17 ottobre 1989 – Interrogatorio MARINO MANNOIA

 

TRIBUNALE DI PALERMO – UFFICIO ISTRUZIONE PROCESSI PENALI 

P R O C E S S O V E R B A L E – DI INTERROGATORIO DELL’IMPUTATO – EX ART. 348 BIS C.P.P.

L’anno millenovecentottanta 89 il giorno 17 del mese di ottobre alle ore 09.00 in Roma I.S.P. Viale Marconi. 

Avanti di noi Dr. Giovanni Falcone Giudice Istruttore presso il Tribunale di Palermo sez. 6^ assistiti dal sottoscritto coad. sup. Leopoldo Ingoglia. 

E’ presente il Procuratore della Repubblica Aggiunto dr. P. GIAMMANCO 

E’ comparso FRANCESCO MARINO MANNOIA il quale interrogato sulle sue generalità e ammonito sulle conseguenze cui si espone chi si rifiuta di darle o le dà false. 

Risponde: Sono FRANCESCO MARINO MANNOIA, già qualificato in atti. 

Si dà atto che è presente per esigenze istruttorie il dr. Francesco GRATTERI del Nucleo Centrale Anticrimine. Avvisato l’imputato che ai sensi dell’art. 1 legge 5.12.1969 n. 932 egli ha facoltà di non rispondere, salvo quanto disposto dall’art. 366 primo comma C.P.P., ma che anche se non risponde, si procederà oltre nelle indagini istruttorie, dichiara: SI intende rispondere. Quindi richiesto se abbia o voglia nominarsi un difensore, risponde: Si dà atto che non è presente il difensore di ufficio del MARINO MANNOIA, avv. Emilio RICCI, oralmente avvisato. 

Avevo trascurato di riferire, fra gli uomini d’onore appartenenti a Santa Maria di Gesù COMPAGNONE Nuccio, inteso PIO PIO, uomo d’onore che fà parte della nostra famiglia da circa vent’anni e che ha subito un lungo periodo di carcerazione (circa otto anni), venendo arrestato intorno al 1978 – 1979, per traffico di stupefacenti in via Maqueda nel Bar Virzì nei pressi del cinema Orfeo. Ovviamente non ho ancora parlato – e mi riservo di farlo in seguito – dei vecchi uomini d’onore che, come ho detto ieri, a seguito della ricomposizione della famiglia sono stati messi da parte, limitando a farne i nomi: INGRASSIA Andrea, ormai deceduto (suo figlio IGNAZIO, inteso il BOIA CANI, appartiene invece alla famiglia di Ciaculli ed è latitante negli Stati Uniti dove si è sposato con una sua cugina); il figlio di MOTISI Lillo di cui ho parlato io ieri, di cui non ricordo il nome e credo che abbia dei fratelli (io non l’ho mai frequentato); un altro MOTISI, che vive ad Agrigento dove è amico intimo di LOMBARDOZZI; (è sposato LABRUZZO e commercia nel settore della carne); MAZZOLA Emanuele, detto MILINCIANEDDA; LO VERDE Stefano (semplice omonimo di LO VERDE Giovanni, parente di quel LO VERDE direttore dell’agenzia di Falsomiele della C.R.A.M.; altro MONDINO Girolamo, cognato di FEDERICO Salvatore PINZETTA. Di tutti costoro io ignoro se e quale ruolo rivestano nella nuova strutturazione della famiglia. C’era presente anche nella nostra famiglia TERESI Pietro, cognato dei GRADO, inteso TESTA DI PUDDASTRA, nonchè i suoi cugini GAETANO e GRADO Antonino. Tutti e tre sono stati posti o meglio sono scappati dopo l’uccisione di BONTATE Stefano e GRADO Antonino è stato ucciso, insieme con MAFARA Franco. 

A D.R. 

Per quanto concerne l’uccisione di GRADO Antonino e MAFARA Franco sono in possesso di notizie certe che mi provengono dalle dichiarazioni, assolutamente unanimi, di tutti gli uomini d’onore con cui ho parlato di questi argomenti. Occorre premettere che io, CONTORNO Salvatore, VERNENGO Pietro, PULLARA’ Giovanni, GAETANO e GRADO Antonino, GIACONIA Stefano, FEDERICO Salvatore (PINZETTA), BONTATE Giovanni e TERESI Mimmo (poi divenuto Sottocapo) eravamo alle dirette dipendenze di BONTATE Stefano e che quindi eravamo ritenuti i suoi fedelissimi. 

