Può forse significare qualcosa che una delle finanziarie finite nelle indagini della magistratura e che aveva la propria sede a Milano in via Montenapoleone, nel quadrilatero della moda rinviasse in realtà ai clan di Buccinasco. comune sotto i 30 mila, hinterland sud, soprannominato già decenni fa “la Platì del nord”
Quando si ammette l’esistenza della mafia nel Nord Italia si tende a spiegarla con meccanismi quasi automatici, a loro modo ineluttabili.
Le organizzazioni mafiose, si dice, dispongono di liquidità eccedenti le possibilità di investimento offerte dalle economie delle proprie regioni di origine.
Dunque cercano sbocco altrove, nelle realtà più produttive e dinamiche del Paese, per investire le proprie ricchezze in Borsa, o per approfittare delle possibilità di movimento e di speculazione assicurate dalle moderne architetture finanziarie. E dove altro dovrebbero andare se non nelle grandi capitali finanziarie, immobiliari e commerciali del nord?
Questo modo di rappresentare la geografia delle organizzazioni mafiose, e in particolare della ‘ndrangheta, nel nord produce importanti distorsioni nell’analisi e nell’interpretazione delle dinamiche in corso da ormai trent’anni.
L’avanzata dei clan calabresi non ha seguito infatti tanto la legge delle metropoli del riciclaggio, ha seguito soprattutto quella che può essere chiamata la “legge dei fortini”. Questa Commissione ha già rimarcato come la diffusione ‘ndranghetista nell’Italia settentrionale si sia affermata a macchia di leopardo con una particolare predilezione per i comuni minori (naturalmente “minori” in relazione ai contesti economico-demografici).
Questi comuni risultano infatti per tante ragioni più facilmente espugnabili e controllabili, ed esprimono normalmente basse capacità di resistenza alla colonizzazione.
Rivedendo l’intera traiettoria dell’avanzata dei clan calabresi ci si rende conto però che questi paesi o centri minori finiscono per svolgere, una volta espugnati, una funzione di capisaldi strategici distribuiti sul territorio. Costituiscono cioè un potente strumento di consolidamento degli interessi mafiosi e di radicamento stabile, dello stesso tipo, anche se non della stessa intensità storico-sociale, espresso in Calabria.
Può valere per tutti l’esempio di Fino Mornasco,
comune di quasi 10 mila abitanti in provincia di Como, ove si realizza una fortissima influenza della comunità di Giffone, provincia di Catanzaro, dove negli anni Novanta era stata rilevata una locale di ‘ndrangheta.
Sulla base delle risultanze dell’operazione “Crimine Infinito” del 2010, questa locale sembrava non essere più operante, ma le indagini successive hanno invece confermato quella presenza, mettendo così l’accento proprio sul fenomeno della continuità del radicamento, anche dal punto di vista generazionale.
I centri minori diventano dunque postazioni fisse nel cammino della conquista, alla stregua delle stazioni di posta ai tempi delle diligenze, quartieri generali pronti ad accogliere le ritirate, trampolini di lancio per nuove avventure, snodi per gettare reti più ampie.
Nella mappa in continuo aggiornamento dell’avanzata ‘ndranghetista, svolgono il ruolo delle casematte in una guerra a bassa intensità, che è contemporaneamente di movimento e di posizione. Sono anche i luoghi in cui si spingono più avanti le forme della colonizzazione, e se ne sperimentano di nuove. Non è casuale che siano proprio i comuni più piccoli quelli in cui si sono verificati i più numerosi attacchi alle libertà politiche dopo quelli alle libertà economiche.
