2017 Anche i figli della ‘ndrangheta so’ pezzi a cuore della giustizia
Intervista con Roberto Di Bella, Presidente del tribunale per i minori di Reggio Calabria
Il Giudice Roberto Di Bella, 53 anni, è in magistratura da quasi 30 anni, e si è occupato quasi sempre di giustizia minorile. Dal 1993 a Reggio Calabria, è stato 5 anni a Messina e poi è ritornato nella città calabrese, dal 2011 è presidente del Tribunale per i Minorenni nel capoluogo reggino, quindi con competenza in materia minorile su tutta la provincia. Insieme ai suoi colleghi sta cercando di sottrarre nuove leve alla criminalità organizzata calabrese. Come? Allontanando “i figli di ‘ndrangheta” dalle loro famiglie di origine, cercando di dare un futuro sereno e normale a ragazzi destinati a diventare boss. In questa conversazione ci ha spiegato il perché e quali sono gli strumenti che applicano.
Dottore Di Bella lei è in magistratura da quasi 30 anni, e in pratica, si è occupato quasi sempre giustizia minorile. Dal 1993 a Reggio, è stato 5 anni a Messina e poi è ritornato Reggio, dal 2011 è presidente del Tribunale per i Minorenni nel capoluogo reggino, che tipo di reati vengono commessi dai minori nelle due regioni? C’è differenza tra violazioni?
“In Calabria vengono commessi reati molto gravi. Negli anni abbiamo avuto diversi casi di omicidi, detenzione e porto di armi; abbiamo giudicato minori che hanno commesso estorsioni o che hanno favorito la latitanza di esponenti ndranghetistici. Altri coinvolti a pieno titolo nelle dinamiche delle faide e associative. Questo accade perché la ‘ndrangheta ha una struttura su base familiare e allora c’è spesso una continuità all’interno della stessa famiglia.
Quello che io vedo, lavorando ormai quasi da 25 anni al Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, è la continuità generazionale. Avendo un lungo periodo di esperienza professionale sempre nello stesso posto, ho avuto la possibilità di avere uno sguardo privilegiato sul mondo minorile della provincia reggina e ho notato che adesso mi trovo a giudicare i figli di coloro che giudicavo negli anni 90. Tutti con lo stesso cognome,tutti appartenenti alle famiglie storiche del territorio, più o meno con gli stessi reati, e questo rappresenta una conferma che c’è una ereditarietà. C’è una trasmissione di cultura ndranghetistica da padre in figlio, e ciò viene dimostrato anche dal dato oggettivo che da 70/80 anni ci sono le stesse famiglie sul territorio. Questo è possibile soltanto se c’è questa trasmissione di valori negativi all’interno di esse. In Calabria emerge in modo netto”.
Allora quante probabilità ha un ragazzo, un parente o un nipote, anche in linea collaterale, discendente da una famiglia mafiosa, di essere inserito nella cosca o comunque di diventare un delinquente? Ad esempio il figlio della sorella di un boss, che pur non ha lo stesso cognome del capo famiglia, quante possibilità ha di essere inserito nella cosca e diventare delinquente?
“Non so darle una percentuale, ma la probabilità è alta, altissima. Perché se vivi in quelle famiglie respiri sempre quell’aria, quella cultura ed è anche difficile poterne uscire. Al momento, i dati di fatto dicono proprio questo: che è molto difficile starne fuori. Perciò bisogna puntare molto sull’educazione. Noi, come Tribunale per i Minorenni, possiamo intervenire quando già ci sono situazioni patologiche. Il problema è questo, bisogna invece puntare sull’educazione e sulla scuola.
Ed è quest’ultima istituzione che deve fare di più. Adesso ci sono dei segnali di progresso nell’ambito educativo, ma negli anni passati non sempre è stato così. Bisogna investire di più sull’educazione, sul tempo pieno a scuola. Bisognerebbe, già dalle elementari, far stare i bambini il più possibile in classe ed avere Insegnanti preparati, capaci anche di affrontare le tematiche della legalità e del contrasto alla ‘ndrangheta. Certamente con gradualità ma bisogna affrontarle. Ma nella provincia, in certi territori, ciò non sempre è avvenuto.
Tra il 2006 e il 2007 ci fu la faida familiare di San Luca, che poi sfociò nella strage Duisburg. In quei mesi, le famiglie contrapposte non mandarono i figli a scuola per timore di ritorsioni. Ma lo abbiamo saputo dopo, solo nel corso del processo, 6/7 anni dopo, perché c’erano diversi minorenni coinvolti anche in quella vicenda. E lo abbiamo saputo solo grazie alle testimonianze dei Carabinieri, non certo dalla scuola. Da questa non era arrivata alcuna segnalazione che riguardasse la dispersione scolastica di quei ragazzi. Qualcosa non ha funzionato, eppure le assenze in quel contesto particolare andavano segnalate, c’era una situazione di pericolo e, comunque, di disagio; e penso che chi lavorava in quei contesti all’epoca sapeva perfettamente quello che stava accadendo. Poi quel paesino è piccolo, i cognomi sono sempre quelli. Quindi gli Insegnanti potevano avere cognizione dei motivi. Se non c’è una collaborazione da parte della scuola e delle altre agenzie educative alternative alla famiglia, i nostri interventi li possiamo fare solo successivamente, su situazioni patologiche”.
Noi notiamo che in alcune realtà, nonostante la scuola sia presente con vari progetti sulla legalità in classe, sembra che tutto ciò non venga recepito dai ragazzi che comunque vivono all’interno di un certo tipo di famiglia la quale rende complessa la recezione di determinati valori sani. Le faccio un esempio. Parlando con una rappresentante delle Forze dell’Ordine, che presta servizio nella zona jonica calabrese, e spesso si reca nelle classi per parlare con i ragazzi, questa ci disse “Noi possiamo fare tutte le lezioni sulla legalità che desideriamo ma ci sono ragazzini che a 10/11 anni tornano a casa e vedono il loro padre, o fratello, che a fine cena, o pranzo, si nasconde in un bunker, allora questi avranno oggettivamente quella visione, per loro la normalità sarà quella”.