Dopo l’uccisione di BONTATE Stefano, si creò una spaccatura in seno alla nostra famiglia, nel senso che vennero fuori palesemente gli attriti che covavano da tempo. I GRADO con VERNENGO Nino, “IL DOTTORE” e con CONTORNO Salvatore si erano appartati in una villa di Gibilrossa di proprietà dei GRADO e in un’altra di DI SIMONE Antonino “PISEDDA” (quest’ultimo non è uomo d’onore). Con essi vi era anche MAFARA Franco, uomo d’onore della famiglia di Brancaccio così come il fratello GIOVANNI e l’altro fratello SALVATORE, deceduto in uno degli incidenti aerei di Punta Raisi. Costoro nutrivano risentimento nei confronti degli uccisori di BONTATE Stefano e comunque erano estranei al complotto che, come appresso dirò, era stato addebitato a BONTATE Stefano come causale della sua eliminazione.In particolare, si addebitava al CONTORNO di esserne partecipe mentre egli ne era assolutamente all’oscuro. E il motivo di questa estraneità del CONTORNO agli addebiti riguardante il BONTATE è da ascrivere al fatto che, per il suo carattere impetuoso, specie negli ultimi tempi, era stato un pò tenuto in disparte dal BONTATE stesso. In realtà i veri motivi per la sua eliminazione risalivano a parecchi anni prima e cioè a quando egli non era ancora uomo d’onore e cioè alla fine degli anni 60 quando, cioè, egli, unitamente a me e a GRECO Pino “SCARPA” “andava correndo”; per motivi che riguardano sia le nostre attività illecite sia una vera e propria incompatibilità fra lui e “SCARPA”, nacque un vero e proprio contrasto tra i due. E questo fu il motivo principale per cui CONTORNO, – che così come il padre ANTONINO avrebbe dovuto, dato il luogo di nascita – divenne uomo d’onore della famiglia di Ciaculli, venne combinato in quella di Santa Maria di Gesù tramite i suoi cugini GRADO. Questo contrasto che, vivo BONTATE Stefano, non avrebbe potuto in alcun modo consentire l’uccisione del CONTORNO, divenne invece la spinta reale per la sua eliminazione perchè “scarpa”, in occasione della guerra di mafia, “si pulì i piedi”, nel senso che si liberò delle presenze ingombranti ed a lui sgradite; e CONTORNO, per la sua capacità, era uno di quelli più ingombranti. Per tali motivi, LO IACONO Pietro e PULLARA’ Giovanni chiesero a GRADO Antonino di portargli CONTORNO Salvatore, per la sua eliminazione. In realtà, GRADO Nino non si era reso conto che la sentenza di morte era anche per lui. Accadde che il GRADO sostanzialmente eluse questo ordine, assumendo che non aveva alcun contatto con il cugino, mentre invece, essendo stato pedinato, fu accertato che questi contatti vi erano. Più in particolare, si apprese che il CONTORNO si incontrava con i GRADO, a Cefalù, in un residence di tale COSTAGLIOLA. Venne dato dunque l’ordine di ucciderlo alle famiglie di Santa Maria di Gesù e di Ciaculli e si stabilì che, se il GRADO ed il MAFARA Franco, che camminavano sempre insieme, si fossero recati nel Baglio di BONTA’ Nino, avrebbero dovuto essere eliminati dalla nostra famiglia; se invece si fossero recati nel baglio di PRESTIFILIPPO Salvatore “BRUCIA MONTAGNA”, sarebbero stati uccisi dalla famiglia di Ciaculli. I due si recarono appunto in quest’ultimo baglio, o meglio, in un magazzino di pertinenza di PRESTIFILIPPO Salvatore, ed ivi furono strangolati dal PRESTIFILIPPO stesso, da PRESTIFILIPPO Mario. da GRECO Pino, da LUCCHESE Giuseppe , da MARCHESE Filippo e da altri componenti della famiglia di Ciaculli, di cui al momento non ricordo i nomi. In ogni caso, ne erano al corrente un pò tutti. Appresi anche i particolari dell’omicidio e cioè che, mentre MAFARA Franco scoppiò a piangere per il nervosismo, GRADO Nino rimase impassibile e lo esortò a comportarsi da uomo d’onore fino alla fine, dicendogli “fagli fare i cornuti e dì che si sbrighino”. MAFARA Franco era particolarmente infuriato e contestò, piangendo per la rabbia, a MARCHESE Filippo che egli veniva ucciso anche perchè la sua fabbrica di calcestruzzi dava ombra ad altra fabbrica di pertinenza di MARCHESE Filippo. In realtà ignoro dove siano finiti i corpi dei due. Quasi certamente detti corpi sono stati squagliati nell’acido ma non escludo che possano essere stati seppelliti. Infatti, l’acido non sempre era reperibile, per quel che ho sentito. 

A D.R. 

Pur essendo un abile chimico, come dimostrerò quando ci occuperemo del traffico degli stupefacenti, ignoro di che tipo di acido si tratti; so però che è un acido di colore rossastro potentissimo che normalmente viene usato anche nella lavorazione dell’argenteria. E, a scanso di equivoci, faccio presente che, il colore rossastro non è segno indicativo dell’acido bensì del fatto che è stato già usato e che presenta quindi delle scorie di lavorazione. Infatti se fosse puro dovrebbe essere incolore, almeno così ritengo. Posso dire che, per la lavorazione della morfina io usavo con altri, alcuni tipi di acidi tra cui l’acido solforico puro al 98% e l’acido cloridrico ma che, secondo quanto mi è stato detto, gli stessi, pur avendo la potenzialità di dissolvere un corpo umano non si prestano alla bisogna perchè non sono molto rapidi. Detti acidi vanno trasportati esclusivamente in contenitori di plastica perchè qualsiasi altro contenitore viene perforato. Mi risulta, secondo quanto mi è stato detto, che una delle prime famiglie ad usare questo sistema per la dissoluzione dei cadaveri degli uccisi è stata quella di INZERILLO Salvatore, a cominciare dal 1978 circa anche se ignoro in quale occasione. 

