di Alessandro Cucciolla
Ci sono date che non sono solo tacche sul calendario, ma confini tra il prima e il dopo. Il 12 luglio 2021 ci lasciava Alfonso Giordano. Oggi, a cinque anni esatti dalla sua scomparsa, il tempo non ha scalfito il peso specifico della sua eredità. Lo ricorda oggi il figlio Stefano, con un post su Facebook tanto tenero quanto straziante, un frammento di privato che si specchia nella memoria collettiva di un intero Paese.
Perché noi, la generazione cresciuta all’ombra pesante delle stragi di mafia — quella che porta ancora dentro le ferite impresse dai sacrifici di Chinnici, Dalla Chiesa, Mattarella, Falcone, Borsellino, Livatino, Libero Grassi — abbiamo un dovere preciso, quasi biologico: non dimenticare.
E ricordare Alfonso Giordano significa togliere la polvere dalla storia per ritrovare la bussola del nostro presente.
Quel giorno nell’aula bunker: quando la giustizia guardò in faccia Cosa Nostra
Per capire chi fosse Alfonso Giordano, bisogna fare un salto indietro nel tempo, fino a quel 10 febbraio 1986. Immaginate l’aula bunker dell’Ucciardone: un mostro di cemento armato costruito in pochi mesi, l’aria densa di tensione, le sbarre dietro cui sedevano centinaia di boss che fino a quel momento si erano creduti intangibili.
Era il Maxiprocesso. Un evento senza precedenti, una macchina giuridica spaventosa che molti, segretamente, speravano si inceppasse.
In quel momento storico in cui la mafia faceva davvero paura — una paura liquida, che penetrava nelle istituzioni e paralizzava le coscienze — serviva un uomo che non avesse solo la conoscenza del diritto, ma la schiena dritta. Molti magistrati avevano rifiutato quella presidenza. Alfonso Giordano disse sì.
Non lo fece per eroismo da copertina, né per cercare un posto nella storia. Lo fece perché era un uomo delle istituzioni.
Profondo conoscitore dei meandri del diritto, Giordano guidò quel processo titanico con un rigore assoluto e un’imparzialità millimetrica.
Sapeva che l’unico modo per battere la mafia sul suo terreno era garantire un processo impeccabile, dove ogni diritto della difesa venisse rispettato.
La mafia voleva il caos, Giordano rispose con la liturgia solenne della legge.
*Un baluardo lontano dai riflettori*
Alfonso Giordano è stato un baluardo. Ma attenzione a non cadere nella retorica monumentale che lui stesso avrebbe detestato: non era il baluardo di se stesso, della propria vanità o di un coraggio esibito. Era il baluardo dello Stato.
In un’epoca in cui non esistevano i social e l’esposizione mediatica poteva trasformarsi in una condanna a morte o in una passerella, Giordano scelse la penombra. Ha rappresentato lo Stato con un’autorevolezza nativa, priva di urla, lontana dai riflettori e vicina, vicinissima, al codice.
Finché quella sera del 16 dicembre 1987, con la lettura di un dispositivo storico che infliggeva secoli di carcere alla cupola di Cosa Nostra, dimostrò al mondo che lo Stato non era solo un concetto astratto, ma una realtà capace di vincere.
*La lezione più grande: il diritto come strumento di civiltà*
Tutti gli uomini che abbiamo accorciato nell’elenco del dolore — da Falcone a Libero Grassi — sono caduti perché erano, semplicemente, uomini eretti. Uomini che non sapevano piegarsi. Alfonso Giordano è sopravvissuto a quella stagione di sangue, portandone però il peso sulle spalle per tutta la vita, scomparendo cinque anni fa in un giorno d’estate, in punta di piedi.
Oggi la sua lezione più profonda rimane come un passaggio di testimone millimetrico per le nuove generazioni:
*Il rigore come abito mentale, non come freddezza.*
L’autorevolezza che si guadagna sul campo, non con i titoli o i palcoscenici.
La passione nel difendere il diritto non come un insieme di regole polverose, ma come il più potente strumento di civiltà e democrazia che possediamo.
Alfonso Giordano non sarà dimenticato. Non perché gli dedicheremo targhe di bronzo, ma perché finché ci sarà un giovane giurista che aprirà un codice con lo stesso rispetto, la stessa dignità e lo stesso amore per lo Stato che quell’uomo dimostrò nell’aula bunker di Palermo, la sua storia continuerà a camminare tra noi.
12 luglio 2021, muore Alfonso Giordano, fu il giudice presidente del maxi processo alla mafia

