Il gip Santi Bologna: SCARPINATO fece «attività depistante». Mafia-Appalti e gli ultimi 24 giorni di Borsellino.

Dal 25 giugno al 19 luglio 1992, gli ultimi 24 giorni di Paolo Borsellino tra Mafia-Appalti, Mani Pulite, Li Pera e Leonardo Messina. Il gip Santi Bologna chiude per prescrizione il filone sul favoreggiamento e attribuisce a Roberto Scarpinato un’«attività depistante».

Il 25 giugno 1992 Paolo Borsellino entra nella caserma Carini di Palermo per incontrare Mario Mori e Giuseppe De Donno, e già la scelta del luogo racconta molto più di quanto potrebbe sembrare, perché il magistrato avrebbe potuto ricevere i due ufficiali al Palazzo di giustizia, dentro quelle stanze nelle quali ogni giorno transitano fascicoli, magistrati e investigatori, ma preferisce spostare il colloquio altrove, lontano dalla Procura e dagli occhi di chi attraversa quotidianamente quei corridoi, per parlare di un’indagine che, nelle settimane successive alla morte di Giovanni Falcone, continua a tornare davanti a lui come una questione ancora aperta e forse molto più grande di quanto fosse apparsa fino a quel momento: mafia e appalti.
Sono trascorsi trentatré giorni dalla strage di Capaci e ne mancano ventiquattro a quella di via D’Amelio.
È un intervallo brevissimo, nel quale indagini diverse si muovono lungo direttrici apparentemente lontane ma cominciano a restituire frammenti dello stesso paesaggio. A Milano Mani Pulite sta facendo emergere un sistema di rapporti tra politica e impresa costruito attraverso il meccanismo delle tangenti, seguendo il denaro e interrogando imprenditori e uomini politici; a Catania il magistrato Felice Lima ascolta Giuseppe Li Pera, geometra della Rizzani De Eccher che conosce dall’interno alcuni dei grandi cantieri siciliani.
A Palermo, intanto, si continua a lavorare sul fascicolo mafia-appalti, un’indagine che nelle settimane successive alla strage di Capaci torna più volte nell’orizzonte di Paolo Borsellino e comincia a incrociare elementi provenienti da fronti investigativi diversi, mentre ciò che sta emergendo a Milano e a Catania sembra progressivamente allargare il perimetro entro il quale leggere il rapporto tra grandi opere, imprese, politica e interessi mafiosi.
Per ricostruire quei ventiquattro giorni non occorre partire da una conclusione e adattare i fatti alla tesi, perché sono le date, quando vengono rimesse una accanto all’altra e collegate agli atti, a restituire la densità di ciò che sta accadendo e il senso di una corsa investigativa nella quale Borsellino sembra avere sempre meno tempo a disposizione.

Da Milano a Palermo, cercando «il sistema»

