La rivolta dei pm di Palermo contro il procuratore capo Pietro Giammanco

 

Il procuratore PIETRO GIAMMANCO lascia Palermo

 

 

Gli scontri tra Paolo Borsellino e il procuratore capo Pietro Giammanco

 

E negli ultimi tempi si erano incrinati anche i rapporti tra Giammanco e Paolo Borsellino. Ciò sarebbe avvenuto, per quanto a conoscenza dei più, in relazione alla mancata assegnazione del fascicolo relativo alle dichiarazioni del nuovo collaboratore di giustizia, Gaspare Mutolo. Questi aveva già avuto un primo contatto con Giovanni Falcone, che però era già al ministero e quindi l’inizio della collaborazione del nuovo pentito — accreditato dello spessore di un pentito di serie A, equiparabile a Contorno se non addirittura a Buscetta: cfr. De Francisci – era stata preceduta da una serie di colloqui investigativi con il dott. De Gennaro. Alla fine di giugno del ‘92, Mutolo, che era detenuto a Firenze, aveva manifestato la volontà di collaborare con la giustizia purché ad interrogarlo fosse Paolo Borsellino.
Il procuratore Vigna notiziò il Capo della procura di Palermo circa questa disponibilità condizionata del nuovo collaboratore; ma Giammanco non se ne diede per inteso, e assegnò il fascicolo all’Aggiunto Aliquò e al dott. Lo Forte, applicando pedissequamente il criterio di riparto per aree territoriali, con l’effetto di escludere il dott. Borsellino, pur avendo coassegnato il fascicolo anche al dott. Natoli, che pure era inserito nel poo1 che si occupava delle indagini scaturite dalle rivelazioni del pentito Calcara e dei procedimenti di c.o. per fatti commessi nelle zone di Trapani e Marsala (coordinato proprio dal dott. Borsellino).
Ma si fece un’eccezione per lui in quanto aveva raccolto le dichiarazioni di un pentito di minor calibro (tal De Caro, sentito come teste in quanto non era affiliato a Cosa nostra), che però era parente di Mutolo e aveva parlato a lungo della composizione e delle attività della famiglia di Partanna Mondello cui era affiliato Mutolo.
Sia Lo Forte che Natoli ritennero che fosse necessario attendere il ritorno di Borsellino (dal convegno di Bari) per informarlo ed eventualmente coordinarsi con lui.
E in effetti lo stesso Giammanco, dopo un chiarimento avuto con Borsellino — che non aveva nascosto la sua amarezza per l’estromissione: cfr. ancora Natoli — e dopo l’intercessione, come s’è visto, di Liliana Ferraro, dispose con un’annotazione scritta di proprio pugno (ma non firmata) che i magistrati assegnatari del fascicolo si coordinassero con il dott. Borsellino per quanto concerneva l’attività di raccolta delle dichiarazioni del nuovo pentito, rendendo nota tale disposizione nel corso di una riunione della Dda tenutasi o il 2 o il 3 luglio.
Ma già prima di procedere al primo interrogatorio di Mutolo, assunto dal dott. Borsellino e dall’Aggiunto Aliquò in data 1° luglio 1992 (vincendo non senza qualche difficoltà le iniziali remore del dichiarante a che fosse presente un altro magistrato, oltre al dott. Borsellino), aveva invitato l’Aggiunto predetto a coordinarsi con Borsellino in vista di quel primo interrogatorio.
Sta di fatto che la formale assegnazione del fascicolo non fu modificata, e ciò fu motivo di cruccio per il dott. Borsellino al punto che si fece scrupolo di proseguire gli interrogatori di Mutolo, quando questi ribadì la sua condizione che fosse lo stesso Borsellino non solo ad assistere agli interrogatori, ma ad occuparsi delle indagini che ne fossero scaturite.
Ma furono i colleghi che partecipavano a quegli interrogatori (Lo Forte e Natoli) a convincerlo che la disposizione impartita dal Capo dell’Ufficio non poteva che intendersi nel senso che sarebbe stato Borsellino a coordinare le indagini, e che a lui avrebbero dovuto rapportarsi per tutto ciò che concerneva la gestione del nuovo pentito. E a tale interpretazione essi si sarebbero attenuti.

