Le omissioni e contraddizioni di GIUSEPPE GRAVIANO

 

Il 15 settembre scorso c’è stato l’anniversario dell’omicidio di don Pino Puglisi. Quel giorno il prete compiva 56 anni. Scende dalla sua Fiat Uno bianca, e dal buio spuntano due uomini: Gaspare Spatuzza e Salvatore Grigoli, fedelissimi di Giuseppe Graviano, il boss che comandava quella zona di Palermo.
Graviano, oggi al 41 bis, si dichiara innocente e si racconta come un santo, vittima di una macchinazione. E c’è un pezzo dell’antimafia, una lobby di pressione appoggiata a un giornalismo non capace più di riportare i fatti così come sono, che chiede di dargli un microfono.
Accusa la procura di Caltanissetta e l’avvocato Fabio Trizzino, legale dei figli di Borsellino, di negare il palcoscenico a un mafioso mai pentito che nega persino di esserlo. Un palcoscenico pronto anche a Firenze, nel processo contro Salvatore Baiardo: l’imputato è proprio l’uomo che gli ha fornito un alibi per via D’Amelio. Ma cosa dice Graviano? Il Dubbio ha letto la sua memoria di 328 pagine. Un disastro. Non torna quasi nulla.
Il 12 agosto l’avvocato Antonio Sanvito scrive al gip di Caltanissetta Santi Bologna, che deve decidere sull’archiviazione del procedimento a carico di Marcello Dell’Utri per le stragi del 1992, e chiede che Graviano venga ascoltato.
Allega i verbali dell’esame reso dal boss nel 2020 a Reggio Calabria, nel processo ‘Ndrangheta stragista. E mette le mani avanti: la lettera, scrive, non va letta come «un messaggio occulto, criptato o subliminale». E ancora: «Nulla di nuovo, dunque. Nessun messaggio in codice».
Basta sfogliare quei verbali.
Il 14 febbraio 2020 il pm Giuseppe Lombardo gli contesta un colloquio intercettato l’11 aprile 2016 con Umberto Adinolfi, compagno di detenzione vicino alla scarcerazione: era il suo progetto per far arrivare un messaggio a Berlusconi? Graviano risponde di sì.
Il contenuto: avvicinare una persona vicina all’ex premier e «dire di andarsi a togliere il dente», perché «sa la strada che deve fare». Chi fosse il tramite, non lo rivela: «non mi faccia fare il nome». Poco dopo si descrive come uno che non manda messaggi. Lombardo lo ferma: «non abbiamo analizzato pure stamattina una conversazione in cui lei cerca di mandare un messaggio attraverso Adinolfi?». Risposta: «Messaggio di rispettare i patti».
E Dell’Utri, il bersaglio della lettera? In centinaia di pagine non descrive un solo incontro con lui. Lo nomina per “difenderlo”: Berlusconi «ha tradito anche a Dell’Utri».
Il 2 marzo 2023, con dichiarazioni spontanee nell’appello dello stesso processo, dirà di non conoscerlo. Sulle stragi fa tutto da solo. «Io col signor Berlusconi non ho mai parlato di fatti riguardanti le leggi», mette a verbale. Poi: «non avevo nessun patto con nessuno» e «io prima non ho mai fatto né patti, né trattativa». Fino ad arrivare a dire: «Non so chi è coinvolto in queste stragi».
Resta la storia dei soldi.
Il nonno materno, Filippo Quartararo, avrebbe consegnato a Berlusconi venti miliardi di lire all’inizio degli anni Settanta, in cambio del 20 per cento degli affari futuri. E nel 1992 Berlusconi avrebbe confidato l’intenzione di scendere in politica. Ma è storia assodata che in quell’anno non era nemmeno nel mondo dei sogni quel desiderio.
Sanvito scrive che Graviano colloca quella confidenza «comunque prima della strage di Capaci». Nel verbale del 7 febbraio 2020 Graviano dice: «Prima dell’omicidio Lima, dopo, non mi ricordo io». È il pm a domandare: «Quindi, prima della strage di Capaci?». Lui: «Forse gennaio. Gennaio, febbraio». E alla fine: «non glielo so precisare». Quella confidenza non l’aveva nemmeno ascoltata in diretta. Gliel’avrebbe riferita il cugino Salvo, morto da anni. La scrittura privata con i nomi degli investitori l’ha cercata la Dia nel 2021, perquisendo le case dei familiari. Non è stata trovata.
L’assoluzione che non esiste