A D.R. 

Sempre per sentito dire, gli acidi con i residui o meglio con quanto rimane del corpo, venivano buttati dove era ritenuto più sicuro, come ad esempio qualche fognatura. 

A D.R. 

A parte questo metodo dell’acido, altri metodi venivano usati per la soppressione dei cadaveri; primo fra tutti quello del seppellimento in luoghi di difficile individuazione. A Palermo non c’è un unico cimitero della mafia, poichè ogni famiglia ha le sue “comodità” e cioè i luoghi che utilizza a tal fine e può capitare che in detti luoghi vengano seppelliti i cadaveri di persone uccise da altre famiglie. Io, forse, sarei in grado di individuare uno di questi luoghi perchè, passando per una via in zona di Villagrazia e in prossimità della villa di MARCHESE Mariano, ho avuto indicato da ADELFIO Franco, in un terreno scosceso posto a valle della strada, un dei luoghi usati dalla famiglia di Villagrazia per il seppellimento dei cadaveri. Detto terreno era incolto e usato come discarica occasionale ed abusiva. Non escluderei che i luoghi siano tutt’ora immutati poichè, parlando recentemente di questo argomento con lo stesso ADELFIO Franco, ho appreso che la situazione è ancora quella di una volta; anzi, l’ADELFIO era preoccupato che le rivelazioni di qualche pentito potessero fornire indicazioni su detta discarica. C’è da dire, però, che l’ADELFIO è ormai detenuto da sei anni e che ignoro, pertanto, se la situazione sia ancora quella di prima. Per quel che ne sò, mi è stato detto che in quella discarica sono stati seppelliti i cadaveri di LUCERA Liborio, di tale “SPATUZZA”, implicato nel sequestro MANDALA’ e non escluderei nemmeno il cadavere di LALLICATA Giovanni. In ogni caso, secondo l’ADELFIO, ve ne erano seppelliti parecchi. 

A D.R. 

LUCERA Liborio era un ladruncolo della Guadagna (abitante però nei pressi di Ballarò), il quale teneva in soggezione tutto il rione della Guadagna e che, un giorno, si permise anche di irridere BONTATE Stefano che aveva una guancia gonfia, credo per cause congenite e anche per gli effetti del rinculo del calcio del fucile. Il LUCERA fu prelevato a casa da DI FRANCO Giuseppe uomo d’onore della nostra famiglia ma che allora ancora non lo era, e fu portato da BONTATE Stefano che lo strangolò con altri della famiglia. 

A D.R. 

Del sequestro MANDALA’ ne parleremo in seguito. 

A D.R. 

Per quanto concerne l’omicidio di LALLICATA Giovanni, posso dire che quanto riferito da BUSCETTA Tommaso nel corso del suo confronto con CALO’ Giuseppe nel maxi processo, corrisponde al vero. Il LALLICATA era un validissimo membro della famiglia di Porta Nuova, molto legato a BUSCETTA Tommaso, ALBERTI Gerlando, BONTATE Stefano e BADALAMENTI Gaetano. Aveva, però, il vizio del gioco ed anche una situazione familiare ingarbugliata, poichè aveva un’amante di cui non faceva mistero, nonostante fosse regolarmente sposato; preciso meglio che ignoro se il LALLICATA fosse sposato ma la sua amante lo era sicuramente e aveva abbandonato il marito per vivere con lui. Proprio a causa di queste sue pecche, CALO’ Pippo gli aveva tolto la carica di capo decina che in precedenza gli aveva affidato. Il LALLICATA frequentava una casa da gioco clandestina, gestita da PALERMO Francesco e sita in via Mariano Stabile nei pressi del bar Vienna; detta casa era frequentata assiduamente anche da D’AGOSTINO Emanuele, uomo d’onore di Santa Maria di Gesù. Preciso che era soprattutto quest’ultimo a frequentare detta casa e che il LALLICATA giocava a carte anche con il D’AGOSTINO con cui veniva spesso in contrasto. Un giorno il D’AGOSTINO, tramite MISTRETTA Rosario (che non mi risulta essere uomo d’onore) ed altri fece dare una lezione a colpi di legno al gestore della casa suddetta, PALERMO Francesco, per motivi che io ignoro ma inerenti a vicende del gioco. Il PALERMO era parente alla lontana e di MILANO Nicola inteso IL RICCIO (uomo d’onore di Porta Nuova) e di LIPARI Giovanni “U TIGNUSO” (uomo d’onore della medesima famiglia). LALLICATA Giovanni, quindi, con gente della sua famiglia percosse selvaggiamente il MISTRETTA riducendolo in fin di vita e ciò, ovviamente, non fu gradito dal D’AGOSTINO. Inoltre il LALLICATA non gradì la sua retrocessione da capo decina e non faceva mistero del suo malcontento nei confronti di CALO’ Pippo, mentre mal tollerava le nuove leve inserite nella famiglia di Porta Nuova che avevano nei suoi confronti pari avversione (DI GIACOMO Giovanni, CILLARI Gioacchino, LO PRESTI Salvatore). CALO’ Pippo espresse queste sue lamentele nei confronti del LALLICATA e la COMMISSIONE lo autorizzò ad eliminarlo, cosa che fece personalmente insieme con altri della famiglia, portando poi il cadavere, sempre personalmente, nel fondo Magliocco a BONTATE Stefano, il quale ne dispose il seppellimento a cura della famiglia di Villagrazia, di cui allora era rappresentante SORCI Nino (NINO U RICCU); è quindi probabile che il cadavere del LALLICATA sia nella discarica di cui sopra. 

