Stragi e diritto alla verità: tra partecipazione civile e autonomia delle istituzioni. Questa mattina alla FNSI…

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FOTO FNSI

 
Questa mattina la FNSI  ha ospitato a Roma la conferenza dal titolo «Stragi. Diritto alla verità» (vedi il comunicato FNSI riportato a fondo pagina)  organizzata dal Comitato dei 33 giornalisti siciliani che, lo scorso maggio, hanno sottoscritto una lettera aperta rivolta al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e alla Presidenza della Commissione parlamentare Antimafia per esprimere «preoccupazione per una lettura riduttiva delle cause che portarono agli assassinii di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino» e chiedere che le indagini «non si fermino esclusivamente al filone “mafia e appalti”, ma continuino ad approfondire anche gli altri spunti investigativi, i rapporti con ambienti eversivi e i possibili concorsi esterni alle organizzazioni mafiose».

L’iniziativa segue la conferenza nazionale tenutasi a Palermo il 15 giugno scorso nella sede di Assostampa Sicilia, alla quale, a sorpresa, era intervenuto anche il senatore Roberto Scarpinato.

L’iniziativa del prossimo 30 settembre, alla quale hanno aderito l’ANPI nazionale, Memoria e Futuro di Palermo e l’Associazione Stampa Romana, sollecita una riflessione che va oltre il merito delle questioni affrontate e richiama un tema di carattere generale: il rapporto tra partecipazione della società civile e autonomia delle istituzioni.

È certamente legittimo richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni su temi ritenuti rilevanti per la lotta alla mafia. In una democrazia ogni cittadino e, dunque, anche ogni giornalista hanno il pieno diritto di esprimere opinioni, formulare valutazioni e sollecitare approfondimenti su questioni di interesse pubblico. Il confronto tra sensibilità diverse rappresenta, del resto, una componente essenziale della vita democratica.

Allo stesso tempo, quando un appello viene rivolto alla più alta carica dello Stato affinché la Commissione parlamentare Antimafia approfondisca determinati profili investigativi, emerge il tema del delicato equilibrio tra il contributo che la società civile può offrire al dibattito pubblico e l’autonomia delle istituzioni chiamate ad assumere le proprie decisioni.

La questione, in effetti, non riguarda tanto il contenuto delle richieste avanzate quanto il principio generale che esse richiamano. La Commissione parlamentare Antimafia, come ogni organo parlamentare, opera nell’esercizio delle proprie prerogative e deve poter definire liberamente programmi di lavoro, acquisizioni documentali e linee di approfondimento. Ciò non esclude che il confronto pubblico possa offrire stimoli, osservazioni o sollecitazioni utili, che rientrano pienamente nella dialettica democratica.

D’altra parte, la stessa Commissione, per la natura delle proprie funzioni, ascolta regolarmente magistrati, studiosi, giornalisti, associazioni e rappresentanti della società civile. Il contributo di tali soggetti costituisce spesso un elemento importante per arricchire il patrimonio conoscitivo dell’organo parlamentare e favorire un confronto plurale su temi particolarmente complessi.

In questo contesto, il contributo dei firmatari dell’appello si inserisce nel più ampio dibattito pubblico sulla ricerca della verità riguardo alle stragi mafiose, una questione che continua a suscitare interesse, interrogativi e richieste di approfondimento. Al tempo stesso, spetta esclusivamente agli organi istituzionali competenti valutare autonomamente quali percorsi di approfondimento seguire e quali priorità adottare.

Anche il coinvolgimento del Presidente della Repubblica va letto alla luce di questo equilibrio. Il Capo dello Stato come sappiamo rappresenta una figura di garanzia e di unità nazionale, chiamata a vigilare sul corretto funzionamento delle istituzioni nel rispetto delle prerogative costituzionali di ciascun organo. Proprio per questo, ogni eventuale interlocuzione si colloca entro un quadro caratterizzato dal rispetto dell’autonomia del Parlamento e delle sue Commissioni.

Si tratta, peraltro, di una riflessione prevalentemente teorica. La prassi costituzionale e il ruolo di garanzia affidato al Presidente della Repubblica rendono infatti evidente come ogni eventuale attenzione verso istanze provenienti dalla società civile debba necessariamente conciliarsi con il pieno rispetto dell’autonomia degli organi parlamentari.

La ricerca della verità sulle stragi che hanno segnato la storia della Repubblica continua a coinvolgere magistratura, istituzioni, giornalismo e società civile. In questo percorso, partecipazione democratica e autonomia delle istituzioni non possono essere considerate principi contrapposti, ma valori complementari da preservare e bilanciare.
Siamo convinti che é proprio dalla capacità di mantenere questo equilibrio che dipendono la credibilità delle istituzioni e la qualità del confronto pubblico su temi così delicati e rilevanti per la lotta alla mafia.

