L’Italia nell’età selvaggia
Ci siamo inoltrati nell’età selvaggia, del ferro e del fuoco. Il 30% degli italiani adesso ha una convinzione inaudita: le autocrazie sono più adatte allo spirito dei tempi. Il Grande Debito inaugura il secolo delle società post-welfare. L’Italia spende più per interessi (85,6 miliardi) che per investimenti (78,3 miliardi): superano dieci volte le risorse destinate alla protezione dell’ambiente (7,8 miliardi). Il lungo autunno industriale rischia di scivolare nel gelido inverno della deindustrializzazione (non basta l’antidoto del riarmo). E sale la febbre del ceto medio, nonostante l’arte arrangiatoria degli italiani. CENSIS
La fiducia dei cittadini nei confronti del sistema delle Istituzioni passa dal 33,1% del 2024 all’attuale 36,5%.
Allo stesso tempo, si erode il consenso con quasi il 3% di italiani in meno tra quanti indicano la propria fiducia aumentata: erano il 12,1% nel 2024, scendono oggi al 9,4%.
In queste due prime opzioni considerate si sposta dunque una parte di quanti lo scorso anno riferivano una fiducia invariata (il 40,2%, diventati nel 2025 il 37,6%).
Contemporaneamente, aumenta il numero di coloro i quali non hanno saputo o non hanno voluto fornire una risposta: dal 14,6% al 16,5%. Si colgono pertanto segnali non particolarmente incoraggianti rispetto ad un andamento che sembrava essere, negli ultimi anni, se non positivo, almeno tendenzialmente stabile.
La fiducia, letta in un’ottica complessiva rispetto agli Enti pubblici e privati che per i cittadini si possono annoverare alla voce “Istituzioni”, ha bisogno di essere osservata con più attenzione attraverso la specificità delle diverse categorie di riferimento. E questo può restituirci un’immagine più dettagliata di un sentiment dalle diverse gradazioni, non uguale per tutte le Istituzioni prese in considerazione.
Il Presidente della Repubblica: aumenta ancora il consenso. Già nella precedente edizione del Rapporto Italia i risultati dell’indagine presso i cittadini sottolineavano una particolare affezione per la figura del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un consenso che, guardando ai dati in serie storica, è cresciuto e si è rinsaldato nel tempo.
L’immagine rassicurante, divenuta orami per tutti noi familiare, del Capo dello Stato aveva raccolto lo scorso anno tra i cittadini italiani un elevato livello di fiducia con il 60,8% delle indicazioni positive.
La capacità di catalizzare consensi vede la figura del Presidente Mattarella avanzare ancora nell’indagine campionaria riferita al 2025: il 63,6% dei cittadini dichiara infatti la propria fiducia. Un risultato particolarmente incisivo, ancor più se letto in comparazione con le altre Istituzioni tradizionalmente prese in considerazione dal Rapporto.
Il Presidente della Repubblica, che è un moderato, risulta infatti amatissimo tra gli elettori di centro-destra, dove a dirsi fiduciosi sono il 70,6% e, in maniera ancora più diffusa. tra quanti si collocano politicamente a destra: ben il 79,5% di questi ultimi ha fiducia in Mattarella. Mentre invece un tasso meno consistente, sebbene su percentuali di fiducia che restano elevate, si evidenzia tra coloro che si riconoscono politicamente nell’area di centro-sinistra (67,9%), seguiti dagli elettori di sinistra (66%), di centro (65,5%) e tra i Cinque Stelle (62,3%). Un ultimo dato, quello riferibile a quanti non si riconoscono in alcuno degli attuali schieramenti politici, è più contenuto ed è evidentemente decisivo nello spingere il trend dei consensi complessivi verso il basso (50,2%).
Le due Camere. Se nel 2023 i fiduciosi nei confronti del Parlamento rappresentavano il 30%, nel 2024 raggiungevano un terzo dei cittadini, il 33,6%, mentre nel 2025 il loro numero si erode fino al 25,4%. È importante sottolineare che un cittadino su dieci non ha saputo o voluto esprimersi su questo argomento.
La Magistratura. Così come nel dibattito pubblico, anche nell’indagine di quest’anno il giudizio nei confronti della Magistratura divide metà il campione con una preponderanza del numero degli sfiduciati, mentre questa proporzione era inversa nella rilevazione del 2024. a Se nel 2025 a dirsi fiducioso è, infatti, il 43,9% degli italiani, il 46,5% si esprime, al contrario, in maniera negativa. Le mancate risposte rappresentano invece circa il 10%. A ciò si aggiunga che il numero dei consensi è in calo rispetto al 2024 di circa 3 punti percentuali. L’attrito tra maggioranza e Magistratura, evidente negli ultimi mesi, sembra non aver intaccato la fiducia degli elettori che si dichiarano di destra e che nel 62,4% dei casi si sentono fiduciosi (molto e abbastanza) nei confronti della Magistratura. Ma ancora di più, questa categoria politica è, tra tutte, quella dove l’apprezzamento è massimo in termini percentuali. Sul versante opposto, i Pentastellati, per i quali il consenso è meno connotato (40%) e soprattutto coloro i quali non si riconoscono in alcuno schieramento politico tra i quali appena il 28,9% si sente fiducioso.