La violenza a bassa intensità, ossia contro le cose, che non esclude le intimidazioni alle persone, è di lunga data e assai frequente. E oggi colpisce sempre più amministratori e consiglieri comunali scomodi113. Ma è certo esemplare più a sud, in provincia di Reggio Emilia, la situazione del comune di Brescello, 5.500 abitanti, colonizzato dal clan cutrese dei Grande Aracri e per questo sciolto per mafia (il primo in Emilia-Romagna) nel 2016. In questo caso è visibile come Brescello abbia fatto da casamatta in un processo di conquista progressivo di tutta un’area di confine tra Emilia e Lombardia, che ha interessato in modo impressionante, oltre alla provincia di Reggio Emilia, anche la provincia di Mantova.
Anche qui la violenza a bassa intensità, non visibile ma efficacissima, si è snodata nel tempo attraverso più episodi: dal ripetuto taglio delle gomme dell’auto di un vigile urbano corrispondente della Gazzetta di Reggio all’episodio di intimidazione verso uno degli stessi membri della commissione straordinaria giunti dopo lo scioglimento del consiglio comunale.
Comuni come veri e propri fortini, dunque, che operano in rete per muovere consensi elettorali anche fuori dai propri confini o per fornire candidati in comuni di cui avviare la conquista, secondo una logica che si sta ripetendo oggi nell’hinterland a sud di Milano.
Mentre l’opinione pubblica discute della forza finanziaria della ‘ndrangheta, assolutamente indubbia, il concreto sviluppo della forza dei clan segue la logica dei fortini: da lì si fanno varare piani di governo del territorio per le proprie imprese, si ottengono benevolenze in agenzie bancarie, si trovano professionisti disponibili a operare nella (economia illegale) black economy, si raccolgono voti per condizionare le amministrazioni regionali e scalare gli interessi.
Può forse significare qualcosa che una delle finanziarie finite nelle indagini della magistratura e che aveva la propria sede a Milano in via Montenapoleone, nel quadrilatero della moda rinviasse in realtà ai clan di Buccinasco. comune sotto i 30 mila, hinterland sud, soprannominato già decenni fa “la Platì del Nord
Colonizzazione criminale, un fenomeno che non si ferma mai
Nel corso del processo nel 2012 Mario Crisci, il capo banda rispose alla domanda sulle ragioni che l’avevano portato a scegliere il nord-est in modo inequivocabile: «Beh, siamo venuti qui perché qui sono disonesti. Più disonesti di noi. (…)»
La Commissione ha dedicato costante attenzione alla presenza della criminalità organizzata nelle regioni settentrionali, lungo tutto l’arco della legislatura. Numerose missioni e importanti audizioni hanno permesso di raccogliere significative conferme e nuove indicazioni sulle dimensioni e l’intensità di un fenomeno che appare in espansione, sul modus operandi delle cosche, sull’infiltrazione nell’economia legale e sulle attività illegali prevalenti.
L’analisi delle dinamiche criminali si è avvalsa anche della collaborazione dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata (Cross) dell’università degli studi di Milano, diretto dal professor Nando dalla Chiesa, che ha realizzato quattro rapporti, illustrati alla Commissione in altrettante sedute e presentati anche in incontri pubblici, aperti al confronto con le istituzioni locali.
Gli approfondimenti della Commissione permettono di delineare un quadro complesso e preoccupante, nel quale la Lombardia riveste una posizione centrale, una regione che può essere definita a pieno titolo quasi di “tradizionale inserimento” tra quelle settentrionali, così come illustrato in più punti della presente Relazione.
Nel presente capitolo si è pertanto inteso porre al centro dell’analisi prevalentemente le altre regioni centrosettentrionali, in cui la questione dell’insediamento delle mafie non appare ancora raggiungere, all’interno dell’opinione pubblica, un livello di consapevolezza adeguato all’estensione del fenomeno.
La criminalità organizzata nelle regioni settentrionali: un fenomeno in espansione
Se l’espansione delle organizzazioni mafiose in aree non tradizionali è avvenuta per fasi e con modalità differenti, dalle prime presenze importanti di cosa nostra e dai primi insediamenti di ‘ndrine calabresi negli anni Cinquanta-Sessanta, fino a una progressiva affermazione della ‘ndrangheta negli anni Novanta, oggi si può affermare che quest’ultima organizzazione riveste un ruolo assolutamente dominante in quasi tutte le regioni. Anche se alcune aree sono risultate più accoglienti e attrattive di altre, nessun territorio può essere più considerato immune.
