La rivolta dei pm di Palermo contro il procuratore capo Giammanco

Ostacolato, isolato, professionalmente emarginato, Falcone sceglie di andare a Roma. Borsellino invece resta a Palermo: dopo la morte dell’amico, sente su di sé la responsabilità di dover far tutto ciò che è nelle sue possibilità per ottenere la verità sulla strage di Capaci. È proprio in quei 57 giorni che il rapporto con il procuratore Giammanco s’incrina sempre di più. Fino all’ultima telefonata, la mattina del 19 luglio, su cui torneremo più avanti.

Ci interessa qui ricostruire il clima in cui Borsellino trascorre quei due mesi scarsi di vita che gli restano, la fatica di quei giorni, incisa nel ricordo e nelle parole di molti suoi colleghi, raccolte nel ciclo di audizioni che si svolgono dinanzi al CSM dopo la strage di via D’Amelio, tra il 28 e il 31 luglio 1992.

La lettera della DDA di Palermo

Tutto nasce da un documento molto critico che il 23 luglio otto componenti della DDA di Palermo (Ignazio De Francisci, Giovanni Ilarda, Antonio Ingroia, Alfredo Morvillo, Antonio Napoli, Teresa Principato, Roberto Scarpinato e Vittorio Teresi) redigono per mettere nero su bianco le criticità che affliggono la procura retta da Giammanco e le condizioni di assoluta insicurezza in cui si svolge il loro lavoro. Lo fanno mettendo sul banco le proprie dimissioni dall’ufficio, affinchè sia chiara a tutti la gravità delle loro rimostranze e l’urgenza delle preoccupazioni.

SCARPINATO, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello Palermo. Dopo la strage di via D’Amelio io prendo l’iniziativa di scrivere un documento, che sono stato costretto a riscrivere quattro volte, perché mi sono fatto il giro di quaranta stanze di sostituti e non riuscivo a raccogliere una firma, e allora l’ho scritto, l’ho riscritto… e non ho avuto adesioni neppure da persone di cui mi sarei aspettato la firma… Alla fine sono riuscito, con l’ultima versione, ad avere otto firme. Quel documento nella sostanza, dopo un cappello che riguardava la sicurezza, diceva che Giammanco non poteva restare alla procura della Repubblica. Non è che fu una cosa facile perché Giammanco era un potente. Il Consiglio Superiore della Magistratura ci convocò e non si sapeva se avrebbero trasferito lui o noi: questa era la partita in gioco.

Un atto di sfiducia senza condizioni. Così lo racconta Andrea Purgatori in un suo articolo del 24 luglio 1992.

E adesso sulla scrivania del procuratore capo Pietro Giammanco, anzi sul tavolo di casa, visto che da 24 ore è “malato”, ci sono le richieste di dimissioni di otto collaboratori. Otto magistrati che con un gesto clamoroso abbandonano la Direzione distrettuale antimafia. Non è una “resa”… ma una «forte denuncia» della necessità che venga riaffermato il «principio di responsabilità» e della gravissima «mancanza di volontà politica, inefficienza amministrativo-organizzativa e impreparazione tecnica che hanno impedito al Viminale e agli organi di polizia di svolgere sul campo un’efficace prevenzione del terrorismo mafioso», di «proteggere i bersagli più esposti e sventare stragi annunciate». Un atto d’accusa che colpisce il sistema giudiziario al più alto livello nella persona di Giammanco (una guida “non” autorevole evidentemente) come le strutture dello Stato (con il ministero dell’Interno in testa).

(…) «Siamo ancora disposti anche a sacrificare le nostre vite, ma a condizione di sentirci partecipi di uno sforzo collettivo» dicono gli otto. Ma nulla potrà cambiare se la Procura non recupererà «quella unità di intenti, quello spirito di collaborazione, che oggi appaiono compromessi». Una situazione insostenibile «com’è dimostrato dall’esistenza di divergenze se non da spaccature divenute financo di pubblico dominio dopo la strage di Capaci, ulteriormente acuitesi dopo la strage di via D’Amelio, divergenze e spaccature che solo una guida autorevole e indiscussa potrebbero ricomporre e sanare». (…) L’invito al Procuratore capo perché si faccia da parte è secco. Corroborato dalla «piena solidarietà ai colleghi dimissionari» da parte di altri nove giovani magistrati della Procura.

