Presentazione fiction di RAI UNO

Biagio Conte non era un semplice missionario palermitano. Dalla Sicilia aveva assunto fama e prestigio con umiltà, senza proclami eclatanti, senza spot elettorali. Portava con sé un messaggio di umanità, di solidarietà, per tutti.
Alcuni anni fa si era fatto “clandestino” dato che «lo siamo tutti in terra straniera». Aveva viaggiato attraverso Svizzera, Germania, Francia, Lussemburgo, Belgio, Olanda, Danimarca per urlare dolcemente come sia ingiusto che l’uomo sia meno libero dei capitali. «Perché gli immigrati che portano soldi, come i sauditi che hanno comprato mezza Milano, ci piacciono e i poveri cristi li respingiamo?». Biagio Conte non era un missionario come tutti gli altri. Non parlava mai solo di religione come, d’altronde, quando parlava di politica non parlava solo di politica.
Palermo avrà la via Biagio Conte
La figura di Biagio Conte è costantemente presente nei cuori dei palermitani e nelle opere di carità che ha contribuito a fondare e a crescere. L’amministrazione ha interpretato il sentimento di ammirazione e devozione dei cittadini che col missionario laico hanno un rapporto viscerale. Spirato a gennaio a causa di un tumore, è stato onorato da un fiume di gente durante la giornate di esposizione della salma nella camera ardente. La scelta della toponomastica è caduta su un luogo-simbolo della vita di frate Biagio, quella via Tiro a Segno, nel tratto compreso fra la via Archirafi e il corso dei Mille. Zona che abbraccia la Missione Speranza e Carità, riferimento e conforto negli anni per migliaia di derelitti, di poveri, di emarginati, di stranieri senza patria e senza casa. E dunque, sarà via Biagio Conte.
«Lasciai tutto per fare l’eremita e i miei andarono a Chi l’ha visto?»

«Il mio modello è Francesco d’Assisi», raccontò in un’intervista del 2019 l’eremita e fondatore della Missione Speranza e carità morto il 12 gennaio 2023 a 59 anni a Palermo che ora gli ha dedicato una strada, «anch’io, come lui, ho trovato la libertà quando mi sono spogliato di tutto. I miei genitori andarono in Tv per cercarmi, gli amici mi dicevano che ero depresso e dovevo curarmi»
Ripubblichiamo l’intervista del 2019 a fratel Biagio Conte, morto il 12 gennaio 2023 a Palermo all’età di 59 anni, che avevamo incontrato durante il suo pellegrinaggio penitenziale per scuotere l’Europa sull’accoglienza dei migranti e dei poveri e dire no alla politica dei muri. A tre anni dalla morte, la città gli ha intitolato una strada (un tratto di via Tiro a segno) che sorge nella zona in cui, negli anni Novanta, Fratel Biagio fondò la Missione Speranza e Carità, oggi articolata in più sedi e attiva nell’accoglienza di clochard e persone emarginate. Oggi conta diverse sedi e continua a offrire ristoro sotto la guida di don Pino Vitrano, cofondatore e compagno di viaggio della prima ora di fratel Biagio.
Biagio Conte voleva sparire agli occhi del mondo. Adesso lo percorre a piedi per chiedere «solidarietà e rispetto per ogni cittadino emigrante e immigrato» e invocare «veri diritti umani» per tutti: «Lo vuole il buon Dio», dice, «mi sono fatto clandestino per dire che siamo tutti stranieri in terra straniera e che non ha senso erigere muri». L’11 luglio è partito da Genova dove è arrivato, da Palermo, su un traghetto, simbolo di tutti i barconi che solcano il Mediterraneo. L’itinerario è impegnativo: Svizzera, Germania, Francia, Lussemburgo, Belgio, Olanda, Danimarca, forse Romania e Ungheria, passando per le sedi delle istituzioni europee. «Anch’io, da bambino, sono stato emigrante in Svizzera con la mia famiglia», spiega, «perché gli immigrati che portano soldi, come i sauditi che hanno comprato mezza Milano, ci piacciono e i poveri cristi li respingiamo?».
Gli occhi azzurri, la barba lunga e ben curata, i denti bianchi e perfetti come gli attori che nei film interpretano Gesù Cristo. Un saio di tela verde poverissimo ma dignitoso: «Verde è il colore della speranza, quella che papa Francesco ci esorta a non farci rubare da nessuno».
