L’Italia e le sue stragi: la lezione che arriva da una figlia

 

 

L’Italia non ha ancora fatto pace con le sue stragi. Non ha fatto pace con le omissioni, con i depistaggi, con le verità mancate. E non ha fatto pace con una realtà che brucia: Paolo Borsellino è stato tradito in vita e dopo la morte. Tradito da chi avrebbe dovuto proteggerlo, da chi avrebbe dovuto cercare la verità, da chi avrebbe dovuto impedirne la solitudine.
Da questa ferita nasce la voce di Fiammetta Borsellino. Una voce che non cerca applausi, non cerca platee, non cerca consolazioni. Cerca risposte. E pretende responsabilità.
Entra nelle scuole senza retorica. Non vende eroi, non santifica martiri, non distribuisce icone civili. Racconta ingiustizie, omissioni, depistaggi. Racconta un Paese che ha lasciato solo suo padre prima, e la sua verità dopo. Racconta una memoria che rischia di trasformarsi in un rito comodo, un esercizio di ipocrisia nazionale.
Da anni le sue giornate scorrono tra la famiglia e i viaggi in tutta Italia, dove incontra studenti e insegnanti che ancora cercano ciò che lo Stato non ha saputo dare: parole chiare.

 

Manfredi e Lucia Borsellino 

 

E in questo cammino non è sola: condivide con Lucia e Manfredi, i suoi fratelli, gli insegnamenti ereditati da papà Paolo e dalla mamma Agnese, un patrimonio morale che li tiene uniti. È da qui che nasce il legame indissolubile che li unisce, un legame che non si è mai incrinato.
Ma c’era anche un’altra famiglia nella vita di Paolo Borsellino, una famiglia scelta, non di sangue ma di destino: i ragazzi della scorta. Li conosceva uno per uno, ne sapeva paure, speranze, storie. Non li considerava “agenti”, ma figli da proteggere mentre loro proteggevano lui. Condividevano il caffè del mattino, le corse contro il tempo, le attese silenziose nei corridoi dei tribunali. Condividevano soprattutto la consapevolezza di essere parte della stessa battaglia, combattuta senza clamore e senza garanzie. Paolo Borsellino li trattava con un rispetto quasi paterno, e loro gli restituivano una dedizione che andava oltre il dovere. Per questo la loro morte lo avrebbe devastato. Per questo la loro memoria, per Fiammetta, non è un dettaglio della storia: è una verità da trasferire ai ragazzi che la ascoltano.
Fiammetta ai ragazzi parla come nessuno. Li spiazza, li scuote, li costringe a guardare ciò che gli adulti evitano. Ha una capacità rara di entrare immediatamente in sintonia con chi la ascolta: una sintonia istantanea, quasi fisica, che nasce dalla verità nuda delle sue parole e dalla credibilità che porta addosso come una cicatrice. Non li blandisce, non li illude. Li tratta da cittadini, non da spettatori. E loro, per questo, la ascoltano.
Perché la legalità, dice, non è una parola da convegno: è una scelta quotidiana. È non cercare scorciatoie. È non chiedere favori. È non voltarsi dall’altra parte. È rispettare ciò che è di tutti. È assumersi la responsabilità delle proprie azioni anche quando nessuno guarda. La legalità non è un valore astratto: è un’abitudine. E chi non la pratica ogni giorno non ha il diritto di pronunciarla.
Fiammetta non chiede di ricordare suo padre. Chiede di capire perché è stato ucciso. Chiede di capire perché la verità è stata ostacolata. Chiede di capire perché chi ha depistato non ha pagato. Chiede di capire che Paese siamo diventati, se chi cerca giustizia deve mettere in conto la solitudine.
Il suo impegno nelle scuole è un atto politico nel senso più alto e più scomodo del termine: non di partito, ma di responsabilità collettiva. È un’accusa implicita a un Paese che spesso preferisce la retorica alla verità, la celebrazione al coraggio, il ricordo alla giustizia.
E allora la domanda che ci pone è brutale, inevitabile, inaggirabile: che cosa siamo disposti a fare, noi, per meritare il sacrificio di chi ha pagato con la vita?
Finché ci saranno tante Fiammetta Borsellino che continueranno a parlare ai ragazzi, l’Italia avrà ancora una possibilità. La possibilità di crescere una generazione che non si accontenta delle mezze verità, che non si lascia intimidire, che non si volta dall’altra parte. Una generazione che, forse, sarà più libera di quella che l’ha preceduta.
Ma quella possibilità non durerà per sempre. Perché la memoria, se non diventa scelta, si spegne. E allora la vera domanda non è se ascolteranno Fiammetta: è se avranno il coraggio di seguirla.

 

La denuncia di Fiammetta Borsellino

 

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