L’istruttoria è affidata al “Comitato Antimafia” del CSM. Quattro giorni di sedute a porte chiuse in cui emergono tutte le tensioni e le contraddizioni che animano il distretto giudiziario palermitano. Alla fine il procuratore Giammanco, uno dei primi ad essere sentito, negherà tutte le accuse mossegli rifugiandosi dietro una domanda di trasferimento che verrà accolta nel giro di poche ore [nell’agosto dello stesso anno].

Di quei verbali si perderà ogni traccia per ventotto anni. Verranno secretati e messi da parte: perché?

Il CSM e Giovanni Falcone

Una risposta prova ad offrircela, nel corso della sua audizione, il giornalista Salvo Palazzolo.

  • PALAZZOLO, giornalista de La Repubblica. Io ho cercato di approfondire con i componenti dell’epoca del CSM, ma ho incontrato una certa ritrosia e, sostanzialmente, nessuna spiegazione plausibile… Forse all’epoca c’era la preoccupazione di mettere nel circolo le attenzioni di Borsellino. Ricordo quando ebbi la possibilità di fare una conversazione lunga con la signora Agnese Borsellino, la signora Agnese mi raccontava che nei primi tempi lei era invitata a incontri importanti, ma il motivo era sempre uno: autorevoli rappresentanti dello Stato, rappresentanti delle forze dell’ordine, esponenti della magistratura le facevano sempre la stessa domanda: «Paolo cosa aveva scoperto? Cosa stava facendo Paolo?».

Ancora più netta è la valutazione di uno degli otto firmatari di quel documento, l’avvocato Antonio Ingroia. Non era un caso, ci dice durante l’audizione, che quei verbali fossero finiti “nel dimenticatoio nazionale”:

  • INGROIA, già magistrato. È lo stesso Consiglio Superiore della Magistratura che aveva bocciato più volte Giovanni Falcone… Così come qualche anno prima Paolo Borsellino aveva rischiato di essere sottoposto a procedimento disciplinare perché aveva rilasciato un’intervista dove aveva denunciato il calo di tensione sulla lotta alla mafia… la vicenda Meli, Falcone, eccetera…

E ancora, aggiunge Ingroia, c’era il timore fondato che potesse passare un messaggio sbagliato, quello della protesta come strumento dialettico “vincente” in seno all’organo di autogoverno della magistratura.

  • INGROIA, già magistrato. Alcuni componenti, quelli più ‘vicini’ – tra virgolette – alla nostra posizione, ci comunicarono, come indiscrezione, che stavamo rischiando di essere sottoposti a procedimento disciplinare perché avevamo osato ribellarci al capo.
  • FAVA, presidente della Commissione. Per la lettera che avevate scritto.
  • INGROIA, già magistrato. Per la lettera degli otto, perché altrimenti passava il principio che basta una ribellione di alcuni Pm per rimettere in discussione l’autorità del capo dell’ufficio.
  • FAVA, presidente della Commissione. Ovvero, basta una strage di mafia per esprimere qualche perplessità sulla sicurezza.
  • INGROIA, già magistrato. Esatto. Nel contempo, però, qualcuno consigliò a Giammanco, in modo – con tutto il rispetto del termine che userò – molto democristiano, di fare domanda per andare via, andare in Cassazione. Così lui fece e il CSM ha chiuso: non era accaduto nulla, nessuno era stato sottoposto a procedimento disciplinare, Giammanco aveva tolto il disturbo. Poi venne Caselli e tutto passò in cavalleria.

L’ex Pm non si risparmia, in conclusione, un’ulteriore riflessione su quella secretazione durata decenni.

  • INGROIA, già magistrato. In occasione di un anniversario, non ricordo quale, il CSM si vantò di avere proceduto alla desecretazione di tutte le audizioni che riguardavano Falcone e Borsellino: vero, furono desecretate quelle in cui avevano parlato loro, Falcone e Borsellino, da vivi. Ma rimasero segrete le audizioni successive, quando loro erano morti.

