Agenda rossa, accuse e verità: quando la memoria rischia di diventare un campo minato
Ci sono momenti in cui la memoria civile, quella che dovrebbe unire, rischia di trasformarsi in un terreno scivoloso, dove le parole diventano pietre e le ferite si riaprono invece di rimarginarsi. È ciò che sta accadendo attorno alla figura dell’ingegnere Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo, e alle sue recenti dichiarazioni sull’ex ufficiale dei Carabinieri Giovanni Arcangioli, accusato pubblicamente di aver sottratto l’agenda rossa del magistrato.
Un video pubblicato sulla nostra pagina FB di appena quattordici secondi, un frammento — ha superato in pochi giorni le 400 mila visualizzazioni, evidenziando un’accusa che, allo stato degli atti, contrasta con la verità giudiziaria.
Arcangioli, infatti, non solo è stato prosciolto “per non aver commesso il fatto”, ma ha compiuto un gesto raro nella storia giudiziaria italiana: ha rinunciato alla prescrizione, scegliendo di affrontare il giudizio fino in fondo pur di non lasciare ombre sulla propria posizione.
È un dato che non può essere ignorato. E che rende ogni attribuzione di responsabilità sulla sparizione dell’agenda rossa potenzialmente diffamatoria, perché rivolta a un uomo che la giustizia ha dichiarato innocente.
Ma la vicenda non si ferma qui.
L’ing. Borsellino è già stato querelato dal generale Mario Mori, che lo accusa di aver sostenuto pubblicamente che conoscesse i contenuti dell’agenda. Anche in questo caso, non si tratta di schermaglie mediatiche: c’è un procedimento penale in corso, con un avviso di conclusione indagini già notificato.
Siamo dunque davanti a un paradosso doloroso: la battaglia per la verità — quella verità che Paolo Borsellino ha incarnato fino all’ultimo respiro — rischia di trasformarsi in un conflitto tra memorie, tra convinzioni personali e sentenze, tra ricostruzioni civili e verità processuali.
La domanda, allora, è inevitabile: come si difende la memoria senza tradire la verità?
Perché la memoria non è un tribunale, ma non può neppure diventare un’arena dove si rilanciano accuse che la giustizia ha già valutato e respinto. E la verità giudiziaria, pur non essendo l’unica forma di verità possibile, resta l’unico terreno solido su cui una comunità democratica può fondare il proprio discorso pubblico.
Il rischio, altrimenti, è duplice: da un lato, delegittimare la giustizia quando non conferma ciò che vorremmo fosse accaduto; dall’altro, esporre persone e istituzioni a un linciaggio mediatico che nulla ha a che fare con la ricerca della verità.
La storia dell’agenda rossa è, e rimane, una ferita aperta. Una ferita che brucia perché rappresenta il simbolo di ciò che non sappiamo, di ciò che non ci è stato detto, di ciò che forse non sapremo mai. Ma proprio per questo, chi la evoca ha una responsabilità doppia: quella della memoria e quella della parola.
In un Paese dove troppo spesso la verità è stata manipolata, nascosta, depistata, la memoria civile non può permettersi di diventare essa stessa un depistaggio involontario. La memoria è un atto d’amore, ma la verità è un dovere. E oggi, più che mai, abbiamo bisogno di entrambi.
“L’agenda rossa non l’ha presa Totó Rina, l’ha presa, presidentessa Colosimo, e se ne faccia una ragione. Ed era un carabiniere. Un appartenente alle forze dell’ordine.”
📌Dall’intervento di alla commemorazione della strage dei Georgofili nel corso del convegno del 27 maggio 2026 a Palazzo Vecchio di Firenze. Fonte: Antimafia Duemila
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