Fratel Biagio, che ha pronunciato i voti di povertà, castità e obbedienza senza entrare in nessun ordine religioso, porta con sé i calzari, un bastone, due cartelli e un bagaglio con l’essenziale: dentifricio, biancheria, sacco a pelo, stuoia, il Vangelo. Mangia solo la sera perché, precisa, «il mio è un cammino penitenziale». Ogni giorno percorre venticinque chilometri. Non ha il cellulare né l’orologio. Porge un ramoscello d’ulivo a chi lo ospita.
Oggi, 24 luglio, è alla Casa Betania delle Beatitudini fondata a Seveso da fratel Ettore Boschini, il folle di Dio la cui biografia ricorda molto da vicino quella di Biagio Conte che a metà degli anni Novanta in quello che era l’ex disinfettatoio comunale di Palermo per la quarantena dei militari malati fondò la Missione di speranza e carità, il primo dei quattro rifugi che accolgono derelitti d’ogni colore e disavventura: senzatetto, tossicodipendenti, migranti, ragazze madri, bimbi soli.
Chi è Biagio Conte? «Un piccolo servo inutile».
Quando ha deciso di intraprendere questo cammino? «Dopo il decreto di espulsione che ha colpito Paul Yaw Aning, un idraulico ghanese arrivato 13 anni fa in Italia per lavorare a Bologna. Ho fatto lo sciopero della fame per sedici giorni».
Come si è preparato? «Andando nel mio luogo d’eremitaggio preferito sulle montagne sopra Palermo. Una grotta irraggiungibile a Bosco Ficuzza. Quando non voglio essere disturbato da nessuno vado lì».
Perché fa tutto questo? «Per identificarmi completamente con i migranti. Tutti. Quelli clandestini che arrivano dall’Africa sui barconi e gli italiani che sono costretti a emigrare per sbarcare il lunario. Il Sud si sta svuotando dei giovani. Ieri come oggi, molti italiani, quando lasciano la propria patria, sono umiliati e discriminati all’estero. Non accetto le ingiustizie e la divisione dei popoli, l’intolleranza e le discriminazioni. Anche Gesù è stato profugo e fu costretto a fuggire in Egitto ancora bambino».
Chi l’assiste in questo viaggio? «La Provvidenza. Incontro tante persone che mi offrono cibo, acqua, anche soldi. Prendo solo l’acqua. Sono italiani ma anche stranieri. Cristiani, musulmani, buddhisti, ortodossi. Se una sera non ho dove dormire i clochard mi danno la loro coperta, molte strutture mi ospitano. In Sardegna, una volta, una famiglia rom mi ha offerto da mangiare».
Quali tappe ha fatto finora? «La Liguria, poi Tortona, Pavia e Milano dove sono stato benedetto dall’arcivescovo Mario Delpini e nel Duomo ho pregato per la fratellanza e la pace fra tutti i popoli. Ho incontrato anche il presidente del consiglio comunale Lamberto Bertolé e gli ho consegnato una lettera».
Davanti al Parlamento europeo cosa dirà? «Che siamo tutti fratelli e sorelle e che se siamo una società aperta per l’economia dobbiamo esserlo anche per gli uomini, soprattutto chi è rimasto indietro o è povero. Palermo deriva da Panormus, significa “tutta porto”. Ha l’accoglienza nel suo Dna. I muri sono già stati condannati dalla storia. La vera Unione europea da costruire è quella che rispetta gli uomini e l’ambiente».
Lei è abituato ai pellegrinaggi. «Dopo quello ad Assisi ho toccato, tre anni fa, le venti regioni d’Italia. Prima di Pasqua ho girato a piedi il Marocco, da Nord a Sud. E pensare che dovevo stare su una sedia a rotelle».
Perché? «Avevo dolori alla schiena e alle gambe. I medici mi dissero che dovevo operarmi ed ero a rischio amputazione. Andai a Lourdes anche se non volevo fare il bagno nelle piscine. Alla fine m’immersi e al ritorno ero guarito. Ora non cammino, volo».
A chi s’ispira? «A Francesco d’Assisi che trovò la libertà spogliandosi di tutto».
E lei quando ha trovato la libertà? «Il 5 maggio 1990, quando mi sono ribellato alla vita falsa che mio padre voleva per me. Non ero adatto a portare avanti l’azienda di famiglia e sono scappato da Palermo per vivere da eremita e raggiungere a piedi Assisi e pregare sulla tomba del Poverello. I miei andarono a Chi l’ha visto? per cercarmi».
Cosa accadde dopo? «Mi sono convertito. Fino a quel momento avevo avuto auto di lusso, vestiti griffati, belle ragazze. Vestivo solo di nero perché la mia esistenza era incolore e senza significato. Volevo andare a fare il missionario in Africa».
Invece si è messo a girare tra emarginati e senzatetto della Stazione Centrale di Palermo. «Il buon Dio mi ha detto: “La tua Africa è qui, fai qualcosa”».
