FABIO TRIZZINO: “Ora spazio alla verità storica”

 

Avvocato FABIO TRIZZINO legale di FIAMMETTA, MANFREDI e LUCIA BORSELLINO. Marito di Lucia

 

“Tra i tanti frutti avvelenati di quello che è stato opportunamente definito uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana, a questa parte civile è spettata una verità della menzogna, colposamente agevolata dalla sconcertante superficialità dei diversi pubblici ministeri della Procura del dott. Giovanni Tinebra, i quali hanno ampiamente dimostrato di non essere all’altezza del ruolo assegnatogli dalla legge in relazione al coordinamento e alla direzione delle indagini sulla strage di Via D’Amelio. “
Estratto dalle conclusioni dell’ Avv. Fabio Trizzino al processo di appello depistaggio

STRAGE DI VIA D’AMELIO: IL MONITO DI FABIO TRIZZINO

Trentaquattro anni non sono bastati a rimarginare la ferita, né a sigillare i faldoni di una delle pagine più oscure della Repubblica. Oggi, quel vuoto pneumatico tra la cronaca giudiziaria e la giustizia sostanziale torna a farsi sentire con la forza di un urto, attraverso le parole cariche di determinazione e amarezza dell’avvocato Fabio Trizzino.
Legale della famiglia Borsellino e marito di Lucia, figlia del magistrato, Trizzino ha interpretato l’audizione del procuratore De Luca in Commissione Parlamentare Antimafia in un nuovo, vibrante punto di partenza per una battaglia che non accetta la parola “fine”.
L’appello è netto, privo di fronzoli diplomatici: non bisogna abbassare la guardia. In un Paese che tende pericolosamente all’oblio o alla rassegnazione, Trizzino richiama l’attenzione su un’inchiesta che, per decenni, è stata “inquinata” da depistaggi colossali e silenzi istituzionali. Il cuore del suo intervento scava nel profondo, toccando corde che vanno oltre il diritto e sfociano nell’etica universale. Quando l’avvocato parla di chi, prima o poi, “dovrà fare i conti con la propria coscienza”, non si riferisce solo agli esecutori materiali, ma a quella zona grigia, a quel “mondo di mezzo” fatto di complicità e omissioni che ha permesso il massacro del 19 luglio 1992.
Il percorso per la ricerca della piena verità somiglia a una via crucis laica che dura da oltre tre decenni.
Trizzino, con il rigore del legale e la passione di chi quella storia la vive nel Dna familiare, sottolinea come ogni tassello aggiunto dalle recenti audizioni, inclusa quella del procuratore De Luca, rappresenti un monito contro la stanchezza democratica.
La verità non è un atto di gentilezza concesso dalle istituzioni, ma un debito che lo Stato ha verso se stesso.
Le dichiarazioni emerse in Commissione non sono semplici verbali, ma frammenti di uno specchio in cui l’Italia deve avere il coraggio di guardarsi, per scorgere i volti di chi sapeva e non ha parlato, di chi ha deviato le indagini e di chi, ancora oggi, protegge segreti inconfessabili.
Non è solo una questione di nomi e cognomi, ma di metodo. L’insistenza di Trizzino sulla necessità di mantenere alta l’attenzione serve a scongiurare il rischio che il tempo trasformi la strage di Via D’Amelio in un reperto archeologico, privo di conseguenze nel presente.
La “piena verità” evocata è un traguardo che richiede una resistenza civile fuori dal comune. È un richiamo a chi detiene ancora frammenti di quella memoria sporca: il tempo della giustizia degli uomini può avere scadenze burocratiche, ma quello della coscienza è un tribunale che non conosce prescrizione.
Mentre il calendario corre verso il trentaquattresimo anniversario, il messaggio che arriva dalla famiglia Borsellino è chiaro: la ricerca della verità non è una pretesa privata, ma l’unico modo per onorare il sacrificio di un uomo che credeva nello Stato più di quanto lo Stato stesso, in certi momenti, abbia dimostrato di meritare. Finché ci saranno voci come quella di Fabio Trizzino a ricordare che i conti con la storia sono ancora aperti, la guardia non potrà, e non dovrà, essere abbassata. L’OPINIONE DELLA LIBERTÀ 6.4.2026


16 aprile 2026

 

15 aprile 2026 L’avvocato della famiglia Borsellino attacca: “Chi fa finta di nulla farà i conti con la coscienza”

 

Il tema “mafia-appalti” nelle indagini degli anni Novanta non era un bluff: lo ha detto a chiare lettere il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca, parlando di “sicura concausa della strage di Via D’Amelio e forse in misura leggermente minore di quella di Capaci”. Parole che pesano come pietre, pronunciate durante l’audizione del procuratore di Caltanissetta in commissione Antimafia 24 ore dopo la presentazione della richiesta di archiviazione del procedimento aperto a carico di ignoti sulle stragi del ’92che ha cercato di fare luce proprio sulle connessioni tra gli attentati a Falcone e Borsellino e il dossier sulle infiltrazioni mafiose negli appalti.
L’inchiesta della Commissione antimafia è stata aperta a fronte delle insistenti richieste dei figli del giudice Paolo Borsellino per fare luce sulla verità storica di quanto accaduto nel ‘92 e sulle stragi che hanno segnato l’Italia di quegli anni, portando alla morte Borsellino e Falcone, tra gli altri. E nonostante ci sia stato chi ha esultato per la richiesta di archiviazionepresentata dalla procura, le parole di De Luca dimostrano che esistono concrete prove di quanto sostenuto in quell’indagine. “Ho cominciato a leggere la richiesta di archiviazione. Al di là degli apprezzamenti vergognosi in essa contenuti verso i figli del Giudice Borsellino e captati nel corso delle intercettazioni, vorrei rassicurare tutti che a muovere la famiglia è solo il diritto sacrosanto di conoscere la verità”, ha dichiarato Fabio Trizzino, avvocato dei figli del giudice Borsellino, nonché suo genero.
“Ci tengo a dire però una cosa: chi pensa di commemorare i morti del 1992 facendo finta che ieri non è successo nulla, dovrà rispondere alla propria coscienza, è la chiusura della nota.
E non si tratta di un messaggio tra le righe, da interpretare, perché si rivolge in maniera molto specifica a una parte politica che sembra non abbia avuto in particolare simpatia questa inchiesta e che ha esultato nei giorni scorsi.
Sono trascorsi oltre 30 anni dalla stagione delle stragi e sicuramente l’Italia ora è pronta a fare i conti la verità storica: probabilmente la verità giudiziaria non sarà raggiungibile per trascorsi limiti temporali, ma c’è sempre tempo per consegnare al Paese una verità conclamata su quanto accadde nei primi anni Novanta.
Ed è quel che il procuratore De Luca, su richiesta della Commissione antimafia spinta dai familiari di Borsellino, ha fatto con le sue oltre 380 pagine di fascicolo.