29.9.2026 Aggiornato 30.9.3026


La LETTERA APERTA ➡️ Noi giornalisti siciliani – che nel corso dell’ultimo mezzo secolo ci siamo occupati di mafia, di delitti e di stragi e di connessioni con la politica – alla vigilia degli anniversari della morte di Falcone e Borsellino, desideriamo sottoporre al Garante della Costituzione e degli italiani un comune intendimento. E cioè quanto riteniamo sia un terribile errore limitare le indagini sulla morte dei due magistrati all’unica pista “mafia e appalti”, tralasciando le altre e in particolare la cosiddetta “pista del terrorismo nero”.
Eppure, è proprio questa la strada da tempo intrapresa dalla maggioranza in Commissione parlamentare Antimafia, in singolare affiatamento con il governo centrale e con la procura di Caltanissetta, procura appena “bocciata” in Cassazione per aver presentato ricorso contro la gip Graziella Luparello che nella sua ordinanza aveva disposto nuove indagini oltre il valico “mafia e appalti”

A 34 anni dalle vicende più drammatiche della storia italiana contemporanea, denunciamo una sorta di depistaggio politico, orchestrato dalla maggioranza in Commissione Antimafia, intorno alle figure di Falcone e Borsellino e dei loro uomini e donne di scorta.
Restringere caparbiamente, così come indicato dall’ex generale dei carabinieri Mario Mori, l’orizzonte investigativo nell’ambito del “mafia e appalti” rappresenta un vulnus procedurale, nonché miopia investigativa di una Commissione che, come ha evidenziato in un recente articolo il professor Giovanni Fiandaca, giurista esperto di questioni mafiose, avrebbe valicato i propri compiti istituzionali, assumendo un ruolo spettante all’attività giudiziaria.

Insomma, una pista talmente accreditata, da aver indotto il procuratore nisseno a ricorrere in Cassazione contro l’ordinanza del gip che invece lasciava aperte ipotesi convergenti su altre strade investigative, in particolare quella che conduce ai mandanti esterni e al neofascismo stragista.
Interessa capire perché e sulla base di quali risultanze i commissari della maggioranza abbiano sposato nella loro relazione le tesi investigative del procuratore nisseno De Luca.
Perché anche loro abbiano considerata la pista “mafia e appalti” come qualcosa di più di una “concausa” delle stragi, probabile unica pista del prosieguo dell’inchiesta giudiziaria. Escludendo tout court qualunque movente esterno. Perché dunque solo “mafia e appalti”?

Non si può ignorare che le vicende degli ultimi 60 anni di Palermo e della Sicilia – dall’espansione edilizia del capoluogo, alle grandi opere pubbliche (dal Petrolchimico di Gela voluto dall’Eni alla diga di Garcia) – raccontano una storia fatta di intrecci tra politica, mafia, imprenditoria e appalti. Una storia contrappuntata da morti ammazzati e corruttele diffuse, ma mai da stragi della portata di Capaci, Via D’Amelio, Roma, Milano e Firenze per non dire del fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma. Dunque, a quali appalti e dove, a quali opere si fa riferimento da giustificare un massacro di quelle proporzioni?
Ci aspettiamo dunque che la Commissione Antimafia ampli il campo delle indagini per evitare che l’impegno di decenni e il sacrificio della vita di uomini e donne dello Stato e dei due magistrati più amati dal Paese si areni nelle sabbie mobili dell’inconsistenza. E nel contempo chiediamo alle forze di opposizione in Commissione di redigere finalmente una relazione di minoranza per un’ulteriore spinta all’impegno investigativo. L’eredità di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non merita di finire nel cestino dei rifiuti della storia.


L’ILLUSIONE DELLA “PISTA NERA”

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Quando il giornalismo preferisce il mito ai fatti

