IL DOVERE DELLA MEMORIA E DELLA VERITÀ – di Fabio Trizzino

 

 


Sono passati quasi 34 anni dalla strage di Via d’Amelio del 19 luglio del 1992 e anche le nuove generazioni grazie anche all’impegno costante e quotidiano del corpo docente delle scuole di ogni ordine e grado hanno coscienza del fatto che il dottor Borsellino ha svolto la propria professione di magistrato all’interno di una cornice di vera e propria guerra civile in cui sono caduti magistrati, esponenti delle forze dell’ordine, politici, imprenditori, funzionari della pubblica amministrazione, sindacalisti, giornalisti, sacerdoti, attivisti politici e comuni cittadini.
Uno scenario devastante di fronte al quale, comprensibilmente, sarebbe stata più facile la via del disimpegno o della resa. Ma egli non arretró e mi piace pensare che, anche nell’ora più buía degli ultimi sprazzi della sua esistenza, a reggere i suoi sforzi vi fosse il senso di una prospettiva alta volta a promuovere quel cambiamento culturale che indicasse ai giovani la strada del rifiuto di ogni so- praffazione, il fresco profumo della libertà e del rifiuto delle collusioni, della indifferenza e, quindi della contiguità.
“Se la gioventù le negherà il consenso, anche onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo”, ebbe a dire il dott. Borsellino in quei terribili 57 giorni tra la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio.
Una indicazione programmatica e, al contempo, un atto di fiducia verso le nuove generazioni che Egli riteneva ca- paci, finalmente, di creare quel fronte dell’Antimafia culturale da cui sprigionare le migliori energie nella lotta contro l’opprimente ed asfissiante presenza della mafia.
I giovani ed in generale la c.d. società civile hanno recepito quel messaggio, contribuendo a coltivare la memoria delle tante, troppe vittime innocenti delle mafie nonché a denunciare la cultura di morte dei sodalizi mafiosi e della loro capacità inquinare la vita politico-amministrativa del nostro paese, ma come ampiamente evidenziato negli articoli di Alessandro Cucciolla oggi si deve porre attenzione, anche se non soprattutto, alla questione di fondo relativa ad alcuni aspetti fondamentali di quella terribile stagione della nostra Repubblica, atteso che, con particolare riferimento alla strage di Via D’Amelio, è stato processualmente accertato es sersi consumato uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana.
Rispetto a questa gravissima problematica capace di sollevare inquietanti interrogativi sulla compartecipazione e sulla convergenza di soggetti esterni nell’ideazione della strage del 19 luglio 1992 si assiste sul versante fondamentale della ricerca della verità ad una pre- occupante contrapposizione fra i diversi fronti, alimentata da una antimafia militante ed autoreferenziale.  
Alla radice di tale forte contrapposizione ritengo vi sia la mancanza di un approccio scientifico alle questioni e la necessaria apertura al dubbio.
Sotto il primo aspetto, ci si vuole sottrarre all’esame dei dati storici e giudiziari per imporre una logica da tifoseria, quasi che le indagini e i processi possano essere argomenti da bar.
Sotto l’altro profilo, si assiste ad una adesione fideistica al verbo dichiarato da alcuni personaggi noti, le cui teorie non hanno trovato alcun riscontro in sede giudiziaria.
Epperò è una tendenza pericolosa che presupponendo l’inutilità dell’accertamento in sede giudiziaria introduce elementi di nichilismo istituzionale e di erosione della cultura della giurisdizione.
Ci si muove, dunque, lungo un crinale insidioso perché in contraddizione con la vera eredità morale del giudice Borsellino: per essa, lo Stato e le sue Istituzioni sono sacri proprio perché esse si reggono anche sul sacrificio delle molte vite violentemente spezzate.
Sacralità e sacrificio hanno, invero, la stessa radice semantica.
Oggi a distanza di quasi 34 anni dagli eventi dunque, si pone il problema di educare alla tolleranza una certa parte oltranzista del fronte antimafia sempre fermo sulle proprie posizioni per fede, e sempre pronto a negare pari dignità alla posizione di chi come i figli del dottor Borsellino prendendo le mosse dal particolare interesse del dott. Borsellino per le indagini compendiate nel rapporto mafia appalti e dal clima di assoluta solitudine e delegittimazione del dottor Borsellino in seno alla Procura di Palermo retta da Pietro Giammanco, tutti aspetti emergenti dalle risultanze definitive di ben cinque processi sulla strage di Via D’Amelio– hanno indicato la necessità di verificare su queste basi l’anomala accelerazione dell’esecuzione della strage e la sottrazione immediata dell‘agenda rossa.
Va rammentato, anche in questa sede, che lo stesso dottor Borsellino ebbe a definire la Procura di Palermo di allora come “un nido di vipere“. Si tratta di una circostanza, a nostro giudizio, fondamentale perché, come diceva Giovanni Falcone, a Palermo si muore quando si è lasciati soli e quando si è entrati in un gioco troppo grande.
Sul punto, la Procura distrettuale di Caltanissetta è impegnata da almeno un biennio e, vista la recente prima audizione del Procuratore dott. Salvatore De Luca in seno alla commissione parlamentare antimafia, attendiamo fiduciosi che si possa finalmente ricostruire più compiutamente la via crucis del dottor Borsellino nei 57 giorni che separarono la tragica sua fine da quella del dottor Falcone e di tutti i loro angeli custodi.

FABIO TRIZZINO, genero del dottor Borsellino e legale di Fimmetta, Lucia e Manfredi


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