PISTA NERA: la fonte di LO CICERO ?: “La TV”

 

 

«Fu lui a portare l’ambasciata?». Alberto Lo Cicero risponde come può: «Eh non lo so… non lo so io». Chi lo interroga allora cambia strada: «Il fatto delle telefonate… uno, due, tre… Lima… Falcone». E la frase la completa lo stesso magistrato, Gianfranco Donadio: «Questo lo ha fatto Delle Chiaie».
A quel punto Lo Cicero dice sì. È il 6 luglio 2007, in una località tenuta segreta. Donadio, sostituto procuratore nazionale antimafia, ha davanti un collaboratore malato che morirà dopo pochi mesi, l’11 novembre.
Il Dubbio ha letto la trascrizione integrale di quel colloquio investigativo. È l’atto da cui nasce la pista nera su Capaci.
Quella pista ha fatto molta strada.
Ha suggestionato l’opinione pubblica e diversi magistrati, compreso Nino Di Matteo, oggi alla Procura nazionale antimafia, che lamenta l’esclusione dal pool stragi e, difendendo alcuni protagonisti dell’allora procura di Palermo dal palco organizzato dal santone Giorgio Bongiovanni, non ha mai nascosto lo scetticismo verso il dossier mafia-appalti, pur avendolo fatto entrare lui, va riconosciuto, nelle sentenze su via D’Amelio. M5S e Pd l’hanno cavalcata.
Il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca l’ha liquidata davanti alla commissione Antimafia: vale «zero tagliato». Le carte spiegano perché.
Il metodo si vede subito. È Donadio a introdurre Domenico Romeo e a evocarne il ruolo: «Mi pare che lei… ricordò che faceva l’autista?». È lui a chiamare l’auto blu «una macchina di servizio», a chiedere se avesse un’antenna e se la strada arrivasse dove «fu collocato l’esplosivo». Risposta: «Esatto».
Quando Lo Cicero si perde, il pm gli “ricorda” «il telecomando». Poi arrivano i nomi: «Altofonte?», «Antonino forse?», Gioè, Rampulla, un tale Volo «noto come un professore».
Lo Cicero risponde che non se lo ricorda. È lo stesso Volo che la requisitoria del 1991 sui delitti politici, firmata anche da Giovanni Falcone, descriveva come un mitomane e che nel 2016 Di Matteo e Roberto Tartaglia hanno ascoltato a Palermo. Gli mostrano anche la foto di un presunto uomo di Gladio tratta da un giornale straniero: Lo Cicero esclude che sia il professore.
Anche Miranda, indicato come vicino a Delle Chiaie, lo nomina per primo il magistrato. Su Guido Lo Porto è ancora Donadio a precisare che «era di destra era… fascista», anzi «di Alleanza Nazionale». In mezzo, una frase beffarda: «io risposte in bocca non ne metto a nessuno». Più avanti, appena suggeriti Lo Porto e Miranda: «io non le voglio imboccare i nomi».
Il caso più nitido è Domenico Romeo. Alla domanda se fosse a bordo dell’auto blu, Lo Cicero risponde «non mi ricordo». Donadio non si arrende.
Ipotizza che Maria abbia taciuto per proteggere il fratello, propone «perché c’era Domenico forse?», poi ragiona ad alta voce: «Delle Chiaie non è un siciliano… chi lo porta in giro? Lo porta in giro Domenico Romeo». Dopo un «la verità è la verità», ecco la conferma.Se la risposta non è quella attesa, si insiste.
Mariano Tullio Troia era massone? «Un po’ di tutto», risponde Lo Cicero. «Un po’ di tutto non è una risposta», ribatte il pm, «sinceramente non è una buona risposta».
Alla fine arriva il sì. Il pm propone cornici: l’uomo robusto alla guida «forse era un poliziotto?», Troia «è vicino alla Destra eversiva?», e poi i rapporti tra «Cosa Nostra, massoneria» e «Servizi Segreti». Così anche sulle presunte minacce.
Il pm chiede se «qualche palombella è arrivata», poi incalza: «zitto?», «stai zitto?». Lo Cicero replica che «non me lo dicevano di stare zitto». Donadio conclude comunque che il messaggio era di «tenere la bocca chiusa». Interviene anche il funzionario della Dia Nicola Franco: ipotizza «auto di scorta era forse» e ricorda a Lo Cicero, che non trova il nome, che nel processo era uscito quello di Dell’Utri.

