Servire lo Stato non è un’appartenenza politica: il monito di Maria Falcone contro la banalizzazione della memoria đźź§ di Alessandro Cucciolla

 

di Alessandro Cucciolla

​Tre decenni e mezzo dopo la strage di Capaci, il nome di Giovanni Falcone continua a finire nel tritacarne della polemica politica e della caricatura giornalistica.
L’ultimo episodio, innescato da una battuta di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano («Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti»), ha spinto Maria Falcone ad alzare la voce per difendere l’ereditĂ  morale e istituzionale del fratello.
Un intervento duro, lucido, che tocca il cuore di una ferita mai del tutto rimarginata: la differenza sostanziale tra chi serve le istituzioni e chi le piega alle logiche di parte.

​ *Il contesto: dal veleno di Palermo al Ministero a Roma*
​Per comprendere il peso della replica di Maria Falcone, occorre contestualizzare la scelta del magistrato nel 1991. L’approdo di Giovanni Falcone alla Direzione Generale degli Affari Penali su invito del ministro della Giustizia Claudio Martelli non fu un’adesione politica, nĂ© una fuga pragmatica verso il potere romano. Fu il risultato di un isolamento sistematico subito a Palermo.
​Dopo la stagione del Maxi Processo, Falcone fu ostacolato nell’accesso alla guida della Procura di Palermo (a vantaggio di Antonino Meli), delegittimato all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura e bersagliato da accuse velenose, comprese quelle dei cosiddetti “professionisti dell’antimafia” e di settori dell’informazione che preferivano il sospetto alla verifica dei fatti.

​ *Un’ereditĂ  istituzionale, non di parte*
​La tesi secondo cui servire un ministero equivalga a una militanza di governo riflette una visione distorta delle istituzioni. Nei quindici mesi trascorsi a Roma, Falcone non fece politica: pose le basi strutturali del moderno contrasto alla criminalità organizzata.
​Direzione Nazionale Antimafia (DNA) e DDA: la creazione di una regia unitaria per coordinare le procure distrettuali e superare la frammentazione delle indagini.
​Direzione Investigativa Antimafia (DIA): una struttura interforze specializzata sul modello dell’FBI americana.
​Rafforzamento normativo: l’inasprimento delle misure sui patrimoni mafiosi, la revisione della disciplina sui collaboratori di giustizia e il regime carcerario speciale.
​Ridurre questo sforzo riformatore a una battuta sul governo Andreotti significa ignorare la natura tecnica e repubblicana del lavoro di Falcone, il cui unico referente è sempre stato lo Stato.

*​La morale della vicenda: i limiti del giornalismo e il rispetto dei martiri*
​La polemica sollevata dalle parole di Maria Falcone mette a nudo un problema di fondo del dibattito pubblico italiano: l’uso del sarcasmo a scapito del rigore storico.
​«Giovanni non apparteneva a un Governo. Non apparteneva a un partito… Giovanni Falcone apparteneva e appartiene allo Stato, alla Repubblica e a tutti gli italiani.»
​Quando la critica giornalistica trascende nella derisione o nella riduzione ideologica della figura dei magistrati uccisi dalla mafia, non si compie un esercizio di diritto di cronaca, ma si contribuisce a una seconda delegittimazione.
La lezione che emerge da questa vicenda è chiara: la memoria di chi ha pagato con la vita la difesa delle democrazia richiede un rispetto istituzionale che la battuta polemica non può e non deve scalfire.
Quando viene meno la capacitĂ  di distinguere la propaganda dal servizio dello Stato, il silenzio resta la scelta piĂą dignitosa.