Preciso che CALO’ Pippo per uccidere il LALLICATA, in quanto uomo d’onore, aveva l’obbligo di ottenere il benestare da parte della COMMISSIONE; benestare che venne concesso a malincuore anche da BONTATE Stefano perchè, in effetti, i motivi addotti da CALO’ erano validi. 

In precedenza, però, non era così poichè il rappresentante poteva ordinare l’uccisione di un uomo d’onore della sua famiglia, così come il capo mandamento, purchè poi informasse la COMMISSIONE dei motivi di tale uccisione. Le cose cambiarono intorno al ’77 quando venne ucciso GRAZIANO Angelo, uomo d’onore del Borgo e Sottocapo, ad opera di RICCOBONO Rosario, rappresentante della famiglia di Partanna Mondello e capo mandamento anche del Borgo. Il GRAZIANO esternava la sua avversione nei confronti del RICCOBONO che riteneva troppo invadente ma quest’ultimo lo fece uccidere sostenendo, poi, che quest’ultimo molestava la moglie di un altro uomo d’onore, di cui adesso non ricordo il nome. In realtà, a parte la perplessità sulla fondatezza di quest’ultimo motivo, i veri motivi dell’uccisione del GRAZIANO erano la sua ribellione rispetto a RICCOBONO Rosario e la sua amicizia con SCARPA e con i corleonesi. L’uomo d’onore testimoniò poi in COMMISSIONE di avere appreso da sua moglie che la stessa era stata molestata dal GRAZIANO e così la vicenda si chiuse, ma da allora, al fine di evitare iniziative avventate da parte dei rappresentanti e capi mandamento, si stabilì che per la eliminazione di un uomo d’onore occorresse la previa deliberazione da parte della COMMISSIONE, con l’unica eccezione, introdotta nel corso della guerra di mafia che qualsiasi uomo d’onore poteva in qualsiasi momento e in qualunque posto doveva, ove le condizioni ambientali lo consentissero, uccidere quelli degli “scappati” che incontrava. In sostanza c’era l’ordine generale di uccidere tutti coloro che facevano parte dello schieramento avversario. 

A D.R. 

Per quanto concerne VERNENGO Pietro, debbo dire che il gruppo dei fedelissimi di BONTATE Stefano contava molto sul suo apporto, una volta che egli fosse stato dimesso dal carcere dove si trovava al momento dell’uccisione del BONTATE stesso. Il VERNENGO fu dimesso da un carcere della Calabria, dove durante la detenzione era stato avvicinato da GRADO Antonio, e aveva promesso il suo appoggio. Invece, dimesso, ebbe un incontro con RIINA Totò e passò dalla parte dei corleonesi. Questo passaggio al campo avverso venne agevolato dal fatto che la madre del VERNENGO, sorella di mia nonna NUCCIO Bernarda, era originaria di Corleone per cui il VERNENGO era in qualche modo originario di Corleone. Inoltre, fin dagli anni ’70 il VERNENGO Pietro era legato alla amicizia di RIINA. Del resto, debbo dire che il percorso di VERNENGO Pietro, in qualche modo è analogo al mio. Anche io, come il VERNENGO, ero legato da profonda amicizia a BONTATE Stefano e ho vissuto come assoluta ingiustizia l’uccisione di quest’ultimo; tuttavia, non avevo alcuna possibilità di reagire. A differenza, però, di VERNENGO Pietro, la mia adesione ai nuovi equilibri di Cosa Nostra è stato un fatto puramente tattico, per evitare cioè di essere sopraffatto come tanti altri. E debbo dire che ho saputo recitare bene la mia parte perchè fino ad ora sono stato sempre portato in un palmo di mano, tanto che mio fratello AGOSTINO è stato fatto uomo d’onore, mentre io ero in carcere a Novara, a primavera inoltrata del 1985, (quando ancora non aveva diciannove anni) nella famiglia di Ciaculli alle dipendenze quindi di Pino SCARPA. 

A questo punto (ore 12.40) si sospende l’interrogatorio che proseguirà alle ore 15.30 di oggi. 

Letto, confermato e sottoscritto. 

Successivamente il 17.10.89 alle ore 16.00, davanti all’Ufficio come sopra costituito è nuovamente comparso l’imputato MARINO MANNOIA Francesco. 