Il 14 febbraio 2020 Graviano torna su Capaci. Dice: «sono stato assolto per portare l’esplosivo». Le sentenze dicono altro. Il 26 settembre 1997 la Corte d’assise di Caltanissetta lo condanna all’ergastolo per tutti i reati contestati, compresi detenzione e porto dell’esplosivo che uccise Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta. Un appiglio c’è, ma non è quello che lui racconta. Lo spiega la Corte d’assise d’appello di Caltanissetta nella sentenza del Capaci bis, del 21 luglio 2020.
Nel primo processo il collaboratore Giovan Battista Ferrante aveva indicato Graviano come l’uomo che portò una partita di esplosivo nella villetta di Capaci.
Quelle dichiarazioni, scrivono i giudici, «venivano ritenute, tuttavia, non riscontrate e inidonee a giustificare la condanna di Giuseppe Graviano per concorso nell’esecuzione della strage». Restava il concorso morale, il ruolo di mandante per cui è stato condannato. Poi le collaborazioni di Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina «hanno contribuito a colmare tale vuoto». La conclusione è netta: «Non può revocarsi in dubbio» che l’esplosivo macinato da Spatuzza sia stato portato al Motel Agip di Palermo e lì «preso in carico dal medesimo Graviano Giuseppe e da quest’ultimo trasportato fino a Capaci, nella casa del Troia».
In quel processo Graviano non era imputato, per Capaci era già stato giudicato. Quando si dice assolto, spaccia per vittoria un vuoto di prova che i giudici hanno poi riempito. C’è di più. Graviano attribuisce le accuse all’«astio» del pentito Salvatore Cancemi. È lo stesso argomento che il suo difensore portò in appello nel 2000, e che la Corte respinse: l’«asserito astio» non era idoneo a inficiare accuse confermate dagli altri collaboratori.
Un motivo d’appello bocciato, vent’anni dopo, Graviano lo trasforma in una assoluzione.
Poi c’è via D’Amelio. Graviano giura di essere stato a Viareggio dai primi di luglio 1992 fino alla sera del 18, poi a Omegna, dove il giorno della strage avrebbe subito un fermo di polizia: «è registrato il mio fermo, quindi non mi posso trovare a Palermo». Secondo la sentenza del Borsellino quater, il 18 luglio Gaspare Spatuzza gli consegnò a Palermo le targhe rubate da montare sulla Fiat 126 imbottita di esplosivo. Il fermo di Omegna è il racconto di Baiardo, al quale la Dda di Firenze ha contestato le false dichiarazioni al pm proprio su quella versione.
E c’è una nota della Dia – su commissione della procura nissena – del 20 luglio 2021 su un’intercettazione del 6 agosto 2013 nel carcere di Opera. Riina, con il compagno di socialità Alberto Lorusso, rievoca i «cinquantasietti iuorna» tra Capaci e via D’Amelio e la notizia che Borsellino doveva andare dalla madre. Ripulito l’audio, emergono parole prima incomprensibili. «A chiddu ra luci u invitavu», dice Riina. E poco dopo: «Ci rissi senti Giuseppi… metticinni cocchi centu chili in più». Per la Dia, «quello della luce» si dovrebbe identificare in Matteo Messina Denaro. Si coniuga con il racconto dell’ex pentito Maurizio Avola, che colloca Messina Denaro e Graviano in via D’Amelio, anche se i pm nisseni non lo ritengono credibile.
Il nome Giuseppe, comunque, appare. Sappiamo che, secondo il Borsellino quater, Graviano aveva commissionato il furto della 126 e ne riceveva le targhe il giorno prima della strage. Il riascolto, messo accanto alla sentenza, diventa un ulteriore riscontro alla sua partecipazione attiva. Altro che Omegna.
In uno dei verbali allegati c’è una frase che spiega tutto il resto. Graviano la pronuncia quasi di sfuggita: «ormai sono rimasto io solo che sono a conoscenza di questa situazione, perché mio cugino è morto». Il nonno è morto. Il cugino è morto. Gli investitori, dice lui stesso, anche. La scrittura privata non è mai saltata fuori. Resta solo la parola di Graviano, che nessuno può più confermare né smentire. Eppure, più di qualcuno lo sta sponsorizzando. Perché?  IL DUBBIO 24.9.2026
 
 

GIUSEPPE  GRAVIANO