L’Esecutivo. Così come rilevato per il Parlamento, anche l’apprezzamento per l’operato del Governo vive nel 2025 una battuta d’arresto.
Osservando la serie storica dei dati raccolti in poco più degli ultimi vent’anni – quindi tra il 2013 e il 2025 emerge con evidenza una distanza importante tra cittadini e Governo con un grado di fiducia registrato molto più basso nei primi anni considerati e che si è poi attestato più recentemente sull’indicazione, positiva, data da circa tre cittadini su dieci.
Nel 2023 e 2024 il gradimento nei confronti dell’attuale Governo era, rispettivamente, al 34,3% e al 36,2%. Quest’anno, invece, il tasso di fiducia scende di diversi punti percentuali (-6%) ed arriva a superare appena il 30%.
Sul risultato ottenuto dal Governo impatta in maniere importante il giudizio dato da quanti si riconoscono nei partiti di opposizione. E ciò appare con chiarezza quando si osserva che solo il 5,6% di chi è di sinistra ripone la propria fiducia nell’Esecutivo; passando al centro-sinistra i giudizi positivi arrivano appena al 14,5%, lo stesso accade tra i 5 Stelle (19,2%); poco più di un cittadino su dieci tra chi non si sente politicamente rappresentato, infine, si dice fiducioso (12,8%).
I Presidenti di Regione, la fiducia sul territorio. Nel 2025, prevalgono quanti sentono di non riporre alcuna fiducia nei Governatori (complessivamente il 47,3%) rispetto alla quota dei fiduciosi (38,9%).
La lettura in serie storica del tasso di fiducia espresso nei confronti dei Presidenti di Regione indica che questo non si è spostato mai, negli anni considerati, verso una percentuale vicina al 50% dei valori rilevati. Dopo di che, la fiducia subisce alcune lievi oscillazioni da un anno all’altro, sebbene in generale è possibile affermare che i fiduciosi sono rappresentati in media da quattro cittadini su dieci. Non manca chi non ha voluto esprimere un giudizio (in media uno su dieci). I Governatori sono più apprezzati nelle Isole, dove la quota dei fiduciosi aumenta fino al 44,5%, e soprattutto nel Nord-Est (51,1%).
Il consenso nei confronti delle Forze dell’ordine. Come per Mattarella, anche per le Forze dell’ordine l’indagine mette in luce un particolare rapporto di affezione instaurato nel tempo con i cittadini. Infatti, pur con alcune oscillazioni, i risultati letti in serie storica a partire dal 2008 sono la conferma di una fiducia altissima e diffusa nei confronti dell’Arma dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Polizia di Stato.
In aggiunta a questa considerazione, concentrandosi sul passaggio da un anno all’altro, da una rilevazione all’altra, segnaliamo una ulteriore crescita del tasso di fiducia dopo la battuta d’arresto del 2023.
I consensi nei confronti dell’Arma dei Carabinieri aumentano passando dal 68,8% del 2024 al 71,6% del 2025.
Torna a crescere il sentimento di fiducia nella Polizia di Stato che nel 2024 raccoglieva il 63,5% dei giudizi positivi
Allo stesso modo guadagna punti la Guardia di Finanza che raggiunge il 71,9% dei consensi rispetto al 66,1% ottenuto nel 2024.
La Difesa Nel trend positivo che ha interessato quest’anno le Forze dell’ordine appare coerente l’ampio consenso ottenuto presso i cittadini dalle nostre Forze Armate. FONTE EURISPES 2026
Fiducia nelle istituzioni del Paese – Anno 2024
I dati dell’indagine multiscopo “Aspetti della vita quotidiana” consentono di descrivere l’evoluzione della fiducia dei cittadini verso le diverse istituzioni del Paese nel corso di oltre un decennio (2012-2024).
Le uniche istituzioni che ottengono costantemente livelli di fiducia più che sufficienti da parte dei cittadini sono i Vigili del fuoco, le Forze dell’ordine e il Presidente della Repubblica.
Per il resto, la fiducia nelle istituzioni della democrazia è sotto la sufficienza. Si tratta di caratteristiche di lungo periodo, stabili attraverso tutto il periodo analizzato. Nell’ultimo anno si registra una flessione generalizzata nei livelli di fiducia istituzionale (punteggi tra 6 e 10) rispetto al 2023, anno in cui la fiducia era cresciuta in modo significativo soprattutto verso il Parlamento italiano, il governo nazionale, i partiti politici e il Presidente della Repubblica.