Bisogna però contrastarla questa visione. Per questo dico che serve una scuola a tempo pieno già a partire dalle elementari e cominciare ad affrontare queste tematiche già in piccola età. Il vero problema è che non c’è una preparazione specifica. L’educazione alla legalità non può essere lasciata soltanto ai Magistrati, ai Carabinieri o altri del settore, ma va fatta da Insegnanti preparati, con programmi strutturati sulle esigenze specifiche del territorio. E l’approccio coi giovani deve essere chiaro; bisogna far comprendere quello che è la criminalità organizzata, delle sofferenze che provoca, di ciò che è giusto e di tutto ciò che non lo è. Bisogna cominciare a fare controinformazione in un certo senso, ma già da piccoli e con gli Insegnanti, perché il magistrato può incontrare i ragazzi una volta ogni tanto, mentre l’Insegnante è sempre presente in classe, è un punto di riferimento e non è una presenza sporadica. Bisognerebbe, anche, mandare nelle scuole le vittime di mafia e/o i parenti delle vittime, a raccontare le loro storie, la loro sofferenza e il tutto andrebbe accompagnato con la visione di film che abbiano un impatto emotivo sui ragazzi. A me è capitato, ad esempio, di ascoltare in un dibattito Tiberio Bentivoglio, l’ Imprenditore calabrese che si è ribellato al pizzo. Ha fatto un racconto della sua vita, delle sofferenze sue e dei suoi familiari, veramente toccante; ha narrato di quando hanno cercato di ucciderlo, di come gli sparavano e sentiva i colpi addosso e di altre cose terribili; e questo va raccontato ai ragazzi. Devono sapere quello che accade”.
Molti dei punti che lei cita, per i programmi didattici, esistono già nelle linee di indirizzo del Ministro Fioroni (2007), e riguardano l’educazione alla legalità finalizzata alla lotta alla mafia. Punti che sono stati studiati ed elaborati proprio dal Professore Guidotto, presidente dell’Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso. E noi abbiamo seguito queste linee guida e le abbiamo riportate nel progetto scolastico sulla legalità che abbiamo studiato con l’Osservatorio e con il gruppo “Fraterno sostegno ad Agnese Borsellino.” E lo stiamo proponendo in alcune scuole italiane, dove è stato adottato con entusiasmo, specie in meridione e in zone ad alta pervasività mafiosa. Con Insegnanti che preparano preventivamente questi ragazzi, con la visione di film o con lettura di saggi in classe. E poi visite guidate in certi luoghi e incontri in classe con persone che hanno vissuto, o vivono, la criminalità sulla propria pelle. Ma è una goccia nel mare perché, allo stesso tempo, a noi risulta che molti docenti e dirigenti hanno trascurato, o ignorato, del tutto queste linee di indirizzo nella parte riguardante proprio l’educazione alla legalità sulla lotta alla mafia. Secondo lei perché c’è questa omissione generalizzata nella scuola?
“Questo non glielo so dire. Ma i programmi scolastici – soprattutto quelli afferenti all’educazione civica – devono essere strutturati in base alle problematiche specifiche del territorio in cui vengono adottati. E poi, soprattutto, le scuole dovrebbero collaborare di più con la magistratura minorile. Da quando sono tornato a Reggio Calabria nel 2011, ho notato che le scuole non comunicano le situazioni di disagio dei ragazzi appartenenti a determinati contesti. A noi, in questi anni, sono arrivate solo due–tre segnalazioni di condotte irregolari agite da minori appartenenti a famiglie di ‘ndrangheta; e per giunta, una di queste segnalazioni l’ha fatta la moglie di un magistrato. Quindi le scuole non segnalano le condotte irregolari. Questi minori, che appartengono alle famiglie di ‘ndrangheta,e vengono arrestati a 16-17 anni per vari reati, fino a quell’età, e prima dell’arresto, andavano a scuola. E’ possibile che non vi era nessun segnale di disagio o di irregolarità della condotta? Questo ci stupisce molto, ci sorprende che non arrivi nessuna segnalazione dalla scuola, che come agenzia educativa dovrebbe portare alla nostra attenzione questi casi.
Adesso abbiamo siglato un protocollo in Prefettura in cui chiediamo espressamente ai dirigenti scolastici di fare le dovute segnalazioni, anche con riunioni. Devono segnalare tutte le situazioni di disagio di cui sono a conoscenza. Non solo dal punto di vista penale ma anche da quello legittimante l’adozione di provvedimenti civili, ovvero quando ci sono situazioni che rivelano sintomi di un malessere familiare. Altra cosa, molto importante, sarebbe la presenza nelle scuole di determinati contesti di uno sportello psicologico e di uno psicologo, non del luogo, che sia in grado di cogliere segnali di disagio dei ragazzi e aiutarli. Occorre poi fare cultura. Servono centri di aggregazione sociale come i “ punti luce” creati da Save the Children, che organizza attività culturali, di sostegno allo studio e ricreative nei contesti più a rischio. Esistono realtà– come quella di S. Luca – tristemente famose in Europa in cui solo adesso si sta cominciando a focalizzare l’attenzione e considerare il grave problema culturale. Che deve essere risolto con la predisposizione di servizi socio-sanitari adeguati al territorio, con la creazione di centri di aggregazione culturale e sportiva. Con insegnanti e dirigenti scolastici capaci di ampliare gli orizzonti culturali dei ragazzi, così come lo è stata la prof.ssa Cacciatore”.
“È stato sottovalutato. E’ un problema soprattutto culturale oltre che criminale, di cui noi giudici minorili ci rendiamo conto da anni. E’ un problema culturale perché questi ragazzi non conoscono altri tipi di orizzonti; credono che la strada della ‘ndrangheta sia l’unica possibile. Non sanno che esiste un’alternativa perché loro, al di là del loro paese e della famiglia, non riescono a vedere. Quindi serve un’infiltrazione di cultura ed è quello che sta alla base del nostro orientamento giurisprudenziale, che nei casi estremi comporta provvedimenti di decadenza o limitazione della responsabilità genitoriale”.
Parafrasando il termine latino dello ius sanguinis, che riguardava la cittadinanza romana acquisita per nascita, potremmo dire che l’appartenenza alla famiglia di ‘ndrangheta dà il diritto a diventare un boss in futuro. E questo dato ereditario è una delle principali differenze che si nota con Cosa Nostra siciliana. Ora le chiediamo se le è mai capitato che all’interno di qualche famiglia ci sia stato un minore che avesse il desiderio di uscirne anche collaborando.
Collaborazione è un termine forte; però abbiamo incontrato ragazzi e ragazze che ci hanno detto che avevano paura di essere arrestati, che erano stressati dalle continue perquisizioni, dai lutti, dalle carcerazioni dei loro familiari, dalla paura di finire in quel contesto. E quando abbiamo avuto questa comunicazione li abbiamo allontanati ed aiutati ad andare via. E’ accaduto soprattutto con le ragazze, che avevano un forte desiderio di emancipazione”.
Ma come avete fatto ad avere questa comunicazione? Come l’avete appreso?
“Nel corso di procedimenti già in corso, penali o anche civili. Stavamo monitorando delle situazioni familiari ed è capitato. Posso aggiungere che i risultati migliori li stiamo ottenendo con le ragazze, perché andando via riacquistano la loro condizione di libertà. Perché la ‘ndrangheta si impone anche sulle scelte più intime, come può essere un fidanzamento, un matrimonio, sugli affetti e sulle relazioni in generale. La mafia calabrese condiziona la vita di questi giovani che rinascono quando vanno via; con i provvedimenti di allontanamento, adottati caso per caso nelle situazioni di concreto pregiudizio, restituiamo loro la libertà di scegliere e la dignità.
