Stragi ’92, la verità ancora da completare: Procura di Caltanissetta e Commissione Antimafia al lavoro tra pressioni e attacchi
LA VERITÀ COME CANTIERE
A trentaquattro anni dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio, la verità non è un approdo. È un cantiere aperto. Fragile, esposto, necessario.
Ed è un cantiere che oggi ha due presidi. Due istituzioni diverse per funzione e natura, ma unite dallo stesso vincolo: lavorare sotto traccia, spesso controvento. La Procura di Caltanissetta e la Commissione Bicamerale Antimafia.
L’inchiesta nissena: dove il depistaggio non è un’ipotesi
A Caltanissetta si scava ancora. E si scava perché troppo, per troppo tempo, è stato coperto, manipolato, deviato.
Il depistaggio su via D’Amelio non è una suggestione polemica. È un fatto accertato in sede giudiziaria. Testimonianze costruite, verbali orientati, la stagione del falso pentito Vincenzo Scarantino: il terreno su cui si muovono gli inquirenti è minato, e ogni passo avanti richiede rigore, competenza e una dose non comune di resistenza alle pressioni.
La Procura nissena, guidata dal procuratore Salvatore De Luca, non sta cercando solo chi ha agito. Sta cercando chi ha permesso, chi ha coperto, chi ha taciuto. Chi ha trasformato l’isolamento di Falcone e Borsellino in un contesto in cui le stragi potevano maturare.
È un lavoro che non concede scorciatoie. Ed è proprio per questo che dà fastidio. Anche quando, come accaduto in questi giorni con l’archiviazione di un filone di mafia-appalti, una pista che non regge alla prova delle prove. L’archiviazione non chiude la storia. Ne delimita il perimetro. E conferma che le indagini sulle stragi del ’92 non sono finite.
La Commissione Antimafia: dove le opacità non possono più essere eluse
A Roma, il fronte è diverso. La Commissione Antimafia non giudica. Espone.
Il suo compito non è pronunciare una verità processuale, ma ricostruire una verità storica. Mettere in fila rapporti, dinamiche, omissioni. Ricomporre il quadro politico-istituzionale in cui le stragi del 1992 maturarono.
È il lavoro che la Commissione della XIX legislatura, presieduta da Chiara Colosimo, ha rivendicato di aver messo al centro dei 57 giorni che separano Capaci da via D’Amelio. Un lavoro doloroso, sgradevole a tratti, ma indispensabile.
Perché la verità storica, quando è fatta bene, non fa sconti a nessuno. Non assolve, non condanna. Chiarisce. E quando chiarisce, impedisce che le opacità istituzionali vengano eluse ancora una volta.
Il rumore fuori dal cantiere
Mentre Procura e Commissione avanzano, il dibattito pubblico rischia di arretrare.
Semplifica dove dovrebbe approfondire. Distorce dove dovrebbe comprendere. Polarizza dove dovrebbe unire. Trasforma un lavoro delicatissimo, fatto di atti, di riscontri, di silenzi da interpretare, in un campo di battaglia per appartenenze.
In questo clima, chi guida le due istituzioni è costretto a lavorare sotto attacco. E proprio per questo il loro ruolo è oggi più decisivo che mai. Perché difendere le condizioni di autonomia di un’indagine è già parte della ricerca della verità.
Un interesse nazionale
Sostenere la Procura di Caltanissetta e la Commissione Antimafia non è una scelta politica. È un atto di responsabilità nazionale.
La verità sulle stragi non è un capitolo chiuso da archiviare, né un ricordo da commemorare una volta l’anno, tra corone di fiori e discorsi ufficiali. È un percorso da completare, perché riguarda la credibilità dello Stato, la dignità delle vittime, la vita e la morte dei loro agenti di scorta, e la qualità della nostra democrazia.
Falcone e Borsellino non sono morti solo per mano di Cosa Nostra. Sono morti dentro un contesto che li aveva lasciati soli. Capire quel contesto non è revisionismo. È giustizia.
Domani in Commissione Antimafia ritornerà il Procuratore della Repubblica di Caltanisetta. Un’attesissima audizione che fa seguito alle precedenti. ➡️TESTO e VIDEO della audizionie
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