Per comprendere perché il 25 giugno Borsellino voglia incontrare riservatamente Mori e De Donno bisogna allontanarsi per un momento da Palermo e guardare a ciò che sta accadendo a Milano, dove Mani Pulite sta mostrando che dietro l’aggiudicazione di molti lavori pubblici esiste una rete capace di collegare imprese, amministratori e partiti e che quel sistema può essere penetrato seguendo il denaro, ricostruendo chi paga, chi riceve e attraverso quali passaggi una gara pubblica possa trasformarsi in un accordo privato.
Giovanni Falcone aveva già intuito la possibile importanza di quel metodo anche per la Sicilia e gli atti richiamati nel decreto del Tribunale di Caltanissetta ricostruiscono quella che viene definita una sorta di passaggio del testimone tra lui e Borsellino sul terreno di mafia-appalti, mentre dopo Capaci è proprio Borsellino a cercare Antonio Di Pietro e a ragionare con lui sulla possibilità di mettere a confronto le esperienze maturate dalle due procure.
Di Pietro, sentito il 31 maggio 2024, ricostruisce uno di quegli incontri e ricorda le parole pronunciate da Borsellino durante i funerali di Falcone: «Dobbiamo fare presto, dobbiamo andare di corsa, dobbiamo trovare il sistema». È una frase che Di Pietro colloca dentro il confronto sulle indagini che stavano avanzando a Milano e sull’interesse mostrato da Borsellino per ciò che emergeva sul versante degli appalti e dei rapporti tra imprese e politica. Il decreto non trasforma quelle parole nella prova di un collegamento già individuato né attribuisce a Borsellino una teoria compiuta capace di tenere insieme Mani Pulite, mafia-appalti e le stragi, ma inserisce il racconto di Di Pietro dentro un quadro investigativo più ampio, nel quale viene verificata anche la possibilità che gli interessi economici e criminali emersi attorno agli appalti potessero avere avuto un rilievo nella comprensione delle stragi del 1992.
La differenza tra i due scenari è sostanziale, perché a Milano il rapporto che sta emergendo sembra fondarsi soprattutto su due poli, politica e impresa, mentre in Sicilia quello stesso tavolo può avere una terza sedia occupata da Cosa nostra, capace non soltanto di partecipare alla distribuzione degli affari ma anche di garantire gli accordi attraverso la propria forza di intimidazione, ed è proprio questa presenza a rendere più difficile spezzare il silenzio degli imprenditori.
Borsellino e Di Pietro pensano dunque di rivedersi e di ragionare su modalità investigative capaci di mettere a confronto quanto era stato scoperto al Nord con ciò che stava emergendo in Sicilia, non ancora un’unica indagine né un coordinamento formalmente costituito, ma l’idea di incrociare metodi e conoscenze per capire se dietro fenomeni apparentemente diversi potesse esistere un meccanismo comune. Quel «sistema» che Borsellino, secondo il ricordo di Di Pietro, dice di voler trovare davanti alla bara di Falcone.

Li Pera, Felice Lima e il triangolo degli appalti

Il 13 giugno 1992 Giuseppe Li Pera comincia a parlare davanti all’autorità giudiziaria di Catania, nell’ambito di un procedimento seguito dal magistrato Felice Lima e nato da un esposto anonimo trasmesso dal Ros sulla presunta manipolazione illecita di un appalto nel territorio etneo. Li Pera quel mondo lo conosce dall’interno perché per la Rizzani De Eccher ha seguito una parte significativa dei cantieri siciliani e conosce procedure, imprese, interlocutori politici e passaggi amministrativi che regolano il settore delle grandi opere.
Nel verbale del 14 giugno descrive un meccanismo che, nella sua versione, non nasce dall’episodio isolato o dalla singola tangente ma funziona come una struttura stabile, e le sue parole entrano direttamente nel decreto quando afferma che «La gestione di tutti gli affari della S.I.R.A.P. è avvenuta e avviene secondo un meccanismo operativo complesso e articolato, ben collaudato», per poi ricorrere a un’immagine capace di rendere quella struttura quasi visibile, parlando di «un triangolo» i cui vertici sono rappresentati dai politici interessati, dagli imprenditori e dai funzionari degli enti appaltanti e finanziatori.
Quel triangolo si riempie presto di nomi, percentuali e società, perché Li Pera descrive un sistema nel quale l’aggiudicazione dei lavori, i rapporti politici e le somme destinate agli interlocutori pubblici finiscono per intrecciarsi, mentre una parte del denaro necessario, secondo il suo racconto, sarebbe stata recuperata anche attraverso fatturazioni maggiorate sui materiali.
Il giorno successivo allarga ancora il quadro e parla di un vero e proprio «comitato d’affari» costituito fra alcune delle principali imprese siciliane con l’obiettivo di spartire gli appalti più importanti, indicando nell’imprenditore Filippo Salamone una figura centrale di quel circuito.
Quando, dodici giorni dopo l’inizio della collaborazione di Li Pera, Borsellino entra nella caserma Carini, questi mondi non sono ancora sovrapponibili e il decreto invita a non confondere ciò che il magistrato conosce in quel momento con quanto emergerà soltanto successivamente, ma il terreno sul quale le diverse indagini stanno camminando comincia ormai ad assomigliarsi sempre di più.