Nel 2024, dopo anni di crescita costante, cala la fiducia verso le Forze dell’ordine, che torna ai livelli del 2018: la quota di cittadini che assegna un punteggio tra 6 e 10 scende, infatti, dal 76,2% del 2023 al 72,9% (era il 73,1% nel 2018). Nonostante continuino a occupare le ultime posizioni nella graduatoria delle istituzioni più affidabili secondo i cittadini, le istituzioni politiche hanno recuperato consenso dal 2012 in poi.
In oltre un decennio è aumentata la quota di cittadini che assegna a queste istituzioni un punteggio di fiducia almeno sufficiente: per il Parlamento italiano si è passati dal 22,9% nel 2012 al 40,8% nel 2024, per i governi regionali dal 25,5% al 40,9%, per il governo nazionale dal 24,3% al 37,3%, per i partiti politici dal 9,9% al 22,4%.
Più fiducia nei vigili del fuoco e meno nei partiti politici
Nel 2024, la graduatoria dei livelli di fiducia vede al primo posto i Vigili del fuoco con il 67,5% di persone di 14 anni e più che assegnano punteggi tra 8 e 10 e il 20,3% che dà un punteggio tra 6 e 7. Un giudizio sotto la sufficienza viene espresso dal 9,4% dei cittadini, di cui appena l’1,7% attribuisce un punteggio pari a zero. Anche le Forze dell’ordine godono di discreti livelli di fiducia, con la più elevata percentuale di persone di 14 anni e più che accordano punteggi compresi tra 6 e 7 (32,8%) e un’elevata quota di cittadini che esprime livelli di fiducia tra 8 e 10 (40,1%). Il calo dell’ultimo anno ha riguardato proprio la quota dei più fiduciosi (i punteggi tra 8 e 10 erano pari al 42,6% nel 2023).
All’ultimo posto della graduatoria si collocano i partiti politici, nonostante la ripresa degli ultimi anni (fino al 23,2% nel 2023): oltre una persona di 14 anni e più su cinque è completamente sfiduciata, ossia assegna un voto pari a zero, almeno una su due invece assegna un voto da 1 a 5.
Risultano più elevati i livelli di fiducia verso la figura istituzionale del Presidente della Repubblica, che riceve nel 45,2% dei casi punteggi tra 8 e 10, nel 23% dei casi la sufficienza piena (voti tra 6 e 7) e appena nel 7,6% dei casi completa sfiducia (punteggio pari a 0) da parte dei cittadini, confermandosi terza istituzione per livelli di fiducia accordati dalle persone di 14 anni e più.
Il sistema giudiziario si attesta più o meno a metà della graduatoria per la fiducia accordata dai cittadini, con il 44% di persone di 14 anni e più che esprimono livelli di fiducia pari o superiori a 6 (di cui il 15,3% compreso tra 8 e 10) e il 41,4% circa che assegna punteggi compresi tra 1 e 5.
Si posizionano a pari merito il Parlamento italiano e il Parlamento europeo: rispettivamente il 40,8% e il 40,2% di cittadini assegnano livelli di fiducia superiori o pari a 6 mentre il 13% di essi è completamente sfiduciato (punteggio pari a 0).
Tra le istituzioni locali, verosimilmente per la maggiore vicinanza al cittadino, riscuotono più consensi in termini di fiducia le amministrazioni comunali rispetto a quelle regionali, con una quota di punteggi compresi tra 6 e 10 pari al 50,0% per le prime (di cui nel 18,5% dei casi con punteggi tra 8 e 10) e al 40,9% per le seconde (13,3% con punteggi tra 8 e 10). Più diminuisce la vicinanza territoriale tra cittadini e istituzione di governo, più si riduce il livello di fiducia: verso il governo nazionale la percentuale di cittadini che danno un voto almeno sufficiente è pari al 37,3% (i voti compresi tra 8 e 10 sono il 13% circa).
Al Nord maggior fiducia verso le istituzioni locali e meno in quelle nazionali
La fiducia nelle istituzioni locali è più elevata nel Nord del Paese. La percentuale di persone che attribuiscono alla propria amministrazione comunale punteggi tra 6 e 10 è pari al 53,2% al Nord contro il 43,5% del Mezzogiorno. I livelli di fiducia nel governo comunale sono inoltre più elevati nei comuni di piccole dimensioni (il 56,3% di punteggi tra 6 e 10 si registrano in comuni fino a 10mila abitanti rispetto al 38% ottenuto nei comuni metropolitani) e in alcune realtà regionali (come in Veneto e nel Trentino Alto-Adige, dove quasi il 57% dei cittadini dà un voto di fiducia compreso tra 6 e 10).