E’ accaduto che i ragazzi quando compiono 18 anni cercano aiuto per restare fuori; alcune ragazze addirittura non vogliono più avere contatti con i familiari. Alla base di tutto c’è la mancanza della libertà e una condizione di forte sofferenza. I risultati fino ad adesso sono andati al di là di quelle che erano le nostre aspettative. Con i ragazzi abbiamo bisogno però di percorsi un po’ più lunghi mentre la maggior parte delle ragazze, superata la prima fase di adattamento, non vogliono più tornare in quell’ambiente. Chiaramente non possiamo allontanare tutti, bisognerebbe creare le condizioni anche in Calabria per evitare gli allontanamenti dalla regione. I nostri provvedimenti in alcuni casi, quelli più estremi, comportano gli allontanamenti. In altri stiamo provando a lavorare anche qui con associazioni come Libera per creare dei percorsi rieducativi, ove sia possibile”.
È capitato che qualche ragazzo dopo essere stato allontanato, e poi reinserito nella famiglia, abbia preso percorsi sbagliati?
“Per reati di mafia no! Soltanto un ragazzo della ionica, dopo essere rientrato a casa, ha avuto un Daspo, il divieto di avvicinamento allo stadio. Al momento per reati di mafia, di quelli che sono rientrati, nessuno è ricaduto in quella spirale. In ogni caso è ancora presto per fare una valutazione, per comprendere ciò che siamo riusciti a instillare. Comunque, abbiamo avuto situazioni in cui c’erano tre o quattro fratelli, i primi giudicati negli anni 90/2000 che avevano commesso reati gravissimi,e si trovano ancora in carcere, mentre quelli più piccoli che noi abbiamo trattato, raggiunta la maggiore età, stanno seguendo percorsi diversi. Tutti i ragazzi di cui ci siamo occupati dimostrano di avere talenti e potenzialità compressi dal deleterio ambito di provenienza. Stiamo provando ad ampliare gli orizzonti di questi ragazzi. Molti di loro sono già rassegnati a quella che è una vita di ‘ndrangheta e anche le relazioni degli Psicologi sono terribili perché si evince un‘enorme sofferenza. Questi giovani hanno grossi problemi: incubi notturni,angoscia per loro e per i familiari, alcuni sognano scene cruente o situazioni in cui devono attivarsi per salvare se stessi o un familiare da un pericolo incombente. C’è una grandissima sofferenza all’interno delle famiglie di ndrangheta e i ragazzi sono le prime vittime delle scelte scellerate dei genitori”.
Tutto questo però non trapela all’esterno. Molta gente legge di questi paesini, di cui si parla tanto sui giornali, come luoghi in cui vi sono addirittura matrimoni in grande stile, quasi da favola, ma che poi nella realtà dei fatti sono combinati, quindi non certamente da sogno anzi provocano sofferenze enormi specie nel futuro delle donne.
“I provvedimenti de potestate del tribunale per i minorenni di Reggio Calabria stanno intercettando quasi un bisogno sociale. Ovvero la sofferenza di molti ragazzi e delle loro madri. Molte di loro , quando capiscono che la logica dei provvedimenti non è punitiva ma di tutela, non si oppongono più. Stiamo trovando un grosso aggancio, per portare fuori questi ragazzi, proprio nelle madri. Nel 90% delle situazioni che abbiamo affrontato sono le madri che, dopo aver superato una prima fase di stupore e rabbia, in cui si oppongono, fanno reclami, vanno in appello e altro, collaborano con noi. Noi cerchiamo di colloquiare e dialogare con queste persone, verbalizzando o meno. Le chiamiamo e cerchiamo di farle ragionare. Ad esempio chiedendo loro: “Ma lei cosa vuole fare? Non ha già sofferto tanto con suo marito e anche coi suoi figli? Le resta questo ultimo ragazzino, vorrebbe andare a trovarlo in carcere.? Ci aiuti lei che è il perno della sua famiglia, lei può darci una mano a salvare suo figlio.” E quindi cerchiamo di spiegarglielo, glielo diciamo chiaramente. La funzione del Tribunale per i Minorenni è anche questa”.
Come reagiscono gli altri membri della famiglia? Quando apprendono che la madre sta collaborando con voi, e magari il marito è al 41 bis, qual è la reazione degli altri membri della famiglia?
“In alcuni casi, queste signore, iniziano percorsi di collaborazione con la giustizia quindi sono in regime protetto. Altre invece le aiutiamo ad andare via con dei provvedimenti di decadenza, o limitazione, della responsabilità genitoriale. In sostanza noi allontaniamo i bambini, o i ragazzi, perché ci sono le condizioni di pericolo, poi diciamo “Il padre è in carcere, la madre, se vuole, può seguirli”. A quel punto le madri decidono di seguirli e quindi diamo di fatto una copertura, con il nostro provvedimento, alla signora che può andare con i figli. In questo caso attiviamo il volontariato: Libera,Don Ciotti con l’avvocato Enza Rando, che sono i nostri punti di riferimento. Dunque, queste signore vanno via, e noi le aiutiamo a trovare una sistemazione al nord, ad avere un autonomia, a lavorare, ad avere una vita diversa. Di fatto si allontanano perché sono obbligate dal nostro provvedimento e, quindi, anche davanti alla famiglia hanno una giustificazione; una copertura importante perchè non sono collaboratrici ma di fatto si dissociano e accettano i percorsi che noi offriamo loro”.
Ma c’è una normativa che viene applicata? Perché, genericamente, quando parliamo di dissociazione si fa riferimento alla legge degli anni 80 sulla dissociazione dal terrorismo.
“No, non c’è nessuna normativa sulla dissociazione, sono provvedimenti civili adottati ai sensi degli articoli 330 e seguenti del codice civile.
La normativa sulla dissociazione non esiste. Per questo ci affidiamo solo al volontariato. Noi diciamo che i ragazzi vanno allontanati perché ci sono concrete situazioni di pericolo: ad esempio nei casi di indottrinamento mafioso, quando hanno commesso dei reati sintomatici di una progressione criminosa o quando c’è un rischio ambientale molto elevato. In determinate situazioni estreme siamo costretti ad allontanarli per salvaguardarne l’integrità psico-fisica o per evitare che siano coinvolti in vicende criminali dagli adulti di riferimento. La madre, se vuole, può andare via con loro. E il provvedimento autorizza le madri a seguire i figli”.
Queste donne e questi ragazzi sono della zona ionica della Calabria?
