La logica rovesciata dello “sciacallaggio”

 

Giulia Presutti è stata massacrata prima ancora di iniziare. Non ha avuto il tempo di sedersi alla scrivania, di impostare una scaletta, di mostrare una sola scelta editoriale. È stata travolta da un’ondata di sospetti, insinuazioni, processi alle intenzioni, fino alla rinuncia forzata dell’incarico.
Eppure — secondo alcuni… gli sciacalli non sarebbero coloro che hanno demolito una professionista prima che potesse lavorare, ma chi osa criticare Ranucci.
Un ribaltamento logico che merita di essere qualche riflessione.
Quando una figura mediatica diventa simbolo, come accade con Ranucci, attorno a lui si crea una sorta di “cintura affettiva”: ogni critica viene percepita come un attacco alla comunità che lo sostiene.
Il risultato è che: la critica professionale viene moralizzata — non si discute il merito, ma l’intenzione di chi critica., si sposta il focus — da ciò che è accaduto (la demolizione preventiva di Presutti) a ciò che non è accaduto (un presunto sciacallaggio contro Ranucci), si crea un nemico immaginario — chiunque non si allinei viene etichettato come “sciacallo”, “haters”, “detrattore”.
È un meccanismo tipico della polarizzazione mediatica: si difende il proprio simbolo anche quando non è sotto attacco, mentre si ignorano le dinamiche reali che colpiscono altri professionisti.
La vicenda Presutti dimostra una cosa semplice: la libertà di critica non può essere a geometria variabile.
Se Presutti viene travolta da un’ondata di ostilità preventiva, è legittimo chiamarla aggressione mediatica.
Se qualcuno critica Ranucci, è legittimo chiamarla critica.
Confondere le due cose significa svuotare il dibattito pubblico.
La vicenda Presutti non è un incidente: è un campanello d’allarme.
Dimostra che nel dibattito pubblico italiano esiste una tendenza a proteggere i simboli e a sacrificare le persone.
Giulia Presutti è stata colpita da un’ondata di ostilità ingiustificata.
Chi oggi parla di “sciacallaggio contro Ranucci” sta semplicemente invertendo la realtà per non affrontare il problema vero: la difficoltà del sistema mediatico italiano di accettare che la critica è legittima, sempre, e che la demolizione preventiva non lo è mai.