25 giugno, la caserma Carini

Borsellino incontra Mori e De Donno il 25 giugno e, secondo una precedente richiesta di archiviazione richiamata dal decreto di Caltanissetta, nel corso di quel colloquio viene concordata la necessità di riprendere il rapporto mafia-appalti per svilupparlo in maniera più approfondita, mentre la scelta della caserma Carini, una sede esterna al Palazzo di giustizia, viene interpretata negli atti come indicativa del riserbo con cui il magistrato intende affrontare la questione.
Il progetto, secondo le testimonianze raccolte negli anni, prevede la possibilità di costituire presso il Ros un gruppo coordinato da De Donno che lavori sugli intrecci tra mafia e appalti e riferisca direttamente a Borsellino, ma i dettagli non vengono ancora definiti perché il magistrato deve partire per una trasferta in Germania e si decide di tornare sull’argomento al suo rientro. Quell’incontro non avverrà mai.
Intorno alla caserma Carini resta anche la questione Li Pera, perché il decreto considera possibile che la notizia della sua collaborazione con Felice Lima fosse già circolata informalmente, ma distingue questa possibilità dalle dichiarazioni con le quali il geometra parlerà in modo più esplicito di ambienti giudiziari palermitani e della circolazione di informazioni riservate, verbalizzate soltanto il 20 luglio, quando Borsellino è già morto.

Leonardo Messina e il primo luglio

Cinque giorni dopo la caserma Carini entra nella storia Leonardo Messina, uomo d’onore della famiglia mafiosa di San Cataldo, che comincia a collaborare il 30 giugno e il mattino successivo, alle nove del primo luglio, viene interrogato a Roma davanti a Vittorio Aliquò e Paolo Borsellino.
Messina non costruisce teorie generali e non ha bisogno di immaginare ciò che accade intorno agli appalti, perché quel mondo lo conosce dall’interno, per esperienza diretta e per appartenenza familiare.
Non è un semplice manovale del crimine, né un uomo rimasto ai margini delle decisioni: proviene da una famiglia profondamente inserita dentro Cosa nostra, è cresciuto respirandone regole, gerarchie e linguaggi, suo nonno era stato rappresentante provinciale dell’organizzazione a San Cataldo e lui stesso, nel tempo, si è trovato a dirigere una struttura criminale capace di muoversi tra affari, imprese e controllo del territorio. È per questo che, quando i magistrati gli chiedono come funziona il sistema degli appalti, non risponde per sentito dire e non ricostruisce passaggi approssimativi, ma descrive un meccanismo che considera collaudato e solido.
Racconta come funziona concretamente il controllo mafioso di una gara, seguendo una progressione precisa nella quale prima sono le imprese designate a cercare l’accordo con i concorrenti, poi interviene Angelo Siino e, se anche quel passaggio fallisce, entrano direttamente in scena gli uomini delle famiglie mafiose. È un sistema che non ha bisogno di mostrare continuamente la violenza, perché vive soprattutto sulla capacità di orientare le imprese, distribuire i lavori, impedire interferenze e fare in modo che ciascuno sappia quale spazio può occupare e quale, invece, deve lasciare agli altri.
Dopo quelle dichiarazioni il quadro degli appalti assume un peso diverso, perché ciò che Messina racconta non riguarda più soltanto la capacità di Cosa nostra di intimidire un imprenditore o condizionare una singola gara, ma descrive un meccanismo fatto di imprese designate, accordi preventivi, mediatori e interventi mafiosi che si susseguono secondo una progressione precisa. Borsellino ascolta, raccoglie gli elementi che emergono dalle diverse indagini e continua a seguire un filone che, proprio in quelle settimane, sembra allargarsi ben oltre il tradizionale controllo mafioso del territorio, fino a lambire il mondo delle imprese, la gestione del denaro pubblico e i rapporti che rendono possibile la spartizione degli appalti.
Davanti a Borsellino, dunque, il primo luglio non c’è più soltanto l’informativa del Ros del 1991, ma un nuovo collaboratore che parla di Siino, descrive il metodo utilizzato da Cosa nostra per condizionare le gare e indica rapporti economici che portano fino a Riina e a una società operante su scala nazionale. Materiale che arriva dodici giorni prima della firma della richiesta di archiviazione.

