Chiamare l’Italia un “Disgraziato paese” è un errore

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Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da figure pubbliche che godono di autorevolezza e credibilità. Per questo motivo l’espressione “disgraziato paese“, utilizzata dal magistrato Antonino Di Matteo per riferirsi all’Italia, ci appare discutibile e profondamente ingiusta nei confronti della nazione e dei suoi cittadini.
L’Italia è certamente un Paese con molti problemi: la corruzione, la criminalità organizzata, le inefficienze burocratiche e le tante occasioni mancate che hanno segnato la sua storia recente. Tuttavia, definire l’intera nazione “disgraziata” significa ignorare una realtà assai più complessa e ricca di sfumature.
L’Italia è anche il Paese che ha saputo reagire al terrorismo, che ha combattuto la mafia attraverso il sacrificio di magistrati, forze dell’ordine e cittadini coraggiosi. È il Paese di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e di migliaia di persone che ogni giorno operano con onestà nelle istituzioni, nelle imprese, nelle scuole e nel volontariato.
Se esistono ancora verità da accertare e zone d’ombra da “lumeggiare” (come scritto in alcune sentenze), ciò non autorizza a liquidare un’intera comunità nazionale con un giudizio tanto severo quanto generalizzante.
Le critiche alle istituzioni sono legittime, spesso necessarie e rappresentano uno strumento essenziale di crescita civile. Ma una cosa è denunciare errori, omissioni o responsabilità specifiche; altra cosa è attribuire un marchio negativo a un intero Paese. Il rischio è quello di alimentare sfiducia, rassegnazione e disillusione, sentimenti che finiscono per indebolire proprio quel tessuto civile che si vorrebbe rafforzare.
Chi ricopre ruoli di particolare prestigio dovrebbe inoltre ricordare che le parole possono contribuire a costruire oppure a demolire il senso di appartenenza nazionale. L’Italia non è soltanto le sue contraddizioni. È anche la sua capacità di rialzarsi, di innovare, di produrre cultura, solidarietà e democrazia.
Per questo motivo, pur comprendendo l’amarezza che può aver ispirato una simile dichiarazione, definire l’Italia un “Paese disgraziato” appare una formula infelice.
Gli stati non si giudicano esclusivamente dai loro fallimenti, ma anche dalla forza con cui cercano di superarli. E sotto questo profilo, l’Italia ha dimostrato più volte di possedere risorse morali e civili che mal si conciliano con una definizione tanto drastica quanto pessimistica.

 


E in questo disgraziato Paese chi non ha paura di toccare quei fili o viene ucciso, come è accaduto più volte in passato, oppure, come sta accadendo nei confronti del senatore Scarpinato, diventa sulla base del nulla bersaglio di una ignobile e violenta delegittimazione.
**Hai tutta la mia solidarietà, Roberto.
Fin da quando sei entrato in Parlamento ti hanno puntato perché le tue conoscenze e il tuo coraggio rappresentano il principale ostacolo politico al tentativo di archiviare per sempre con una prospettiva minimalista e rassicurante la questione stragi.
Ecco allora perché oggi la vera posta in gioco è più alta di quello che appare. Certamente non è limitata alla pur grave questione della conduzione del programma o all’eventuale reintegro per la via giudiziaria di Ranucci. La partita che si sta giocando è molto più complessa e si inserisce in un contesto molto più ampio.
**È necessario resistere alla prepotenza di quei poteri nazionali e internazionali che vogliono liberarsi di ogni presidio di libertà fondato sulla ricerca e sulla divulgazione coraggiosa della verità.
 

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ANTONINO DI MATTEO