L’indagine su Angelo Siino

Di un incrinamento del rapporto di fiducia del dott. Borsellino con Giammanco hanno poi riferito i pochi magistrati a conoscenza di un fatto che è rimasto ignoto alla maggior parte dei collegi che facevano parte della procura di Palermo.
Nell’ambito di un processo per un omicidio di matrice mafiosa — che si è accertato poi essere quello del M.llo Guazzelli — il dott. Borsellino aveva confidato al dott. Teresi, cui era assegnato quel fascicolo, di avere ricevuto una segnalazione di fonte attendibile, e raccolta da un organo di polizia, circa presunti rapporti tra un noto esponente politico e alcuni indagati del reato di associazione mafiosa. E gli aveva raccomandato di non fame parola con nessuno, perché non voleva che la notizia giungesse alle orecchie del procuratore Giammanco, prima che venissero espletati i dovuti e rigoRosi accertamenti.
In pratica, come poi il dott. Teresi ebbe a confermare, deponendo all’udienza del 23.04.2013 nel processo Borsellino Quater (limitandosi peraltro a confermare le dichiarazioni che aveva reso alla procura nissena il 7 dicembre 1992, e contestategli in ausilio alla memoria) vi sarebbe stato un tentativo, o un progetto, di avvicinare il procuratore Giammanco per propiziare un esito favorevole per l’indagine a carico di Angelo Siino, o per un alleggerimento della sua posizione processuale nell’ambito dell’indagine mafia e appalti.
Borsellino era stato informato di una soffiata ritenuta attendibile secondo cui Siino si sarebbe rivolto a Lima affinché questi tramite D’Acquisto, sensibilizzasse il procuratore Giammanco al problema che affliggeva Siino, dopo che era andato a vuoto un analogo tentativo esperito nei riguardi del M.llo Guazzelli. Da qui la preoccupazione di Borsellino che la notizia filtrasse e circolasse all’interno della procura, giungendo alle orecchie dello stesso Giammanco.
Nelle s.i.t. rese alla procura nissena che indagava sulle stragi, il dott. Teresi aggiunse che la notizia era stata oggetto di commenti tra Falcone e Borsellino; ed entrambi avevano convenuto sull’ipotesi, tutta da verificare, ovviamente, che in quel retRoscena potesse annidarsi la causale, o almeno una concausa non solo dell’omicidio Guazzelli, ma anche dell’omicidio Lima, sotto il profilo che questi non avrebbe voluto o saputo prestare l’apporto che gli era stato richiesto.
E in effetti, con una coincidenza temporale inquietante, il 9 marzo 1992, ossia tre giorni prima che Lima venisse ammazzato, la procura di Palermo aveva chiuso l’indagine a carico di Angelo Siino, che era stato arrestato il 10 luglio 1991, chiedendone il rinvio a giudizio per il reato di associazione mafiosa.
Nel corso della sua audizione dinanzi al Csm, il dott. Teresi ha aggiunto che solo dopo la strage di via D’Amelio aveva appreso che la stessa confidenza il dott. Borsellino aveva fatto ad un altro collega a lui molto vicino — ancorché non assegnatario del procedimento per l’omicidio Guazzelli — e cioè al dott. Ingroia, che a sua volta ne aveva parlato con il dott. Scarpinato.
Questi, a sua volta, ha dichiarato di essere stato informato (per sommi capi e senza scendere nel merito della notizia) in effetti dal collega Ingroia, ma di averne poi avuto conferma dallo stesso Borsellino, che questi stava conducendo delle indagini molto delicate a insaputa di Giammanco. E anche al dott. Scarpinato fu raccomandato di mantenere il più assoluto riserbo con il procuratore.
E ciò lo colpi in modo particolare, perché la regola professata e rispettata da Paolo Borsellino, che ne pretendeva il rispetto anche da parte degli altri colleghi, era quella di riferire sempre e per tutti i processi al procuratore (“Paolo riferiva tutto e sempre, ecco perché vengo colpito, proprio perché la normalità era quella e se così non fosse stato non sarei rimasto colpito”).

Da Siino a D’Acquisto e Lima

Una eco di tale vicenda si rinviene nelle risultanze agli atti del procedimento, anzi dei procedimenti connessi che furono istruiti dal gip di Caltanissetta dott.ssa Lo Forti, e si conclusero con l’ordinanza di archiviazione più volte citata. Si è accertato infatti che la signora Bertolino, moglie del Siino, aveva chiesto ed ottenuto di essere ricevuta, con la mediazione del legale di fiducia, dall’on. D’Acquisto, per perorare la causa del marito, che era stato già arrestato. Ma la visita non aveva sortito l’effetto sperato, al pari dell’incontro che la stessa Bertolino, a dire del figlio, Siino Giuseppe, avrebbe avuto per la medesima finalità con l’on. Lima (il quale, sempre a dire di Giuseppe Siino, si sarebbe limitato ad allargare le braccia).
E infatti, Siino era rimasto in carcere e in tale stato si trovava quando la procura diretta da Pietro Giammanco avanzò nei suoi confronti la richiesta, accolta dal gip, di rinvio a giudizio. Sicché l’episodio, come riconosciuto dal gip di Caltanissetta nulla prova in ordine alla prospettata ipotesi di corruzione (in atti giudiziari) per cui si era proceduto a carico dell’ex procuratore di Palermo, derivandone semmai una smentita, unitamente alla prova di una condotta ineccepibile.
Può concedersi però che, negli ambienti di Cosa nostra, la notorietà dei rapporti personali di amicizia del Capo della procura palermitano con l’on. D’Acquisto, e, per proprietà transitiva, con lo stesso Salvo Lima, avesse fatto credere che egli fosse influenzabile o condizionabile nel suo operato professionale (come propende a ritenere il gip Lo Forti nella citata ordinanza); né può escludersi che i politici chiamati in causa per propria convenienza avessero incoraggiato o quanto meno non avessero scoraggiato tale falsa credenza, così alimentando aspettative puntualmente deluse.
Deve però ritenersi che gli ufficiali del Ros avessero all’epoca tutti gli elementi e gli strumenti di conoscenza delle vicende giudiziarie in corso e dei comportamenti e delle scelte dell’Ufficio requirente palermitano necessari per non cadere vittima della stessa falsa credenza e per valutare se la condotta concretamente tenuta, in questo caso nei riguardi del Siino da parte del procuratore capo o dei magistrati titolari dell’inchiesta, fosse stata men che corretta, quali che fossero le convinzioni o le (false, anch’esse) propalazioni degli stessi indagati