Come se la risposta l’avessi data io

Il paradosso è che Donadio il meccanismo lo conosceva, e lo descrive: «se io le dico ma abitava lì Donadio? Allora… lei dice sì e come se la risposta l’avessi data io».
Sa anche chi ha di fronte. «Lei è anche stanco perché purtroppo non sta bene», gli dice.
Lo Cicero parla di «terapie pesantissime», dice di avere «un anno di vita», ripete che «la mente mi sfasa». Donadio prevede perfino l’obiezione: chi leggerà potrà dire che Lo Cicero «era stanco, aveva difficoltà a ricordare». E aggiunge che i dettagli potrebbe suggerirglieli lui, fino alla «targa».
Lo aveva già fatto, chiedendo se le auto dei calabresi fossero «targate Catanzaro?».
Donadio sa soprattutto che su Delle Chiaie Lo Cicero non aveva mai detto nulla. Lo dice: «è un fatto nuovo rispetto alla strage», e chiede: «come mai non se ne è parlato prima?» Lo Cicero collabora dal 1992 e ammette che davanti ai magistrati non ne ha parlato «mai».
Anche la spiegazione gliela offre il pm: nominare Delle Chiaie voleva dire coinvolgere Domenico, fratello della Romeo. «Era questo il motivo?». Segue la lettura psicologica, «un calcolo umano», e Lo Cicero: «esatto». C’è poi l’idea che dietro Capaci non ci sia solo Cosa nostra.
Lo Cicero la fa sua, ma dice da dove l’ha presa: da una frase sentita in televisione, «Falcone non è solo mafia». Chi l’aveva detto? Risponde: «alla televisione… l’ho sentito io».
Quando il magistrato detta a verbale che i fratelli Prestigiacomo hanno avuto un ruolo nella strage, è Lo Cicero a correggerlo: «loro non è che hanno avuto un ruolo».
Del resto, la sua credibilità era già a pezzi. Nel 1995 il Tribunale di Palermo parlò di «assoluta inconsistenza e falsità» delle sue dichiarazioni, e il gip di Caltanissetta ha scritto che «ha mentito spudoratamente» sulla sua affiliazione a Cosa nostra. Lo sapeva anche Donadio, che nel colloquio gli legge la sentenza: l’attendibilità di Lo Cicero «subisce un colpo decisivo». E confessa di essersi chiesto se quell’affiliazione fosse stata forzata, o se Lo Cicero avesse «subito delle domande» dando «delle risposte così».
Il 23 aprile 2024 il gip Santi Bologna ha archiviato il procedimento su Delle Chiaie.
Nel decreto ricorda che prima del 2007 Lo Cicero non ne aveva mai parlato, né a verbale né nelle intercettazioni. E che la Romeo, sentita nel 2021, disse di aver visto Delle Chiaie non più di due volte e mai a Palermo.
Nel colloquio del 2007, invece, Delle Chiaie era «ospite di Maria Romeo»: la frase la suggerì Donadio, il sì lo mise Lo Cicero. La posizione di Lo Porto fu stralciata.
Nel 2007 da quelle pagine non partì alcun impulso investigativo. Il gip annota che quei colloqui non furono mai depositati. Donadio è stato assolto dalla sezione disciplinare del Csm, con la sentenza 212 del 2018, dall’accusa di uso distorto dei colloqui investigativi, nata dalle segnalazioni delle procure di Caltanissetta e Catania.
L’incolpazione parlava però di 119 colloqui, «sovente verbalizzati in maniera non integralmente corrispondente alle dichiarazioni rese».
A rimettere tutto in circolo è Roberto Scarpinato. Da procuratore generale di Palermo, nell’agosto 2021, ha sollecitato la Dna a riaprire il capitolo e ha sentito di persona la Romeo, poco prima di andare in pensione e candidarsi con i Cinquestelle, che oggi lo hanno in Senato e in commissione antimafia presieduta da Chiara Colosimo.
Alla fine del colloquio Lo Cicero aveva chiesto: «ma ci andiamo a processo qua?» «Certo», gli aveva risposto Donadio.
Quattro mesi dopo era morto.
Il processo a Delle Chiaie non c’è mai stato. La suggestione invece circola ancora, e rischia di ricacciare nel dimenticatoio la documentazione monumentale su mafia-appalti e quella che il gip Santi Bologna, nel decreto del 3 ottobre scorso, chiama la «gestione eufemisticamente scellerata» del dossier.
D’altronde la pista di Paolo Borsellino era chiara. Il 2 luglio 1992, diciassette giorni prima di via D’Amelio, la confidò al giornalista Luca Rossi: pensava che tra l’omicidio di Salvo Lima e quello di Falcone potesse esistere una connessione, e che il filo fosse una questione di appalti. IL DUBBIO 3.11.2026

 

 

 

 

I colloqui investigativi DONADIO/LO CICERO