 

Il procuratore capo Giammanco e l’isolamento di Paolo Borsellino

A Giammanco si attribuisce, in quei due anni palermitani, il lento ma determinato e costante esercizio di isolamento professionale, prima nei confronti di Falcone (che a quella condizione di solitudine si sottrarrà accettando nel 1991 la proposta del ministro Martelli di lavorare alla guida dell’ufficio Affari Penali a Roma), poi verso Paolo Borsellino, tenuto per mesi ai margini delle inchieste giudiziarie più importanti sulla Cosa nostra palermitana. Almeno fino a poche ore prima della morte, quando ricevette un’inaspettata ed ancora non decifrabile telefonata da parte di Giammanco (ne parleremo più avanti) che gli comunicava di volergli finalmente affidare le principali inchieste sulla mafia palermitane. Un atto tardivo di resipiscenza: sono le 7.00 del mattino di domenica 19 luglio e a Paolo Borsellino restano solo dieci ore di vita.

Il nuovo capo della Procura

La scelta di indicare Giammanco alla guida della Procura, due anni prima, s’era portata dietro critiche e preoccupazioni, emerse anche nel voto non unanime del plenum del CSM.

Esplicita la preoccupazione manifestata, in occasione di quel voto, da alcuni consiglieri di Palazzo dei Marescialli. Come ebbe modo di dichiarare l’area vicina a Massimo Brutti, componente laico del consiglio, Giammanco appariva “un giudice troppo chiacchierato, un magistrato troppo schierato, troppo legato ai salotti dei potenti”. Si temeva, in particolare, la manifesta amicizia tra il dottor Giammanco e l’onorevole D’Acquisto, che era punto di forza politico ed elettorale di Salvo Lima a Palermo. Eppure, nonostante ci fosse questo elemento oggettivo di preoccupazione, nella votazione prevalse il dottor Giammanco. Perché? Lo abbiamo chiesto all’onorevole Brutti.

BRUTTI, già presidente del Comitato parlamentare di controllo sui Servizi segreti. Vi era un atteggiamento complessivo come ad assecondare una routine… All’interno della Procura di Palermo vi era un’accettazione più o meno convinta, pur considerando i limiti di questo magistrato… Noi fin dall’inizio ci opponemmo a Giammanco. Vi erano anche nel suo fascicolo personale tracce di queste molteplici attività che lo avevano portato ad avere contatti anche sul piano professionale con il mondo politico siciliano, con i gruppi dirigenti della Democrazia Cristiana, in un momento nel quale le correnti prevalenti della DC siciliana non erano particolarmente sensibili alle necessità di una lotta senza quartiere contro la minaccia mafiosa… Però ci rendemmo conto che sarebbe passato comunque Giammanco.

Giammanco, infatti, passa. Si insedia alla guida della Procura e vi trova Giovanni Falcone come suo aggiunto. Ma le riserve sulle sue frequentazioni si rivelano subito fondate. Il 12 marzo 1992 viene ucciso Salvo Lima: è l’inizio della resa dei conti fra i Corleonesi di Totò Riina e i vecchi protettori politici che non proteggono più. Eppure, per il procuratore Giammanco, Lima è solo un notabile e un amico da frequentare (in vita) e da onorare (in morte). Vorrebbe partecipare ai funerali, glielo impediscono quasi fisicamente, i suoi sostituti, come ha ricordato a questa Commissione il maresciallo Canale, audito in occasione della prima indagine sul depistaggio Borsellino:

CANALE, collaboratore di Borsellino. Quando fu della morte di Lima, Giammanco si stava preparando ad andare ai funerali di Lima, e lui (il dottor Borsellino) lo disse una collega: «sai, Giammanco sta andando da Lima!». Borsellino fece come un pazzo: da Lima? Ma di che stiamo parlando! Lui sta andando ai funerali di Lima!?

Le indagini sul delitto Lima

E ricorda Roberto Scarpinato, a proposito dell’omicidio Lima e delle indagini in Procura:

SCARPINATO, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo. Quando c’è l’omicidio Lima… io ho uno scontro personale con Giammanco perché voleva iscrivere l’omicidio nel registro degli omicidi normali non in quello degli omicidi di mafia. Ho detto: «ma stai scherzando che iscriviamo così l’omicidio Lima?».