“Sì, nella zona ionica ci sono molti di questi casi. Ma anche della zona tirrenica e di Reggio Calabria. È accaduto anche con mogli di boss potentissimi dai nomi importanti. Molte di loro sono delle vedove bianche; di fatto sono donne di 30-40 anni con figli anche piccoli. Con il marito all’ergastolo è come se fossero delle vedove. La famiglia le “imprigiona”, non possono avere altre relazioni: pertanto, i nostri provvedimenti offrono delle possibilità di riscatto, non solo per i figli ma anche per loro. Molte di esse hanno desiderio di una vita normale, di rifarsi una vita anche affettiva, ma di fatto nella famiglia da cui provengono è impossibile; non verrebbe loro mai permesso. Nella realtà, nel loro paese di origine,possono solo occuparsi dei loro figli, accompagnargli a scuola o fare la spesa ma non possono assolutamente avere altre frequentazioni. Conducono una vita ristretta come fossero prigioniere, per cui l’allontanamento permette di vivere normalmente come non hanno mai vissuto”.
Ma in base alla normativa vigente queste donne, con marito all’ergastolo, potrebbe chiedere, ed ottenere, la separazione.
“Sì, la potrebbero chiedere. Ma quante sono quelle che hanno il coraggio di farlo? E in ogni caso è difficile che nei loro paesi possano allacciare delle nuove relazioni. Con un marito boss rischierebbero la vita. Per loro non è neanche pensabile poter avere nuovi legami affettivi. Trovare il coraggio di separarsi non è facile”.
Diceva il dottore Pietro Grasso, a proposito di questi provvedimenti del Tribunale dei minori, che i sentimenti familiari non si possono togliere con sentenza.
“Ma noi non eliminiamo i sentimenti, anzi coinvolgiamo le madri e cerchiamo anche di coinvolgere i genitori detenuti. E comunque, i nostri sono provvedimenti temporanei perché cessano quando i ragazzi compiono 18 anni. Noi non vogliamo intervenire sui sentimenti, noi vorremmo far capire a questi ragazzi che devono continuare a voler bene ai loro genitori ma possono scegliere strade diverse; non è necessario che per affetto diventino delinquenti a tutti i costi”.
C’è qualche episodio particolare dove siano stati i genitori a chiedervi di aiutare i propri figli, magari perchè questi avevano commesso qualche reato particolare, o perchè si erano accorti che stavano prendendo delle strade criminali? Oppure degli episodi in cui siano stati proprio i ragazzi che abbiano chiesto aiuto direttamente per andare via?
“Sì, è capitato. Più volte abbiamo allontanato i ragazzi su richiesta loro o dei genitori”.
Lei è a conoscenza, se ci sono stati, di episodi simili a quelli avvenuti in Cosa Nostra siciliana che riguardino bambini, tipo la storia del piccolo Giuseppe Di Matteo?
“Situazioni di pressioni su minori ne abbiamo avute; infatti anche questo è un altro settore in cui stiamo intervenendo. Abbiamo un circuito comunicativo con le procure antimafia e interveniamo subito in questi casi, affidando immediatamente i minori al genitore che è sotto protezione, quando ne ricorrono le condizioni”.
Quindi viene subito allontanato il bambino dal genitore che non è sotto protezione?
“Quando ci sono le condizioni, quando inizia la protezione, noi interveniamo subito se ci sono segnalate situazioni di pregiudizio per il minore dalle forze dell’ordine o dalla Procura della Repubblica che propone il regime di protezione al genitore”.
Noi ci siamo sempre chiesti perché, all’epoca, il piccolo Giuseppe Di Matteo non fu subito allontanato dalla famiglia e portato al sicuro visto che il padre stava collaborando.
“Quella è una vicenda che io non conosco e su cui non posso esprimere giudizi. Noi a Reggio Calabria abbiamo un protocollo di intesa, siglato il 21 marzo del 2013,con le procure del distretto della Corte di Appello, che prevede un circuito comunicativo tra uffici giudiziari diversi proprio in relazione a questo tipo di problematiche. Adesso c’è una sensibilità diversa. Dopo la vicenda di Maria Concetta Cacciola, che è servita a prendere consapevolezza dei problemi relativi a certe situazioni, si è compreso che vi è la necessità di intervenire immediatamente. Per cui i figli vengono affidati al collaboratore che è sotto protezione. Quando si tratta di madri che iniziano il percorso, e vanno via, e chiedono di avere i figli,lo facciamo subito,e li affidiamo a loro, se ne ricorrono le condizioni”.
E se fosse il contrario? Cioè, se fosse il padre a collaborare, come fu il caso dell’epoca con Santo di Matteo, e se la madre si opponesse all’allontanamento dei figli?
“È capitato anche questo, e siamo intervenuti. Ci siamo accorti che la condizione dei ragazzi era a rischio di ritorsioni. Chiaramente ci devono essere specifiche indicazioni che provengono dalla Procura o dai Carabinieri; e in questi casi abbiamo subito deciso di allontanare i ragazzi e affidarli al padre. A quel punto è accaduto che le mogli, le quali inizialmente erano rimaste in Calabria, pur di non perdere i figli hanno accettato di entrare nel programma di protezione”.
Qualche mese fa c’è stato il suicidio di Maria Rita Lo Giudice figlia di Giovanni Lo Giudice, che è in carcere per associazione mafiosa, e nipote del collaborante Nino Lo Giudice. Questa ragazza aveva seguito un percorso di studi brillante in Economia, quasi a volersi distaccare dall’ambiente in cui aveva vissuto; ma quanto pesa sulla società civile questo suicidio?
“Bisogna capire innanzitutto quali sono le motivazioni che hanno portato al suicidio. Io ho seguito la vicenda sui giornali e non so di più. Però se la motivazione è proprio quella, è una circostanza gravissima che deve far riflettere. Bisognerebbe aiutare questi ragazzi che vogliono affrancarsi da quell’ambiente e sostenerli con tutti gli strumenti possibili”.
Si è mai occupato di casi di bullismo? E se sì, le problematiche di questi ragazzi erano riconducibili anche a problematiche familiari con possibilità di adottare misure come l’allontanamento dalla famiglia?
“Sì, bullismo legato alla mentalità mafiosa è capitato frequentemente. Questi ragazzi iniziano a commettere piccoli reati per affermare la leadership tra i coetanei, facendo valere il cognome, picchiandoli. E’ una prima forma di affermazione della loro personalità. E quando i genitori non intervengono, o addirittura condividono questa condotta, noi interveniamo.
L’obiettivo dei nostri provvedimenti è quello di tutelare i ragazzi e, nel contempo, operare le necessarie infiltrazioni culturali per renderli liberi di scegliere il loro destino e affrancarsi dalle orme parentali. Ultimamente, a Reggio Calabria, nel luglio di quest’anno, abbiamo siglato un importante protocollo di intesa con i ministri della Giustizia, dell’Interno e il presidente della regione Calabria, che si chiama “Liberi di scegliere”. L’obiettivo è quello di creare dei veri e propri pool educativi antimafia, con professionisti (assistenti sociali, psicologi, educatori, famiglie affidatarie) formati appositamente, che siano in grado di accompagnare passo dopo passo gli sfortunati ragazzi delle ‘ndrine sino al raggiungimento di un’autonomia esistenziale e lavorativa, in un’ottica di affrancamento dalla cultura criminale.