A D.R. 

Sono a conoscenza di qualcosa riguardante l’omicidio di D’ONUFRIO avvenuto in Ciaculli nella primavera di quest’anno. 

Debbo premettere che nella famiglia di Ciaculli in questo periodo il gruppo di fuoco era composto soprattutto da TINNIRELLO Renzino (anche se è Sottocapo della famiglia di Corso dei Mille), di età inferiore ai trent’anni, magro e di statura leggermente inferiore alla mia; DRAGO Giovanni (famiglia di Corso dei Mille imparentato coi MARCHESE), GRAVIANO Giuseppe (della famiglia di Brancaccio), LUCCHESE Giuseppe, TAGLIAVIA Francesco figlio di PIETRO (capo decina di Corso dei Mille), mio fratello AGOSTINO. Altri personaggi di spicco quali Killer del mandamento sono SALERNO Pietro (famiglia di Ciaculli), tale “MADONNA” dovrebbe essere un TINNIRELLO figlio di GIUSEPPE, cognato di GIULIANO Giuseppe, inteso “FOLONARI” anch’egli uomo d’onore di Corso dei Mille, i cui documenti d’entità solitamente vengono usati da LUCCHESE Giuseppe. LA ROSA Filippo (uno dei due LA ROSA gemelli, della famiglia di Ciaculli), tale NANDO (cognato di TAGLIAVIA Francesco, anch’egli uomo d’onore di Corso dei Mille). Faccio presente che il MADONNA è stato ferito ad un braccio accidentalmente da uno dei correi in occasione del primo attentato a FICI Giovanni e porta al braccio un ferro ortopedico; inoltre, ricordo di avere incontrato il NANDO, per la prima ed unica volta quando sono stato accompagnato a casa di mia madre, in via Ponte di Mare 91, credo il 6 aprile 89, per visitare la salma di mia nonna. Mio fratello AGOSTINO me lo presentò nelle scale come uomo d’onore, facendomi capire con gli occhi e con la mimica facciale che era quel NANDO di cui mi aveva parlato nei suoi colloqui carcerari con me. 

Per tornare all’omicidio D’ONUFRIO, preciso che, incuriosito dalle notizie di stampa riferentesi a tale omicidio, in cui si parlava anche del fatto che la macchina del D’ONUFRIO era stata fermata con una carica esplosiva, chiesi chiarimenti a mio fratello. Egli mi rispose che il D’ONUFRIO era stato ucciso perchè nella borgata di Ciaculli, parlava troppo e soprattutto perchè lodava i tempi antichi in cui c’erano persone come GRECO Pinè, esprimendo dissenso e disapprovazione rispetto ai reggitori attuali della mafia di Ciaculli. Agostino mi disse che l’omicidio era stato commesso da lui e da LUCCHESE Giuseppe, con ciò intendendo dire, come ovvio nel nostro ambiente, che erano stati essi a sparare materialmente al D’ONUFRIO; era chiaro, peraltro, che altri avevano partecipato all’operazione in funzione di copertura. Anzi, mi precisò che lo stesso LUCCHESE gli aveva detto di sparare i colpi di grazia al D’ONUFRIO perchè esso LUCCHESE aveva ribrezzo perfino a sparare contro una persona come il D’ONUFRIO. Quando, poi, io gli chiesi cosa c’era di vero nella notizia riportata dalla stampa circa l’uso di esplosivo nel vano motore per fermare l’autovettura (fatto questo del tutto inusuale nelle tecniche operative di Cosa Nostra), AGOSTINO mi rispose che non era vero niente e che, in realtà, era accaduto che la vittima aveva tenuto il piede poggiato sull’acceleratore e che ciò aveva provocato lo sbiellamento del motore. Prendo atto che, secondo quanto lei mi riferisce, una perizia balistica avrebbe accertato che, invece, una piccola carica esplosiva sarebbe stata adoperata per fermare la vettura. Non ho altro da aggiungere se non che AGOSTINO mi ha riferito quanto io ho testè detto e cioè che ha decisamente escluso l’uso di cariche esplosive di ogni genere. Vorrei aggiungere che il D’ONUFRIO non era affatto pericoloso e che non vi era quindi alcun motivo per adottare particolari e sofisticati accorgimenti per ucciderlo; “avrebbero potuto ucciderlo pure a colpi di pietra”. Inoltre, dato il luogo dove è avvenuto l’attentato, faccio rilevare che la macchina si sarebbe comunque potuta fermare per la confluenza con altra strada, per cui anche sotto questo aspetto non vi era alcun motivo per adottare cariche esplosive. Infine, visto che una carica esplosiva era stata applicata, sarebbe stato più logico metterne una con potenzialità tale da portare a termine l’attentato. 

A D.R. 

AGOSTINO mi disse solo che il D’ONUFRIO era un chiaccherone e che parlava bene di GRECO Pinè e male degli attuali capi di Ciaculli; anche se probabilmente non era nemmeno in grado di conoscere i loro nominativi. Agostino non mi fornì altri particolari e, poichè lei me lo chiede, escludo che mi abbia parlato di contatti, verificati o presunti del D’ONUFRIO con BUSCETTA Tommaso. 