LA SERIE SULLA TRATTATIVA STATO-MAFIA SENTENZA CORTE D’APPELLO 26 novembre 2022 EDITORIALE DOMANI.IT


CSM – 28 LUGLIO 1992 – Audizione del Procuratore di Palermo PIETRO GIAMMANCO

 

VIA D’AMELIO – CSM: Le audizioni del luglio 1992


28 luglio 1992 GIAMMANCO chiede il trasferimento

Al termine di un’audizione a Roma di fronte al Csm sullo stato della giustizia palermitana il procuratore Pietro Giammanco legge una lettera con cui chiede ufficialmente di essere trasferito ad altro incarico.
Durante l´audizione Giammanco sottolinea il pieno accordo che e’ sempre esistito sia con Giovanni Falcone (con lui qualche piccolo screzio dovuto alla differenza di temperamento, e giudicando semplici sfoghi le accuse contenute nel suo diario), da lui difeso proprio davanti al Csm, sia con Paolo Borsellino, al quale concedeva una delega ben piu’ ampia del dovuto e sul conto del quale proprio il giorno prima della strage si era espresso in termini lusinghieri, proponendolo per incarichi direttivi superiori. Giammanco rivendica la sua assoluta indipendenza dai partiti politici, esibendo le sue “medaglie antimafia” (“ho fatto perquisire immediatamente studi e abitazioni dell’europarlamentare Salvo Lima dopo la sua uccisione”) e giudica “un prodotto dell’ emotivita’ ”il documento degli otto sostituti palermitani dimissionari che definisce opportunisti e strumentalizzati politicamente. Nello stesso giorno viene ascoltato dal CSM anche il PM palermitano Roberto Scarpinato, uno degli otto dimissionari, il quale dichiara: “Noi rinunceremo alle dimissioni solo a una condizione, che vengano assicurati i livelli di sicurezza adeguati per i magistrati e per le scorte. Occorre subito fare qualcosa, abbiamo chiesto un incontro col ministro Mancino, ma aspettiamo ancora una risposta. Comunque non si deve far credere alla gente che quello di Palermo sia un problema di faide tra magistrati. Non sono atteggiamenti personalistici. Si tratta di problemi di livello istituzionale. Qui parliamo di mafia, di vita o di morte negli uffici giudiziari”.
Ostacolato, isolato, professionalmente emarginato, Falcone sceglie di andare a Roma.  
Borsellino dopo la morte dell’amico, sente su di sé la responsabilità di dover mettere a frutto ciò che è nelle sue possibilità per ottenere la verità sulla strage di Capaci. È proprio in quei 57 giorni che il rapporto con il procuratore Giammanco s’incrina sempre di più. Fino all’ultima telefonata, della domenica mattina del 19 luglio con la quale il procuratore comunica a Borsellino di autorizzarlo ad indagare anche su Palermo.


Di Attilio Bolzoni

Ci interessa qui ricostruire il clima in cui Borsellino trascorre quei due mesi scarsi di vita che gli restano, la fatica di quei giorni, incisa nel ricordo e nelle parole di molti suoi colleghi, raccolte nel ciclo di audizioni che si svolgono dinanzi al CSM dopo la strage di via D’Amelio, tra il 28 e il 31 luglio 1992.

La lettera della DDA di Palermo

Tutto nasce da un documento molto critico che il 23 luglio otto componenti della DDA di Palermo (Ignazio De Francisci, Giovanni Ilarda, Antonio Ingroia, Alfredo Morvillo, Antonio Napoli, Teresa Principato, Roberto Scarpinato e Vittorio Teresi) redigono per mettere nero su bianco le criticità che affliggono la procura retta da Giammanco e le condizioni di assoluta insicurezza in cui si svolge il loro lavoro. Lo fanno mettendo sul banco le proprie dimissioni dall’ufficio, affinchè sia chiara a tutti la gravità delle loro rimostranze e l’urgenza delle preoccupazioni.