La giustizia minorile ha potenzialità enormi nella prevenzione del disagio minorile e nel contrasto ai sistemi criminali strutturati su base familiare, o locale, come la ndrangheta. Bisogna quindi affinare il campo. Il dato importante è che il nostro orientamento giurisprudenziale, che all’inizio è stato molto disapprovato e giudicato male con critiche prevenute (formulate senza conoscerne i retroscena culturali e i contenuti dei provvedimenti), è stato seguito anche da altri tribunali per i minorenni. L’accordo quadro “Liberi di scegliere” sostanzia una copertura governativa al nostro orientamento giurisprudenziale, proponendosi di costruire delle reti di supporto. E’ un notevole passo in avanti”.
Dottore, c’è un episodio particolare avvenuto con un minore che a lei è rimasto particolarmente impresso?
“C’è uno che ricordo in particolar modo. Riguarda un ragazzino di 11/12 anni che abbiamo inserito in una comunità su richiesta della madre, che temeva per il figlio attratto dalla ndrangheta e dalle armi. Ci ha chiesto di inserirlo in una struttura comunitaria e noi l’abbiamo fatto.
Quando la madre è andata a prenderlo,perché il bambino doveva ricevere la prima comunione, e quindi dovevano andare a comprare il vestito per la cerimonia, ha detto:”Ma quale comunione?? Comprami un fucile per sparare al giudice che mi ha messo in comunità.” Io ho chiamato questo ragazzino e ho parlato con lui, e devo dire che dopo un anno un anno e mezzo ha fatto un buon percorso; aiutato dalla madre sta facendo molti progressi”.
Come l’ha presa il padre in questo caso?
“Il padre ha compreso, tra l’altro non è un pregiudicato ma lo sono tutti i parenti della madre e costoro esercitavano sul ragazzino una fascinazione. Noi stiamo lavorando con l’aiuto della madre stessa e i risultati al momento sono molto positivi. Anche se c’è molto da fare ancora perché non è una cosa molto normale che un bambino di 10-11 anni sia attratto dalle armi e conosca i nomi e il funzionamento dei fucili”.
Nelle ‘ndrine, essendoci il senso della famiglia molto forte, l’allontanamento di un figlio è visto quasi come quasi un oltraggio. Un Giudice che applica determinate misure, non sarà molto simpatico ai boss che certamente non gradiranno questo tipo di misura.
“Certamente non gradiscono. Però qualcuno ci ha risposto. In particolare abbiamo avuto una lettera di un boss che è detenuto al 41 bis, ci ha ringraziato. Chiaramente si tratta di una persona che è in condizione di sofferenza perché la carcerazione prostra, soprattutto quando si tratta di un regime carcerario del genere. E ci ha ringraziato dicendo che è d’accordo su questo percorso per i figli perché lui non ha avuto questa possibilità; in quanto, se l’avesse avuta, forse, non si troverebbe lì dove sta. Quello che noi stiamo cercando di fare è provare a interloquire anche con queste persone. Stiamo cercando di spiegare quelle che sono le finalità e le motivazioni dei provvedimenti; l’obiettivo è provare innanzitutto a stemperare l’impatto emotivo iniziale cercando di spiegare per quale motivo adottiamo questi provvedimenti.
L’altro obiettivo è quello di provare a cooptare i genitori detenuti nei processi educativi dei figli, facendo leva sui sentimenti genitoriali che tutti hanno anche se a volte questi sentimenti sono sopiti o distorti. Per adesso solo una persona ci ha dato un riscontro positivo”.
Cos’è il coraggio di un giudice?
“Noi facciamo il nostro dovere, applichiamo la legge, ma soprattutto penso che in Calabria, di fronte a tanta sofferenza, non si può restare indifferenti. Vediamo il dolore dei ragazzi e spesso, anche direttamente, quello delle loro madri. La molla che ci fa andare avanti, che ci motiva, è proprio questa sofferenza e il desiderio di aiutarli a trovare un loro percorso. Spesso questi giovani hanno desideri nascosti che sono compressi dalla tradizione e dall’ideologia mafiosa. Penso che far venire fuori questi desideri, aiutare i ragazzi a realizzare le loro aspirazioni e ad esprimere le loro potenzialità, sia una cosa bellissima. Hanno tanti talenti enormi che vengono compressi dalla cultura e dalla mentalità mafiosa. Questo per noi è la cosa più bella, ed è ciò che ci motiva e ci dà molte soddisfazioni. Sono le motivazioni professionali e umane che ci spingono, che in questo delicato settore di giurisdizione devono andare di pari passo”.
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15.1.2025 Camera Deputati – “LIBERI DI SCEGLIERE”: il progetto che sottrae i minori alla mafia
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Fontana “Ogni minore sottratto alla mafia è vittoria dello stato di diritto”
“La proposta di legge ‘Liberi di sceglierè, che viene presentata oggi, affronta un tema cruciale. Si tratta di un’importante iniziativa legislativa che si propone di allontanare i minori e le loro madri dall’ambiente mafioso di provenienza attraverso un articolato insieme di misure per garantire loro protezione e nuove opportunità. Molti giovani vengono ancora coinvolti e reclutati dalla mafia per attività illecite come il traffico di stupefacenti, le estorsioni e le intimidazioni armate. Spesso sono ragazzi che provengono da contesti difficili e svantaggiati, costretti a respirare sin dalla tenera età una cultura dell’illegalità radicata innanzitutto tra le mura domestiche. Attratti dall’illusione di ottenere con facilità potere, prestigio e guadagni economici, questi giovani finiscono per diventare al tempo stesso vittime e carnefici”. Così il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, alla presentazione della proposta di legge “Liberi di scegliere”, nella Sala della Regina di Montecitorio.
“Quando lo Stato riesce a entrare nella vita di questi ragazzi prima della mafia, non compie solo un atto di giustizia, ma restituisce loro la possibilità di scegliere. Diventa quindi essenziale incoraggiare questi adolescenti ad allontanarsi dai nuclei familiari mafiosi, offrendo loro un’alternativa concreta a una condizione di vita intollerabile e una prospettiva di un futuro diverso”, ha aggiunto. “Ogni minore sottratto all’influenza mafiosa è una sconfitta per le organizzazioni criminali e una vittoria per lo Stato di diritto. Investire su questi giovani significa scardinare un sistema di sopraffazione e di valori distorti. Ringrazio dunque la Commissione parlamentare antimafia per il prezioso contributo offerto e auspico che il Parlamento proceda in tempi congrui alla discussione di questa proposta di legge”, ha concluso Fontana.