A D.R. 

In seno a Cosa Nostra non si è mai saputo che BUSCETTA Tommaso sia venuto a Palermo e non riesco a comprendere per quale motivo sarebbe dovuto venire. Faccio presente che quando CONTORNO cominciò a collaborare e, più precisamente, agli inizi del 1985 si seppe subito la notizia che egli effettuava dei sopralluoghi con la polizia. Anzi, ricordo che per un certo periodo fu custodito in una caserma di Mondello e che si meditava di compiere un assalto a detta caserma per eliminarlo. L’operazione non andò in porto perchè il CONTORNO fu tolto da detta caserma e fu spostato in locali della Questura Centrale. 

A D.R. 

L’attentato era stato organizzato dalla COMMISSIONE ma i più attivi erano MADONIA Nino, SCARPA Pino, LUCCHESE Giuseppe, GAMBINO Pippo, U TIGNUSU. Essi erano decisi a tutto e l’attentato avrebbe comportato un massiccio uso di uomini e di mezzi; inoltre era previsto ed accertato che qualcuno degli assalitori potesse rimanere sul campo. Questo è stato il motivo per cui l’organizzazione dell’attentato comportò alcuni giorni di tempo e, nel frattempo, il CONTORNO fu spostato. 

A D.R. 

Non mi risulta nulla di specifico circa fughe di notizie concernenti i luoghi in cui il CONTORNO era custodito a Palermo. Sò anche, poichè dette notizie trapelavano fuori dalla polizia, che il CONTORNO nel commissariato di Mondello (tale è la caserma), è stato interrogato dalla polizia riferendo fatti, di non particolare rilievo, che comunque sono stati riferiti a Cosa Nostra. Il CONTORNO è stato notato anche nei vari sopralluoghi e mi è stato detto che in alcuni degli stessi indossava un giubbotto scuro. 

A D.R. 

Per quanto concerne l’omicidio di PRESTIFILIPPO Mario sò quanto mi è stato riferito da mio fratello AGOSTINO. Dopo l’uccisione del PRESTIFILIPPO, LUCCHESE Giuseppe diede l’incarico ad Agostino di incendiare, insieme con SALERNO Pietro , la casa di GRECO Pinè e di GRECO Giovannello site a Ciaculli, in modo che apparisse chiaro che l’omicidio del PRESTIFILIPPO era opera degli “scappati”. In quel periodo, PUCCIO Vincenzo che aveva già ucciso SCARPA Pino era già stato arrestato e commentò questa mossa con disprezzo essendo “da sbirri” far ricadere su altri le colpe di fatti con commessi da questi ultimi. Successivamente il LUCCHESE spiegò ad Agostino i motivi della uccisione di PRESTIFILIPPO Mario. Quest’ultimo, che era consigliere della famiglia di Ciaculli al momento della eliminazione di GRECO Pino, non solo non ne era stato messo al corrente ma era nettamente contrario. Ed era logico che il PRESTIFILIPPO non ne fosse informato: essendo egli un tutt’uno con SCARPA Pino, ne avrebbe sicuramente informato quest’ultimo e si sarebbe aperta una repressione sanguinosissima. Il PRESTIFILIPPO non faceva mistero del suo dissenso per l’uccisione dello SCARPA ed anzi sottolineava che persone come PUCCIO Vincenzo e LUCCHESE Giuseppe, nuovo della borgata di Ciaculli e sotto sommato degli intrusi nella loro famiglia, avevano rivoluzionato la situazione, indebolendo la famiglia e lasciandola alla mercè di RIINA Totò e del suo gruppo. Conseguentemente, PRESTIFILIPPO Mario si era estraneato dalle attività della famiglia. Giunse quindi, secondo quanto il LUCCHESE riferì a mio fratello, l’ordine di eliminare PRESTIFILIPPO Mario e detto omicidio fu commesso in Bagheria dal LUCCHESE medesimo, da MONTALTO Giuseppe, da GRAVIANO Giuseppe e da EUCALIPTUS Nicola, reggente della famiglia di Bagheria insieme con MINEO Gino; se mal non ricordo era presente anche MADONIA Antonino. Data la composizione del gruppo, mi sembra opportuno sottolineare quanto fosse importante l’omicidio in questione dato che erano stati impiegati gli uomini migliori. Soggiungo che insieme con PRESTIFILIPPO Mario avrebbe dovuto essere ucciso anche il fratello GIUSEPPE ma che ciò non potè avvenire perchè il Giuseppe, diverso tempo prima dell’uccisione di PRESTIFILIPPO Mario era stato arrestato. Al riguardo preciso che, all’atto dell’arresto di PRESTIFILIPPO Giuseppe e di suo padre GIOVANNI, avvenuto in Termini Imerese, il fratello Mario sfuggì per un soffio alla cattura perchè si era allontanato dalla casa dei predetti qualche minuto prima. 

