Paolo Borsellino, il sorriso che l’Italia non dimentica
Chi ha conosciuto davvero Paolo Borsellino lo ricorda con un sorriso. Un sorriso discreto, gentile, capace di illuminare anche i giorni più difficili. Il magistrato ucciso da Cosa Nostra il 19 luglio 1992 in via D’Amelio, a Palermo, è stato prima di tutto un figlio premuroso, un padre affettuoso, uno zio capace di scherzare con i più piccoli, un uomo innamorato del mare e delle sue pedalate in bicicletta. Ma soprattutto è stato un servitore dello Stato che ha dedicato ogni istante della sua vita al lavoro, fino all’ultimo.
A 34 anni dalla strage che costò la vita anche agli agenti della sua scorta — Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi e Claudio Traina — l’Italia continua a fermarsi per ricordare. Anche i ragazzi che non hanno mai potuto ascoltare la sua voce, se non attraverso i racconti o le pagine dei libri, sentono ancora oggi la forza della sua testimonianza. A Palermo, come ogni anno, il ricordo si raccoglie davanti all’appartamento della madre e della sorella del magistrato: lì dove il tritolo aprì un cratere, oggi cresce un ulivo, carico di messaggi di pace e giustizia.
La Kalsa, il quartiere che lo ha formato
Per capire chi sia stato davvero Paolo Borsellino bisogna tornare alla Kalsa, il quartiere dove nacque e dove, da bambino, conobbe Giovanni Falcone, l’amico di una vita. In via Vetriera, a pochi passi dalla Chiesa dello Spasimo, c’è ancora la casa della famiglia Borsellino: al piano terra la farmacia del padre, al secondo piano l’appartamento dove Paolo crebbe insieme al fratello Salvatore e alle sorelle Adele e Rita, la più piccola, nata il 2 giugno 1945 e da lui affettuosamente soprannominata “la Repubblichina”.
Paolo era un ragazzo studioso, ma sempre pronto ad aiutare chi aveva bisogno. Nel pomeriggio, la casa si riempiva di bambini del quartiere ai quali dava una mano con i compiti. Dopo le scuole dell’obbligo frequentò il liceo classico “Giovanni Meli”, diventando direttore del giornale studentesco Agorà. A 22 anni si laureò in Giurisprudenza.
Una vita sotto protezione
La sua vita cambiò radicalmente il 3 maggio 1980, con l’omicidio del capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, con cui stava conducendo delicate indagini. Da quel giorno anche per Borsellino scattò la scorta. Non fu più possibile una passeggiata con i figli, un cinema improvvisato, neppure accompagnarli a scuola senza la presenza degli agenti che lo proteggevano. Con Agnese, sua moglie, costruì una famiglia unita: Lucia, Manfredi — oggi poliziotto — e Fiammetta.
Via D’Amelio, 19 luglio 1992
La domenica della strage cominciò presto. Una telefonata da Fiammetta, che si trovava in Thailandia, poi un’altra che svegliò l’altra figlia. Un pranzo con amici, una confidenza sussurrata: «È arrivato il tritolo per me». Nel pomeriggio, la visita alla madre. Nella borsa di pelle mise le carte, le sigarette, il costume e l’agenda rossa.
Alle 16.58 e venti secondi, mentre dice al citofono «Paolo sono», la Fiat 126 imbottita di esplosivo parcheggiata sotto casa esplode. L’inferno. In pochi minuti arrivano soccorsi e forze dell’ordine. La polvere avvolge tutto. In quella confusione qualcuno — ancora oggi non sappiamo chi — fa sparire l’agenda rossa.
Chi vide il corpo del magistrato racconta che sembrava sereno, quasi sorridente. Come se anche nell’ultimo istante avesse voluto lasciare un messaggio di coraggio.