15.1.2026 ROMA (ITALPRESS)
TESTO
Liberi di scegliere, depositata la proposta di legge per dare un’alternativa ai figli dei mafiosi
La deputata Chiara Colosimo e la senatrice Enza Rando hanno firmato la proposta che vuole trasformare in legge il protocollo avviato nel 2012 dal giudice Roberto Di Bella in Calabria per togliere dall’ambiente mafioso i minori e le loro madri e per offrire loro protezione e nuove opportunità.
Dopo un lungo lavoro di preparazione e scrittura, il protocollo Liberi di scegliere– in estrema sintesi, un programma che permette l’allontanamento dei minori dalle famiglie mafiose in condizioni di maltrattamento o ne faccia richiesta un familiare, spesso la madre – è diventato una proposta di legge depositata alla Camera dei deputati. Si tratta di una proposta bipartisan, firmata dalla deputata FdI Chiara Colosimo, presidente della commissione parlamentare antimafia, e dalla senatrice Pd Enza Rando, che presiede il comitato dell’Antimafia dedicato ai minori. A sostenere la proposta anche parlamentari delle altre forze di maggioranza e opposizione.
Cos’è il protocollo “Liberi di scegliere”?
“Sono circa 150 minori già attualmente tutelati, 30 le donne entrate nel progetto, sette le donne diventate collaboratrici o testimoni di giustizia, e due ex boss con ruoli apicali nella ‘ndrangheta e nella mafia che hanno avviato percorsi per proteggere i loro figli”Roberto Di Bella – Audizione del marzo 2024
Il protocollo è nato nel 2012 dal lavoro di un magistrato, Roberto Di Bella, presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria e ora alla guida degli uffici di Catania. All’inizio era rivolto ai minori nati e cresciuti in famiglie mafiose, poi anche alle madri, tutte persone a cui offrire alternative culturali, sociali e affettive allontanandoli da quegli ambienti. “Sono circa 150 minori già attualmente tutelati, 30 le donne entrate nel progetto, sette le donne diventate collaboratrici o testimoni di giustizia, e due ex boss con ruoli apicali nella ‘ndrangheta e nella mafia che hanno avviato percorsi per proteggere i loro figli – spiegava il giudice nel marzo 2024 alla commissione antimafia –.Sta alimentando speranze laddove sembrava che non potesse esservi speranza”.
Il suo lavoro ha ricevuto il sostegno di Libera e della Conferenza episcopale italiana, che hanno favorito il trasferimento e il reinserimento di chi si allontanava dalle famiglie mafiose. “Nel periodo di transizione non ce l’avremmo fatta senza il contributo determinante dell’associazione Libera, che aveva la capillarità e la velocità d’azione che le vite dei ragazzi richiedevano”, spiegò Di Bella a lavialibera nel 2020, in un articolo che raccontava l’esperienza. Nel marzo 2024, i ministeri della Giustizia, dell’Interno, dell’Istruzione, dell’Università e della Famiglia, insieme alla Direzione nazionale antimafia e alla Cei, hanno esteso l’applicazione del protocollo, coinvolgendo anche le aree di Palermo e Napoli. Nel frattempo, sin dall’inizio della legislatura, la senatrice Rando – che come avvocato ha assistito testimoni di giustizia – ha lavorato per trasformare quello che finora è stato un protocollo dei Tribunali in qualcosa di più strutturato, trovando il sostegno di molte forze partitiche.
Cosa prevede la proposta di legge bipartisan?
Ne è uscita una proposta di legge composta da dodici gli articoli. L’obiettivo è togliere dall’ambiente mafioso i giovani sotto i 18 anni, oppure quelli sotto i 25 anni di età (che erano stati destinatari da minorenni delle misure previste dal progetto di legge) e anche i genitori di minorenni o i soggetti che ne hanno la responsabilità genitoriale e “abbiano manifestato la volontà di allontanarsi, unitamente al minorenne, dal contesto di criminalità organizzata”.
Secondo un lancio dell’agenzia Adnkronos, le misure previste dalla normativa sono sia “di protezione e assistenza personale” sia “di assistenza economica”. L’adozione delle misure spetterà al Tribunale per le persone, i minorenni e le famiglie competente per territorio, su proposta del procuratore. Se indicato dall’autorità giudiziaria, tra le misure previste ci sono anche “il trasferimento immediato in luoghi protetti”, “l’adozione di misure urgenti di vigilanza e protezione” o “l’eventuale utilizzazione di documenti di copertura”. Possibile anche prevedere interventi per “il supporto pedagogico e psicologico”, per “l’accesso all’istruzione obbligatoria per i destinatari delle misure che non abbiano ancora assolto l’obbligo scolastico” e per “favorire il reinserimento sociale e l’integrazione del minore e del familiare di riferimento nella nuova realtà sociale”.
Il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, dovrà ora assegnare il testo alle commissioni competenti per le prime discussioni e i primi voti.
Le reazioni dei parlamentari
“Ora tutti sono chiamati all’impegno perché il parlamento, nelle due Camere, faccia diventare al più presto legge effettiva la proposta, che rappresenta un contributo fondamentale di legalità, solidarietà, lotta alla criminalità organizzata”Walter Verini – Capogruppo Pd in commissione antimafia
Tre parlamentari di Fratelli d’Italia hanno espresso apprezzamenti alla proposta, attribuendola soltanto dalla collega di partito Colosimo. Il lavoro, però, è stato portato avanti con Rando (ex vicepresidente di Libera), a cui sono andati i ringraziamenti pubblici di Walter Verini, capogruppo dei dem in commissione antimafia: “La sua tenacia e il suo impegno, alla guida dell’apposito comitato della commissione antimafia, ha prodotto un risultato di grande rilievo – ha dichiarato Verini riconoscendo il merito anche a tutte quelle persone che, dentro e fuori le istituzioni, hanno finora promosso e attuato il protocollo –. Rappresenta un risultato concreto, importantissimo, unitario che corona anni e anni di battaglie dell’associazione Libera di don Ciotti (venuto su questo anche in audizione a San Macuto), sulla base del progetto ‘Liberi di scegliere’, nato dal giudice Roberto Di Bella, che lo ha applicato a Reggio Calabria e a Catania, dove è presidente del Tribunale dei minori. Ora tutti sono chiamati all’impegno perché il parlamento, nelle due Camere, faccia diventare al più presto legge effettiva la proposta, che rappresenta un contributo fondamentale di legalità, solidarietà, lotta alla criminalità organizzata”.
La proposta “Liberi di scegliere” nella passata legislatura
Nell’estate 2019 tre deputati del M5s (Dalila Nesci, Devis Dori e Fabiola Bologna) avevano depositato un disegno di legge per “istituire e regolamentare una rete nazionale di protezione e di assistenza a favore di tutti i soggetti minorenni sottoposti a un grave pregiudizio della propria integrità psicofisica derivante dall’appartenenza a nuclei familiari inseriti in contesti di criminalità organizzata, nonché dei loro familiari che si dissociano dalle logiche criminali, nei casi in cui non sussistono i presupposti per l’ammissione alle speciali misure di protezione”.