Ho appreso da PUCCIO Vincenzo che, dopo l’uccisione di PRESTIFILIPPO Mario, mentre egli era detenuto con PRESTIFILIPPO Giuseppe nel carcere di Ariano Irpino, aveva ricevuto l’ordine di Cosa Nostra, trasmessogli in un colloquio dal fratello PUCCIO Pietro, di uccidere in carcere anche PRESTIFILIPPO Giuseppe. Quest’ordine era secondo le regole di Cosa Nostra perchè chiunque si trova in carcere di tale organizzazione, anche se riveste le più alte cariche (PUCCIO Vincenzo era capo mandamento di fatto) deve obbedire agli ordini provenienti dall’esterno; non era, invece, secondo le regole uccidere nel carcere degli uomini d’onore poichè nel passato il carcere è stato sempre un luogo neutrale. Comunque, PUCCIO Vincenzo si rese conto che in tale maniera si tentava di incastrarlo in un omicidio in modo da non farlo uscire più dal carcere e pose, pertanto, in essere una mossa molto abile; chiamò a sè MADONIA Giuseppe, uomo d’onore della famiglia di Resuttana il quale come tale non si poteva rifiutare, e gli ordinò di partecipare con alla eliminazione in carcere di PRESTIFILIPPO Giuseppe. A questo punto, arrivò dall’esterno il contr’ordine e di cioè di soprassedere. Il PUCCIO, infatti, sapeva bene che il padre di MADONIA Giuseppe, FRANCESCO, non avrebbe consentito a coinvolgere il figlio in un crimine tanto grave che avrebbe comportato lunghissimi anni di detenzione in carcere. Preciso che la situazione processuale del PUCCIO in quel periodo era abbastanza favorevole poichè la Cassazione aveva già annullato la sentenza di condanna per l’omicidio del capitano BASILE (almeno credo) e, inoltre, nel c.d. maxi processo era imputato soltanto di associazione mafiosa; inoltre non doveva scontare alcuna pena definitiva di rilievo. A D.R. Per quanto concerne l’omicidio di INSALACO Giuseppe, posso dire soltanto che ho chiesto informazioni a mio fratello AGOSTINO, il quale mi ha detto di non saperne nulla ma che sicuramente era un omicidio deliberato dalla COMMISSIONE e attuato in zona il cui capo mandamento non poteva esserne al corrente. Poichè lei mi ricorda che l’omicidio è avvenuto il 9 gennaio 1988 in via Alfredo Cesareo, faccio presente che quella è la zona del mandamento di Resuttana capeggiato dai MADONIA. A prescindere infatti dalla titolarità formale della carica di capo mandamento, è la famiglia dei MADONIA che comanda. Io conosco personalmente come uomini d’onore MADONIA Francesco e i suoi figli GIUSEPPE, ANTONINO e SALVATORE; conosco anche il più giovane dei figli, ALDO, per averlo visto a colloquio in carcere, ma non sò dire se sia uomo d’onore perchè non mi è mai stato presentato come tale, nè mai mi è stato detto che lo fosse. Quando erano liberi tutti, ad eccezione di SALVATORE, colui che tirava effettivamente le fila era MADONIA Nino, e LUCCHESE Giuseppe non faceva nulla di eclatante se non c’era anche presente anche MADONIA Nino. Durante la detenzione di MADONIA Nino – che è l’uomo più fidato dei corleonesi a Palermo – il suo posto è stato preso dal fratello SALVATORE che nel frattempo ne era stato scarcerato per decorrenza termini del c.d. maxi processo. Per ritornare ad INSALACO a me risulta soltanto che BONTATE Stefano lo sosteneva elettoralmente ma senza eccessivo entusiasmo, anche perchè era un personaggio discusso. Ricordo in particolare che il terreno dei sordomuti, acquistato formalmente da SACCONE Orazio inteso MICHELE, era in realtà comune a BONTATE Stefano; anzi in un primo tempo, anch’io avevo pensato di acquistare ad un prezzo particolarmente vantaggioso (circa 5.000 lire a mq.). Poichè però il SACCONE era disposto a vendermelo al prezzo unitario di lire 25.000 – 30.000 mq., desistetti dalla mia richiesta; io intendevo acquistarlo in società con i miei parenti VERNENGO, ciò avvenne intorno al 1978. BONTATE Stefano invece aveva molto stima nei confronti del sindaco MARTELLUCCI ma ignoro quali rapporti vi fossero tra i due se non che il BONTATE diceva del MARTELLUCCI che questi era una persona seria. BONTATE Stefano, invece, non nutriva nessuna stima nei confronti di CIANCIMINO Vito del quale diceva che era legatissimo a RIINA Totò e a CALO’ Pippo e che contava di fare affari molto lucrosi col risanamento di quella parte del centro storico di Palermo comunemente intesa come zona di piazza Magione. 

A.D.R. 