SCARPINATO, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello Palermo. Dopo la strage di via D’Amelio io prendo l’iniziativa di scrivere un documento, che sono stato costretto a riscrivere quattro volte, perché mi sono fatto il giro di quaranta stanze di sostituti e non riuscivo a raccogliere una firma, e allora l’ho scritto, l’ho riscritto… e non ho avuto adesioni neppure da persone di cui mi sarei aspettato la firma… Alla fine sono riuscito, con l’ultima versione, ad avere otto firme. Quel documento nella sostanza, dopo un cappello che riguardava la sicurezza, diceva che Giammanco non poteva restare alla procura della Repubblica. Non è che fu una cosa facile perché Giammanco era un potente. Il Consiglio Superiore della Magistratura ci convocò e non si sapeva se avrebbero trasferito lui o noi: questa era la partita in gioco.
Un atto di sfiducia senza condizioni. Così lo racconta Andrea Purgatori in un suo articolo del 24 luglio 1992.
E adesso sulla scrivania del procuratore capo Pietro Giammanco, anzi sul tavolo di casa, visto che da 24 ore è “malato”, ci sono le richieste di dimissioni di otto collaboratori. Otto magistrati che con un gesto clamoroso abbandonano la Direzione distrettuale antimafia. Non è una “resa”… ma una «forte denuncia» della necessità che venga riaffermato il «principio di responsabilità» e della gravissima «mancanza di volontà politica, inefficienza amministrativo-organizzativa e impreparazione tecnica che hanno impedito al Viminale e agli organi di polizia di svolgere sul campo un’efficace prevenzione del terrorismo mafioso», di «proteggere i bersagli più esposti e sventare stragi annunciate». Un atto d’accusa che colpisce il sistema giudiziario al più alto livello nella persona di Giammanco (una guida “non” autorevole evidentemente) come le strutture dello Stato (con il ministero dell’Interno in testa).
(…) «Siamo ancora disposti anche a sacrificare le nostre vite, ma a condizione di sentirci partecipi di uno sforzo collettivo» dicono gli otto. Ma nulla potrà cambiare se la Procura non recupererà «quella unità di intenti, quello spirito di collaborazione, che oggi appaiono compromessi». Una situazione insostenibile «com’è dimostrato dall’esistenza di divergenze se non da spaccature divenute financo di pubblico dominio dopo la strage di Capaci, ulteriormente acuitesi dopo la strage di via D’Amelio, divergenze e spaccature che solo una guida autorevole e indiscussa potrebbero ricomporre e sanare». (…) L’invito al Procuratore capo perché si faccia da parte è secco. Corroborato dalla «piena solidarietà ai colleghi dimissionari» da parte di altri nove giovani magistrati della Procura.
L’istruttoria è affidata al “Comitato Antimafia” del CSM. Quattro giorni di sedute a porte chiuse in cui emergono tutte le tensioni e le contraddizioni che animano il distretto giudiziario palermitano. Alla fine il procuratore Giammanco, uno dei primi ad essere sentito, negherà tutte le accuse mossegli rifugiandosi dietro una domanda di trasferimento che verrà accolta nel giro di poche ore [nell’agosto dello stesso anno].
Di quei verbali si perderà ogni traccia per ventotto anni. Verranno secretati e messi da parte: perché?

Il CSM e Giovanni Falcone

Una risposta prova ad offrircela, nel corso della sua audizione, il giornalista Salvo Palazzolo.

  • PALAZZOLO, giornalista de La Repubblica. Io ho cercato di approfondire con i componenti dell’epoca del CSM, ma ho incontrato una certa ritrosia e, sostanzialmente, nessuna spiegazione plausibile… Forse all’epoca c’era la preoccupazione di mettere nel circolo le attenzioni di Borsellino.
    Ricordo quando ebbi la possibilità di fare una conversazione lunga con la signora Agnese Borsellino, la signora Agnese mi raccontava che nei primi tempi lei era invitata a incontri importanti, ma il motivo era sempre uno: autorevoli rappresentanti dello Stato, rappresentanti delle forze dell’ordine, esponenti della magistratura le facevano sempre la stessa domanda: «Paolo cosa aveva scoperto? Cosa stava facendo Paolo?».

Ancora più netta è la valutazione di uno degli otto firmatari di quel documento, l’avvocato Antonio Ingroia. Non era un caso, ci dice durante l’audizione, che quei verbali fossero finiti “nel dimenticatoio nazionale”:

  • INGROIA, già magistrato. È lo stesso Consiglio Superiore della Magistratura che aveva bocciato più volte Giovanni Falcone… Così come qualche anno prima Paolo Borsellino aveva rischiato di essere sottoposto a procedimento disciplinare perché aveva rilasciato un’intervista dove aveva denunciato il calo di tensione sulla lotta alla mafia… la vicenda Meli, Falcone, eccetera…

E ancora, aggiunge Ingroia, c’era il timore fondato che potesse passare un messaggio sbagliato, quello della protesta come strumento dialettico “vincente” in seno all’organo di autogoverno della magistratura.

  • INGROIA, già magistrato. Alcuni componenti, quelli più ‘vicini’ – tra virgolette – alla nostra posizione, ci comunicarono, come indiscrezione, che stavamo rischiando di essere sottoposti a procedimento disciplinare perché avevamo osato ribellarci al capo.
  • FAVA, presidente della Commissione. Per la lettera che avevate scritto.
  • INGROIA, già magistrato. Per la lettera degli otto, perché altrimenti passava il principio che basta una ribellione di alcuni Pm per rimettere in discussione l’autorità del capo dell’ufficio.
  • FAVA, presidente della Commissione. Ovvero, basta una strage di mafia per esprimere qualche perplessità sulla sicurezza.
  • INGROIA, già magistrato. Esatto. Nel contempo, però, qualcuno consigliò a Giammanco, in modo – con tutto il rispetto del termine che userò – molto democristiano, di fare domanda per andare via, andare in Cassazione. Così lui fece e il CSM ha chiuso: non era accaduto nulla, nessuno era stato sottoposto a procedimento disciplinare, Giammanco aveva tolto il disturbo. Poi venne Caselli e tutto passò in cavalleria.

L’ex Pm non si risparmia, in conclusione, un’ulteriore riflessione su quella secretazione durata decenni.

  • INGROIA, già magistrato. In occasione di un anniversario, non ricordo quale, il CSM si vantò di avere proceduto alla desecretazione di tutte le audizioni che riguardavano Falcone e Borsellino: vero, furono desecretate quelle in cui avevano parlato loro, Falcone e Borsellino, da vivi. Ma rimasero segrete le audizioni successive, quando loro erano morti.

