La pagina di Salvatore Borsellino e i commenti oltraggiosi contro i familiari del giudice: un silenzio che chiede spiegazioni

 

Commenti contro i familiari di Paolo Borsellino: il silenzio che interroga la pagina di Salvatore Borsellino

 

Sta suscitando interrogativi e crescente indignazione la permanenza, per diversi giorni, di numerosi commenti offensivi e denigratori apparsi sotto il post pubblicato sulla pagina Facebook “SALVATORE BORSELLINO” dal titolo “I figli di Paolo Borsellino fanno pace con Marcello Dell’Utri: cosa sta succedendo”.
Una situazione che, al di là delle opinioni espresse sul contenuto della vicenda, pone una questione di responsabilità nella gestione degli spazi pubblici di discussione sui social network.
Premesso che il titolare della pagina è lo stesso Salvatore Borsellino, fratello del magistrato assassinato dalla mafia nel 1992, appare difficile comprendere come commenti caratterizzati da toni pesantemente offensivi nei confronti dei figli e del genero di Paolo Borsellino siano rimasti visibili per giorni senza alcun intervento di moderazione.
A rendere ancora più rilevante la questione è una recente risposta pubblicata dalla stessa amministrazione della pagina, dalla quale si ricava che la gestione operativa dell’account e delle  interazioni sarebbe affidata a soggetti terzi delegati.
Se Salvatore Borsellino fosse stato pienamente informato della presenza di tali contenuti, ci si potrebbe attendere un suo tempestivo intervento per richiederne la rimozione, in coerenza con i principi di rispetto e civiltà. Se invece non fosse stato messo al corrente di quanto stava accadendo sotto il post, emergerebbe una diversa questione: quella dell’adeguatezza dei meccanismi di gestione e supervisione della pagina che porta il suo nome.
La vicenda assume un significato particolare poiché i destinatari degli attacchi non sono figure estranee al dibattito, ma i figli e il genero di Paolo Borsellino, persone che, indipendentemente dalle posizioni assunte o dalle scelte personali compiute, dovrebbero essere sottratte a campagne di aggressione verbale e delegittimazione personale.
Nei social network il confine tra libertà di espressione e insulto è netto. Il confronto, anche acceso, sulle questioni legate alla memoria delle stragi, alla ricerca della verità e alle vicende giudiziarie che hanno attraversato la storia italiana è legittimo e persino necessario. Tuttavia, quando il dissenso si trasforma in offesa personale, la responsabilità della moderazione diventa un elemento essenziale per garantire che il dibattito non degeneri.

Vi è poi un ulteriore aspetto, tutt’altro che secondario e per molti versi non più governabile.
Al momento della stesura di questo articolo, il post risulta essere stato condiviso 146 volte. Ciò significa che il contenuto è apparso su almeno altrettante bacheche FB  generando verosimilmente ulteriori discussioni e, con esse, nuovi commenti dello stesso tenore offensivo, impossibili da monitorare e moderare. Quei pochi a campione che abbiamo verificato hanno confermato tale preoccupazione.
La diffusione virale del post rischia quindi di amplificare il danno reputazionale nei confronti delle persone coinvolte, moltiplicando gli spazi nei quali vengono riproposti giudizi, accuse e attacchi personali. È proprio questo l’effetto più insidioso dei social network: una volta innescato un meccanismo di esposizione pubblica e di polarizzazione, il controllo delle conseguenze diventa estremamente complesso.Da qui nasce una riflessione ulteriore sulle responsabilità di chi pubblica contenuti destinati a generare un forte impatto emotivo e mediatico. Pur non potendo essere chiamato a rispondere di ogni singolo commento pubblicato da terzi, chi avvia e alimenta una determinata narrazione non può ignorare gli effetti che essa produce, soprattutto quando tali effetti si traducono in attacchi personali rivolti a soggetti ben individuati.
Infine, è lecito chiedersi se il protratto mantenimento di quei iniziali commenti sia frutto di una scelta consapevole, di una sottovalutazione del problema o semplicemente di una carenza di controllo da parte del titolare della pagina.
Qualunque sia la risposta, resta un dato oggettivo: a distanza di giorni, i contenuti offensivi risultano ancora visibili e continuano ad alimentare un clima di ostilità nei confronti dei familiari del giudice Borsellino.

 

 

 

Quando il silenzio diventa complicità: così è stata alimentata la campagna contro i figli e il genero di Borsellino

 

 

Diffamazione a mezzo social. Responsabilità di gestori, haters e “leoncini da tastiera”