BONANNO Armando è sicuramente scomparso. Ho appreso tale notizia nell’ultima fase del processo BASILE, direttamente da PUCCIO Vincenzo e la notizia mi è stata confermata un pò da tutti in seno a Cosa Nostra. Al riguardo il PUCCIO mi ha detto che dopo l’uccisione di CAROLLO Gaetano, sotto capo della famiglia di Resuttana, BONANNO Armando avrebbe preteso di prenderne il posto dati i suoi notevoli trascorsi in seno a Cosa Nostra. Poichè ciò non avvenne, BONANNO Armando manifestava pubblicamente il suo malcontento e ciò aveva provocato la sua eliminazione. Quanto al CAROLLO Gaetano, ne ignoro i motivi della sua eliminazione ed anche gli autori ma certamente si è trattato di un fatto interno alla sua famiglia; ho appreso anche che è scomparso anche un figlio di CAROLLO Gaetano, anch’egli uomo d’ onore di Resuttana. Il CAROLLO lavorava moltissimo con la droga sulla piazza di Milano e parecchia droga gli veniva prodotta da GRECO Carlo; io stesso ho lavorato per conto del CAROLLO, producendo 25 kg. di una sostanza da taglio denominata tropina. Detto incarico mi è stato dato però dal GRECO, per cui non ho avuto direttamente rapporti col CAROLLO. Il CAROLLO a Milano si univa con i PERNA uno dei quali era uomo d’onore del Borgo ed è stato ucciso un paio di anni fà credo in piazza San Domenico; altri due PERNA sono spariti. Se mal non ricordo, l’uomo d’onore era da noi chiamato PERNA Giovanni ma credo che il suo vero nome fosse FRANCESCO. 

A D.R. Per quanto riguarda l’omicidio del capitano D’ALEO, non ho ricordi ben precisi ma mi risulta, perchè tutto questo è noto in Cosa Nostra, che detto omicidio non è altro che la prosecuzione dell’omicidio del capitano BASILE, di cui sono sicuramente autori, insieme con altri, i tre PUCCIO Vincenzo, MADONIA Giuseppe e BONANNO Armando. Ciò mi è stato confermato esplicitamente da PUCCIO Vincenzo, il quale mi ricordava, con una certa ironia, la banalità della giustificazione offerta dal MADONIA che, quando i tre vennero fermati dai carabinieri, assumeva di essersi inaccherato i pantaloni perchè era salito su di un albero per raccogliere della frutta. Inoltre, in seguito, quando un giorno PUCCIO Vincenzo mi chiese di preparargli un passaporto (io so preparare documenti falsi e me ne servivo per la mia latitanza, favorendo ogni tanto un amico), mi diede tra l’altro la fotografia da incollare sul passaporto in cui egli, per effetto della permanente aveva i capelli molto ricci ed appariva irriconoscibile. A questo punto, in mia presenza, GRECO Pino SCARPA, vedendo anch’egli la fotografia e ridendo, disse al PUCCIO che quella donna (riferendosi alla moglie del capitano BASILE) non aveva torto quando, parlando di uno dei killers di suo marito, aveva detto che le sembrava un diavolo. Il BASILE è stato ucciso perchè era un funzionario molto abile e preparato e recava notevole fastidio BRUSCA Bernardo, in quanto capo mandamento anche della famiglia di Altofonte, dove il capitano D’ALEO per quanto di diceva in seno a Cosa Nostra, è stato ucciso perchè aveva tentato di proseguire l’opera intrapresa dal capitano BASILE là dove la prematura morte di quest’ultimo ne aveva impedito la prosecuzione. In quel periodo, il gruppo di fuoco era quello stesso ci cui ho parlato a proposito dell’omicidio LA TORRE e non è pensabile che altri possa aver commesso detto omicidio. E’ da escludere, peraltro, MARCHESE Filippo perchè, a quel tempo, era già stato ucciso. 

Spontaneamente soggiunge: in sostanza i due suddetti ufficiali sono stati uccisi per la loro solerzia. Lo stesso dicasi per BORIS GIULIANO che venne ucciso per la sua complessiva attività di funzionario di polizia ma soprattutto perchè aveva sequestrato una valigia di dollari, provenienti dal traffico di stupefacenti e dagli Stati Uniti, di pertinenza di BONTATE Stefano e di INZERILLO Salvatore. L’omicidio fu deliberato in COMMISSIONE e per quanto si diceva in seno a Cosa Nostra, autore materiale di detto omicidio è stato BAGARELLA Leoluca, ma erano presenti anche MARCHESE Pietro, GRECO Pino “SCARPA” ed altri. Faccio rilevare che anche questo omicidio, avvenuto all’interno di un bar nei pressi del cinema Lux, è stato consumato in zona controllata dalla famiglia di MADONIA Francesco. Sò anche che il proprietario o gestore del bar è parente di SIRACUSA Vito, il quale lo dissuase dall’effettuare riconoscimenti di alcun genere. Il SIRACUSA non è uomo d’onore ma molto amico di CUCUZZA Salvatore, uomo d’onore del Borgo, e di GRECO Pino “SCARPA”. 

A questo punto (ore 20.00) si rinvia l’interrogatorio a domani 18.10.1989 ore 9.00. 

Letto, confermato e sottoscritto. 

F.TO: G. FALCONE, L. INGOGLIA, P. GIAMMANCO, MARINO MANNOIA