Il procuratore capo Giammanco e l’isolamento di Paolo Borsellino

Il nuovo capo della Procura

La scelta di indicare Giammanco alla guida della Procura, due anni prima, s’era portata dietro critiche e preoccupazioni, emerse anche nel voto non unanime del plenum del CSM.
Esplicita la preoccupazione manifestata, in occasione di quel voto, da alcuni consiglieri di Palazzo dei Marescialli. Come ebbe modo di dichiarare l’area vicina a Massimo Brutti, componente laico del consiglio, Giammanco appariva “un giudice troppo chiacchierato, un magistrato troppo schierato, troppo legato ai salotti dei potenti”. Si temeva, in particolare, la manifesta amicizia tra il dottor Giammanco e l’onorevole D’Acquisto, che era punto di forza politico ed elettorale di Salvo Lima a Palermo. Eppure, nonostante ci fosse questo elemento oggettivo di preoccupazione, nella votazione prevalse il dottor Giammanco. Perché? Lo abbiamo chiesto all’onorevole Brutti.
BRUTTI, già presidente del Comitato parlamentare di controllo sui Servizi segreti. Vi era un atteggiamento complessivo come ad assecondare una routine… All’interno della Procura di Palermo vi era un’accettazione più o meno convinta, pur considerando i limiti di questo magistrato… Noi fin dall’inizio ci opponemmo a Giammanco. Vi erano anche nel suo fascicolo personale tracce di queste molteplici attività che lo avevano portato ad avere contatti anche sul piano professionale con il mondo politico siciliano, con i gruppi dirigenti della Democrazia Cristiana, in un momento nel quale le correnti prevalenti della DC siciliana non erano particolarmente sensibili alle necessità di una lotta senza quartiere contro la minaccia mafiosa… Però ci rendemmo conto che sarebbe passato comunque Giammanco.
Giammanco, infatti, passa. Si insedia alla guida della Procura e vi trova Giovanni Falcone come suo aggiunto. Ma le riserve sulle sue frequentazioni si rivelano subito fondate. Il 12 marzo 1992 viene ucciso Salvo Lima: è l’inizio della resa dei conti fra i Corleonesi di Totò Riina e i vecchi protettori politici che non proteggono più. Eppure, per il procuratore Giammanco, Lima è solo un notabile e un amico da frequentare (in vita) e da onorare (in morte). Vorrebbe partecipare ai funerali, glielo impediscono quasi fisicamente, i suoi sostituti, come ha ricordato a questa Commissione il maresciallo Canale, audito in occasione della prima indagine sul depistaggio Borsellino:
CANALE, collaboratore di Borsellino. Quando fu della morte di Lima, Giammanco si stava preparando ad andare ai funerali di Lima, e lui (il dottor Borsellino) lo disse una collega: «sai, Giammanco sta andando da Lima!». Borsellino fece come un pazzo: da Lima? Ma di che stiamo parlando! Lui sta andando ai funerali di Lima!?

Le indagini sul delitto Lima

E ricorda Roberto Scarpinato, a proposito dell’omicidio Lima e delle indagini in Procura: SCARPINATO, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo. Quando c’è l’omicidio Lima… io ho uno scontro personale con Giammanco perché voleva iscrivere l’omicidio nel registro degli omicidi normali non in quello degli omicidi di mafia. Ho detto: «ma stai scherzando che iscriviamo così l’omicidio Lima?».
Le indagini sul delitto Lima e l’organizzazione del lavoro all’interno della Procura di Palermo sanciscono una frattura definitiva tra il capo dell’ufficio e molti dei suoi PM. La profondità di quella frattura emergerà plasticamente il 24 giugno 1992, un mese dopo la strage di Capaci, quando la giornalista del Il Sole 24 Ore, Liana Milella, pubblica alcuni estratti dei cosiddetti “diari” di Giovanni Falcone: una serie di annotazioni del magistrato che vanno dal dicembre 1990 fino al 6 febbraio 1991, ossia poco prima che Falcone accettasse l’incarico romano offertogli dal ministro Martelli.
«È per questo che sono andato via da Palermo. Tienili questi fogli. Non si sa mai». Siamo nella seconda settimana di luglio dell’anno scorso e, dal 15 marzo, il giudice Giovanni Falcone si è trasferito a Roma per dirigere l’ufficio degli Affari penali del ministero della Giustizia. Come in tante altre occasioni si discute della sua decisione di lasciare il posto di Procuratore aggiunto a Palermo. «Che ci rimanevo a fare laggiù? Per fare polemiche ogni giorno? Per subire umiliazioni? Per non lavorare? O soltanto per fornire un alibi? No, meglio Roma. Qui al Ministero c’è tantissimo da fare. E alla mafia, anche da qui, si può dare molto fastidio».  da Domani il Blog mafie