Il fuoco incrociato delle toghe sulle Stragi. L’amarezza del legale dei figli di Borsellino: «La verità è un diritto»

La richiesta di archiviazione sul dossier mafia-appalti come movente degli eccidi del 1992 è solo un fatto tecnico. Per i pm di Caltanissetta il quadro è davvero chiaro e puntano il dito sugli ex colleghi 

Ci sono dei buchi nella stagioni delle Stragi. Delle voragini. E in questo fossato si annidano anche veleni e divisioni. Anche se la verità è materia collettiva, bene comune. Anzi bene supremo. L’eccidio di Paolo Borsellinoè al centro di molti filoni d’inchiesta. E quella su mafia-appalti: il dossier che in concomitanza di tangentopoliavrebbe permesso di scardinare un modo di fare politica in Italia. Una politica di connivenze, compromessi e zone grigie. La procura di Caltanissetta ha chiesto al gip di archiviare le indagini che collegano via D’Amelioall’inchiesta delicata del Ros. E quelle carte sono finite nelle mani dei familiari del giudice. «Ho cominciato a leggere la richiesta di archiviazione. Al di là degli apprezzamenti vergognosi in essa contenuti verso i figli del giudice Borsellino e captati nel corso delle intercettazioni, vorrei rassicurare tutti che a muovere la famiglia è solo il diritto sacrosanto di conoscere la verità. Ci tengo a dire però una cosa: chi pensa di commemorare i morti del 1992 facendo finta che ieri non è successo nulla, dovrà rispondere alla propria coscienza», il commento sui social è dell’avvocato Fabio Trizzino, marito di Lucia Borsellino, anche legale dei figli del giudice ammazzato dalle bombe del 19 luglio 1992.
Ma al di là della richiesta di archiviazione i pm di Caltanissetta guidati dal procuratore Salvo De Luca sono convinti che dietro le Stragi ci sia l’indagine sulle infiltrazioni mafiose nel mondo degli appalti dietro le stragi del ’92. Archiviare il fascicolo a carico di ignoti è solo un fatto tecnico perché i magistrati nisseni – lo ripetono più volte nelle 380 pagine mandate al giudice delle indagini preliminari – su cosa abbia portato all’uccisione di Falcone e Borsellino hanno un quadro abbastanza completo. Il dossiersarebbe stato il movente. E il fascicolo doveva essere polverizzato. Per De Luca e i pm nisseni si sarebbe lavorato poco e male sull’informativa del Ros. Eppure da Massa Carrara gli input c’erano stati: accertare il coinvolgimento dell’imprenditore Antonino Buscemi e del Gruppo Ferruzzi almeno fino al 1997nella spartizione degli appalti a Cosa Nostra.
Stragi di Capaci e via D’Amelio, pm Caltanissetta in antimafia: bobine distrutte, indagini “spezzettate” e legami col potere
La procura di Caltanissetta punta il dito su tre toghe: Giuseppe Pignatone e Gioacchino Natoli, entrambi indagati per favoreggiamento alla mafia (il fascicolo a loro carico, a differenza di quello a carico di ignoti, è ancora aperto) e l’ex capo della procura Pietro Giammanco, nel frattempo deceduto. «Non diciamo che anche il magistrato migliore non possa fare errori – ha detto De Luca – Il punto è che in tutta questa vicenda ci troviamo di fronte a pm di eccezionale livello professionale, ma tutti gli errori vanno nella stessa direzione e cioè verso l’impunità di Buscemi e dei vertici di Ferruzzi che operavano in Sicilia».
Natoli ha respinto tutte le accuse, ma per De Luca sono tesi concordate con l’ex collega, ora senatore del M5S, Roberto Scarpinato, che è tra i commissari dell’Antimafia. Scarpinato a sua volta ha replicato: «La maggioranza di centrodestra e il procuratore di Caltanissetta De Luca hanno stravolto il ruolo della commissione Antimafia, trasformandola in un luogo in cui svolgere processi paralleli al di fuori delle aule di giustizia, senza il vaglio preventivo di alcun giudice e senza le garanzie minime di contraddittorio per indagati che, in totale spregio della presunzione di innocenza, vengono additati alla pubblica opinione come colpevoli di fatti gravissimi, cogliendo l’occasione per tentare di screditare altri magistrati mai indagati».
Le indagini intanto vanno avanti: come sulla sparizione dell’agenda rossa o su altre piste (da quelle nere a massoniche). E l’auspicio è che la verità si possa trovare. Perché 34 anni sono davvero troppi. Laura Distefano 15 Aprile 2026 LA SICILIA 



 
 
 
 

 
 

 
 
 
 

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