“Liberi di scegliere, un modo diverso di fare antimafia”
Sono centocinquanta i minori allontanati dalle famiglie di ‘ndrangheta fino a ora. Il merito di questo successo è da attribuire al Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria, che dal 2012 promuove la legalità laddove il crimine è insito nella storia familiare e sociale di alcuni ragazzi.
Il progetto prende il nome di “Liberi di scegliere” e i risultati già ottenuti fanno sperare in un futuro ancora migliore. Molte madri dei minori coinvolti nel progetto sono uscite dal sistema mafioso e 7 di loro sono diventate collaboratrici di giustizia.
Le origini e gli sviluppi del progetto
“Liberi di scegliere” nasce nel 2012 sotto forma di contesto educativo che mira a estirpare la criminalità dalla vita dei giovanissimi. Con la decisiva spinta del Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria, il progetto vede la collaborazione tra l’istituzione pubblica e il privato sociale. L’obiettivo fu quello di fornire supporto psicologico e sociale ai minori per permettergli di essere autonomi nella costruzione del proprio futuro lontano dalla malavita. Inizialmente furono coinvolte due regioni: la Calabria e la Campania.
Promotore principale dell’iniziativa è il giudice Roberto Di Bella, presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria. Nel corso degli anni “Liberi di scegliere” è arrivato nelle scuole grazie all’associazione culturale Biesse. Protagonisti del percorso educativo sono stati anche il libro di Di Bella e gli incontri con gli studenti che permettono di avvicinare i giovanissimi alla legalità.
Questo giugno il progetto è diventato legge regionale e il presidente Di Bella ribadisce essere la prima legge italiana ad affrontare in maniera decisa il tema della criminalità organizzata e dell’impatto sulla vita dei minori. Quest’anno il Consiglio regionale ha dato una svolta al progetto: tutte le scuole calabresi hanno ricevuto una lettera d’invito a partecipare al programma. Per continuare con le novità, saranno erogate 5 borse di studio dal valore di 2000 euro dall’associazione Biesse.
Come il progetto ha salvato i minori dalla mafia
“Liberi di scegliere” è un’iniziativa che lotta per la prevenzione criminale. Il programma è rivolto a minori e giovani adulti figli di ‘ndrangheta e mafia o di soggetti affiliati e a minori che hanno commesso reati per i quali vi sia la contestazione dell’aggravante art.7 l. 203/91 o del 416/416-bis.
Spesso coloro che vogliono dissociarsi dall’ambiente mafioso in cui si trovano non sono tutelati dallo Stato, la non appartenenza alla categoria del collaboratore di giustizia o del testimone di giustizia è per loro limitante: queste due “figure” infatti avrebbero diritto a essere protetti dalle organizzazioni criminali che hanno deciso di combattere. Il progetto permette a questi ragazzi di allontanarsi temporaneamente dalla loro regione d’origine per immergersi in una vita di cultura e socialità.
La scelta di continuare il percorso dopo il compimento dei 18 anni è fondamentale per accompagnare il giovane adulto verso un inserimento socio lavorativo. Lo scopo non è quello di indottrinare, ma quello di dimostrare ai ragazzi la non convenienza a delinquere, permettendo loro di costruirsi un futuro sano. Raggiunta la maggiore età i ragazzi continuano a essere seguiti fino a che non riescono a inserirsi nella società, risorgendo così dal passato criminale che li caratterizza.
Educare i minori per contrastare la mafia
Stando alle dichiarazioni del giudice Roberto Di Bella: “la ‘ndragheta si eredita, esiste il rischio non virtuale, che in particolari contesti e in particolari famiglie, l’educazione si traduca in educazione criminale”. Secondo il magistrato, agire sui giovani è il miglior modo per scardinare il fenomeno mafioso dalla nostra società.
Sono d’accordo il parlamentare Cafiero de Raho e il presidente del Consiglio regionale della Calabria, quest’ultimo afferma: “È un impegno da assumere con fermezza a livello nazionale, quello di accompagnare le repressione dei fenomeni mafiosi con il potenziamento della scuola, dei servizi sociali e della cultura alla legalità, per garantire ai minori a rischio un percorso di liberazione dalle logiche criminali e il diritto al futuro.”
Pare che “Liberi di scegliere” stia ormai divenendo un esempio di lotta alla mafia. Agire alla fonte del problema è l’obiettivo dell’iniziativa che pone l’educazione delle nuove generazioni alla base del futuro della società. I numeri del progetto fanno già riflettere sull’efficacia di questo metodo. I ragazzi sottratti alle grinfie della criminalità organizzata sono adesso cittadini che hanno preso una scelta consapevole: mettere da parte la malavita e contribuire al benessere personale e della società.
Andrea Simoni 7 Novembre 2023 BUONENOTIZIE.IT
Progetto “Liberi di scegliere” – PON Legalità 2014-2020 – Scheda di sintesi
Il progetto “Liberi di Scegliere” è rivolto a:
- minori e giovani adulti appartenenti a famiglie di “’ndrangheta e mafia”, autori di reato e a rischio criminalità
- minori per i quali vi sia la contestazione dell’aggravante art.7 l. 203/91 o del 416/416-bis
- minori figli di soggetti affiliati alla criminalità organizzata
nei casi in cui sia messo a repentaglio il loro corretto sviluppo psico-fisico. Prevede percorsi di educazione individualizzati, con l’obiettivo di fornire una valida alternativa al contesto sociale fortemente caratterizzato da prevalente cultura e agire mafioso da cui provengono, con alternative culturali, sociali e affettive, funzionali a prevenire la definitiva strutturazione di personalità criminale.
Sfruttando il nuovo corso inaugurato nel 2012 dal Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, il progetto descrive l’accoglienza dei minori all’interno di una cornice educativa in cui il privato sociale e le agenzie del territorio collaborano con l’istituzione pubblica attraverso l’attivazione di équipes specializzate nel fornire supporto psicologico e sociale necessari all’elaborazione autonoma di vita sganciata dalle dinamiche criminali nelle due Regioni.