Si tratta di un movimento profondo e uniforme che interessa la maggioranza delle provincie settentrionali e che è stato favorito da diffusi atteggiamenti di sottovalutazione e rimozione che fino a tempi recenti hanno coinvolto larga parte della popolazione e anche personalità e protagonisti della vita pubblica. Si racconta spesso di una ‘ndrangheta impalpabile, che opera – invisibile – nel settore finanziario.
Si è coniata l’espressione “mafia silente” per designare una mafia che non spara ma ricicla e reinveste. Tuttavia, quello che rivelano le indagini della magistratura e gli studi scientifici è una realtà più complessa, fatta di mestieri tradizionali, a volte all’apparenza umili, di incontri nei bar dell’hinterland delle grandi città, e intessuta di un frequente ricorso alla violenza, benché in genere a bassa-media intensità.
Come ha più volte osservato il professor dalla Chiesa, sembra realizzarsi cioè una forma di colonizzazione dal basso della società che ha consentito alle ‘ndrine una crescita progressiva e costante.
Il profilo sociale medio-basso di molti capi effettivi delle organizzazioni mafiose (padroncini, commercianti, pensionati) non è comunque in contraddizione con l’emergere di veri e propri imprenditori mafiosi e con la capacità di interloquire e fare affari con ambienti più sofisticati e dinamici della finanza, avvalendosi di differenti figure professionali e funzionari pubblici collusi che svolgono il ruolo di consulenti, facilitatori, intermediari.
L’ampia ricognizione svolta nel corso delle missioni in tutte le regioni settentrionali ha confermato la presenza pervasiva dei clan nel tessuto produttivo delle aree più dinamiche e ricche del Paese, che nel modus operandi mostrano una notevole flessibilità riuscendo a trarre vantaggi sia dalle fasi di espansione che da quelle di recessione economica.
In particolare desta preoccupazione quanto riferito da diverse procure sui rapporti di reciproca convenienza che ormai caratterizzano l’infiltrazione della criminalità organizzata nel sistema delle imprese legali. Sono gli imprenditori a cercare il contatto con esponenti della ‘ndrangheta nell’illusione di un rapporto temporaneo, finalizzato a superare una crisi di liquidità, a recuperare crediti di ingente valore o fronteggiare la concorrenza e che ben presto si ritrovano con l’azienda “spolpata” o scalata dai mafiosi.
Al nord le mafie hanno trovato la disponibilità e la complicità di imprenditori e professionisti locali e un terreno di illegalità economica diffuso. Un esempio indicativo è costituito dall’indagine “Serpe” contro un gruppo di appartenenti alla camorra attivo nel nord-est attraverso la società “Aspide” con sede a Selvazzano, in provincia di Padova.
Nel corso del processo nel 2012 Mario Crisci, il capo banda rispose alla domanda sulle ragioni che l’avevano portato a scegliere il nord-est in modo inequivocabile: «Beh, siamo venuti qui perché qui sono disonesti. Più disonesti di noi. (…) Vede, abbiamo scelto di concentrare le nostre attività nel nord-est perché qui il tessuto economico non è così onesto. Anzi, tutt’altro. Io sono un esperto di elusione fiscale. Qui lavoro bene. Il margine di guadagno era buono, perché qui la gente non ha voglia di pagare le tasse, peggio che da noi».