Le indagini sul delitto Lima e l’organizzazione del lavoro all’interno della Procura di Palermo sanciscono una frattura definitiva tra il capo dell’ufficio e molti dei suoi PM. La profondità di quella frattura emergerà plasticamente il 24 giugno 1992, un mese dopo la strage di Capaci, quando la giornalista del Il Sole 24 Ore, Liana Milella, pubblica alcuni estratti dei cosiddetti “diari” di Giovanni Falcone: una serie di annotazioni del magistrato che vanno dal dicembre 1990 fino al 6 febbraio 1991, ossia poco prima che Falcone accettasse l’incarico romano offertogli dal ministro Martelli.

«È per questo che sono andato via da Palermo. Tienili questi fogli. Non si sa mai». Siamo nella seconda settimana di luglio dell’anno scorso e, dal 15 marzo, il giudice Giovanni Falcone si è trasferito a Roma per dirigere l’ufficio degli Affari penali del ministero della Giustizia. Come in tante altre occasioni si discute della sua decisione di lasciare il posto di Procuratore aggiunto a Palermo. «Che ci rimanevo a fare laggiù? Per fare polemiche ogni giorno? Per subire umiliazioni? Per non lavorare? O soltanto per fornire un alibi? No, meglio Roma. Qui al Ministero c’è tantissimo da fare. E alla mafia, anche da qui, si può dare molto fastidio».

 da Domani il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. 


Alta tensione alla procura di Palermo dopo la strage

  • Guido Lo Forte: “Le dimissioni sarebbero solo un grosso regalo a Riina. Non possiamo scrivere quest’ epitaffio sulla tomba di Paolo Borsellino”.
  • Vittorio Teresi: “La lotta alla mafia non e’ piu’ compito dei magistrati. Chi la fa muore e muore per nulla. Io non voglio morire per nulla”.
  • Alfredo Morvillo, fratello della moglie di Giovanni Falcone, Francesca: “Lo so, e’ triste ammetterlo ma, sino ad oggi, credo proprio che la consapevolezza che la mafia abbia vinto e’ incontestabile. Non vedo assolutamente alcuna speranza perche’, mancando Borsellino, allo stato non c’e’ piu’ alcuna persona in grado di coagulare in se’ il consenso oltre che riunirci per continuare le indagini”.
  • Ernesto Stajano: “Ci vuole un intervento delle forze di polizia e con strumenti diversi da quelli utilizzati fin qui”. Giammanco si dimettera’ ? – chiede il cronista del Corriere della Sera. “Non ne voglio parlare – risponde Stajano – Ma e’ certo che esistono delle difficolta’ anche sul piano personale per il procuratore capo che si trova a gestire una situazione d’ eccezionale gravita’ con una carenza obiettiva di strutture e di strumenti normativi. Non si puo’ rischiare la vita in queste condizioni. Vorrei correggere quello che ho detto: questa non e’ una guerra, questo e’ un massacro”. Sono le quattro del pomeriggio. La camera ardente e’ pronta.
  • Pio Marconi, consigliere “laico” (Psi) del CSM, taglia corto sulle accuse contro Giammanco: “Un magistrato coraggioso, che regge l’ ufficio con grande capacita’ ed e’ ingiustamente attaccato. Se siamo in guerra con la mafia, non possiamo delegittimare chi la combatte”.

28 luglio 1992 GIAMMANCO chiede il trasferimento

28 luglio 1992  Al termine di un’audizione a Roma di fronte al Csm sullo stato della giustizia palermitana il procuratore Pietro Giammanco legge una lettera con cui chiede ufficialmente di essere trasferito ad altro incarico. Durante l´audizione Giammanco sottolinea il pieno accordo che e’ sempre esistito sia con Giovanni Falcone (con lui qualche piccolo screzio dovuto alla differenza di temperamento, e giudicando semplici sfoghi le accuse contenute nel suo diario), da lui difeso proprio davanti al Csm, sia con Paolo Borsellino, al quale concedeva una delega ben piu’ ampia del dovuto e sul conto del quale proprio il giorno prima della strage si era espresso in termini lusinghieri, proponendolo per incarichi direttivi superiori. Giammanco rivendica la sua assoluta indipendenza dai partiti politici, esibendo le sue “medaglie antimafia” (“ho fatto perquisire immediatamente studi e abitazioni dell’europarlamentare Salvo Lima dopo la sua uccisione”) e giudica “un prodotto dell’ emotivita’ ” il documento degli otto sostituti palermitani dimissionari che definisce opportunisti e strumentalizzati politicamente.

