“Strage di Stato”: l’errore che assolve i colpevoli

 

 

Nel dibattito pubblico italiano il termine “strage di Stato” viene ripetuto con una disinvoltura che non appartiene alla storia, né al diritto, né alla logica.
È un’espressione che pretende di spiegare tutto e finisce per non spiegare nulla. Soprattutto, produce un effetto preciso: diluisce le responsabilità reali fino a renderle irriconoscibili.
Non esiste uno Stato che pianifica stragi o commissiona “omicidi eccellenti”.
Sono invece esistito “pezzi” dello Stato che hanno operato contro lo Stato, e questo è un fatto documentato da atti giudiziari, non da slogan.
La differenza è sostanziale: attribuire la colpa allo Stato nel suo complesso significa assolvere chi, dentro quello stesso Stato, ha scelto di tradire.
La storia delle stragi italiane lo dimostra con una freddezza che non ha bisogno di aggettivi: depistaggi sistematici, coperture interne, indagini deviate. Non è retorica: è la sequenza dei fatti.
Eppure, l’uso improprio dell’espressione “strage di Stato” produce un cortocircuito. Trasforma un insieme di responsabilità individuali e settoriali in una colpa indistinta. Mette sullo stesso piano chi ha depistato e chi ha cercato la verità, chi ha manipolato e chi ha pagato con la vita. È un modo elegante per non nominare nessuno.
L’effetto finale è semplice: la parola diventa un alibi. Un’etichetta che permette di evitare la precisione, che è l’unico strumento con cui si costruisce la verità. La precisione distingue. La precisione isola. La precisione identifica.
Dire “strage di Stato” significa rinunciare a tutto questo. Significa trasformare un tradimento interno in una colpa collettiva. Significa proteggere, non denunciare.
La verità, nella sua forma più fredda, è questa: le stragi non sono state “di Stato”, sono state rese possibili da uomini dello Stato che hanno agito contro lo Stato. E finché continueremo a usare parole sbagliate, continueremo a non trovare la verità.