A trentaquattro anni dalle stragi del 1992, la ricerca della verità su Capaci e Via D’Amelio continua a mietere la sua vittima più illustre: la verità stessa.
Fa discutere – e dovrebbe far riflettere profondamente – la recente iniziativa, appoggiata persino dalla Federazione Nazionale Stampa Italiana (Fnsi), di una lettera aperta rivolta al Presidente della Repubblica e alla Commissione Parlamentare Antimafia. La richiesta? Non abbandonare a tutti i costi la cosiddetta “pista nera”, muovendo sostanzialmente una critica implicita (se non un’aperta sfiducia) al lavoro investigativo e processuale portato avanti da una Procura della Repubblica.
Si tratta di una mobilitazione singolare, per non dire anomala. Raramente si assiste a una levata di scudi della categoria dei giornalisti contro l’operato di magistrati inquirenti quando questi mettono da parte una suggestione investigativa per attenersi al vaglio dei riscontri. Ma quando una narrazione è affascinante, quando un teorema ideologico o politico si sovrappone alla complessità della realtà processuale, la tentazione di credere che “i conti debbano tornare a modo nostro” diventa irresistibile.
Ma una domanda, a questo punto, è non solo lecita, ma doverosa: su quali fatti, su quali prove e su quali riscontri oggettivi si fonda questa mobilitazione?
Perché le teorie, le suggestioni e le architetture speculative lasciano il tempo che trovano. Il lavoro giudiziario – così come, teoricamente, quello giornalistico – si nutre di atti, testimonianze incrociate, perizie e verbali, non di desideri o d’ipotesi suggestive destinate a soddisfare una determinata narrazione politica.
Può un sindacato di categoria come la Fnsi, che dovrebbe rappresentare la tutela del rigore informativo e dell’autonomia del giornalismo, prendere una posizione di questo tipo davanti alla prima carica dello Stato e alla Commissione Antimafia? Può farlo basandosi su teorie non ancora suffragate da fatti, erigendosi a giudice del lavoro della magistratura?
A oltre tre decenni da quel tragico 1992, sembra che i devastanti depistaggi del passato – a partire da quei pezzi deviati dello Stato sulla strage di Via D’Amelio, che per anni ha sviato le indagini con falsi pentiti – non abbiano insegnato nulla. C’è il rischio concreto e paradossale che, nel tentativo di inseguire a tutti i costi il “grande livello” o la matrice ideale preferita, si finisca per alimentare un ennesimo depistaggio culturale.
Invece di indirizzare il Presidente della Repubblica e la Commissione Antimafia verso piste basate sul fascino delle teorie, sarebbe opportuno che il mondo dell’informazione tornasse al suo dovere primario: il rispetto dei fatti. L’invito ai colleghi firmatari e alla Fnsi è quello di una riflessione laica e oggettiva. Perché quando il giornalismo sostituisce il dogma della verità con il dogma dell’ideologia, smette di cercare risposte e comincia a costruire illusioni.
E la memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino merita solo fatti, per quanto complessi o sgraditi possano essere.

L’OPINIONE DELLA LIBERTÁ  – Alessandro Cucciolla 29 settembre 2026 



Anpi, Stampa Romana e associazioni in campo: “Verità sulle stragi del ’92”

 

Dalla Fnsi all’Anpi, all’Associazione Stampa Romana, passando per Memoria e Futuro di Palermo. Sono le associazioni che hanno deciso di sostenere la richiesta di continuare la ricerca della verità sulle stragi di Capaci e via D’Amelio, aderendo all’appello promosso dal Comitato dei 33 giornalisti siciliani.
Una richiesta che diventa innanzitutto un impegno morale e civile che unisce realtà diverse che saranno al centro dell’incontro “Stragi. Diritto alla verità”, in programma mercoledì 30 settembre alle 10 nella sala Walter Tobagi della Federazione nazionale della stampa italiana, in via delle Botteghe Oscure. Un’iniziativa che punta a riportare al centro del dibattito pubblico una delle pagine più drammatiche della storia repubblicana e la necessità di fare piena luce sugli omicidi dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
“L’incontro nasce dall’appello sottoscritto lo scorso maggio da 33 giornalisti siciliani e indirizzato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e alla Commissione parlamentare Antimafia – spiegano i promotori – Nel documento i firmatari esprimevano preoccupazione per quella che definiscono una lettura riduttiva delle cause che portarono alle due stragi mafiose del 1992, chiedendo che le indagini e gli approfondimenti non vengano limitati al solo filone “mafia e appalti”.
Secondo i promotori, le inchieste dovrebbero continuare a seguire anche altre piste investigative, approfondendo i rapporti con ambienti eversivi e i possibili interessi esterni alle organizzazioni mafiose. “Nei mesi successivi, spiegano gli organizzatori, all’appello hanno aderito altri giornalisti provenienti da diverse regioni italiane, rafforzando la richiesta di non archiviare decenni di acquisizioni investigative, processuali e giornalistiche che hanno evidenziato depistaggi, interferenze e interessi politici ed economici esterni a Cosa nostra”.
Ad aprire i lavori sarà la segretaria generale della Fnsi, Alessandra Costante. Il dibattito sarà coordinato dai giornalisti Roberto Leone, Franco Nuccio e Antonio Ortoleva. L’obiettivo dichiarato dell’iniziativa è riaffermare il diritto dei cittadini a conoscere tutta la verità sulle stragi che nel 1992 segnarono la storia del Paese e sui possibili interessi che ne accompagnarono la preparazione e i successivi depistaggi. Per i promotori, “la ricerca della verità su Capaci e via D’Amelio rappresenta ancora oggi un patrimonio democratico irrinunciabile e una questione aperta per la coscienza civile del Paese”. Un tema che, a oltre trent’anni dagli attentati costati la vita a Falcone, Borsellino e agli agenti delle loro scorte, continua a interrogare magistratura, istituzioni, giornalismo e società civile.