13 luglio, la firma e le parole del gip su Scarpinato

Il 13 luglio 1992 Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte sottoscrivono la richiesta di archiviazione nell’ambito del procedimento 2789/1990, quello nato dall’informativa mafia-appalti, sulla quale viene apposto il visto del procuratore Pietro Giammanco e che sarà depositata formalmente il 22 luglio, tre giorni dopo l’uccisione di Paolo Borsellino.
Quando Giammanco viene ascoltato davanti al Consiglio superiore della magistratura il 28 luglio, ricostruisce la progressiva riduzione del numero dei magistrati impegnati sul procedimento e spiega che, a un certo punto, il fascicolo era rimasto sostanzialmente affidato a Lo Forte e Scarpinato, aggiungendo una frase destinata ad acquistare un peso particolare nelle successive ricostruzioni: «Scarpinato è quello che ha scritto il documento».
Il decreto del 2026 non si limita a ricostruire chi firmò quell’atto, perché sottopone a una valutazione particolarmente severa le successive dichiarazioni di Scarpinato e il modo in cui, secondo il gip, l’ex magistrato avrebbe sostenuto negli anni la tesi secondo cui Borsellino fosse stato informato della richiesta di archiviazione.
Le parole di Santi Bologna sono durissime. Il giudice scrive che Scarpinato sarebbe arrivato «finanche ad inquinare le dichiarazioni di altri colleghi dell’epoca», indicando espressamente Gioacchino Natoli, «al fine di far sì che aumentasse il numero di coloro i quali riferivano la medesima circostanza», e aggiunge che l’attendibilità dell’ex pm sarebbe «ancor più dubbia» alla luce delle contraddizioni che il decreto individua nelle dichiarazioni rese negli anni sulla conoscenza che Borsellino avrebbe avuto di mafia-appalti.
Il passaggio più pesante riguarda però le conversazioni intercettate nel 2024 tra Scarpinato, ormai senatore e componente della Commissione parlamentare Antimafia, e Natoli, destinato a essere ascoltato proprio dalla Commissione sulla vicenda mafia-appalti.
Il gip riporta lo scambio nel quale Natoli dice a Scarpinato «tu mi devi alzare la palla» e quest’ultimo risponde «io ti faccio una domanda», per poi aggiungere: «Tu non ti devi dimenticare assolutamente di parlare della riunione che ci fu alla Procura di Palermo il 14 luglio; ma tu mi devi dire che ci fu un’esposizione anche del fatto che c’era stata la richiesta di archiviazione».
Bologna precisa di non voler entrare nel giudizio politico sull’opportunità che un componente della Commissione Antimafia concordi o anticipi con una persona che dovrà essere audita le domande che intende rivolgerle, perché questa valutazione, scrive, appartiene a sedi diverse da quella giudiziaria, ma subito dopo utilizza una formula che non lascia spazio ad attenuazioni: «Quello che però qui è doveroso segnalare è l’attività depistante posta in essere dal Senatore Scarpinato nei confronti del Dott. Natoli».
Il passaggio non resta isolato, perché il gip aggiunge che, poiché Scarpinato non aveva partecipato alla riunione del 14 luglio 1992 e poteva dunque riferirne soltanto de relato, l’indicazione data a Natoli affinché affermasse che durante quella riunione si fosse parlato dell’archiviazione «non può che tradursi in un’attività di inquinamento della ricostruzione dei fatti», osservando inoltre che Scarpinato, essendo stato uno dei firmatari della richiesta del 13 luglio, aveva un interesse proprio a che emergesse la versione secondo la quale Borsellino ne fosse stato informato.
Scarpinato
respinge integralmente questa lettura e reagisce con parole altrettanto nette: «L’affermazione secondo cui io conversando con Gioacchino Natoli avrei portato avanti un’attività depistante è non solo gravemente falsa ma essa stessa depistante», sostenendo di avere semplicemente esortato Natoli a riferire davanti alla Commissione una circostanza che lo stesso ex collega gli aveva raccontato in precedenza e lamentando di non avere avuto la possibilità di essere sentito dalla magistratura per documentare la propria versione
Il contrasto è dunque radicale, perché il gip considera quelle conversazioni capaci di incidere sulla ricostruzione di uno dei passaggi più delicati dell’intera vicenda, mentre Scarpinato sostiene esattamente il contrario e afferma di avere cercato di fare emergere una circostanza che Natoli conosceva direttamente.