Le capacità relazionali delle mafie e in particolare il capitale sociale della ‘ndrangheta, quel patrimonio di conoscenze e contatti che si estende su vari livelli (dal poliziotto al funzionario di banca, dal medico al dirigente della pubblica amministrazione fino al politico) ha permesso di acquisire il controllo, diretto o indiretto, di società operanti in vari settori (edilizia, trasporti, giochi e scommesse, raccolta e smaltimento rifiuti), di inserirsi anche nei lavori per la realizzazione di grandi opere e di conquistare posizioni rilevanti nei sistemi di welfare locale.
La corruzione è diventata un fenomeno sistemico diffuso e più difficile da aggredire: «Oggi, visto che le soglie si sono alzate, si cercano vari sponsor, cioè più centri disposti per pochi euro a emettere fatture false. In questo modo si polverizza, non si arriva alle soglie alte, creando però un sistema molto pericoloso».
Emerge insomma «un’evidente liaison tra la criminalità economica e la criminalità mafiosa, liaison che nasce proprio sul territorio e perché i meccanismi utilizzati sono i tipici meccanismi della criminalità economica: evasione fiscale, frodi fiscali, corruzioni, riciclaggio».
Il passaggio da rapporti di necessità, imposti con la violenza e l’intimidazione, a rapporti di reciprocità trasforma l’omertà delle vittime in silenzi di complicità. In ogni caso si registra – come denunciano diversi magistrati – un numero limitato di denunce. Su queste nuove dinamiche corruttive e sull’“area grigia” ci si è già soffermati in generale nel secondo capitolo e sarà approfondito, in particolare sulla Lombardia, nel capitolo sul condizionamento dell’economia. Il metodo mafioso non viene utilizzato solo per alterare la concorrenza e inquinare l’economia legale.
Numerose inchieste hanno in vari gradi coinvolto le amministrazioni locali, segnalando preoccupanti episodi di corruttibilità in seno alla pubblica amministrazione e alla politica, con le quali le mafie si relazionano con estrema spregiudicatezza e senza fare differenze tra schieramenti e partiti politici, come confermano anche i diversi scioglimenti che negli ultimi anni hanno riguardato i comuni del nord: Bordighera e Ventimiglia (poi entrambi annullati dalla giustizia amministrativa) in provincia di Imperia nel 2011, Leinì e Rivarolo Canavese (TO) nel 2012, Sedriano (MI) nel 2013, Brescello (RE) nel 2016 e, infine, Lavagna (GE) nel 2017.
Mentre si registrano numerosi episodi di intimidazione ai danni degli amministratori pubblici, come denunciano i più recenti rapporti dell’associazione Avviso Pubblico. Segnali ulteriori delle difficoltà e dei rischi di condizionamento del sistema democratico a cui anche questi territori sono esposti. La distribuzione territoriale Difficile fornire in questa sede un quadro completo della presenza mafiosa al nord, per il quale si rinvia alle missioni svolte, riportate in allegato, e ai quattro citati rapporti.
Tuttavia è utile richiamare alcuni elementi ricorrenti nelle modalità di insediamento. La dimensione dei comuni e la densità demografica sembrano costituire elementi chiave nelle scelte strategiche delle organizzazioni mafiose e, in particolare, della ‘ndrangheta. Questa, infatti, affonda le radici e trae forza dai piccoli comuni del nord.
È in questi contesti che riesce a replicare il modello di insediamento tradizionale, anche perché piccoli comuni sono innanzitutto quelli calabresi di provenienza. In situazioni simili a quelle di origine, l’organizzazione può più facilmente, in corrispondenza dei movimenti migratori, trarre vantaggio dalle reti di solidarietà tra compaesani, mimetizzarsi nel tessuto sociale, controllare il territorio e inserirsi all’interno delle amministrazioni locali, dato anche lo scarso numero di preferenze necessarie per essere eletti. Allo stesso tempo, però, le mafie trovano anche un humus particolarmente favorevole nelle aree ad alta o altissima densità demografica.