 
 

FNSI 30.9.2026 – Stragi Falcone e Borsellino, riparte dalla Fnsi l’appello per il diritto alla verità

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Nel giro di pochi mesi, da quando a maggio 2026 33 cronisti siciliani hanno rivolto una lettera aperta al presidente Mattarella, le adesioni sono più che raddoppiate. Le ragioni dei promotori illustrate in sala Tobagi il 30 settembre alla presenza della segretaria generale Alessandra Costante.
Vagliare tutte le possibili piste e non limitare le indagini al solo rapporto ‘mafia-appalti’, per fare luce sulla stagione delle stragi di mafia, e in particolare su quanto avvenne a Capaci e via D’Amelio nel 1992, e garantire così ai cittadini il diritto alla verità.
Questo l’appello rilanciato mercoledì 30 settembre 2026 nella sede della Fnsi, dopo la prima presentazione a Palermo della lettera aperta sottoscritta da 33 cronisti siciliani e indirizzata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e alla presidenza della Commissione Antimafia lo scorso maggio. Un appello sintetizzato nel messaggio di Alfredo Morvillo, fratello di Francesca Morvillo e cognato di Giovanni Falcone, proiettato in apertura della conferenza. «La verità giudiziaria – ha evidenziato – è quella venuta fuori nei procedimenti ben noti. Ma da alcuni spunti processuali, da alcuni spunti investigativi è lecito ritenere che ci sia anche dell’altro che fino a questo momento non è stato possibile accertare nelle dovute sedi giudiziarie in quanto certamente c’è qualcuno che sa e non parla».
Di conseguenza, «ritengo sia dovere della Commissione parlamentare Antimafia approfondire qualunque ipotesi investigativa, qualunque elemento investigativo che possa portare ad altre responsabilità», ha concluso Morvillo.
«La Federazione nazionale della Stampa italiana è orgogliosa di ospitare questa iniziativa», ha esordito la segretaria generale Fnsi Alessandra Costante introducendo i lavori. «I giornalisti hanno pagato un altissimo tributo di sangue con 9 cronisti assassinati dalla mafia in Sicilia per via del loro lavoro, per il loro impegno a fare chiarezza sulle vicende più oscure del nostro Paese. L’appello alla verità promosso dai colleghi siciliani raccoglie anche la loro eredità. Quella per la verità deve essere una battaglia di tutti i giornalisti. Abbiamo l’obbligo morale di chiedere chiarezza».
Per Stefano Ferrante, segretario dell’Associazione Stampa Romana, «questa iniziativa è importante perché rivendica il ruolo dei giornalisti nella democrazia e per la democrazia. Credo che fare sindacato sia anche sostenere iniziative come questa».
Moderati sa Franco Nuccio e Roberto Leone, vicesegretario di Assostampa Sicilia, alla conferenza hanno partecipato, fra gli altri, Antonio Ortoleva, fra i promotori dell’appello; Emilio Ricci, vicepresidente dell’Anpi; l’avvocato Armando Sorrentino; la presidente dell’associazione Memoria e Futuro di Palermo, Adriana Laudani; Giovanni Gioia, responsabile per la legalità della Cgil Roma e Lazio; i giornalisti Enrico Bellavia, Alessandra Ziniti, Stefania Limiti, solo per citarne alcuni; Paolo Serventi Longhi, presidente Ungp; Lazzaro Pappagallo, componente della giunta esecutiva Fnsi, alcuni dei firmatari della lettera-appello, che nel frattempo sono più che raddoppiati coinvolgendo colleghi di tutta Italia. «E la mobilitazione – hanno assicurato Leone, Nuccio e Ortoleva – continua».  FNSI 30.9.2026

 
 
 

 

VIA D’AMELIO, l’attentato, le indagini, le inchieste e i processi

 

 

 

Strage di Via D’Amelio – In COMMISSIONE ANTIMAFIA le audizioni dei famigliari di Paolo Borsellino e dei testimoni