“Sul depistaggio sulla strage di Borsellino quattro o cinque di noi lo sapevano perfettamente che Scarantino era tarocco”

 

Maggio 2026 🟥 Attilio Bolzoni



Sul depistaggio sulla strage di Borsellino quattro o cinque di noi lo sapevano perfettamente che Scarantino era tarocco. 
Perché non ce ne siamo occupati ?
Perché io per quanto mi riguarda non volevo esporre il giornale e mettermi contro una procura della Repubblica, giudici di Corte d’Assise, giudici di corte d’appello, giudici di Cassazione.
Ma noi avevamo chiaro che non funzionava quella storia. Peró il giornale era già esposto qui in Sicilia su altre cose. Io non lo volevo esporlo ulteriormente.
Perché non era mio il giornale. Io non l’ho mai considerato il mio giornale. Io ero un pezzetto di quel giornale e quindi un pó di censura c’è stata per vari motivi abbiamo addolcito qualche volta. Eh il giornale era già esposto sul covo di Riina su altre cose non volevo esporlo su Scarantino andando contro decisioni di trenta giudici e non me la sono sentita. Forse ho sbagliato peró non me la sono sentita. E’ andata cosí

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Il punto più dirompente non è tanto l’ammissione che alcuni giornalisti nutrissero dubbi su Vincenzo Scarantino, ma la motivazione addotta per il silenzio: la paura di sfidare un apparato giudiziario che appariva compatto e inattaccabile.

A distanza di decenni, la riflessione che emerge è amara. Se davvero alcuni cronisti avevano compreso che il racconto di Scarantino “non funzionava”, allora si pone una domanda inevitabile: chi avrebbe dovuto lanciare l’allarme, se non proprio quei giornalisti che per mestiere devono mettere in discussione le verità ufficiali?
Naturalmente bisogna riconoscere il contesto dell’epoca. Contestare una ricostruzione giudiziaria confermata da diversi gradi di giudizio significava esporsi al rischio di essere accusati di favorire la mafia o di delegittimare magistrati impegnati nella lotta a Cosa Nostra. Non era una scelta semplice. Tuttavia il giornalismo d’inchiesta vive proprio di questo: verificare, dubitare, approfondire anche quando la tesi dominante sembra inattaccabile.
L’aspetto più inquietante della confessione non è l’errore in sé, ma la descrizione di una sorta di autocensura preventiva. “Non me la sono sentita” equivale a riconoscere che il timore delle conseguenze ha prevalso sull’obbligo di approfondire una pista che appariva falsa. È una confessione umana e sincera, ma che finisce inevitabilmente per alimentare ulteriori interrogativi.
La vicenda Scarantino rappresenta uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana. Sapere che alcuni osservatori avevano percepito anomalie e contraddizioni, ma hanno scelto di non insistere pubblicamente, rafforza la sensazione di un fallimento collettivo.
Non soltanto investigatori e magistrati, ma anche una parte dell’informazione non riuscì a rompere il muro attorno a quella narrazione.
Se non vi fosse stata la confessione di Gaspare Spatuzza…

SPATUZZA demolisce la versione del falso pentito SCARANTINO