Cosa l’ha spinta a cambiare vita? «Non volevo essere più responsabile di questa società egoista e indifferente. Quando ho visto che il divario tra chi ha troppo e chi nulla era così grande ho detto basta. I miei amici non mi hanno capito. Sono andati dai miei genitori e hanno detto: “Curatelo perché ha la depressione”. Risposi: “Curate questa società malata e guarirò anch’io”».
Ha preso i voti senza entrare in nessun ordine religioso. «La mia è un’associazione pubblica di fedeli, i “Missionari della speranza e della carità”, riconosciuta dalla Chiesa. Il ramo maschile si occupa degli uomini abbandonati, quello femminile delle donne e dei bambini».
Com’è adesso il rapporto con i suoi genitori? «Quando voglio comunicare con loro c’è un fax spirituale che non s’inceppa mai. Ho un piccolo senso di colpa perché li faccio preoccupare, ma sono in mani buone, quelle delle mie sorelle, Graziella e Angela». Antonio Sanfrancesco FAMIGLIA CRISTIANA
VIDEO – Il film BIAGIO
Portava sempre un saio di tela verde perché «verde è il colore della speranza, quella che papa Francesco ci esorta a non farci rubare da nessuno». Fratel Biagio, aveva pronunciato ormai decine di anni fa i voti di povertà, castità e obbedienza ma senza entrare in nessun ordine religioso. Quando ha iniziato questo suo cammino i genitori avevano anche chiamato Chi l’ha visto? salvo poi scoprirne la “missione”.
Fratel Biagio divenne davvero libero quando si spogliò di tutto come fece quel Francesco medievale, allontanandosi dalla famiglia e dall’agiatezza. «Il 5 maggio 1990 – raccontava Biagio – mi sono ribellato alla vita falsa che mio padre voleva per me. Sono scappato da Palermo per vivere da eremita e raggiungere a piedi Assisi e pregare sulla tomba del Poverello».
Camminava, camminava tantissimo per identificarsi in tutti coloro che stanno cercando una meta. Lo facciamo tutti, ma è più doloroso quando siamo costretti a farlo. Una condizione che Biagio non vedeva solo nell’inflazionato immaginario del migrante sbarcato dal Nord Africa, ma anche nei giovani siciliani. «Il Sud si sta svuotando dei giovani – diceva – ieri come oggi, molti italiani, quando lasciano la propria patria, sono umiliati e discriminati all’estero. Non accetto le ingiustizie e la divisione dei popoli, l’intolleranza e le discriminazioni. Anche Gesù è stato profugo e fu costretto a fuggire in Egitto ancora bambino».
Dal Vangelo, la testimonianza di uguaglianza e fratellanza è un messaggio universale che travalica ogni credo. A maggior ragione quando a diffondere concetti simili è un uomo che ha sempre parlato con impegno e incrollabile coerenza di «società aperta». Ad assisterlo nei suoi viaggi erano cristiani, musulmani, buddisti, ortodossi. Ci sono state strutture, persone di ogni tipo, dal fan al clochard, che lo hanno ospitato e gli hanno offerto un giaciglio e una coperta in cambio di un ramoscello di ulivo.
Dichiarava a Famiglia Cristiana che lo ha intercettato durante un suo pellegrinaggio per le migrazioni: «siamo tutti fratelli e sorelle e se siamo una società aperta per l’economia dobbiamo esserlo anche per gli uomini, soprattutto chi è rimasto indietro o è povero. La vera Unione Europea da costruire è quella che rispetta gli uomini e l’ambiente». Una storia molto lontana dall’Unione “diversa” raccontata dai sovranismi che chiedono di mettere al centro una nazione, un gruppo di persone, degli interessi. Un approccio che, inevitabilmente, per definizione, mette ai margini tutto il resto.
In un mondo di indifferenza, chi non lo è sembra malato. Biagio era un uomo eccezionale, un uomo che aveva capito che la sua missione non era lontano dalla sua terra, ma era vicinissima ed era immediata. È così che ha iniziato a stare vicino ai senzatetto alla Stazione centrale a Palermo ed è così che ha continuato la sua missione.
I primi tempi, i suoi amici, sconvolti, avevano persino tentato di convincere i genitori di Biagio a farlo curare da una presunta depressione. Lui diceva: «Curate questa società malata e guarirò anch’io». Ed è quello che proveremo a fare tutti noi, come società, come città che ti ha dato i natali, anche in tua assenza: guarire un pezzetto per volta affinché possano essere, un giorno, gli indifferenti e gli intolleranti i pochi malati da curare.