14 luglio, Borsellino torna su mafia-appalti

Il punto sul quale le due ricostruzioni finiscono per scontrarsi è decisivo, perché il 14 luglio i magistrati della Procura di Palermo si riuniscono e Paolo Borsellino prende posto nella stanza insieme agli altri colleghi, senza sapere che quella sarà l’ultima riunione dell’ufficio alla quale parteciperà.
Antonino Gozzo, ascoltato dal Consiglio superiore della magistratura appena dieci giorni dopo via D’Amelio, ricorda Borsellino seduto due posti più avanti mentre la discussione arriva proprio sul fascicolo mafia-appalti: «Ho visto proprio questo contrasto più che latente, visibile», racconta, spiegando che Borsellino intervenne e chiese perché determinate carte non fossero state inserite nel procedimento, tanto da ottenere il rinvio della discussione.
È a questo punto che la cronologia incontra uno dei nodi più controversi dell’intera vicenda, perché il giorno prima Scarpinato e Lo Forte avevano già sottoscritto la richiesta di archiviazione, mentre Borsellino continua a chiedere chiarimenti, facendo emergere una domanda che attraversa l’intero decreto: sapeva che quella richiesta era già stata firmata?
Il gip confronta le ricostruzioni successive con le testimonianze rese nell’immediatezza dei fatti e arriva a una conclusione netta: «Borsellino non fu volutamente informato né prima, né nel corso della riunione del 14.07.1992, del fatto che il giorno precedente era stata firmata richiesta di archiviazione», affermando che questa lettura sarebbe sostenuta da elementi «gravi, precisi e concordanti».
Sul piano storico e giudiziario è un passaggio enorme, perché mentre Borsellino mostra un interesse concreto per mafia-appalti, incontra Mori e De Donno per progettare nuovi approfondimenti e ascolta Leonardo Messina parlare di Angelo Siino, Totò Riina e del sistema degli appalti, secondo il giudice non gli viene comunicato che due suoi colleghi hanno già firmato una richiesta destinata a definire una parte di quell’indagine.

Il punto che divide ancora

È proprio davanti a questa sequenza che, ancora oggi, le letture si separano, perché una cosa è riconoscere che mafia-appalti occupasse un posto importante negli ultimi mesi di Giovanni Falcone e nelle ultime settimane di Paolo Borsellino, altra cosa è stabilire se quell’indagine sia stata davvero una delle ragioni che portarono all’accelerazione della strage di via D’Amelio.
Attilio Bolzoni concentra il suo dubbio proprio su questo passaggio: qual è l’elemento probatorio che consente di trasformare mafia-appalti da contesto investigativo a causa della strage? È una domanda che non nega il peso di quell’indagine né l’interesse mostrato da Borsellino, ma impedisce di considerare sufficiente la sola successione delle date per stabilire un rapporto causale tra ciò che il magistrato stava cercando e la decisione di eliminarlo.
Il decreto del 2026 interviene dentro questa frattura e la sposta su un terreno nuovo, perché considera mafia-appalti un crocevia di interessi mafiosi, politici e imprenditoriali e arriva, nelle conclusioni, a ritenerla una «concausa della strage di via D’Amelio di elevata credibilità razionale», precisando nello stesso tempo che i diversi filoni investigativi sulle stragi rimangono aperti.