Queste zone (come le provincie di Milano e Monza Brianza) sono state in passato oggetto di rilevanti flussi migratori che hanno spesso agevolato la mimetizzazione dei boss e degli altri affiliati. Zone, queste, che costituiscono al tempo stesso le aree a più alta cementificazione e che possono quindi offrire allettanti prospettive d’investimento per le imprese mafiose, così spiccatamente votate a operare nel cosiddetto “ciclo del cemento”. Il modello della penetrazione mafiosa in queste regioni sembra insomma essere rappresentato dalla combinazione di piccoli comuni inseriti in un contesto ad alta densità demografica.
Va tuttavia notato che, per motivi opposti, anche le aree isolate e a bassa densità demografica possono essere talora attrattive per la criminalità: in queste infatti sono più veloci i meccanismi di assuefazione e omertà ambientale ed è più facile non farsi notare dalle autorità investigative.
Un ulteriore elemento ricorrente è rappresentato dalla continuità dei clan, dalla capacità di rigenerazione e ricambio generazionale espressa in particolare dalla ‘ndrangheta, nonostante la pressione investigativa e repressiva. Molte inchieste rivelano la presenza di un alto numero di esponenti delle varie famiglie nati e cresciuti nelle regioni di nuova residenza.
Mafiosi di seconda e terza generazione perfettamente orientati a riprodurre gli schemi di condotta praticati dalle rispettive organizzazioni nei luoghi di origine, secondo le forme e i modi di una successione o di affiliazione che, in un numero significativo di situazioni, avviene nella più perfetta continuità con le tradizioni, a dispetto del mutato contesto sociale e territoriale di riferimento.
L’ascesa criminale delle “famiglie” calabresi
L’ascesa criminale della ‘ndrangheta, di cui si sono in parte già analizzate le ragioni all’inizio di questa Relazione, avviene dopo le stragi di Falcone e Borsellino, quando, sfruttando le difficoltà di cosa nostra, divenuta il bersaglio principale delle attività di contrasto dello Stato, le cosche calabresi investono i profitti dei sequestri di persona nella droga, inviando i loro uomini in Sudamerica
La Commissione, fin dal suo insediamento, ha dedicato specifica attenzione alle dinamiche che caratterizzano l’evoluzione della ‘ndrangheta sia in Calabria che nelle altre regioni d’Italia, nonché all’estero. Non a caso, le prime sedute plenarie della Commissione si sono svolte a Reggio Calabria dal 9 al 10 dicembre 2013, dando inizio a un intenso programma di periodiche audizioni (in missione e in sede) con i vertici delle autorità giudiziarie e delle forze dell’ordine dei distretti di Reggio Calabria e Catanzaro.
Ma gli approfondimenti si sono sviluppati anche nel corso delle missioni svolte nelle regioni dove la ‘ndrangheta si è insediata e all’estero. La Commissione ha potuto registrare, anche alla luce delle imponenti attività d’indagine degli ultimi anni, il profondo radicamento, la potenza finanziaria delle cosche calabresi e la loro capacità di essere anti-Stato senza sfidarlo apertamente, ma infiltrandosi nei suoi gangli vitali.
La consapevolezza della forza e della pericolosità della ‘ndrangheta è comunque un dato recente. Per molto tempo è stata descritta come mafia secondaria, subalterna e arretrata. Questa immagine deformata ha proiettato un cono d’ombra che le ha permesso di crescere e di espandersi sotto traccia, oltre i confini della Calabria.
L’ascesa criminale della ‘ndrangheta, di cui si sono in parte già analizzate le ragioni all’inizio di questa Relazione, avviene dopo le stragi di Falcone e Borsellino, quando, sfruttando le difficoltà di cosa nostra, divenuta il bersaglio principale delle attività di contrasto dello Stato, le cosche calabresi investono i profitti dei sequestri di persona nella droga, inviando i loro uomini in Sudamerica.