Stessa situazione si riscontra per il governo regionale, con differenze di circa 10 punti percentuali tra Nord e Mezzogiorno nella quota di cittadini di 14 anni e più che assegnano voti di fiducia compresi tra 6 e 10 (rispettivamente il 45,6% contro il 35,9%). I punteggi più alti si registrano in Veneto, con il 57% dei cittadini che attribuisce un voto di fiducia tra 6 e 10, i più bassi in Molise, Sardegna e Sicilia, dove i punteggi compresi tra 6 e 10 variano tra il 28% e il 31%.
I livelli di fiducia dei cittadini verso il governo nazionale, invece, sono simili nelle diverse aree del Paese. Minori differenze territoriali si riscontrano anche nei livelli di fiducia verso il Parlamento italiano, che variano dal 39,5% del Nord al 42,7% del Centro. Nel caso del Parlamento europeo i livelli di fiducia, simili a quelli espressi nei confronti di quello italiano con circa quattro cittadini su 10 che esprimono un voto da 6 a 10, risultano piuttosto omogenei sul territorio.
Nei confronti dei Vigili del fuoco i livelli di fiducia si riducono man mano che si scende da Nord a Sud: i cittadini del Centro-nord assegnano loro punteggi di fiducia compresi tra 6 e 10 in quasi il 90% dei casi, rispetto all’84,7% dei residenti nel Mezzogiorno. Simile, invece, l’atteggiamento verso le Forze dell’ordine, per il quale le differenze tra Centro-nord e Mezzogiorno sono scarse: le percentuali di punteggio di almeno sufficienza sono pari, infatti, al 72-73% in tutte le ripartizioni.
L’unica istituzione verso la quale i livelli di fiducia sono relativamente più elevati nel Mezzogiorno è il sistema giudiziario, dove i punteggi almeno sufficienti riguardano il 46,7% dei cittadini rispetto al 41,5% di quelli del Nord e al 45,4% del Centro.
Il Centro si distingue per la quota più elevata di cittadini che accordano punteggi compresi tra 6 e 10 al Presidente della Repubblica (72,1%), per quanto tale indicatore presenti livelli elevati anche nel Nord (66,3%) e nel Mezzogiorno (68,3%).
I livelli di fiducia per le istituzioni non evidenziano differenze significative tra uomini e donne, mentre tendono ad aumentare con l’età. Il divario più marcato si osserva nei confronti del Presidente della Repubblica, che riceve un voto di fiducia compreso tra 6 e 10 dal 61,2% dei giovani di 14-34 anni rispetto al 75,3% degli adulti di 55 anni e oltre. Divario per età importante è anche quello nei confronti delle Forze dell’ordine, verso le quali esprime un voto tra 6 e 10 il 66,2% dei più giovani a fronte del 78,1% degli over 55enni. FONTE ISTAT
L’Italia nell’età selvaggia, del ferro e del fuoco.
Nel mondo a soqquadro non è l’economia il vero motore della storia. Lo sono le pulsioni antropologiche profonde: antichi miti e nuove mitologie, paure ancestrali e tensioni messianiche, veementi fedi religiose e risorgenti fanatismi ideologici, culture identitarie radicali, desideri di riconoscimento inappagati, suggestioni della volontà di potenza. Molti fenomeni del nostro tempo, che sfuggono alla pura razionalità economica, come le guerre, i nazionalismi, il protezionismo, non si spiegherebbero altrimenti. Il vitalismo irrazionale soppianta la fiducia ragionevole in un illuminato progressismo liberal. Ci siamo inoltrati in un’età selvaggia, del ferro e del fuoco, di predatori e di prede. E il grande gioco politico cambia le sue regole, privilegiando ora la sfida, ora la prevaricazione illimitata. Perciò il 62% degli italiani ritiene che l’Unione europea non abbia un ruolo decisivo nelle partite globali.
Il 53% crede che sia destinata alla marginalità in un mondo in cui vincono la forza e l’aggressività, anziché il diritto e l’autorità degli organismi internazionali. Per il 74% l’american way of life non è più un modello socio-culturale, un tempo da imitare e oggi irriconoscibile. Moriremo post-americani? Il 55% è convinto che la spinta del progresso in Occidente si sia esaurita e adesso appartenga a Cina e India. Il 39% ritiene che le controversie tra le grandi potenze si risolvano ormai mediante i conflitti armati, i cui esiti fisseranno i confini del nuovo ordine mondiale. E il 30% condivide una convinzione inaudita: le autocrazie sono più adatte allo spirito dei tempi.