Gli ultimi cinque giorni

Dopo quella riunione restano cinque giorni e Borsellino continua a lavorare mentre intorno a lui il quadro diventa sempre più ampio, perché Milano sta dimostrando che seguendo il denaro si può entrare nei rapporti tra imprese e politica, Catania ha raccolto attraverso Felice Lima il racconto di Giuseppe Li Pera sul triangolo degli appalti e sul sistema Sirap, Palermo conserva il fascicolo mafia-appalti e ha appena firmato una richiesta di archiviazione per alcune posizioni, mentre Leonardo Messina ha iniziato a raccontare dall’interno come Cosa nostra controlla le gare.
Ciò che emerge dal decreto è un magistrato che negli ultimi giorni della sua vita non sta abbandonando mafia-appalti e che, al contrario, continua a tornarci sopra proprio mentre una parte di quel procedimento si avvia verso la definizione.
Il 19 luglio è domenica e Paolo Borsellino arriva in via D’Amelio per andare a trovare la madre, mentre una Fiat 126 imbottita di esplosivo lo aspetta sotto casa e, quando la bomba viene fatta detonare, con lui muoiono Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Dall’incontro riservato nella caserma Carini sono trascorsi ventiquattro giorni, dall’interrogatorio di Leonardo Messina diciotto, dalla firma della richiesta di archiviazione sei e dall’ultima riunione della Procura appena cinque, mentre sullo sfondo rimangono Milano e Mani Pulite, Catania e l’indagine di Felice Lima, Giuseppe Li Pera e il triangolo degli appalti, il racconto di Leonardo Messina su Angelo Siino e Totò Riina e le decisioni prese dentro la Procura di Palermo.

Il favoreggiamento prescritto

Il decreto arriva poi a una conclusione che rende ancora più complesso il quadro, perché insieme all’archiviazione del procedimento contro ignoti sulle stragi viene chiuso anche il filone riguardante le contestazioni di favoreggiamento relative alla gestione di altre indagini collegate a mafia-appalti, che coinvolgevano Gioacchino Natoli, Giuseppe Pignatone e Stefano Screpanti.
Per quelle contestazioni il gip conclude che il reato di favoreggiamento è ormai prescritto
, circostanza che impedisce di arrivare a un giudizio nel merito attraverso un processo e lascia quindi affidata al decreto, alle sue ricostruzioni e alle valutazioni contenute nelle oltre seicento pagine una parte rilevante della lettura giudiziaria sulla gestione di quelle indagini.
La prescrizione non equivale a un accertamento di responsabilità, ma segna un limite processuale preciso, perché su quelle contestazioni non ci sarà un dibattimento capace di mettere alla prova, nel contraddittorio tra accusa e difesa, le diverse ricostruzioni accumulate nel corso dell’inchiesta.
Il decreto di archiviazione del 2026 non consegna una verità definitiva sull’eventuale partecipazione di soggetti esterni a Cosa nostra nelle stragi e lo chiarisce fin dalle prime pagine, quando definisce il procedimento parte di quella «difficile, ma fondamentale opera di ricerca della verità sulle stragi del 1992» e lo colloca dentro una vicenda più ampia, finalizzata alla verifica dell’eventuale ruolo di soggetti esterni a Cosa nostra nella fase di ideazione o esecuzione delle stragi di Capaci e via D’Amelio.
La domanda investigativa è chiarissima, ma altrettanto chiaro è il limite della risposta raggiunta, perché nelle conclusioni il giudice scrive che l’analisi «non ha consentito di individuare alcun elemento probatorio, autonomamente persuasivo» capace di portare all’identificazione di specifici magistrati o esponenti del mondo politico-imprenditoriale quali concorrenti nelle stragi.

Ed è proprio dentro questa distanza, tra ciò che gli atti consentono oggi di vedere e ciò che ancora non riescono a dimostrare, che il decreto compie il passaggio forse più importante, perché considera altamente plausibile che Borsellino, parlando pubblicamente a Casa Professa e annunciando ciò che avrebbe riferito ai magistrati di Caltanissetta, possa avere «allarmato una pluralità di soggetti», definisce mafia-appalti «il crocevia di una serie di interessi mafiosi, politici, imprenditoriali» e ritiene quella convergenza una concausa della strage di elevata credibilità razionale.
Gli atti cominciano così a mostrare i contorni di un sistema, ma la prescrizione chiude una parte del percorso giudiziario mentre altre domande restano senza una risposta definitiva, e proprio in quella distanza tra ciò che è stato ricostruito, ciò che non potrà più essere portato a processo e ciò che ancora non può essere dimostrato rimane aperta, trentaquattro anni dopo, una parte della storia di Paolo Borsellino e delle stragi del 1992. Giuseppe Bascietto GLI STATI GENERALI 9.10.2026


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