12.1.2023 Morto Biagio Conte, il cantore laico dell’amore di Dio per gli ultimi della terra
Aveva 59 anni e da tempo era gravemente ammalato. Missionario laico, è stato protagonista di numerose battaglie in difesa dei poveri e degli emarginati a Palermo, dove, nel 1993, aveva fondato la Missione Speranza e Carità. S’è spento attorniato dai volontari e dagli ospiti della comunità che aveva fondato. Il rapporto di stima e di aiuto con l’arcivescovo della città, monsignor Corrado Lorefice
È morto il “san Francesco dei poveri di Palermo”. Fratel Biagio Conte, 59 anni, è deceduto alle 7 del 12 gennaio tra i volontari e gli ospiti della Comunità da lui fondata, che ha tre centri nel capoluogo siciliano. Era malato da diversi mesi: un tumore al pancreas non gli ha dato scampo, provandolo nel fisico, ma lasciandolo sempre vigile, sempre attento. Padre Pino Vitrano, suo braccio destro, gli era accanto. Tutta la città gli si è stretta attorno chiedendo un miracolo per la sua guarigione, così come era avvenuto a Lourdes, nel 2014, quando non poteva più camminare.
Nato a Palermo il 16 settembre 1963, figlio di una famiglia agiata (i suoi erano imprenditori edili), Biagio Conte ha iniziato il suo cammino di fede rifugiandosi nel silenzio. Così raccontò quella scelta: «La Missione nasce dall’esperienza profonda di chi ha incominciato a cercare la verità, la vera libertà e la vera pace, distaccandosi dal mondo materialistico e consumistico. Stanco e dalla vita mondana che conducevo, ho sentito nel cuore di lasciare tutto e tutti; me ne andai via dalla casa paterna il 5 maggio 1990 a 26 anni, con l’intenzione di non tornare più nella città di Palermo, perché questa città e società mi avevano tanto ferito e deluso. Mi addentrai tra la natura e le montagne all’interno della Sicilia, iniziando un’esperienza di eremitaggio tra montagne, laghi, fiumi, sotto il sole, la luna e le stelle. Poi successivamente cominciai a sentire sempre più che Gesù (quell’uomo giusto che ha donato la vita per noi) mi portava con lui per fare una esperienza che successivamente avrebbe stravolto tutta la mia vita; ho camminato molto scaricando le tensioni e le scorie della vita mondana, nel silenzio e nella meditazione mi sentivo sempre più libero e pieno di pace, non avevo nulla con me, eppure era come se avessi tutto».
La sua vita fu pellegrinaggio. In senso metaforico. Ma anche in senso proprio. «Come spinto da un vento impetuoso», annotò, «ho iniziato a camminare, da pellegrino, attraverso le regioni dell’Italia fino ad arrivare ad Assisi, da san Francesco, a cui ho tanto sentito di ispirarmi per la sua profonda umiltà e semplicità e per l’aver donato la sua vita per Gesù e per il nostro prossimo. Durante il lungo viaggio ho incontrato diversi poveri e trasandati che mi riportarono alla mente quei volti poveri e sofferenti che vedevo nella città di Palermo. Pian piano, cominciai a capire il progetto “Missione”: dedicare la mia vita per i più poveri dei poveri».
Uomo di Dio che ha lottato per chi la società definisce “gli ultimi”. Ecco chi fa Biagio Conte. Per essi ha fatto digiuni perché ci fosse solidarietà nei confronti dei poveri, a volte ricevendo disprezzo e critiche. Per Palermo, la sua persona rimane un punto di rifermento forte. Insieme con don Pino Vitrano, suo braccio destro e soprattutto fratello e amico, ha iniziato la Missione di Speranza e Carità. La figura di San Francesco d’Assisi è stata la guida di tutta la sua vita. La sua testimonianza ha toccato milioni di persone e continuerà a guidare quanti hanno colto la presenza di Biagio come un vero cristiano, attento davvero al prossimo.
Il pastore e il missionario laico che ha scelto per compagni di viaggio migliaia di poveri. Entrambi sorridenti. Era il maggio 2016. Famiglia Cristiana sscelse questa foto che ritraeva Biagio Conte e monsignor Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, durante uno dei loro incontri per rimandare alla storia del fondatore della Missione Speranza e Carità. Si stava vivendo Il Giubileo straordinario della misericordia, iniziato il 29 novembre 2015 e destinato a concludersi il 20 novembre 2016. Biagio Conte era uno degli interpreti contemporanei più cristallini e credibili dell’amore di Dio per gli ultimi. Un esempio. Perfettamente attuale. Fernanda Di Monte FAMIGLIA CRISTIANA