Alta tensione alla procura di Palermo dopo la strage

  • Guido Lo Forte: “Le dimissioni sarebbero solo un grosso regalo a Riina. Non possiamo scrivere quest’ epitaffio sulla tomba di Paolo Borsellino”.
  • Vittorio Teresi: “La lotta alla mafia non e’ piu’compito dei magistrati. Chi la fa muore e muore per nulla. Io non voglio morire per nulla”.
  • Alfredo Morvillo, fratello della moglie di Giovanni Falcone, Francesca: “Lo so, e’ triste ammetterlo ma, sino ad oggi, credo proprio che la consapevolezza che la mafia abbia vinto e’ incontestabile. Non vedo assolutamente alcuna speranza perche’, mancando Borsellino, allo stato non c’e’ piu’ alcuna persona in grado di coagulare in se’ il consenso oltre che riunirci per continuare le indagini”.
  • Ernesto Stajano: “Ci vuole un intervento delle forze di polizia e con strumenti diversi da quelli utilizzati fin qui”. Giammanco si dimettera’ ? – chiede il cronista del Corriere della Sera. “Non ne voglio parlare – risponde Stajano – Ma e’ certo che esistono delle difficolta’ anche sul piano personale per il procuratore capo che si trova a gestire una situazione d’ eccezionale gravita’ con una carenza obiettiva di strutture e di strumenti normativi. Non si puo’ rischiare la vita in queste condizioni. Vorrei correggere quello che ho detto: questa non e’ una guerra, questo e’ un massacro”. Sono le quattro del pomeriggio. La camera ardente e’ pronta.
  • Pio Marconi, consigliere “laico” (Psi) del CSM, taglia corto sulle accuse contro Giammanco: “Un magistrato coraggioso, che regge l’ ufficio con grande capacita’ ed e’ ingiustamente attaccato. Se siamo in guerra con la mafia, non possiamo delegittimare chi la combatte”.

 


Tensioni, proteste e dimissioni di massa alla procura di Palermo

Sotto accusa l’operato di Giammanco

Se ne ricava un quadro convincente delle problematiche che vi avevano dato causa, e che poco o nulla avevano a che vedere con presunti dissensi e contrasti sulle scelte adottate in ordine all’indagine mafia e appalti.
Al netto di questioni e divergenze fisiologiche in qualunque ufficio giudiziario, specie se di grosse dimensioni — come i criteri di assegnazione dei fascicoli, la creazione di gruppi di lavoro o pool specializzati per tipologie di reati o con ulteriore ripartizione per ambiti di “competenza” territoriale, l’eccessiva parcellizzazione che poteva derivarne a procedimenti, come quelli per reati associativi e di associazione mafiosa, in particolare, per i quali sarebbe stata consigliabile o addirittura necessaria una trattazione unitaria; ed ancora, i criteri di cooptazione di nuovi sostituti nella Dda — al capo dell’ufficio si rimproverava, a torto o a ragione da parte dei magistrati più critici del suo operato, scarsa sensibilità al problema della sicurezza e un approccio tendenzialmente burocratico” alla conduzione delle indagini, attento, soprattutto per quelle più delicate, più alle reazioni che le scelte adottate potessero suscitare in seno all’opinione pubblica che al merito di quelle scelte.
Tutti convenivano peraltro sulle capacità manageriale del procuratore Giammanco, che aveva implementato come mai erano riusciti a fare i suoi predecessori la dotazione di mezzi, attrezzature e anche personale dell’Ufficio di procura, e sulla sua capacità di instaurare rapporti più che cordiali e persino accattivanti, sul piano umano, con i singoli sostituti, e sulla sua disponibilità a venire incontro alle esigenze di ciascuno. E tutti escludevano che al procuratore Giammanco potessero ascriversi propositi e tentativi di interferire nella conduzione delle indagini da parte dei magistrati che vi erano preposti, o di orientare le scelte da adottare o di esercitare la benché minima pressione per condizionare l’esito di un procedimento.
Al procuratore si riconosceva altresì di avere introdotto una prassi destinata almeno nelle intenzioni a rendere più partecipativa l’attività dell’ufficio per le indagini più delicate, con periodiche assemblee o riunioni tra i magistrati della D.D.A. che potevano così confrontarsi e scambiarsi idee e informazioni sulle rispettive indagini. Anche se non è mancato chi ha stigmatizzato come la collegialità delle scelte dell’Ufficio fosse più apparente che reale perché il procuratore o, meglio, i sostituti a lui più vicini non di rado giungevano alle riunioni con soluzioni già preconfezionate e che ben poco spazio lasciavano alla discussione (cfr. De Francisci e Sabbatino).
Non gli si perdonava però, da parte dei magistrati più critici — in particolare da parte degli otto “dimissionari” — di avere concorso a causare una perdita di credibilità esterna dell’Ufficio, a causa delle sue frequentazioni con uomini politici molto chiacchierati e discussi per le loro presunte o accertare relazioni con ambienti della criminalità mafiosa, o ritenuti contigui ad essa.