Nello stesso giorno viene ascoltato dal CSM anche il PM palermitano Roberto Scarpinato, uno degli otto dimissionari, il quale dichiara: “Noi rinunceremo alle dimissioni solo a una condizione, che vengano assicurati i livelli di sicurezza adeguati per i magistrati e per le scorte. Occorre subito fare qualcosa, abbiamo chiesto un incontro col ministro Mancino, ma aspettiamo ancora una risposta. Comunque non si deve far credere alla gente che quello di Palermo sia un problema di faide tra magistrati. Non sono atteggiamenti personalistici. Si tratta di problemi di livello istituzionale. Qui parliamo di mafia, di vita o di morte negli uffici giudiziari”.


Pietro Giammanco

Da Wikipedia,  Pietro Giammanco (Bagheria, 13 marzo 1931 – Palermo, 2 dicembre 2018) è stato un magistrato italiano, già Procuratore capo presso il Tribunale di Palermo.  Inizia la carriera in magistratura. Nel 1969 è sostituto procuratore a Palermo, con il procuratore Pietro Scaglione[1] Diviene procuratore aggiunto a Palermonegli anni ’80, con procuratore capo Salvatore Curti Giardina. Era in stretti rapporti con l’ex presidente della Regione Mario D’Acquisto, il numero due della corrente andreottiana in Sicilia[2].

Nel giugno 1990 viene nominato procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, preferito all’altro “aggiunto” Giovanni Falcone[3]. Con Falcone va subito in rottura, così come con Paolo Borsellino per la decisione di affidargli anche indagini non legate a inchieste di mafia. Il giudice Antonino Caponnetto, intervistato nel 1996 da Gianni Minà nella trasmissione Storie (Rai 2), alla domanda «Chi ha distrutto il pool antimafia, Meli o Giammanco?», rispose: «Ognuno ha fatto la sua parte. Meli ha contribuito ad anticipare la chiusura dell’Ufficio istruzione, non coordinando più le indagini, esautorando Falcone, emarginandolo, smembrando i processi di mafia e vanificando tutto il lavoro fatto. Giammanco ha fatto la sua parte presso la procura della Repubblica, e ha emarginato anche lui Giovanni, con anticamere imposte, umiliazioni varie che lo portarono a Roma ad accettare un incarico ministeriale per fuggire da questa tagliola palermitana.»

Dopo la strage di via D’Amelio, il 19 luglio 1992, otto sostituti procuratori si rivoltano contro il procuratore capo al quale viene addebitata la responsabilità di avere progressivamente isolato Giovanni Falcone, inducendolo ad andare via dalla Procura di Palermo.[5] Quella clamorosa presa di posizione innesca un conflitto interno alla Procura di Palermo che costringe il Consiglio superiore della magistratura ad intervenire e induce il procuratore Giammanco a chiedere il trasferimento.[6] Al suo posto arriva Gian Carlo Caselli nel gennaio 1993.

Il 28 giugno 1992, il Giudice Borsellino apprende dell’informativa del ROS, spedita anche alla Procura di Palermo, di essere insieme ad altri possibili bersagli di un attentato mafioso. Il procuratore di Palermo Pietro Giammanco, destinatario ufficiale della nota riservata del ROS, non ha comunicato nulla al Giudice Borsellino, il quale appena rientrato a Palermo il 29 Giugno 1992, si precipita in procura e protesta, urla e si indigna, sferrando per la rabbia un pugno sul tavolo. Giammanco come risposta, farfuglia cose senza senso e rimane in silenzio.[7]

Giammanco venne trasferito in una sezione penale della Cassazione, andando in pensione nel 2000.