La ‘ndrangheta diventa il principale broker del traffico internazionale degli stupefacenti, che in quel periodo stava realizzando il passaggio dall’eroina alla cocaina, e conquista un rapporto privilegiato con i grandi fornitori centro e sudamericani grazie alla sua affidabilità economica, all’assenza fino a tempi recenti di collaboratori di giustizia di un certo spessore che invece ora cominciano a fornire importanti elementi investigativi, e a un rapporto con gli uomini delle istituzioni decisamente meno conflittuale, rispetto alla mafia dei corleonesi.
La struttura unitaria della ‘ndrangheta La ‘ndrangheta è il fenomeno criminale che, negli ultimi anni, ha maggiormente occupato le cronache giudiziarie, su cui gli inquirenti hanno svolto un’attività più penetrante, dirompente per certi aspetti, portando al vaglio dei giudici una ricostruzione sistematica del fenomeno.
È possibile affermare che l’ultimo decennio ci consegna una migliore conoscenza della struttura e delle sue caratteristiche, tanto che solo nel 2010 il termine ‘ndrangheta ha avuto riconoscimento legislativo nel testo dell’articolo 416-bis del codice penale e questo fenomeno criminale è emerso dal contenitore generale e indistinto delle altre organizzazioni, acquisendo rilievo autonomo.
Nel 2014 e nel 2016 le sentenze della Cassazione hanno quindi messo il sigillo sui procedimenti delle procure di Reggio Calabria e di Milano “Crimine” e “Infinito”, confermando le ipotesi investigative sulla struttura unitaria, il modus operandi e le strategie di espansione della ‘ndrangheta.
Già in passato diversi elementi emersi da indagini condotte dalla procura di Reggio Calabria avevano fatto intuire i tasselli di un mosaico che sarà ricomposto dal punto di vista giudiziario solo molto più tardi, e cioè che la ‘ndrangheta è un’organizzazione unitaria con articolazioni territoriali che rispondono al “crimine”, cioè alla Calabria, e che ha un organo apicale, di natura collegiale e con competenza generale, denominato la “provincia”.
In altri termini oggi sappiamo che la ‘ndrangheta in Calabria è strutturata in tre diversi mandamenti: ionico, tirrenico e di Reggio Calabria, all’interno dei quali operano le “locali”; ha articolazioni territoriali anche in diverse regioni del Nord Italia e all’estero (in Europa, Nord America e Australia) ma ciascuna di queste locali risponde alla “provincia”, che si configura come il vertice di una vera e propria organizzazione transnazionale.
Un vertice che rappresenta tutte le famiglie di ‘ndrangheta della Calabria, capace di dirimere le controversie interne, con il potere di aprire o chiudere locali, conferire cariche, dare il nulla osta per gli omicidi eccellenti o di particolare rilevanza da compiere anche fuori dalla regione. Sarebbe però sbagliato accostare la “provincia” con la “cupola” di cosa nostra, i due organi non sono sovrapponibili.
Le strutture decentrate hanno infatti grande autonomia. “Il crimine di San Luca, che è erroneamente stato rapportato alla cupola di cosa nostra, non è altro che il custode delle regole. Il crimine è il custode delle dodici tavole. Il crimine esiste per presiedere il rispetto delle regole. Il crimine interviene quando c’è una faida all’interno di un locale, come è successo a Locri nel 1989”.
All’interno della propria locale, “ciascuno è dominus assoluto, ma non può fare nulla che possa danneggiare interessi delle altre locali, pena l’isolamento. Questo vale per le ‘locali’ in Calabria, in Italia, in Europa, nel mondo. L’equilibrio fra le scelte che hanno effetti esclusivamente all’interno della locale, che nessuno può sindacare, e le scelte che coinvolgono altre locali comporta, ovviamente, che le decisioni più importanti non possano esse prese dalla singola locale ma spettano alla provincia”.