La “vicinanza” a Mario D’Acquisto

Era notoria in particolare la sua amicizia, mai negata ed anzi pubblicamente ammessa, con l’onorevole Mario D’Acquisto, ritenuto peraltro molto vicino a Salvo Lima. Quel legame personale, ancorché del tutto disinteressato e risalente a epoca non sospetta, dava adito a facili speculazioni o ad un non peregrino sospetto che il capo di una delle procure più esposte nell’azione di contrasto alla criminalità mafiosa e impegnata anche in delicate indagini sul versante di possibili collusioni tra mafia e politica fosse in qualche modo avvicinabile o influenzabile a vantaggio di taluni indagati, o per preservare influenti personaggi della politica da possibili indagini a loro carico.
Andava considerato che, a fronte della progressiva sensibilizzazione dell’opinione pubblica al tema degli intrecci collusivi tra mafia e politica, la circolazione della notizia, consacrata come dato processualmente acquisito in un noto processo qual era il maxi ter di frequentazioni dell’on. D’Acquisto con soggetti in odor di mafia, cui si aggiungevano altre acquisizioni probatorie in indagini più recenti, non poteva che appannare l’immagine di imparzialità e indipendenza di un ufficio che doveva essere tenuto indenne anche solo dal più vago sospetto di inquinamenti, compromissioni, compiacenze verso ambienti o personaggi legati alla criminalità mafiosa. Tanto più perché si trattava di un ufficio giudiziario che era stato già fatto segno in tempi recenti (e cioè appena un anno prima) ad attacchi e polemiche alimentate da velenose campagne di stampa e pubbliche prese di posizione di autorevoli esponenti di un movimento politico, sfociate anche in un esposto al Csm.
La presenza e il prestigio di Falcone e di Borsellino avevano fatto per così dire da scudo contro il lievitare della sfiducia dei cittadini nei riguardi di una delle Procure più esposte sul fronte della lotta alla mafia, ed esposta essa stessa al sospetto di non volere andare fino in fondo nell’indagare su connivenze e collusioni politico-mafiose.
Ma dopo la loro morte, era venuto meno il principale baluardo contro la perdita di credibilità dell’Ufficio, che, a dire di alcuni dei magistrati “dimissionari”, era un dato di fatto di cui non poteva non tenersi conto, perché ne andava dell’autorevolezza dell’Ufftcio.
È anche vero, però, che, come puntualizzato da altri magistrati auditi dal C.S.M. (cfr. Natoli e Lo Forte), le simpatie politico-partitiche e le amicizie e frequentazioni personali del procuratore — al pari delle acquisizioni processuali su relazioni pericolose dell’onorevole D’Acquisto – erano da tempo un fatto notorio e certamente noto allo stesso Csm che tuttavia nel giugno del 1990, aveva conferito a Giammanco l’ufficio di capo della procura della Repubblica presso il tribunale di Palermo; così come a nessuno dei magistrati di quell’ufficio risultava che simpatie politiche o la dichiarata amicizia con l’onorevole D’Acquisto avesse fatto velo all’imparzialità del procuratore nella conduzione dell’Ufficio o di singole inchieste.
Quanto alla presunta frequentazione del D’Acquisto degli uffici della procura palermitano, dei magistrati che ne hanno riferito solo la dott.ssa Principato ha dichiarato di averlo visto almeno tre volte nella stanza del procuratore o, poche ore dopo che era stato ucciso Salvo Lima, dietro la sua porta in attesa.
Gli altri, o non lo hanno mai visto (cfr. Ingroia), oppure (cfr. Pignatone e Natoli) confermano di averlo visto in procura solo il giorno dell’omicidio Lima, mentre era in attesa di essere sentito come persona informata sui fatti, nel corso dei primi accertamenti investigativi per i quali si mobilitarono in forze i magistrati della procura palermitana.