Il Grande Debito e il secolo delle società post-welfare. L’aumento vertiginoso dell’indebitamento delle economie occidentali le rende fatalmente più fragili. Tra il 2001 e il 2024 nei Paesi del G7, a fronte di una stentata crescita dell’economia, il debito pubblico è lievitato dal 75,1% al 124,0% del Pil. In Italia dal 108,5% al 134,9%, in Francia dal 59,3% al 113,1%, nel Regno Unito dal 35,0% al 101,2%, negli Stati Uniti dal 53,5% al 122,3%. Non siamo più l’unico malato d’Europa. Nel 2030 il rapporto debito pubblico/Pil nei Paesi del G7 supererà il 137%, ritornando prossimo al livello raggiunto nel 2020 a causa della pandemia, quando sfiorò il 140%. Si annuncia uno shock per le finanze pubbliche analogo a quello vissuto durante l’emergenza sanitaria, ma questa volta il debito record sarà maturato in condizioni ordinarie, in assenza di una pandemia. Il Grande Debito determina una mutazione ontologica dello Stato: da Stato fiscale a Stato debitore. Gli Stati debitori non potranno abbassare le tasse, obiettivo sempre promesso dagli Stati fiscali e puntualmente disatteso. L’ingente debito e la bassa crescita, legata all’invecchiamento demografico e alla riduzione della popolazione attiva, congiurano per un inevitabile ridimensionamento del welfare (il welfare state è un fenomeno storico, non imperituro: può nascere e svilupparsi, ma anche estinguersi). Gli interessi pesano come zavorre sui conti pubblici e restringono anche gli spazi di manovra sugli investimenti produttivi e gli stimoli alla crescita. A settembre il debito pubblico italiano ha toccato la cifra record di 3.081 miliardi di euro (+38,2% rispetto a settembre 2001). Nell’ultimo anno la spesa per interessi è stata pari a 85,6 miliardi, corrispondenti al 3,9% del Pil: il valore più alto tra tutti i Paesi europei (ad eccezione dell’Ungheria: 4,9%), anche più della Grecia (3,5%) e molto al di sopra della media europea (1,9%).
Gli interessi pagati superano non solo la spesa per i servizi ospedalieri (54,1 miliardi), ma l’intero valore degli investimenti pubblici (78,3 miliardi) e ammontano a più di dieci volte quanto l’Italia spende in un anno per la protezione dell’ambiente (7,8 miliardi). La vulnerabilità è accresciuta dal fatto che i titoli del debito pubblico italiano sono in mano prevalentemente a creditori residenti all’estero: il 33,7% del totale (ovvero più di 1.000 miliardi), a fronte del 14,4% detenuto dalle famiglie e del 19,2% dalla Banca d’Italia. Il Grande Debito inaugura il secolo delle società post-welfare. Ma senza welfare le società diventano incubatori di aggressività e senza pace sociale le democrazie vacillano. Per l’81% degli italiani è ora di punire i giganti del web che sfuggono alla tassazione.
La febbre del ceto medio. Tra le insidie e le minacce ai fondamentali del tradizionale modello di sviluppo italiano pesano anche i fattori endogeni. La regressione demografica, con il progressivo invecchiamento della popolazione e i tassi di natalità in caduta libera, provoca l’arresto dei processi di proliferazione delle piccole imprese. In vent’anni (2004-2024) il numero dei titolari d’impresa si è assottigliato da oltre 3,4 milioni a poco più di 2,8 milioni: -17,0% (quasi 585.000 in meno). I giovani imprenditori con meno di 30 anni sono diminuiti nello stesso periodo del 46,2% (quasi 132.000 in meno). E se il reddito delle piccole imprese (fino a 5 addetti) corrispondeva al 17,8% del Pil nel 2004, e poi era sceso al 15,7% nel 2014, nel 2024 si è ridotto al 14,0%. Si indebolisce anche l’altro pilastro: il lavoro. Nel 2024 il valore reale delle retribuzioni risulta inferiore dell’8,7% rispetto al 2007. Nello stesso periodo il potere d’acquisto pro capite ha subito un taglio del 6,1%, nonostante il recente parziale recupero (+2,0% tra il 2022 e il 2024). Così il ceto medio vive in uno stato febbrile: nella stagnazione o, peggio ancora, rischia di perdere lo status conquistato nel tempo.