La ‘ndrangheta nasce come organizzazione unitaria e orizzontale ma con il tempo cambia e si dota di una struttura più complessa e gerarchica. Questo processo evolutivo di tipo piramidale si rende necessario per scongiurare nuove sanguinose guerre di mafia, come quella che tra il 1985 e il 1991 provoca più di settecento morti, e al tempo stesso per inserire l’organizzazione nel traffico mondiale di stupefacenti ai più alti livelli e per accompagnare il salto nel settore dei grandi appalti nazionali grazie a nuove relazioni con i vertici della pubblica amministrazione, delle istituzioni e del mondo delle professioni e dell’economia.
La creazione della “santa”, alla fine degli anni Sessanta, costituisce un’ulteriore novità, “una rivoluzione interna alla ‘ndrangheta” che si struttura con una componente più riservata di cui fanno pare “‘ndranghetisti autorizzati a entrare nella massoneria per avere contatti con i quadri della pubblica amministrazione e, quindi, con medici, ingegneri e avvocati”. Con la creazione della “santa” la ‘ndrangheta si “sprovincializza” e al tempo stesso si rafforza la tendenza a creare una struttura che limiti l’autonomia della singola locale per spostare verso l’alto il potere e accrescere le potenzialità dell’intera organizzazione.
Le ragioni del successo Questo modello organizzativo e le sue dinamiche decisionali, funzionali all’accumulazione della ricchezza, si sono rivelati efficaci per disciplinare l’attività delle cosche in tutta la Calabria e nel resto d’Italia e nel mondo.
Proprio in ragione della diffusione e della ramificazione sul territorio nazionale e mondiale dei suoi interessi economici, la ‘ndrangheta ha necessità di sapere, ovunque e comunque, chi comanda nel territorio in cui vuole concludere un affare. Se si tratta di organizzare lo sbarco di un carico di cocaina, se si devono acquisire vantaggi (incarichi, commesse, posti di lavoro) in relazione a un appalto, se si deve effettuare un rilevante investimento è necessario sapere chi “comanda” su quell’area, con chi si deve trovare un accordo e se insorge una controversia quali sono le regole per definirla. Non sono consentite incertezze soggettive e temporali.
La struttura, le “doti” (le gerarchie interne) servono a controllare gli uomini, sono funzionali all’esigenza di garantire le relazioni necessarie a gestire il traffico internazionale di droga e i grandi appalti, è un problema di legittimazione mafiosa e criminale. Molte famiglie mafiose non sono direttamente riconducibili alle storiche ‘ndrine della provincia di Reggio Calabria, con le quali non sono neanche imparentate, ma se vogliono fregiarsi del nome di ‘ndrangheta devono sottostare alle regole e alla signoria mafiosa dei vertici reggini.
Il livello superiore di comando interviene solo nel momento in cui sorgono motivi di contrasto tra le varie ‘ndrine. Oppure entra in azione quando è minacciata l’unitarietà della ‘ndrangheta, com’è accaduto con l’omicidio di Carmelo Novella che comandava la ‘ndrangheta in Lombardia ma avrebbe voluto svincolarsi dalla casa madre. La forza della ‘ndrangheta risiede soprattutto nella sua struttura familiare, nei legami di sangue che assicurano la continuità delle cosche, nel loro radicamento territoriale e nella capacità di gemmazione delle ‘ndrine fuori dei confini della Calabria.
Questo spiega anche le poche collaborazioni significative: “nessun capo locale di ‘ndrangheta di serie A si è mai pentito”. Accusare un affiliato, il più delle volte, significa tradire un fratello, un cugino, uno zio, il padre, infrangere un duplice giuramento, quello di affiliazione e quello naturale iure sanguinis. La struttura familiare delle ‘ndrine e la “compartimentazione” della ‘ndrangheta permettono di reggere meglio la pressione delle forze dell’ordine e ne fanno un’organizzazione altamente affidabile, sia nei rapporti con le altre organizzazioni criminali che con gli interlocutori economici, istituzionali, politici.
Relazione della Commissione Parlamentare Antimafia, XVII Legislatura