Nel caso della regione Campania, il progetto è rivolto anche a minori e giovani adulti detenuti e/o sottoposti a misure restrittive, precocemente genitori, avviandoli a percorsi di responsabilizzazione genitoriale al fine di evitare possibili allontanamenti della prole.La prosecuzione dell’intervento oltre il diciottesimo anno di età, consente un continuum operativo che include l’accompagnamento del minore divenuto maggiorenne, verso l’autonomia esistenziale grazie anche a concrete alternative di inserimento socio lavorativo.
attività contrattuale
Dipartimento giustizia minorile e di comunità
CIG 771400022E – 8395255F93 – Z402E913FE – 8614243A32 – Z993129CA7 – ZAC32736D0
Centro per la giustizia minorile Calabria
CIG 87308594C5
Il progetto nel dettaglio (pdf, 654 Kb)
Accordo quadro 2017 per la realizzazione del Progetto ‘liberi di scegliere’ (pdf, 371 Kb)
In data 30 giugno 2022 si è concluso il progetto “Liberi di scegliere” che ha operato nelle circoscrizioni territoriali delle Corti d’Appello in Calabria, Campania e Catania. Il progetto si è articolato in due macro-fasi di intervento. La prima, di ricognizione, conclusa subito prima dell’emergenza sanitaria; la seconda, più operativa, si è andata declinando in un lungo lavoro di equipe e di affiancamento agli interventi veri e propri di presa in carico dei ragazzi target, finalizzato alla definizione di percorsi educativi e di re-inserimento.
Il progetto ha preso in carico 83 minori e giovani adulti, aiutandoli a costruirsi una nuova vita distante da ambienti malavitosi: luoghi in cui i ragazzi apprendono le logiche culturali, simboliche, linguistiche e rappresentative mafiose che rappresentano l’unico orizzonte che ri-conoscono. Il progetto Liberi di scegliere ha cercato di incentivare l’indipendenza, di dare un aiuto per trovare corsi di formazione, conseguire qualifiche e fare esperienze lavorative sotto forma di tirocini.
L’equipe del progetto ha operato nel segno di una ri-distribuzione delle responsabilità e dei ruoli, di ri-tessitura dei legami, di una maggiore circolazione delle informazioni. STRUTTURA INTERESSATA: Dipartimento per la Giustizia Minorile e di comunità – Direzione Generale del personale, delle risorse e per l’attuazione dei provvedimenti del giudice minorile.
Calabria, il Consiglio approva la legge “Liberi di Scegliere” per i giovani che vogliono affrancarsi dalla criminalità
La legge prevede anche l’istituzione di borse di studio, offrendo opportunità di crescita e formazione a giovani meritevoli che si impegnano per una vita basata sui principi di legalità e impegno sociale
Il 22 giugno 2023 è stata una giornata significativa per la Calabria nel suo impegno contro le mafie e nella promozione della legalità e della giustizia sociale. Presso Palazzo Campanella si è tenuta una seduta storica in cui è stata approvata all’unanimità la legge regionale “Liberi di Scegliere”, un progetto proposto e ideato dall’associazione Biesse, guidata dalla dottoressa Bruna Siviglia,una figura di spicco nella lotta alle mafie. L’iniziativa ha ricevuto riconoscimento e sostegno grazie alla determinazione diPasqualina Straface, alla volontà diValeria Fedele e al presidente del consiglio regionale, Filippo Mancuso. La legge regionale, che avrà un impatto significativo a livello nazionale, si propone di promuovere il metodo Di Bella come modello di civiltà e di incentivare una cultura basata sulla giustizia e l’umanità.
Il progetto “Liberi di Scegliere” non è semplicemente un libro o un film tratti da una storia vera, ma da oggi diventa una legge concreta che suscita l’ammirazione di tutto il mondo per il suo valore educativo. Questa legge rappresenta una svolta epocale nella regione calabrese, dimostrando che non sempre arriva per ultima nelle politiche sociali.
Uno degli aspetti fondamentali della legge “Liberi di Scegliere” è la sua estensione a livello nazionale, segnando un punto di svolta nella lotta alle mafie in tutto il paese. Grazie a questa normativa, verrà posta maggiore attenzione sull’educazione, la sensibilizzazione e la promozione dei valori di legalità, inclusione sociale e rispetto dei diritti umani.
La legge prevede anche l’istituzione di borse di studio, offrendo opportunità di crescita e formazione a giovani meritevoli che si impegnano per una vita basata sui principi di legalità e impegno sociale. Questa iniziativa mira a stimolare la partecipazione attiva dei cittadini, incoraggiandoli a diventare protagonisti del proprio destino e a contribuire alla costruzione di una società più giusta e equa.
Con l’adozione della legge “Liberi di Scegliere”, la Calabria si pone come esempio di impegno concreto nella lotta alle mafie e nella promozione di una cultura di legalità e solidarietà. Questo importante passo avrà un impatto duraturo sulla società calabrese e sull’intero paese, offrendo nuove prospettive e speranze per un futuro migliore. 23.6.2023 Gazzetta del Sud

La Fiction (video)
Marco Lo Bianco è un giudice dei minori che lavora in Calabria e ha un sogno: strappare i ragazzi alla ‘ndrangheta. Giovanni Tripodi è il giovane erede di una famiglia malavitosa che vuole essere libero di scegliere una vita fuori dal crimine. I due si incontrano e il giudice si occupa di trovare al ragazzo una sistemazione lontano dalla sua famiglia. E proprio quando il piano sta per andare in porto, Giovanni si trova coinvolto in un’azione criminale e finisce in carcere.
- Regia: Giacomo Campiotti
- Interpreti: Alessandro Preziosi, Nicole Grimaudo, Carmine Buschini, Federica Sabatini, Federica De Cola, Corrado Fortuna
Violenza, onore, omertà sono i codici della ‘ndrangheta. All’interno delle famiglie rispettarli è un dovere che non si discute. Le madri crescono i figli per consegnarli a un mondo fondato su questi valori, i figli sanno che un giorno dovranno fare il mestiere dei padri. Una catena familiare che si tramanda solida, affidabile, generazione dopo generazione. Roberto Di Bella, giudice minorile a Reggio Calabria, in venticinque anni ha processato prima i padri, poi i loro figli. Sempre per gli stessi reati. Ha visto ragazzi che avevano ancora una luce nello sguardo procedere inesorabilmente verso una vita adulta fatta di violenza e carcere duro. E ha capito due cose. La prima è che la ‘ndrangheta non si sceglie, si eredita. La seconda è che non voleva più stare a guardare. Bisognava dare a questi ragazzi una possibilità. Farli tornare liberi di scegliere. Mostrare loro altri mondi, altre vite, un futuro ritagliato sui loro sogni e non sulle richieste di una società criminale. E l’unico modo per farlo era allontanarli dalla Calabria, dalla ragnatela di ricatti, pressioni, allusioni che il loro nucleo familiare avrebbe messo in atto. Un percorso non sempre semplice, anzi, spesso faticoso e doloroso, ma che ha restituito a molti ragazzi la possibilità concreta di una vita diversa da quella segnata dal carcere e dalla violenza dei loro padri.
Roberto Di Bella in queste pagine ci racconta come è maturata in lui questa scelta, le reazioni dei ragazzi, la collaborazione, inaspettata, di molte madri. Un’esperienza vissuta giorno dopo giorno che nel tempo ha dato vita a un protocollo oggi adottato anche in realtà diverse dalla Calabria.