I barbari alle porte e la menzogna politica. Secondo il 72% degli italiani la gente non crede più ai partiti, ai leader politici e al Parlamento. Il 63% è convinto che si sia spento ogni sogno collettivo in cui riconoscersi. L’unico leader con una proiezione globale che ottiene la fiducia della maggioranza degli italiani (60,7%) è Leone XIV. Seguono Sánchez (44,9%), Merz (33,5%), von der Leyen (32,8%), Macron (30,9%), Starmer (29,0%), Lula (23,0%), Trump (16,3%), Modi (14,9%), Xi Jinping (13,9%), Putin (12,8%), Orbán (12,4%), Erdoğan (11,0%), Netanyahu (7,3%), Khamenei (7,3%), Kim Jong-un (6,1%). Assistiamo a un capovolgimento dei ruoli nel rapporto tra élite e popolo. Da una parte ci sono i leader europei – il nostro nuovo pantheon politico – con i volti sgomenti come pugili suonati, sotto i colpi sferrati da est e da ovest. Invece di rassicurare, esercitando la tradizionale funzione dell’offerta politica, eventualmente con il ricorso spregiudicato alla menzogna, annunciano la catastrofe, ci mettono davanti al pericolo di morte: la guerra imminente, la irrimediabile perdita di competitività del continente, l’ineluttabile deriva demografica, la marea inarginabile dei migranti, il collasso climatico. Dall’altra ci sono gli italiani, per i quali non è scattato l’allarme rosso: l’apocalisse può attendere. Non si segnalano tentazioni di radicalizzazione: per il 47% le divisioni politiche e la violenza che scuotono gli Stati Uniti sono impensabili nella nostra società. E un intervento militare italiano, anche nel caso in cui un Paese alleato della Nato venisse attaccato, è disapprovato dal 43%. Il 66% ritiene che, se per riarmarsi l’Italia fosse obbligata a tagliare la spesa sociale, allora dovremmo rinunciare a rafforzare la difesa.
Il “Grand Hotel Abisso” e il piacere degli italiani. Gli italiani non sono tipi da prendere alloggio nelle confortevoli stanze del “Grand Hotel Abisso”, dove sperperare gli ultimi averi prima che scocchi la mezzanotte, sporgendosi deliziati e inconsapevoli, con le bende agli occhi, sull’orlo del baratro, mentre ci si allieta con piaceri sfrenati e pasti goduti negli agi, finché non sopraggiungano le tenebre. Certamente no, visto che sono impegnati a districarsi con sagacia e misura tra piccole cicatrici e grandi minacce. Minacce realmente incombenti, non scritte con l’inchiostro simpatico di una messinscena, di cui riconoscono l’attrito urticante sulle loro vite. Al punto di dover immaginare, nell’ora del delirio del potere, la dissennata vanità, l’abominevole crudeltà, la tragica insensatezza di un eventuale conflitto armato dispiegato su larga scala e un nuovo fungo atomico, per suggellare l’indomani la copula oscena di guerra e pace, di distruzione e ricostruzione. E tuttavia non si abbandonano alla seduzione della corriva litania della catastrofe, quasi con compiaciuta rassegnazione, né si lasciano persuadere dalla profezia dal sapore decadente dell’apocalisse dietro l’angolo – annunci che assomigliano alla cerimonia del grandioso fallimento di una civiltà destinata a consumarsi nel falò della inevitabile estinzione. Gran parte degli italiani sprigiona ogni giorno un’energia sorprendente, che dimostra un approccio positivo alla vita. Il piacere non è cercato per esorcizzare nel proprio microcosmo i mali del mondo: è inscritto nel nostro stile di vita come espressione di una connaturata vocazione edonistica. Re dei piaceri è il sesso, liberato dalle antiche censure. I rapporti sessuali tra le persone di 18-60 anni sono molto frequenti. I performanti fanno sesso ogni giorno (sono il 5,3% del totale), gli attivi hanno rapporti due o tre volte alla settimana (29,9%), i regolari una volta alla settimana (27,3%), i saltuari con una cadenza tra il mensile e il quadrimestrale (21,9%), gli occasionali una volta ogni cinque o sei mesi (7,1%) e gli astinenti (chi non fa mai sesso) sono l’8,5%. Insomma, quasi due terzi degli italiani tra i 18 e i 60 anni (il 62,5%) hanno una vita sessuale molto intensa, contrassegnata da un ritmo settimanale. Tra i giovani con meno di 35 anni la percentuale è ancora più alta: il 72,4% (tra loro solo il 6,4% non fa mai sesso). Quali sono le pratiche più diffuse? Il 78,8% pratica con regolarità i preliminari prima del coito, il 74,2% fa sesso orale, il 58,2% la masturbazione reciproca, il 32,6% il sesso anale, il 30,2% il sexting (lo scambio di messaggi espliciti e foto personali), il 26,4% utilizza sex toys durante il rapporto, il 26,0% guarda video porno in coppia, il 22,1% utilizza cibi o bevande nei giochi erotici, il 17,6% fantastica apertamente con il partner su altri amanti, il 14,3% si riprende con lo smartphone durante i rapporti. Una quota minoritaria (il 14,0%) si dedica a pratiche non convenzionali (feticismo, bondage, sadomasochismo), il 7,7% fa sesso con più partner contemporaneamente e partecipa a orge.
