La mafia in Lombardia: quando Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra vengono a patti

 

ALESSANDRA DOLCI


La sentenza Hydra, pronunciata nei giorni scorsi nell’aula bunker del carcere di Opera, segna un passaggio destinato a pesare a lungo nella lotta alla mafia in Lombardia. Il verdetto racconta di un sistema criminale che non è più somma di presenze mafiose distinte, ma alleanza stabile, cooperazione strutturata, pax criminale.
A colpire il sistema mafioso lombardo è stata l’indagine della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano guidata dalla procuratrice Alessandra Dolci, con le indagini affidate ai pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, e ai carabinieri del Nucleo Investigativo.
Un’inchiesta imponente: 146 imputati complessivi, di cui 78 hanno scelto il rito abbreviato. L’accusa aveva chiesto 75 condanne, per un totale di pene che superavano i cinque secoli di carcere, e appena tre assoluzioni.
Il giudice per l’udienza preliminare Emanuele Mancini, dopo oltre sei ore di camera di consiglio, ha pronunciato 62 condanne e 18 assoluzioni piene.
Un esito che non può essere letto come una vittoria aritmetica dell’accusa, ma nemmeno come una sua sconfitta. Al contrario: la selettività del verdetto rafforza il peso delle condanne che restano, soprattutto su ciò che per la Procura era centrale.
Nel mirino delle indagini c’erano figure ritenute apicali di un sistema intermafioso: Filippo Crea, legato alla cosca di ’ndrangheta Iamonte; Giuseppe Fidanzati, figlio di Gaetano Fidanzati; Massimo Rosi, affiliato alla locale di ’ndrangheta di Lonate Pozzolo. Ma Hydra non riguarda solo Cosa Nostra e ’ndrangheta. C’è anche la camorra, rappresentata dal gruppo Senese, collegato all’omonima famiglia attiva anche a Roma e fondata dal boss Michele Senese (non indagato in questo procedimento), da anni riconosciuto in diverse sentenze come snodo di raccordo con la camorra napoletana.
Il dato politico-criminale che emerge dal verdetto è questo: in Lombardia non esistono più mafie separate, ma una sola mafia composita. Una struttura nella quale le organizzazioni “tradizionali” hanno smesso di combattersi e hanno scelto la collaborazione totale. Nessuna faida, nessuna guerra interna.
L’unico avversario è lo Stato. È una pax criminale che non nasce oggi, ma che al Nord diventa sistema stabile.
Secondo l’impostazione accusatoria – che il verdetto non smonta – questa struttura operava avvalendosi della forza di intimidazione del vincolo associativo e della conseguente condizione di assoggettamento e omertà, in particolare nei territori di Milano, Varese e nelle zone limitrofe. È qui che prende corpo la contestazione del 416 bis.
Non un’etichetta, ma un metodo: controllo del territorio, gestione delle controversie, imposizione di regole anche negli affari apparentemente leciti.
Le carte dell’indagine raccontano anche i delitti più gravi. Come la scomparsa per “lupara bianca” di Gaetano Cantarella, catanese e storico affiliato al clan Mazzei, incaricato di gestire affari a Milano, svanito nel nulla il 3 febbraio 2020. Un omicidio mai formalmente contestato come tale nel processo abbreviato, ma che resta uno degli snodi più inquietanti dell’inchiesta.
Il motore economico del sistema era quello classico delle mafie moderne: reati contro il patrimonio, truffe, riciclaggio, intestazioni fittizie, false fatturazioni per operazioni inesistenti, cessione di crediti d’imposta fittizi. La Lombardia, terra di capitale e di liquidità, resta da anni uno dei territori più appetibili.
A garantire flussi continui di denaro era soprattutto il traffico di stupefacenti. Tra i protagonisti del narcotraffico figura ancora una volta Massimo Rosi, riferimento della locale di ’ndrangheta di Legnano–Lonate Pozzolo, area che si conferma uno dei quartieri generali della mafia lombarda.
Il sistema disponeva di un arsenale di armi e di una fedeltà interna assoluta. “Esercitava il controllo del territorio mediante interventi per la risoluzione di controversie scaturenti da affari illeciti e/o leciti”, scrivono gli inquirenti.
Tradotto: se uno dei membri era minacciato o in difficoltà, interveniva l’organizzazione. Come nel caso dell’intervento di Giacomo Cristello a favore di Francesco Bellusci, detto “Occhi celesti”, oppure dell’intervento congiunto di Paolo Errante Parrino, vicino al mandamento di Castelvetrano e alla famiglia Messina Denaro, e di Sergio Sanseverino, del gruppo Senese, in difesa di Salvatore De Palio dopo il furto di un autocarro.
Non solo violenza. Hydra descrive una vera e propria “famiglia criminale” con una cassa comune: versamenti obbligatori per sostenere i detenuti di ogni componente mafiosa, e pagamenti pretesi come corrispettivo per l’assegnazione o l’agevolazione di affari leciti e illeciti. Il tutto fondato sulla forza intimidatrice dell’intera associazione, non delle singole cosche.
Il punto forse più inquietante è quello che riguarda i rapporti esterni. Secondo l’accusa, l’organizzazione manteneva contatti con ambienti politici, istituzionali, imprenditoriali e bancari, per ottenere favori, notizie riservate, finanziamenti e reti relazionali. Un capitale immateriale che serviva anche a garantire pacchetti di voti. In una intercettazione, Filippo Crea rivendica il peso elettorale di alcune liste civiche: “stiamo parlando di persone che hanno quattro-cinquecento voti a testa”.
Il sistema mafioso lombardo, oggi, non è stato cancellato. Ma è stato colpito come raramente accade al Nord. Questa indagine ha potuto contare su un elemento ancora più raro: la collaborazione di esponenti mafiosi.
Decisive sono state le dichiarazioni di Francesco Bellusci, che ha confermato l’esistenza di una mafia unitaria composta da Cosa Nostra, ’ndrangheta e camorra; quelle di William Alfonso Cerbo, detto “Scarface”, legato ai Mazzei; e di Saverio Pintaudi della cosca Iamonte, ritenuto il contabile dei clan.
Ora si apre il secondo tempo: il processo ordinario per decine di imputati e, soprattutto, l’attesa delle motivazioni. È lì che si capirà fino in fondo come il Tribunale abbia letto questo sistema. Ma il verdetto di Hydra ha già scalfito una narrazione comoda: quella di una Lombardia immune o solo marginalmente toccata dalla mafia. La realtà, ancora una volta, è molto più organizzata. E molto più pericolosa.

 

‘Alleanza tra le mafie in Lombardia’, 62 condanne e 45 a processo