio avrebbe significato complicità
Disse anche che non aveva attaccato persone, ma scelte organizzative.
La difesa del lavoro di Falcone
Borsellino difese apertamente Giovanni Falcone, che in quei mesi era sotto attacco mediatico e istituzionale.
Sottolineò che Falcone era:
• il magistrato con la visione più completa di Cosa Nostra
• il punto di riferimento del pool
• l’unico in grado di garantire continuità investigativa
31 luglio 1988 PAOLO BORSELLINO e il CSM – Le audizioni
“Il problema della lotta o comunque delle indagini sulla criminalità mafiosa io lo sento profondamente”, “non vedo perché l’opinione pubblica non debba essere interessata di questo problema; anzi è pericoloso quando l’opinione pubblica non viene interessata a questo problema”, che “non è una lotta tra giudici e mafiosi, né tra poliziotti e mafiosi, ma è un problema che interessa tutti”.
A pronunciare queste parole il 31 luglio 1988 è Paolo Borsellino. Di fronte ha la prima Commissione del Csm e il Comitato Antimafia che lo ascolteranno 4 ore, dalle 10 alle 14. Lo stralcio è un passaggio del verbale di quell’audizione che, insieme agli altri atti relativi al magistrato ucciso dalla mafia con la scorta il 19 luglio 1992, il Csm ha deciso di pubblicare a 25 anni dalla strage di via D’Amelio. Perché il Csm volle ‘interrogare’ Borsellino? Dopo un convegno dove già aveva parlato di questi problemi nel totale silenzio della stampa locale, Borsellino fu contattato da Repubblica e dall’Unità e rilasciò delle interviste in cui manifestava forti preoccupazioni per la situazione in cui si trovava l’ufficio istruzione di Palermo col pool antimafia. Alla guida di quell’ufficio aspirava Falcone, ma fu scelto Antonino Meli: era il gennaio 1988. Il Csm e molti suoi componenti di allora ritenevano che Borsellino avrebbe dovuto passare per i canali istituzionali anziché per il clamore della stampa. Un clamore che Borsellino ammette di non aver cercato né previsto.
Nell’ audizione prima commissione 31 luglio 1988, il giudice, incalzato dai consiglieri, spiega come operava il pool antimafia: stretta collaborazione e lavoro “giorno e notte”.
“Dal gennaio al novembre 1985 non credo di essere uscito se non per 4-5 ore al giorno, e per giorno intendo le 24 ore, dalla mia stanza senza finestre nel bunker”, racconta. Dal suo resoconto, fuoriesce anche il primo tentativo di “computerizzazione dei processi” in un’epoca che non aveva ancora preso confidenza con l’informatica. Ma anche fasi drammatiche, come il trasferimento suo, di Falcone e delle famiglie all’Asinara, dopo l’assassinio del commissario Cassarà, che li portò ad essere “segregati in un’isola deserta” per continuare a lavorare al maxi-processo. I passaggi più significativi del documento sono quelli in cui Borsellino manifesta le sue preoccupazioni per la “sorte del pool antimafia”. Timori fondati su quanto gli riferivano i colleghi magistrati, anche se nel corso dell’audizione qualche consigliere tenta di derubricare a “confidenze” quelle parole. Ma Borsellino sa bene, e lo dice, che quegli allarmi non sono pettegolezzi. E spiega bene l’opera di “smantellato” del pool, le azioni per depotenziarlo: le indagini non assegnate a Falcone, quelle finite a magistrati esterni al pool sul cui tavolo arrivano invece procedimenti che con la mafia non c’entrano nulla; i piani di ristrutturazione non condivisi e calati dall’alto. Si determina così una caduta di tensione di fronte alla quale Borsellino si dice “allarmato”. “Quando contemporaneamente – dice – si verificano una stanchezza sia nell’opinione pubblica sia negli esponenti culturali su questo problema; una poca attenzione dello Stato nel suo momento amministrativo, perché si continua a tenere la Sicilia, con riferimento agli organi di polizia, in una situazione di assoluta marginalizzazione; quando, insieme a ciò il pool che è l’unico organo investigativo che, parliamoci chiaro, è quello che ha riaperto la questione per iniziativa prima di Rocco Chinnnici e poi di coloro che lo hanno seguito, quando tutto questo va male, è certo che sono estremamente allarmato”. ANSA
Il “disarmo” dell’antimafia: la denuncia pubblica di Borsellino