Il lungo autunno industriale (e l’antidoto del riarmo). L’indice della produzione industriale è stato negativo per trentadue mesi consecutivi con l’eccezione di tre timidi rimbalzi. In particolare, la produzione manifatturiera è arretrata nel 2023 (-1,6%), nel 2024 (-4,3%) e anche nei primi nove mesi di quest’anno (-1,2%). Il lungo autunno industriale scivolerà nel gelido inverno della deindustrializzazione? Tra i comparti in maggiore sofferenza, quali rischiano di scomparire per sempre? Nel 2024 solo l’alimentare ha registrato un incremento della produzione: +1,9%. Il tessile e abbigliamento è calato dell’11,8%, i mezzi di trasporto del 10,6%, la meccanica del 6,4%, la metallurgia del 4,7%, la farmaceutica dell’1,7%. Solo quattro comparti (elettronica, alimentare, farmaceutica, legno e carta) mostrano segnali di recupero nel 2025. Contestualmente, nei primi nove mesi dell’anno la fabbricazione di armi e munizioni registra un incremento del 31,0% rispetto all’anno scorso.
La divaricazione tra spesa e consumo. L’inflazione ha condizionato pesantemente i comportamenti di consumo delle famiglie. Nel 2024 i prezzi erano più alti del 17,4% rispetto al 2019 e il carrello della spesa (i beni alimentari e per la cura della casa e della persona) era più caro del 23,0%. Si è speso di più, ma si è consumato di meno. Nei cinque anni il costo dei generi alimentari è aumentato del 22,2%, ma il volume effettivamente acquistato si è ridotto del 2,7%. La forbice è ampia anche per vestiario e calzature: +4,9% in valore e -3,5% in volume. I servizi assicurativi e finanziari sono aumentati del 47,3% in termini nominali, ma l’utilizzo si è ridotto del 2,0%. I soli servizi finanziari (pari al 3,2% della spesa delle famiglie, ovvero 40 miliardi di euro) hanno registrato un aumento del prezzo del 106,2% nel periodo 2019-2024.
La senilizzazione del mercato del lavoro. La demografia cambia volto all’occupazione. L’incremento di 833.000 occupati registrato nel biennio 2023-2024 è dovuto prevalentemente alle persone con 50 anni e oltre: +704.000 (ovvero l’84,5% di tutta la nuova occupazione). Il saldo positivo nei primi dieci mesi del 2025 (206.000 occupati in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso) dipende esclusivamente dai più anziani, che aumentano di 410.000 unità (+4,2%), a fronte di -96.000 occupati di 35-49 anni (-1,1%) e -109.000 con meno di 35 anni (-2,0%). Tra i giovani sono in netto aumento gli inattivi: +176.000 nei primi dieci mesi dell’anno (+3,0%). Nel biennio 2023-2024 l’input di lavoro supera largamente la crescita dell’economia: +3,7% gli occupati, +5,3% le ore lavorate, solo +1,7% il Pil. Conseguentemente, calano gli indicatori di produttività: -2,0% il valore aggiunto per occupato e -3,5% il valore aggiunto per ora lavorata.
Rinunciare all’immigrazione? Sono più di 5,4 milioni gli stranieri che vivono in Italia (il 9,2% della popolazione residente), ma la gran parte si trova in condizioni di marginalità. Il 29,0% dei lavoratori stranieri (che sono in totale 2.514.000, ovvero il 10,5% degli occupati) è a tempo determinato o ha un impiego part time involontario (tra gli italiani la quota corrispondente si ferma al 17,2%). Il 29,4% svolge un lavoro non qualificato (l’8,0% tra gli italiani) e il 55,4% degli occupati stranieri laureati risulta sovraqualificato, ovvero possiede un titolo di studio troppo elevato per il lavoro svolto (il 18,7% tra gli italiani). Il 35,6% degli stranieri vive sotto la soglia della povertà assoluta (il 7,4% tra gli italiani). Siamo inclini a guardare con favore gli stranieri quando svolgono lavori faticosi e poco qualificati, o quando accudiscono gli anziani e i bambini, ma non siamo propensi a concedere loro gli stessi diritti di cittadinanza degli autoctoni. Il 63% degli italiani pensa che i flussi in ingresso degli immigrati vadano limitati, il 59% è convinto che un quartiere si degrada quando sono presenti tanti immigrati, il 54% percepisce gli stranieri come un pericolo per l’identità e la cultura nazionali, solo il 37% consentirebbe l’accesso ai concorsi pubblici a chi non possiede la cittadinanza italiana e solo il 38% è favorevole a concedere agli stranieri il voto alle elezioni amministrative.