Le tensioni con Giovanni Falcone

Ma ad alimentare sotterranee tensioni o “spaccature” all’interno della procura palermitano, esplose dopo la strage di via D’Amelio, erano la memoria, da parte di alcuni sostituti, o l’essere venuti ex post a conoscenza, per altri, dei contrasti che erano insorti nei rapporti tra il capo dell’ufficio Giammanco e il dottor Falcone, prima, e il dott. Borsellino poi.
E ad acuire il clima di tensione aveva contribuito anche la pubblicazione (il 24 giugno 1992, su “Il Sole 24 ore”) di ampi stralci dei c.d. “diari di Falcone”, in cui erano annotati, con puntuali rilievi critici da parte dell’autore, una serie di episodi nei quali si erano verificati espliciti dissensi del dott. Falcone rispetto alle strategie processuali concertate dal procuratore con altri sostituti, o si sollevavano dubbi sulla trasparenza o sull’opportunità di talune assegnazioni.
Anche se i dissidi con il procuratore non erano venuti fuori all’esterno dell’ufficio ed anzi risultavano smentiti da documenti ed esternazioni pubbliche, perché «Giovani Falcone era una persona che aveva un grande senso dello stato, dell‘immagine delle Istituzioni e quindi, se non vi era necessità assoluta, non era disposto a portare fuori i conflitti» (cfr. Scarpinato). Al fondo di quei contrasti v’era la constatazione o la convinzione da parte di Giovanni Falcone — del quale peraltro il dott. Giammanco aveva a suo tempo caldeggiato la nomina a procuratore aggiunto a Palermo — di essere stato progressivamente demansionato o ridimensionato rispetto al ruolo iniziale che aveva ricoperto quale delegato alle assegnazione dei procedimenti in materia di c.o., nonché supervisore o coordinatore di tutti i procedimenti per reati di associazione mafiosa e per reati in ipotesi connessi.
E alcuni dei magistrati auditi hanno rimarcato come non vi fosse alcun problema per il c.d. “ordinario”; ma per i procedimenti in cui si profilava il possibile coinvolgimento di esponenti politici, Falcone lamentava di essere stato bypassato.
Deve però convenirsi che gli stralci pubblicati dei diari di Falcone sono datati tutti ad un’epoca compresa tra novembre’91 e gennaio ‘92, e quindi non tengono conto né di chiarimenti o accomodamenti successivamente intervenuti anche nei rapporti tra lo stesso Falcone e gli altri colleghi chiamati in causa, né delle spiegazioni acquisite nel corso delle audizioni dei medesimi magistrati dinanzi al Csm (per le quali ovviamente si rinvia ai verbali acquisiti).
Così per il caso gladio, a proposito della soluzione di compromesso adottata, chiedendo, di concerto peraltro con il G.I la riunione degli atti al procedimento Insalaco, ancora pendente in fase di indagine preliminare (soluzione accettata da Falcone, se è vero che pure lui sottoscrisse la requisitoria per il processo sui delitti politici); o per taluni atti di indagine particolarmente delicati nell’ambito del procedimento per i delitti politici, assunti dai magistrati contitolari con Falcone all’insaputa di quest’ultimo (come l’escussione del Cardinale Pappalardo).
Ed ancora, per l’assegnazione del fascicolo relativo all’esposto anonimo per appalti truccati al comune di Partinico ad un pool di magistrati che non facevano parte della Dda e senza informarne Falcone; o per l’inopinata assegnazione — per volontà del procuratore — del procedimento per l’omicidio del colonnello Russo ad una collega giovane e che mai si era occupata di indagini e processi di c.o.; ed ancora, per l’assegnazione di un procedimento per presunti illeciti a carico di due carabinieri (sempre di Partinico) ad altra giovane collega, e sempre all’insaputa di Falcone (si trattava in effetti di un comune procedimento per falsificazione di assegni, senza ulteriori implicazioni: cfr. audizione della dott.ssa Randazzo).
Ciò non toglie che i rapporti tra Falcone e Giammanco si fossero incrinati, almeno nell’ultimo periodo di servizio del giudice ucciso quale procuratore Aggiunto (cfr. anche la testimonianza di Maria Falcone, verbale n.° 45 del 30 luglio 1992), e per dissensi profondi sul metodo di lavoro o sulle scelte organizzative o anche sulle strategie processuali, fino a convincere il dott. Falcone che non gli era più possibile svolgere il proprio lavoro, come lui intendeva farlo, finché fosse rimasto in quell’Ufficio: quasi una riedizione dello scontro che in passato aveva opposto lo stesso Falcone al dott. Meli, quando questi gli venne preferito a capo dell’Ufficio Istruzione. Sentenza della Corte d’Appello 25 novembre 2022 • La serie sulla trattativa stato-mafia EDITORIALE DOMANI.IT

 


Pietro Giammanco

Da Wikipedia,  Pietro Giammanco (Bagheria, 13 marzo 1931 – Palermo, 2 dicembre 2018) è stato un magistrato italiano, già Procuratore capo presso il Tribunale di Palermo.  Inizia la carriera in magistratura. Nel 1969 è sostituto procuratore a Palermo, con il procuratore Pietro Scaglione.  Diviene procuratore aggiunto a Palermo negli anni ’80, con procuratore capo Salvatore Curti Giardina. Era in stretti rapporti con l’ex presidente della Regione Mario D’Acquisto, il numero due della corrente andreottiana in Sicilia.
Nel giugno 1990 viene nominato procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, preferito all’altro “aggiunto” Giovanni Falcone. Con Falcone va subito in rottura, così come con Paolo Borsellino per la decisione di affidargli anche indagini non legate a inchieste di mafia. Il giudice Antonino Caponnetto, intervistato nel 1996 da Gianni Minà nella trasmissione Storie (Rai 2), alla domanda «Chi ha distrutto il pool antimafia, Meli o Giammanco?», rispose: «Ognuno ha fatto la sua parte. Meli ha contribuito ad anticipare la chiusura dell’Ufficio istruzione, non coordinando più le indagini, esautorando Falcone, emarginandolo, smembrando i processi di mafia e vanificando tutto il lavoro fatto. Giammanco ha fatto la sua parte presso la procura della Repubblica, e ha emarginato anche lui Giovanni, con anticamere imposte, umiliazioni varie che lo portarono a Roma ad accettare un incarico ministeriale per fuggire da questa tagliola palermitana.»
Dopo la strage di via D’Amelio, il 19 luglio 1992, otto sostituti procuratori si rivoltano contro il procuratore capo al quale viene addebitata la responsabilità di avere progressivamente isolato Giovanni Falcone, inducendolo ad andare via dalla Procura di Palermo. Quella clamorosa presa di posizione innesca un conflitto interno alla Procura di Palermo che costringe il Consiglio superiore della magistratura ad intervenire e induce il procuratore Giammanco a chiedere il trasferimento.[6] Al suo posto arriva Gian Carlo Caselli nel gennaio 1993. Il 28 giugno 1992, il Giudice Borsellino apprende dell’informativa del ROS, spedita anche alla Procura di Palermo, di essere insieme ad altri possibili bersagli di un attentato mafioso. Il procuratore di Palermo Pietro Giammanco, destinatario ufficiale della nota riservata del ROS, non ha comunicato nulla al Giudice Borsellino, il quale appena rientrato a Palermo il 29 Giugno 1992, si precipita in procura e protesta, urla e si indigna, sferrando per la rabbia un pugno sul tavolo. Giammanco come risposta, farfuglia cose senza senso e rimane in silenzio. Giammanco venne trasferito in una sezione penale della Cassazione, andando in pensione nel 2000.