La nuova geografia della vitalità sociale nelle città-contenitore. A fronte di una riduzione della popolazione residente in Italia del 2,3% nel decennio 2014-2024 (quasi 1,4 milioni in meno), si ridisegna la geografia della vitalità sociale. La popolazione aumenta nelle città intermedie del Nord-Est e nei comuni limitrofi di alcune aree metropolitane. Nell’ultimo decennio i residenti sono aumentati soprattutto a Parma (+4,9%), Prato (+3,8%), Latina (+3,7%), Mantova (+3,6%), Brescia (+3,5%). Due sono i driver che spingono la marcia in avanti: le opportunità di lavoro e la presenza di stranieri. Tra le aree metropolitane, 11 hanno visto ridursi i propri abitanti tra il 2014 e il 2024 (da un minimo del -1,6% di Firenze a un massimo del -7,1% di Messina), Roma è stabile (+0,2%), Milano (+1,9%) e Bologna (+1,9%) sono cresciute.
Se l’offerta culturale diventa un dispositivo esperienziale. Nel 2024 la spesa per soggiorni culturali e nelle città d’arte dei viaggiatori stranieri è aumentata del 7,1% rispetto al 2023, raggiungendo il 56,4% del totale della spesa per vacanze sul territorio nazionale. Il fenomeno riguarda quasi 20 milioni di persone (+4,6% rispetto al 2023), pari al 55,9% dei 35 milioni di viaggiatori arrivati dall’estero. La tendenza si consolida: nel primo semestre del 2025 la spesa dei turisti stranieri per vacanze in Italia segna un +13,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Tuttavia, negli ultimi vent’anni (2004-2024) la spesa per la cultura delle famiglie italiane si è invece drasticamente ridotta (-34,6%). Si tratta di poco più di 12 miliardi di euro nell’ultimo anno, ovvero poco più di un terzo di quanto spendiamo nell’insieme per smartphone e computer (quasi 14,5 miliardi nel 2024: +723,3% negli ultimi vent’anni) e servizi di telefonia e traffico dati (17,5 miliardi). La riduzione dei consumi culturali dipende dalla forte contrazione della spesa per giornali (-48,3% in vent’anni) e libri (-24,6%). Ma contemporaneamente gli altri consumi di beni (+14,2%) e servizi culturali (+28,9%) non sono affatto diminuiti. Nell’ultimo anno il 45,5% degli italiani è andato al cinema, il 24,7% ha assistito a eventi musicali, il 22,0% a spettacoli teatrali, il 10,8% a concerti di musica classica e all’opera. Musei e mostre sono stati visitati dal 33,6% degli italiani, siti archeologici e monumenti dal 30,9%. L’offerta culturale diventa sempre più un dispositivo esperienziale.
Manifestazioni e piazze virtuali: la partecipazione senza delega politica. Alle ultime elezioni politiche del 2022 gli astenuti hanno raggiunto la quota record del 36,1% degli aventi diritto, 9 punti percentuali in più rispetto alle precedenti elezioni del 2018. Alle europee del 2024 il 51,7% degli elettori ha disertato le urne (alle prime elezioni dirette del Parlamento europeo, nel 1979, gli astenuti si fermarono al 14,3%). Nel 2003 il 57,1% degli italiani si informava regolarmente di politica, nel 2024 la percentuale è scesa al 48,2%. I cittadini che ascoltano dibattiti politici erano allora il 21,1% e sono oggi il 10,8%. La partecipazione ai comizi si è dimezzata: dal 5,7% al 2,5% (dal 6,3% all’1,9% tra i giovani di 20-24 anni). E le mobilitazioni di piazza raccolgono sempre meno adesioni: nel 2003 il 6,8% degli italiani aveva partecipato a cortei, vent’anni dopo il 3,3%. Un’eccezione, dunque, le recenti proteste per il conflitto in Palestina.
Gli immortali. L’Italia continua a invecchiare rapidamente. Le persone dai 65 anni in su rappresentano il 24,7% della popolazione (14,6 milioni di persone): erano il 18,1% nel 2000 (10,3 milioni) e il 9,3% nel 1960 (4,6 milioni). L’aspettativa di vita è arrivata a 85,5 anni per le donne e 81,4 per gli uomini: circa 5 mesi in più solo nell’ultimo anno. E i centenari, 594 nel 1960, diventati 4.765 nel 2000, oggi sono 23.548. Nel 2045 le persone dai 65 anni in su saranno aumentate di quasi 4,5 milioni e raggiungeranno i 19 milioni (il 34,1% della popolazione). Il desiderio di prolungare l’esistenza sfuggendo alle malattie è la regola che accomuna la nuova generazione di anziani. Una tendenza a vivere come eterni adulti, senza limitazioni legate all’avanzare dell’età. Con la consapevolezza di custodire e trasmettere in eredità risorse, non solo materiali, di cui le giovani generazioni non potranno godere in ugual misura.FONTE CENSIS 2025

